all'Adriatico" si era fermato a Villafranca, il traditore!, e _a sti
pôri martiri_--così dicendo indicava lo Zodenigo, che sospirava--_el
ga_ interdetto il _suolo natìo_!
Il poeta che in que' tempi di guerra stava col collo fasciato da un
fazzoletto di lana bianca a cagione del deperimento lento, ma continuo,
della sua salute, accompagnava coi gemiti le sfuriate dell'amica
fedele, ma per altro col volgere degli occhi e coi cenni del capo
approvava sempre quanto diceva il Barbarò, mostrandosi pure assai
preoccupato "dell'_equilibiio euoopeo_."
E oltre all'equilibrio dell'Europa, egli badava molto anche al suo
proprio, e professava due politiche opposte: una in versi e l'altra
in prosa. Nei versi, che facevano andare in visibilio Donna Lucrezia,
e montavano la testa alla Rosetta e, una dopo l'altra, alle sue
varie padrone di casa, era repubblicano; nella prosa, che scriveva
per le _gazzette_ e leggeva adagio al signor Barbarò, faceva il
moderato costituzionale. Ma d'altra parte, lui non poteva perdersi
a fare il dilettante, e i giornali moderati, sovvenuti sempre dalla
gente danarosa, pagavano meglio degli altri. Nè una così palese
contraddizione gli toglieva credito presso al Barbarò: tutt'altro!
Dacchè il precettore si era fatto giornalista, Pompeo lo trattava con
molta deferenza; lo invitava spesso a pranzo, calmava le gelosie di
Donna Lucrezia, e spendeva molte buone parole colla Rosetta. Di rado,
ma gli faceva pure qualche imprestito, sempre su cambiali che rinnovava
coll'aumento dei frutti, per tenerselo legato, e non volendo rimetterci
del tutto il denaro suo, si tratteneva in conto il mensile delle
lezioni, e si faceva scrivere o correggere dal poeta la corrispondenza
giornaliera. Poi gli apriva il cuore intorno ai propri disegni e alle
proprie aspirazioni. Il Barbarò sentiva di non aver fatto abbastanza
col dono delle casse di limoni, ed era disposto a maggiori sacrifici
verso la patria, alla quale, più che altro, desiderava offrir l'aiuto
della sua esperienza e della sua generosità. Egli, insomma, avrebbe
voluto cominciare a prender parte alla cosa pubblica. E aveva creduto
di mettersi in buona vista facendo figurare il suo nome ogni qual volta
dai giornali venivano aperte sottoscrizioni per sovvenire ai pubblici
disastri, o per erigere monumenti. Liberalità che pure lo angosciavano
in segreto, e alle quali cercava di rimediare con qualche nuova
strozzatura della ditta Micotti.
Ma l'opinione pubblica gli si mostrava contraria. Essa accettava il
suo danaro, senza voler sapere della sua persona; e il povero Barbarò,
dopo tante spese, non era mai stato eletto, nemmeno fra i membri di
un comitato di Beneficenza! Questo era il guaio, non si aveva fede
nelle sue ricchezze.--Dov'erano i milioni del Barbarò? Chi li avea
veduti? Chi li avea contati?... E la gente diffidava di lui, lo aveva
in sospetto, mormorando prudentemente:--danari e santità, metà della
metà. Intanto gli invidiosi frugavano nel suo passato, sussurrando
che avesse fatto la spia nel quarantotto; che avesse avuto parte nelle
tenebrose operazioni della ditta Micotti nel cinquantanove: insomma che
si fosse arricchito colle bricconate....--Arricchito?... Uhm!... Se
pure anche le ricchezze sue non erano simulate e prese a prestito come
il nome di Barbarò!
--Imbecilli!--mormorava Pompeo sogghignando, mentre accumulava
nel cuore odio e disprezzo contro quella gente boriosa e timida
che non lo voleva accogliere e che pur non osava di francamente
respingerlo.--Imbecilli... e vigliacchi! Vuol dire che ancora non mi
credono ricco abbastanza! Ma ciò non conta. Verrà il giorno che li avrò
tutti ai miei piedi; verrà il giorno che sarò il padrone di Milano, e
allora... Allora inalzerò una statua all'orefice del _Gobbo d'oro_ che
mi ha insegnato, per il primo, dove vanno a finire i minchioni!
Ormai egli avea trovato la buona strada e non l'avrebbe abbandonata
più. Il suo passato non gli faceva paura. Egli era in pace colla
coscienza e con Domeneddio e non temeva le calunnie degli sfaccendati.
Non c'erano la Balladoro e la piccola Mary per difenderlo, per
testimoniare in suo favore?
Egli avea mantenuto alla povera Betta "che gli era morta fra le
braccia" quanto le aveva promesso, e ne' suoi disegni avvenire pensava
di rendere all'Alamanni molto più di quella bagatella delle cinquanta
mila lire, che infine avea avuto cura di amministrare e impiegare
vantaggiosamente, per conto della povera figliuola!
Dunque la coscienza non gli rimordeva, anzi ne meritava
l'approvazione. Con messer Domeneddio era in buoni termini; perchè
sentiva messa tutte le domeniche in una data chiesa, vicino ad un certo
altare di una Madonna miracolosissima, avendo notato che ogni qual
volta avea mancato di andarci, gli era sempre toccata nella settimana,
_per combinazione_, una qualche contrarietà. E proprio con un senso
di superstizioso terrore si sentiva obbligato a soccorrere la Mary
Alamanni, e a proteggerla; e voleva associarla alla sua fortuna, come
fosse un talismano che gli dovesse tener lontano le disgrazie. Soltanto
avea pensato al modo di riuscirvi senza spogliarsi, in tutto o in
parte, dei quattrini suoi: e il modo lo avea trovato facilmente.
--Perchè la signorina Alamanni non avrebbe sposato Giulio Barbe...
Barbarò? Non aveva quattrini? Pazienza; egli era un uomo di cuore, e
avrebbe chiuso un occhio. Come sarebbero rimasti maravigliati alla
notizia di un simile matrimonio tutti quei moralisti senza un soldo,
che gli gridavano la croce addosso, e lo chiamavano "strozzino!" E poi
sarebbe cresciuto il suo credito. Chi avrebbe dubitato della solidità
della casa Barbarò, quando il figlio unico del principale potea darsi
il lusso di un matrimonio d'amore?... E poi c'era bisogno di un po'
di sangue nobile nella famiglia... e poi il nome degli Alamanni era
di moda, era un nome patriottico e... e a questo punto pensava:--Sono
pochi i galantuomini come me, che mantengano fino allo scrupolo i
giuramenti fatti a una morente.... e senza testimoni!
"Povera Mary! Povera figliuola, se non ci fosse stato lui a tenerla
d'occhio e a impedirle di morire di fame!... Sola con quella balorda
della Balladoro e con quel matto dello zio Francesco avrebbe certo
finito male!..."
L'Alamanni era uno dei capi del partito di azione. Aveva fatte tutte
le campagne con Garibaldi, lo avea seguìto a Sarnico e ad Aspromonte,
e adesso teneva viva l'agitazione per la conquista di Roma. Però non
stava mai fermo in un luogo ed era stato poche volte a Milano, e sempre
per pochi giorni. Aveva dato ampia procura all'avvocato Spinelli perchè
le briciole che ancora potevano rimanere del patrimonio Alamanni, ormai
libero dalla confisca, fossero interamente devolute alla Mary, sperando
per tal modo di provvedere bastantemente ai bisogni della nipote: e
bastantemente in fatti ci avrebbe provveduto, se non ci fossero stati
in più i cappellini e le sciarpe della zia, e i pranzettini del poeta.
Per conto suo avrebbe continuato a vivere dando lezioni d'inglese in
Italia... e occorrendo d'italiano in Inghilterra.
Con Pompeo Barbetta, il suo antico portinaio, Francesco Alamanni non
si era mai incontrato in casa Balladoro; e ciò per opera di Donna
Lucrezia, la quale si era ben guardata anche dal metterlo a parte delle
sovvenzioni ricevute.
--È inutile spifferare tutti i pettegolezzi a mio cugino
Francesco--avea raccomandato la Balladoro allo Spinelli:--quel puritano
senza testa non avrebbe l'abnegazione di sacrificare i propri principii
all'utile di nostra nipote!... Così, per Francesco Alamanni il nome
del Barbarò non figurò mai altro che come quello di un creditore nei
rendiconti dell'amministrazione.
V.
Ma se gli affari di Pompeo continuavano a prosperare, pareva sempre che
i suoi disegni per l'avvenire dovessero incontrare un qualche ostacolo:
tra Giulio Barbarò e la Mary Alamanni non c'era punta simpatia. I due
ragazzi erano spesso insieme, perchè lo Zodenigo che doveva impartire
al suo allievo anche la scienza degli usi e delle cerimonie sociali,
se lo tirava dietro ogni qualvolta andava in conversazione in casa
Balladoro. E il ragazzo, entrato appena nel salotto giallo per imparare
a dar la mano a Donna Lucrezia, scappava poi subito in cucina in cerca
della Mary e della Filomena. Ma la bimba, quando lo vedeva arrivare,
si rannicchiava vicino alla vecchia fantesca e non voleva saperne di
giocare con lui.
Non lo poteva proprio patire quel brutto ragazzo magro magro cogli
abiti che gli facevano addosso tante grinze, coi capelli radi che gli
cascavano spettinati sul viso lungo e smorto.... Egli non faceva altro
che vantare la roba del suo babbo, mostrava a tutti il suo orologio
d'oro, e si divertiva a mortificare la Filomena contandole il grosso
salario che pagavano alla loro cuoca ed al loro servitore. Maleducato
com'era, toccava tutto, voleva saper tutto, diceva parolacce,
avea il vizio di menar le mani, e con lei si era subito messo,
impertinentemente, a darle del _tu_.... No, no, non le piaceva quel
brutto ragazzo! E la Mary lo stava a guardare quando faceva il chiasso,
senza parlare, senza mai accostarglisi esprimendo solo una maraviglia
sdegnosa dagli occhioni grandi e dal visino serio serio. Una sera
Giulietto avea portato con sè un piccolo bersaglio, e voleva che la
Mary si facesse prestare i soldi dalla Filomena per giocar con lui.
--La zia non vuole che si giuochi di danari--rispose la bimba sempre
tutta seria:--poi il bersaglio non è un divertimento adatto per le
signorine.
--Oh! oh! La signorina colle sottane corte! La signorina _senza un
soldo_!--E il ragazzo si mise a sghignazzare e a strillare dandole la
baia.
La Mary diventò rossa di collera, ma non rispose una parola.
--Fammi un po' di posto sulla tavola--mormorò con voce sorda alla
Filomena:--voglio studiare!
La vecchietta tirò in un canto le stoviglie e asciugò la tavola col
grembiule. La bimba andò alla credenza e, alzandosi in punta di piedi,
cavò fuori da un cassetto dove teneva i suoi libri il compendio di
geografia: lo portò sulla tavola, si sedette, lo aprì, e per tutta la
sera non levò più gli occhi dal libro.
--Oh! oh! La signorina colle sottane corte!... Oh! oh! La signorina
senza un soldo!--continuò Giulietto a borbottare per un pezzo: ma poi,
vedendo che la Mary assorta nello studio non gli badava più, cominciò
per distrarla e infastidirla a far correre sulla tavola un pezzo da
cinque franchi nuovo, che aveva nel taschino.
La sera dopo capitò a casa Balladoro con un piccolo teatro e una
compagnia di burattini sotto il braccio.
--Co' burattini--pensava il ragazzo--potranno giocare anche le
signorine!
Invece la Mary non si degnò neppure di guardare que' bellissimi
giocattoli, e s'indispettiva contro la buona Filomena che al vederli
prorompeva in esclamazioni di meraviglia, e per farla star zitta la
toccava co' piedini sotto la tavola.
Un'altra volta il ragazzo portò un giuoco di pazienza giapponese, poi
la battaglia di Solferino colla musica, e Napoleone III e Vittorio
Emanuele a cavallo, ma non c'era versi!... La Mary non diceva mai una
parola, non alzava mai gli occhi dal suo compendio di geografia.
Giulietto, allora, infastidito, dichiarò a suo padre che si seccava
troppo in casa Balladoro e che la sera non ci voleva più andare.
Il Barbarò prima tirò ben bene le orecchie al figliuolo per insegnargli
che il _voglio_ non si doveva mai dire in presenza sua, poi gli
dichiarò che non intendeva di dar da mangiare ai professori per
allevare un asino!
--La Mary non mi può soffrire!... non mi guarda nemmeno!--mormorò il
ragazzo piagnucolando.
--Prova a regalarle uno de' tuoi burattini e ti guarderà! Coi regali si
pigliano le donne!
Giulietto si arrischiò, e le offrì Napoleone III; ma la Mary non lo
volle accettare; lo ripose nella scatola, e continuò a leggere a mezza
voce il suo libretto.
Allora il ragazzo finì anche lui col mettersi il cuore in pace e col
non curarsi più altro della piccola permalosa. Invece chiacchierava
tutta la sera colla Filomena sempre vantando i molti danari e il lusso
del babbo, e sperando così di pungere e di umiliare la superbia della
Mary. Ma la ragazzina, assorta ne' suoi studi, pareva non prestasse
nessuna attenzione al racconto di quelle grandezze; e poi a lei non
piacevano i danari: essa non li aveva mai contati, non li aveva mai
fatti correre sulla tavola. È vero, per altro, che Donna Lucrezia
non le avea mai dato più di un soldino la domenica per far la carità
durante la predica.
Ma una volta anche la Mary perdette a un tratto la pazienza.
--Oggi il babbo mio--raccontava Giulietto--ha comperato due cavalloni
magnifici e una bellissima carrozza quasi nuova, e abbiamo preso un
cocchiere che era prima in servizio da un conte, e gli dobbiamo dare di
salario novanta franchi al mese. Tu non li prendi in un anno, Filomena,
novanta franchi!
--Anche la mamma mia,--esclamò allora la fanciulletta, irritata perchè
il brutto ragazzo avea umiliata la Filomena,--anche la mamma mia teneva
carrozza e cavalli, ma non aveva superbia!
Il piccolo Barbarò a quell'uscita improvvisa rimase un po' sconcertato,
ma poi un'altra sera, volendo rifarsi dello scorno patito, portò per
far maravigliare la Filomena tutto il gruzzolo dei suoi danari.
La Mary, vedendo le monete d'oro e d'argento, strinse i labbruzzi con
aria sdegnosa, ma la vecchia non potè far a meno di esclamare con un
grosso sospiro:
--Quanta bella provvidenza, Gesù benedetto!... E dove li spende tutti
questi danari?
--Io non li spendo,--rispose il ragazzo, mettendosi in sussiego,--non
sono matto. Io lo fo fruttare il mio capitale.
La Mary alzò gli occhi dal libro e fissò Giulietto maravigliata.
--Quando sono stato bravo e son riuscito a metter da parte diciannove
franchi, il babbo, in premio, me ne aggiunge un altro di tasca sua,
e mi regala un bel marengo d'oro. Quando poi arrivo a poter sommare
cinque marenghi, allora li dò al babbo che li mette nella sua banca e
mi dà l'otto per cento.
La Mary scrollava il capo e storceva la bocca. Fece per rimettersi a
leggere, ma poi vedendo che l'altro continuava a contare e a lustrare
quei suoi stupidi danari, si rivolse alla vecchia domandandole
lentamente, ma con voce chiara, penetrante:
--Non è vero, Filomena, anche la mamma mia era ricca?
--E come!... Ma era una santa la tua povera mamma e i _capitali_ li
metteva a frutto in Paradiso.
Il ragazzo si fermò, attonito, colle monete lustre fra le mani. Egli
guardò in faccia la Mary e la Filomena: non capiva bene quel discorso.
--Vuoi dire che li metteva a frutto in Paradiso,--seguitò la piccola
Alamanni,--perchè li spendeva nel far del bene?
--Già... sicuro... e l'amavano tutti, ed era benedetta da tutti, la tua
povera mamma!
--Se ne avessi anch'io dei danari vorrei imitare la mia mamma: vorrei
far del bene!--E la ragazza disse queste semplici parole, così
soavemente, da commuovere la vecchia fino alle lacrime.
--Benedetta anche te, la mia creatura! E la baciò sulla testolina
riccioluta.
Giulietto rimaneva sempre là come istuipidito, colle mani piene di
danari. Poi, a un tratto, sfogò il malumore con un'alzata di spalle,
e tornò a contare e a lustrare le sue monete prima di rimetterle nel
borsellino. Ma pure sentiva, mal suo grado, che quel tesoro aveva
perduto di attrattiva. Tornò a guardare la Filomena che s'era rimessa
a rammendare una calzetta, e guardò, ma di sottecchi, anche la Mary
che leggeva attenta attenta il suo libricciuolo. Aprì ancora il
portamonete, lo guardò dentro, lo richiuse, tornò a metterlo in tasca,
a levarlo fuori, ma poi a un tratto si fe' animo e un po' imbroncito,
un po' impacciato, domandò con un sussulto nella voce:
--E come si fa, poi, a far del bene?
La vecchia sorrise: la Mary alzò la testina e lo fissò attentamente, e
notò per la prima volta che "il povero ragazzo" aveva il viso pallido,
affilato.
VI.
Dopo che Giulio e la Mary ebbero stretta amicizia, il Barbarò cominciò
subito a impensierirsi per certe novità che scorgeva nel suo figliuolo.
"Si lisciava e si ungeva come un topo! Strimpellava il pianoforte
invece di ficcarsi nella zucca un po' di aritmetica! Non
aveva più amore al danaro! Lo sciupava in elemosine e in cento
cianciafruscole!--Asinaccio!"
E, a buon conto, Pompeo non gli dava più un soldo, visto che i
quattrini non rientravano poi, per esser messi a frutto, nella cassa
paterna!
"Asinaccio! Voleva crescere scialacquatore come sua madre!... Già le
somigliava in tutto; e se non era gobbo lo doveva all'olio di merluzzo
e ai bagni di mare. Gli era costato un occhio per farlo crescer
diritto, e ora si storceva per un altro verso."
A rimettere il giovinetto nella buona via il babbo prudente non
risparmiava ammonizioni e scappellotti, e si raccomandava allo Zodenigo
perchè gl'instillasse quei precetti di economia "che soltanto potevano
formare la prosperità dell'individuo unitamente con quella della
Nazione." E voleva che il professore facesse in proposito acerbe
paternali anche alla Mary. "La disgraziata non aveva un soldo di dote e
conveniva avvezzarla per tempo al risparmio e alle privazioni. Diamine!
Cominciava anch'essa a non essere più una bambina!... Bisognava aprirle
gli occhi!"
Il Barbarò aveva presentito che nel mutamento del figliuolo doveva
entrarci, o poco o molto, l'influenza dell'Alamanni, e gli premeva
fosse corretta di quel brutto viziaccio dello spendere, e tanto più
gli premeva per quel suo disegno che aveva in mente, di farsene la
propria nuora. Non impedì per altro che nel trascorrere del tempo
l'intrinsichezza dei due giovinetti si facesse sempre più stretta, e
sapendo ormai di avere in mano, ben legata, Donna Lucrezia, mentre
aspettava che gli potesse giovare nel caso di una qualche intempestiva
rivelazione, egli, da uomo pratico, sapeva servirsene per le sue
operazioni finanziarie.
In mezzo alla vasta e illustre parentela della vecchia vedova il
"_bonomo_ servizievole e _tuto cuor_" avea trovato modo di concludere
parecchi affaretti eccellenti. Era riuscito, prendendoli destramente
all'amo della cambiale, a spogliare i Badoero del ricchissimo stabile
e della splendida villa di Panigale, nel Milanese, e pure con l'aiuto
di Donna Lucrezia, non del tutto conscia di que' raggiri, aspirava di
levar di dosso la pelle anche ai Collalto.
Il marchese Alberto non era molto ricco per il gran nome che portava.
Tuttavia finchè era vissuta sua madre non avea fatto debiti e il
patrimonio rimaneva ancora bene assestato quando, alla morte del
suocero, seguita poco dopo quella della vecchia marchesa, egli
ereditava la tenuta estesissima di Villagardiana, così denominata
appunto perchè situata sulla riviera pittoresca del lago di Garda fra i
paeselli di Padenghe e di Moniga. Ma questa ricca possessione era stata
trascurata assai dal povero conte Prampero, il quale non si era mai
dato altro pensiero, che di abbellire di continuo la villa splendida
e il giardino di lusso. I vigneti abbisognavano di nuove piantagioni,
le case dei contadini erano in rovina. Fatti gli opportuni assaggi
in alcune valli, era stata scoperta la _torba_ in abbondanza; e però
volendo rendere prospera e attiva Villagardiana occorreva l'impiego di
un grosso capitale, che il marchese di Collalto non aveva in cassa. Di
più egli che si era dato fino allora ad una vita spensierata e galante
ne sapeva assai poco di agricoltura e di amministrazione; ma pure,
presuntuoso e caparbio, credeva intendersi di ogni cosa; e stimolato
inoltre da uno spirito di contraddizione non comune volle mettersi
a coltivare Villagardiana perchè sua moglie e il suo ragioniere gli
avevano consigliato di cederne i fondi in affitto.
In breve, fidandosi soltanto della sua testa, si trovò con la cassa
asciutta senza aver concluso nulla di bene. Aveva fatto venire un
enologo francese; si era messo in mano di un ingegnere tedesco per la
fabbrica delle case agricole, in legno e ferro fuso, e avea speso un
monte di quattrini nella costruzione di un _tramvai_ a cavalli per
trasportare la torba. Ma col clima del Garda, i metodi dell'enologo
francese non fecero buona prova; le case rurali erano quasi
inabitabili, perchè troppo fredde l'inverno e troppo calde l'estate
e, infine, la torba che si poteva raccogliere annualmente non era in
tale quantità da poter nemmeno ripagare le prime spese del _tramvai_.
Il marchese, imbizzito, sfogò la rabbia pigliandosela colla moglie e
licenziando il ragioniere. Ma intanto molte partite rimanevano ancora
da aggiustare e i conti dell'ingegnere tedesco non erano stati saldati.
Allora appunto, introdotto da Donna Lucrezia, Pompeo Barbarò si
fece avanti e presentò al Collalto le sue proposte. Egli sarebbe
entrato in società col marchese nell'amministrazione e nella condotta
di Villagardiana, anticipando i capitali per pagare i debiti già
incontrati e per compiere le opere incominciate. Questo capitale poi
gli dovea essere rimborsato in rate annuali, trattenute dal Barbarò
sulla rendita dello stabile e coll'aggiunta degl'interessi a compenso
scalare. Tutta la villa e il giardino rimanevano a disposizione dei
Collalto; al Barbarò era riservato solamente un piccolo quartierino del
secondo piano.
Il marchese Alberto fu costretto, per togliersi d'impiccio, ad
accettare una tale profferta, per sè stessa, del resto, onestissima
e vantaggiosa; ma non avendo più da contraddire alla moglie nè da
gridare col ragioniere e non potendo commettere pazzie a Villagardiana,
perchè il Barbarò lo invigilava, egli ci perdette l'amore. Ritornò a
viaggiare e a vivere molta parte dell'anno a Parigi fra i cavalli e le
donne, finchè assai malandato in salute, capitò sul lago per curarsi,
piangendo un po' con tutti la sua disgrazia e specialmente chiedendo
conforti a sua moglie, della quale, tanto per cambiare, cominciava ad
innamorarsi.
Intanto il Barbarò anticipando sempre nuove somme di danaro tirava
innanzi coi restauri.
A novembre, al momento del rendimento dei conti, il marchese, e più
ancora la marchesa Angelica, vedendo che le spese fatte superavano di
molto l'entrata, non risparmiavano le osservazioni; ma _quel bonomo
tuto cuor_ metteva fuori per la circostanza una parlantina assai
efficace e finiva sempre con aver ragione.
--Sono restauri necessari, signor marchese: opere tali che faranno
rifiorire e triplicare in cinque o sei anni la rendita dello stabile!
I Collalto rispondevano allora che se la rendita di Villagardiana era
tutta assorbita dai miglioramenti, ciò che rimaneva del patrimonio non
poteva più bastare per la casa.
--Troppo giusto, signor marchese illustrissimo: troppo giusto! Vuol
dire che anche per l'annata in corso potranno disporre per intero della
rendita di Villagardiana. Le spese che ho creduto bene di fare, più
per il vantaggio del signor marchese che non per il mio (perchè già il
padrone rimane sempre il signor marchese, e quando volesse potrebbe
mettermi alla porta con un calcio), le spese, dicevo, rimarranno a mio
credito.
--La ringrazio, caro signor Pompeo,--rispondeva il marchese col suo
fare altezzoso,--ma io non vo' obblighi con nessuno.
--Certo, certissimo, obbligato le sarò io, se mi permetterà di
servirla! Intanto, se crede (ci ho pensato appunto volendo prevenire
le obiezioni della sua nobile delicatezza), prenderò un'ipoteca su
Villagardiana... Ma poi... In quanti anni?... In dieci anni al più,
ella potrà, volendolo, affrancare il capitale e fare ancora un buon
avanzo. Una volta che Villagardiana abbia raggiunto il pieno sviluppo,
deve fruttare come la terra promessa; dev'essere la California della
nobile casa Collalto.