--Santi numi, santi numi, ho proprio paura di averla fatta grossa, ma

grossa come una balena!

--Perchè?

--Ho perduta la testa!... Sono andata a parlare coi Castelnovo di

Andrea Martinengo!

--E dunque?

--Caspita! Dicono che ci fosse del tenero fra il Martinengo e

l'Angelica!

--O come? Ma se sposa quel _maachese_... quel _maachese_...

--Il marchese di Collalto, mio cugino... Sicuro! Ma sarà stato Prampero

a combinare questo matrimonio, e con Prampero non c'è da scherzare:

quel che vuole vuole! Ma dopo tutto non ho detto nulla di grave; nulla

che li potesse offendere, dunque?... "Non ci curiam di loro!" Venite

qui, venite qui, tesoro mio; venite qui vicino a me!--E Donna Lucrezia

si tirò accanto lo Zodenigo sul sofà.--Come siete bello, oggi!...

Come siete elegante!--Così dicendo gli toccava appena colla punta

delle dita tremanti, e come per volerlo aggiustare, il ricciolo alla

rubacori.--Ed è tutto per me questo lusso? E sono tutte per me queste

bellezze?... Sentite, Eugenio, mi dovete proprio concedere che per

oggi, giacchè ormai mi avete veduta così, possa restarmene come sono.

Mi seccherebbe tanto di dovervi lasciare per ritornar di là a finire la

mia _toilette_!... E poi questa rotonda è tutta foderata di astracan

vero...--e ne sollevò un lembo per fargliela vedere di sotto:--e ci sto

dentro così bene, calduccia, calduccia!

Lo Zodenigo le concesse il favore richiesto, ma per altro le fece, per

suo conto, dei gravi rimproveri. "Non voleva assolutamente ch'ella

facesse imparare alla Mary i versi suoi, e tanto meno che li facesse

recitare quando c'era gente... Ne andava del suo amor proprio, diamine;

ed anche del suo nome d'artista! E poi lei non sapeva scegliere! Si

metteva a declamare poesie giovanili... scritte magari al caffè...

insieme con qualche amico, con qualche confratello, ed in cui egli

non ci aveva messo di suo altro che le idee... perchè già lui era

_insoffeente di lima_!"

--Benedetto da Dio! Benedetto da Dio! Quanta umiltà in questo tesoretto

caro, caro, caro!--E la Balladoro gli si accostava sempre più e gli

si stringeva addosso, facendo smorfie e leziosaggini. Il suo viso

diventava acceso, le narici rosse e piene del naso intasato avevano

tremiti nervosi e sulle labbra che si assottigliavano stirandosi

e scoprendo le gengive pallide e sdentate pareva errassero ancora

quelle parole _caro, caro, caro_, che non osava ripetere, ma che le

prorompevano dal sangue e le sfavillavano dagli occhietti lustri.

--"_Cerchiamo un delicato estro nel pianto!_..." Quanta malinconia

e quanta passione in quattro parolette: _un delicato estro nel

pianto!_... Lasciate che ve lo dica, Eugenio, lasciate che ve lo dica,

ma quando volete proprio toccare la nostra corda sensibile, siete un

gran mostro!

Lo Zodenigo non disse di no; ma continuò a tenersi in un riserbo pieno

di sussiego. Egli voleva rifarsi coll'alterigia sua propria della

freddezza del Castelnovo, tanto più avendo avuto una prova chiara

e lampante che il suo nome cominciava a godere un certo credito. I

biglietti di visita che aveva distribuiti in giro ai librai e ai

parrucchieri ottenevano il loro effetto; e per l'appunto in que'

giorni avea ricevuto la visita di un ricco signore (con una catena

d'oro grossa un dito e un mazzetto di ciondoli che tintinnavano come i

sonaglioli de' cagnolini) il quale, senza lesinare sull'onorario, lo

aveva subito preso come ripetitore per il suo figliuolo.

E però tutte le donnicciuole che vennero dopo il Castelnovo a visitare

la Balladoro furono guardate dall'alto in basso dallo scontroso

poeta, precisamente come "quell'antipatico del conte _Prampeo_" aveva

fatto con lui. Ma erano compensate dalla padrona di casa, ancora più

espansiva del solito. Essa era felice di poter mostrare e presentare

alle sue amiche e protette il famoso "Cigno di Rialto, tisico spedito."

Era beata di potersi scusare con tutte loro per il _disabigliè_ in

cui si trovava, per la rotonda "tutta foderata di vero astracan" che

si era buttata addosso, essendo stata sorpresa, mentre ancora faceva

_toilette_, da suo cugino il conte Prampero, venuto colla figliuola

per partecipare, prima a lei che ad ogni altro, il matrimonio della

contessina di Castelnovo col marchese Alberto di Collalto, "i quali

venivano in tal modo a essere due volte suoi cugini!"

Il professore ascoltò tutto il giorno, senza muoversi mai dal suo

posto, la continua ripetizione di que' medesimi discorsi. Poi, quando

Donna Lucrezia (verso le cinque, dopo una mezz'oretta che non c'era più

gente) gridò alla Filomena che avea finito di ricevere, perchè anche

lei, infine, sebbene fosse mercoledì, aveva diritto di fiatare, lo

Zodenigo, che conosceva le abitudini della casa, si alzò e andò vicino

alla stufa a riscaldarsi le mani.

Allora succedeva sempre un altro po' di tramenìo nel salotto giallo,

che veniva mutato in sala da pranzo. Gli album, le strenne e i ritratti

di tutti i nobili parenti andavano a finire dietro al canapè; la

Filomena capitava tutta frettolosa colla paletta a levare la brace

dalla stufa, che portava in cucina per metterla sotto la casseruola.

Donna Lucrezia andava e veniva, anche lei tutta in faccende: dava

un'occhiatina ai preparativi del pranzo; assaggiava il brodo col

mestolo, faceva qualche raccomandazione alla Filomena, annusava lo

stufatino e preparava il piatto dell'antipasto, ammucchiando con

garbo il salame e il prosciutto sopra un limone col burro intorno e

con qualche fiorellino fresco. Quel giorno, dopo essere, stata in

cucina, passò in camera sua; cambiò il fazzoletto da naso, scrisse il

bigliettino che andava messo dinanzi al busto di Petrarca, tornò a

guardarsi bene la rotonda, alla quale in tutte quelle ore non aveva

potuto dare se non qualche occhiata furtiva; si provò il cappellino

nuovo, trovò che le stava d'incanto, si sparse il viso di cipria, e

poi, udendo il poeta che fischiettava, si sentì felice appieno, e in un

impeto di contentezza non potè trattenersi dal mormorare ancora, con

una fregatina di mani, _corocochè, corocochè_!

Alla fine del pranzo fu presentato il calamaio al professore dalla

piccola Mary. La Filomena, cocciuta, colla scusa che aveva da preparare

il caffè, volle spuntarla col non esser lei che portava il regalo "a

quel tisico da commedia!" Ma il pensiero gentile, il bigliettino e il

benessere che si sentiva intorno per quel desinaretto gustoso, finirono

col commuovere il professore, il quale, smessa la boria, cominciò a

sorridere, a ravviarsi i capelli ed a mettere a parte Donna Lucrezia

delle sue glorie letterarie. Fra le altre raccontò la visita ricevuta

del ricco signore, e ne disse il nome.

--È uno dei _signooni_ di Milano!--aggiunse poi, dondolandosi sempre

sulla seggiola e guardando Francesco Petrarca con uno sguardo benigno,

da collega non invidioso:

--E volete che io non lo conosca? Ma non è un _signore_: no; bisogna

fare la distinzione, tesoro mio: è un ricco, un riccone e niente più.

E sapete, Eugenio, chi glieli ha dati i primi quattrini?... Sono stata

io.... Figuratevi, era il mio portinaio!

Il poeta guardò la Balladoro, e per la prima volta gli sembrò una donna

maravigliosa.

--Oh, per me ha sempre avuto grande reverenza. Trema ancora, si può

dire, ad un mio cenno!...

Intanto la piccola Mary passava in cucina tutta la serata, aspettando

per andare a dormire che, partito il professore, le riducessero a

uso di lettino il divano dell'anticamera. La Filomena le puliva col

grembiule un canto della tavola, e la fanciullina vi si metteva co'

suoi libri a studiare. Ma poi quando l'altra, finito di rigovernare,

le si sedeva vicina rattoppando qualche straccio suo o della padrona,

la Mary alzava dal libro la testina palliduccia e voleva sempre che le

parlasse della mamma, che la vecchia avea veduta tante volte alla messa.

E la Filomena, sonnecchiando, ripeteva tutte le sere le medesime

cose colle medesime parole, e tutte le sere, vedendo la bimba che

la guardava ansiosa, senza mai perdere una sillaba, finiva sempre

dicendole così:--Era buona come una santa, era bella come una madonna,

e aveva gli occhioni neri neri... e dolci dolci... proprio come i tuoi!

IV.

Il signor Barbarò (i suoi dipendenti per andargli a genio lo chiamavano

con questo nome, perchè da lui preferito), il signor Barbarò non

nascondeva il disprezzo olimpico che sentiva per lo Sbornia.

"Figurarsi! Un ubriacone incretinito che voleva mettersi anche lui a

fare l'Italia!... Non ne aveva buscate a dovere quando, insieme con

quell'altro bel matto del Garibaldi, era corso a difendere la rep...

pubblica Romana?" E nel pronunciare questa parolaccia, _repubblica_,

il _signor_ Barbarò, batteva doppio il _pi_, gonfiando le labbra e

ghignando. "Allora, a Villa Corsini, gli era toccato un colpo di

baionetta che per poco non lo mandava all'altro mondo, senza il

passaporto! Ma la lezione non aveva giovato; lo Sbornia non era uomo:

era un otre ripieno di vino e di acquavite!" E il Barbarò rimbrottava

aspramente e teneva muso alla Veronica, perchè non sapeva comandare al

marito. "Già, era sempre stata una fannullona non buona ad altro, che a

mangiare e bere."

Tuttavia non bisogna credere che Pompeo ci si scalmanasse per affetto:

oibò! Si arrabbiava e gridava perchè non volea perdere lo Sbornia che

gli era divenuto più che mai necessario.

--Dove trovare un altro uomo di fiducia che fosse sicuro come il

Micotti? Un altro bestione così ignorante e così devoto, onesto fino

allo scrupolo verso il suo _principale_ e nello stesso tempo pronto a

sfidare anche la galera, pur di eseguire ciecamente un ordine ricevuto?

Lo Sbornia era bravissimo pei conti, e fuori dei conti non capiva

un'acca: non parlava mai, discuteva ancora meno, e lasciava ragionare

al padrone. No, no!... non si poteva trovarne un altro a meno di non

farselo fare apposta dal Padre Eterno!... E le preziose doti che

ornavano un tal uomo si erano svelate appunto anche in que' giorni

coll'appalto delle forniture militari concluso a Verona, tra il

feldmaresciallo Ignazio Teimer (per conto del governo austriaco) e la

ditta Micotti e C. In quella circostanza poco mancò che lo Sbornia

non fosse processato; e le truffe commesse dai fornitori furono così

numerose e incredibili da diventare quasi leggendarie fra le gesta dei

birbaccioni.

Il Barbarò, sempre tenendosi al sicuro dietro lo Sbornia, che egli

faceva girare e muovere con lunghi fili, come i burattini, era riuscito

a corrompere mediante raggiri e grosse mance alcuni impiegati addetti

alle _sussistenze militari_; in tal modo le ruberie si commettevano

a man salva e quel negozio delle forniture fruttò tesori alla ditta

Micotti e C. Ma il rischio era tutto del Micotti e i quattrini

entravano nelle tasche del compagno. Perciò premeva molto al principale

di non perdere il suo gerente, e temendo che all'aprirsi della guerra

coll'Austria egli volesse ritornare con Garibaldi, ogni volta che si

trovavano insieme, si metteva a predicare contro gli esaltati, che

rovinavano la famiglia per scappare in Piemonte a farsi bastonare.

È chiaro come la luce del sole: l'Austria lo sonerà ben bene l'esercito

alleato! E l'uomo di proposito, caro mio, non dimentica mai che i primi

e sacrosanti doveri sono verso la famiglia. Uno scapolo, può ancora

fare il matto, se gli gira. Ma un padre di famiglia che si lascia

attirare da simili pagliacciate?... Chè! Merita di essere impiccato,

senza processo.

Un giorno, verso la fine di aprile del 1859, il Barbarò passando da

Verona avea invitato a pranzo lo Sbornia alla _Regina d'Ungheria_,

e in tutto il tempo non avea fatto altro che dir roba da chiodi dei

volontari, di Garibaldi e del Re di Sardegna. Lo Sbornia, come al

solito, rimaneva muto, a capo basso. Ma pure, certe volte, pareva

distratto: disegnava sgorbi e cifre sul piatto con uno stecchino, e

allontanava il bicchiere quando l'altro gli voleva versar da bere.

Simili novità non isfuggivano punto all'occhio sagace del padrone il

quale, perduta la pazienza, cominciò anche a minacciarlo direttamente:

--E ricordatelo bene: se ti frullasse nella zucca di tornar da capo

colle _quarantottate_, io butto la Veronica e il tuo scimmiotto in

mezzo alla strada!

Lo Sbornia, sempre assorto ne' suoi pensieri, continuava a disegnare le

sue figurine.

--Hai capito? Alza il muso quando parlo.... Hai capito?

--Sì, signor padrone!

Ma Pompeo non si chetò: anzi gridò ancora più forte e quando, finito

il pranzo, andarono al passeggio lungo il _Listone di Piazza Brà_,

continuò a brontolare e a minacciare, fermandosi ogni tanto per dar più

forza alle parole; e il predicozzo durava ancora, che arrivavano alla

locanda; e seguitò lungo le scale, e quando il Barbarò fu sull'uscio di

camera sua, dove il Micotti lo aveva accompagnato, gli ripetè a mo' di

conclusione:--Non ho ragione, bestiaccia!

--Sì... signor padrone.

--E ricordati che parlo pel tuo bene!

--Sì, signor padrone! La ringrazio e... buona notte, signor padrone!...

Buona notte!

Pompeo entrò in camera e sbattè l'uscio in faccia allo Sbornia.

L'altro, mentre il Barbarò spariva, alzò il capo e lo guardò cogli

occhi imbambolati, in cui c'era la mestizia affettuosa d'un can barbone

che abbia ricevuto dal padrone un calcio immeritato.

La mattina dopo, quando Pompeo si svegliò, credeva fosse ancora presto

e si voltò nel letto per riaddormentarsi.

Il Micotti, appena arrivata la prima posta, soleva venire a destare

il padrone, battendo all'uscio della camera, e a portargli la

corrispondenza.

Pompeo si voltò e si rivoltò nel letto, ma non gli riusciva di

ripigliar sonno. Aprì del tutto gli occhi e s'accorse che era giorno

ben chiaro; il sole traspariva giallo e lucente dietro le persiane. Si

drizzò per guardar l'orologio che aveva sul tavolino accanto:

--Per Dio!...

Erano le nove!

--Sta a vedere che quell'animale me l'ha fatta, ed è scappato via coi

miei danari.

Tutto sconvolto, suonò strappando quasi il campanello.

--Sono stato una gran bestia!... Non mi dovevo fidare!...

Saltò fuori del letto per aprire l'uscio al cameriere, poi si ficcò di

nuovo sotto le coperte.

Il cameriere entrò, e spalancate le finestre gli consegnò una lettera.

--Chi l'ha portata?

--Il signor Micotti.

Pompeo, presa la lettera in fretta, la scorse tutta con un'occhiata.

"Illustrissimo signor principale,

"Lui a ragione da vendere ma io sono una bestia e o il bruciore che non

posso più e parto domandandole perdono e assicurandolo che se torno

indietro sarò sempre suo umilissimo servo e intratanto l'avverto di

aver passato all'Amministrazione la ricevuta del vaglia bancario per

quelli dinari che o spedito, come da suo ordine a Milano.

"Stii bene come sempre li ugura.

Verona li 30-4-1859.

"_Suo devotis. e umiliss. servo_

"MICOTTI."

--Meno male che non è scappato coi soldi!--pensò subito il Barbarò

consolandosi un poco.--Ma è sempre una canaglia! Piantarmi in asso

proprio in questo momento!... Con tanti affari che ho sulle braccia!...

Canaglia, canaglia, canaglia!... Mah!--e Pompeo sospirò mettendo la

ricevuta nel portafoglio:--è sempre stato il mio destino, di seminar

benefizi e raccogliere ingratitudine... Pezzo d'asino!--borbottò poi

rileggendo la lettera più attentamente--non mi raccomanda nemmeno

il suo figliuolo come se fossi obbligato di mantenerlo!... Pezzo

d'asino!... Se torna indietro davvero gli farò ripassare il confine a

suon di calci!

Ma invece, appena giunsero le prime notizie della guerra, la collera

del Barbarò parve acquetarsi; a mano a mano, le vittorie di Palestro,

di Magenta, di Varese, di Solferino gli riempirono il cuore di

patriottica gioia, e i Francesi e i _Piemontesi_ non erano ancora

arrivati a Milano, che già splendeva all'occhiello del suo abito una

bella coccarda tricolore. Era un presente della Balladoro che ne

aveva fatte tre "colle sue proprie mani." Una per Francesco Alamanni,

un'altra per il professore Zodenigo ed una terza per l'avvocato

Spinelli.

Ma l'Alamanni era partito anche lui con Garibaldi, e Donna Lucrezia non

sapendo come fargli avere la coccarda e avendo bisogno di una piccola

sovvenzione, pensò di farne un presente al Barbarò, sebbene quella

vecchia testarda della Filomena brontolasse assai per il cambio.

--Taci là, _piavola_! La verità innanzi tutto, e la proclamo

altamente!... Quel _bonomo_ del Barbarò (adesso non lo chiamava più

Barbetta nemmeno la Balladoro) è sempre pieno di attenzioni e di

premure per la Mary, ed io che non ho una _patata_ al posto del cuore,

non posso non mostrarmene sensibilissima!

La coccarda fu accettata con piacere e anche l'anticipazione fu

concessa.

In quei giorni gli affari del Barbarò andavano a gonfie vele.

--Mi ci vorrebbe una guerra ogni tre anni!--mormorava spesso fregandosi

le mani.

La sconfitta degli Austriaci gli era stata assai vantaggiosa. A

cagione del precipizio della ritirata, i magazzeni erano rimasti pieni

di foraggi e di viveri che la ditta _Micotti e Compagno_, dopo aver

venduti al governo austriaco, non si sa bene con quali frodi, riuscì a

rivendere all'esercito alleato.

E non solo intascò molti quattrini, ma anche, in quell'occasione,

Pompeo Barbarò cominciò a gustare il profumo degli onori.

Trovandosi a Brescia per sorvegliare, senza troppo dar nell'occhio,

i suoi affari, avea fatto distribuire negli ospedali dove giacevano

i feriti parecchie casse di limoni guasti che erano state protestate

alla ditta Micotti dall'Intendenza Militare.... Pochi giorni dopo

questo fatto, gli capita da Milano una gazzetta sotto fascia: l'apre,

la spiega, e trova una corrispondenza da Brescia segnata in rosso

e firmata _p. E. Z._ In essa egli veniva elogiato e segnalato come

esempio di filantropia e di patriottismo per l'elargizione fatta delle

casse di limoni.

--È il poeta, non v'ha dubbio, è il poeta della vecchia matta che ha

voluto scrivere questa buffonata! _p. E. Z._ Sicuro!... _professor

Eugenio Zodenigo!_... È un tiro birbone!... Proprio, un tiro birbone!

Ma per altro non se n'ebbe a male, anzi quell'improvvisata di vedersi

stampato sulle gazzette gli colorì di rosso per un attimo le guance

olivastre. Lesse più di una volta gli elogi fatti al suo bel cuore,

e la sera scrisse ai gerenti della ditta Micotti per sapere se nei

magazzeni vi fosse nient'altro di guasto da regalare ai martiri della

patria.

--Non occorre farsi sbudellare--pensava con soddisfazione--per compiere

azioni patriottiche!--E il giornale lo chiuse a chiave in un cassetto,

iniziando così, forse senza nemmeno pensarci, l'archivio storico di

casa Barbarò.

Intanto era successa all'armistizio l'inattesa pace di Villafranca;

Garibaldi, soffocando nella grande anima gl'impeti generosi, avea

sciolto il giovane esercito dei _Cacciatori delle Alpi_, vittorioso a

Varese, a Como, ovunque si era battuto; e lo Sbornia ritornava a Milano

con un braccio al collo, e si presentava smagrito, affranto e a capo

chino, come un colpevole, dinanzi al signor padrone.

Il pover'omo, che era rimasto tranquillo e freddo in mezzo alle

fucilate, in quel punto avea paura: si aspettava una sfuriata

terribile; temeva di essere scacciato. Ma invece, con suo grande

sbalordimento, il principale gli si precipitò nelle braccia, piangendo

di tenerezza e di gioia!--Sono qui, signor padrone--balbettò lo Sbornia

che aveva sempre la sua faccia assonnacchiata:--sono qui per... per

domandarle perdono anche stavolta, e se ha da comandarmi la servirò in

modo da rifarla del tempo perduto.

--Tempo perduto il combattere per l'Italia?--esclamò il Barbarò

scandalizzato:--ma tu mi ritorni bestia, come quando sei partito?!

Pure si rabbonì subito e volle accompagnarlo in persona in _Via del

Pesce_, godendo di farsi vedere in giro col garibaldino ferito.

Già in ogni cosa Pompeo sembrava molto mutato. Era diventato un gran

politicante, aborriva lo straniero, e anche in cuor suo, non sapeva

perdonare a "quei cani di Tedeschi" la misera fine di Giulio Alamanni.

"Un agnellino" pensava "a cui sarebbe bastata una paternale, e che

doveva esser morto dallo spavento!... Lui sì, se non avesse avuto

giudizio sarebbe stato impiccato per davvero!... A poco a poco andava

sempre più persuadendosi di aver scampato il martirio soltanto per la

sua furberia..." e raccontava allo Sbornia e alla signora Veronica che

"a' suoi tempi era andato anche lui molto vicino alla forca." E rideva

compiacendosene, ogni volta che rammentava col suo gerente le gesta

della ditta Micotti e Compagno.

--Gli abbiamo conciati pel dì delle feste quegli zucconi di croati!...

Ma, in fine, non è stato altro che una restituzione... Erano danari

nostri, sacrosantamente nostri, che i ladroni ci aveano rubati!

Un giorno, dopo pranzo, prese dal cassetto, dove era chiusa, la

_Gazzetta_ colla corrispondenza da Brescia e la lesse allo Sbornia,

senza dire per altro chi l'aveva scritta.

Io non dò peso alle lustre dei giornali; voglio soltanto farti vedere

che la mia parte, in certo modo, l'ho fatta anch'io!

Ma la letizia del Barbarò non fu di lunga durata, e quando si cominciò

a buccinare intorno ai moti delle Sicilie, tornò a mostrarsi di cattivo

umore. "Quel Garibaldi era un matto ambizioso, che voleva rompere

l'uova nel paniere a _papà Camillo_!"--E in quanto a te--predicava

allo Sbornia--che a suo tempo hai mostrato di averci il fegato,

adesso sei in dovere di insegnare la prudenza e la moderazione...

Dobbiamo conservarla questa Italia, che ci costa tanto sangue e

tanti milioni!... Un'altra guerra!... Bravi: come se già non fossimo

scorticati abbastanza dall'esattore!

Poi si metteva a sghignazzare giocherellando colla mano nei ciondoli

dell'orologio.--Bei matti!... Vogliono andare a Napoli, a Palermo, come

se si trattasse di fare una gita di piacere! Ma e i Borboni?... Non li

contate per niente i Borboni?... Non sapete che hanno uno zampino in

tutte le corti d'Europa e che sono protetti dalla diplomazia e dallo

stesso gabinetto delle _Tuilliri_?

Lo Sbornia come al solito non rispondeva nulla. Lo stava a sentire

sempre rispettoso e mezzo intontito; poi una bella mattina volò a

Genova, e di là a Quarto, dove fu imbarcato sul piroscafo il _Lombardo_

della compagnia Rubattino.

Il Barbarò anche questa volta montò in furia.... Ma anche questa volta

il buon successo dell'impresa lo acquetò, e dopo aver maledetto alla

partenza il garibaldino, come un ostinato ubriacone, pericoloso per

lo Stato e senza cuore per la famiglia, andò a riceverlo al ritorno

proclamandolo un eroe.

Solamente una terza volta, dopo Aspromonte, il ritorno fu non meno

burrascoso della partenza. Il signor Pompeo inferocito mise fuori

dell'uscio il povero Sbornia; non voleva più riceverlo, non voleva più

vederlo, e non lo riprese al servizio se non dopo molte preghiere e

più che altro "per riguardo" diceva "verso Donna Lucrezia, che si era

intromessa in favor suo."

Fra il Barbarò e la Balladoro c'era un grande screzio d'opinioni in

politica, e si accapigliavano spesso; ma tuttavia quei battibecchi non

guastavano punto la loro amicizia, e dopo essersene dette di cotte e

di crude, il Barbarò finiva sempre coll'offrire la mano alla nobile

avversaria, che la stringeva con effusione esclamando:

--Amici come prima, _coinon_!

In fatti, mentre Pompeo si mostrava più ministeriale degli stessi

ministri, Donna Lucrezia gridava e smaniava schierandosi fra i

_malcontenti_. Il giorno della redenzione era arrivato, ma non erano

arrivati i quattrini, e però la vedova fegatosa aveva giurato che tutti

i Governi erano _ladri_ allo stesso modo, e che il comando doveva

passare in altre mani, se si voleva diventare i _sovrani_ del mondo,

come i Veneziani d'una volta. "Su questo proposito ne sapeva lei più

degli altri, perchè avea avuto dogi e dogaresse nella sua famiglia."

Ogni volta che fumava uno di quei _fetenti_ sigari di _Virginia_ lo

strizzava forte fra le dita, e faceva boccacce per mostrare quanta

fatica ci volesse a tenerlo acceso; e dovea confessare "per onor del

vero" che gli altri erano più buoni assai.

Con Napoleone terzo l'aveva a morte: lo chiamava sempre coll'apostrofe

hughiana "_Napoleone il piccolo!_"

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1 · 第 10 / 25 段