carretta della legna da ardere; aveva anticipato una _bàvara_ alla
Filomena perchè pagasse pure _illico_ ed _immediato_ il dolce di crema,
regalando poi otto soldi al fattorino che le avea portata la roba.
In quanto alla Filomena, continuava a credere al miracolo. Essa
guardava la padrona a bocca aperta, senza nemmeno darle una mano (tanto
grande era il suo sbalordimento), mentre questa metteva giù alla
rinfusa scatole e involti sul letto, sul cassettone, dappertutto.
Donna Lucrezia appariva alla serva in uno splendore mai più veduto!
Aveva un cappellino nuovo con due gale rosse scarlatte; poi una bella
rotonda di panno scuro cogli alamari di giavazzo; poi, finalmente,
attorno al collo un boa di color bigio che le scendeva quasi fino
a terra. Ma non era tutto: levatosi il boa, Donna Lucrezia slacciò
lentamente gli alamari, mostrando, alla Filomena stupefatta, che la
rotonda era tutta foderata di astracan.
--Vergine santissima!... E dove ha rubato i danari per fare tante spese?
--Mi sono ordinata anche un bel vestito di grò _fleur de thé_... un
verdolino pisello.... Vedrai, vedrai, _piavola_, che metamorfosi!...
Ma adesso ti raccomando; quando mi verrai intorno, devi aver sempre le
mani pulite.
--Non dubiti, non dubiti, padrona!
--Il verde, vecchia mia, è il colore della speranza. Viva l'Italia!...
Ormai la giornata dei tiranni "è giunta a sera!" E il lutto, sai, lo
dovranno portare gli austriacanti e gli usurai! Bisognava vedere quel
cane dello Spinelli: tremava ad un mio cenno!... Fa presto, dammi un
fazzoletto da naso perchè ho sofferto l'impossibile!... Guarda, che
cosa mi sono trovata nel manicotto!--e le mostrò lo strofinacciolo, che
tirò fuori con due dita da una tasca della sottana, e che le buttò tra
le mani.
--Oh finalmente, sia lodato Dio!... E ora sta attenta perchè hai da
vedere ancora delle cose.... delle cose straordinarie.
Donna Lucrezia si levò il cappello e la rotonda che distese sul letto
senza lasciarla toccare dalla Filomena, e incominciò l'esposizione
dei vari oggetti, che avea portato a casa insieme col fattorino. Ma
prima di farli vedere voleva, per divertirsi, che la donna tirasse a
indovinare.
--Che cosa credi che ci debba essere in questa scatoletta?... E in
quest'altra?... E in questo involtino?... E in questa cassetta di
legno?...
La Filomena rimaneva come incantata: si sforzava per cogliere nel
segno, ma non ci riesciva mai. E la padrona a ridere e a canzonarla
mentre schierava sul cassettone tutto un bazzarre di roba. Guanti,
collane, ninnoli di similoro, pettini, profumerie, saponi "al muschio"
involti in carta dorata; e tutto ciò mentre la vecchietta esclamava
capo per capo, colla monotonia di un ritornello:
--Oh Vergine santissima! Dove ha rubato i danari per comperare tanta
bella roba?!
Il cassettone era tutto pieno, quando Donna Lucrezia prese di sopra
a una seggiola un'altra scatola grande di cartone bianco legata con
un nastrino rosso e la posò adagio sopra un tavolino ch'era vicino al
letto.
--Questa volta se non indovini da te non ti dico nulla!
--Che può mai essere?
--Devi indovinare.
La Filomena ci pensò un pochino: poi esclamò:--È un cappellino per la
signorina!
--No. Ho lasciato il mio alla modista, e lo ridurrà per la Mary.
Ci fu un altro momento di silenzio.
--Se non indovini tu, io non ti dico nulla.
--Sarà... sarà un manicotto per la signorina!
--Chè! Non avrà il mio?... Mutata la fodera è come nuovo!
--Insomma, padrona, se non me lo dice lei, non indovinerò in cent'anni!
--Allora guarda, mammalucca!
Donna Lucrezia sciolse delicatamente il nastrino rosso, movendo le
dita e tenendo il mignolo alzato, con una grazia quasi rispettosa. Poi
tirò fuori un oggetto pesante involto con molta carta velina; levò la
carta, lo posò sul tavolino: era un bellissimo calamaio da scrivania,
di bronzo dorato, con un busto di Petrarca nel mezzo.
--Ti piace? È Francesco Petrarca; un gran poeta!
--Oh, com'è grasso. Madonna Santa!--osservò la Filomena, che lì per lì
non potè celare un certo malumore.
--Eppure è lui tal e quale: io l'ho visto, in un ritratto a stampa,
e lo posso dire. Quando saremo alle frutta, subito dopo il dolce di
crema--continuò Donna Lucrezia indicando il calamaio--lo porterai
in sala e... stammi attenta, _piavola_, e non far quel muso da
addormentata!... e lo devi mettere con garbo, ma senza dire una
parola, dinanzi al professore. Ti darò anche un mio biglietto di
visita: ho pensato di scriverci sopra "al _Cigno di Rialto_" e
basta!... Vorrei un po' vedere se quell'antipatica della Rosetta e
quella grassonaccia _malignaza_ della sua padrona--(l'affittacamere del
professore, che era un'altra spina al cuore per la vedova)--sarebbero
capaci d'un pensiero così gentile e nobile nello stesso tempo.
Oibò, oibò! Avessero anche i danari che ci ho io, tanto e tanto non
saprebbero pensarle certe cose: il sangue non è acqua, e la botte dà
del vino che ha!
Ma la vecchina stava sempre muta, colla testa bassa, senza più dire una
parola.
--Stasera--soggiunse poi Donna Lucrezia andando su e giù per la
camera, affrettandosi a metter la roba a posto nell'armadio e nel
cassettone--stasera aggiusterò i miei conticini anche con te!
--Faccia il suo comodo, padrona... Io non le ho ancora domandato
nulla!--rispose la Filomena, un po' mortificata e anche impermalita per
quelle parole.
--Non avertene a male, viscere mie, ma d'ora in poi li terrò io i
danari, chè non voglio abbia da ripetersi il brutto caso di stamattina,
che mi son trovata asciutta asciutta senza saperlo!
--Come vuole, padrona!
--Farò anche uno spoglio di tutto il mio guardaroba, e i vestiti che
non sarà conveniente ridurre per la Mary gli avrai tu, in regalo....
Voglio che tu ti vesta a garbo, diamine!... Si deve subito capire che
sei la mia cameriera e non una serva qualunque!
--Sissignora... sissignora: cercherò di contentarla!
La Filomena non ne capiva niente di tutte quelle ricchezze.--Che la
sua padrona avesse avuta un'eredità?... Oppure che ci fosse proprio
la vincita di un terno al lotto, come aveva dubitato in principio?
Quella famosa lettera gialla doveva pure aver portato una notizia
straordinaria assai!--Ma siccome poi, alla fin dei conti qualunque
fosse, l'avvenimento pareva propizio per la sua padrona, la buona donna
si sentiva più che disposta ad accettare la provvidenza ad occhi chiusi.
--Le robe frattanto erano state messe tutte a posto: il calamaio
solamente rimaneva in mostra sul cassettone.
--Ed ora lesti lesti a far _toilette_!... Dio mio, è il tocco e mezzo!
Presto comincieranno le visite!
Ma mentre Donna Lucrezia in accappatoio (quello appunto che aveva
servito per riparare dalla polvere il tavolino di noce) stava
pettinandosi seduta dinanzi allo specchio, indirizzò una domanda alla
Filomena, che, se questa fosse stata meno semplice, avrebbe potuto
metterla sulla buona via per iscoprire il segreto.
--Chi è stato a darti l'indirizzo dell'agenzia Micotti... non tirarmi i
capelli, bada!... e a permetterti di palesare il mio nome?
--Ma....
--Che _ma_! E perchè diventi rossa?
--M'è stato tanto raccomandato... di non dirle nulla....
--Animo, animo, di' su; e spicciati.
--Una mia parente, la quale per l'appunto si trova al servizio di un
riccone, che è il padrone de' padroni di quell'agenzia.
--E chi t'ha dato il permesso di andar in giro a spifferare le
mie faccen... _Sancta sanctorum_, visite; e non sono ancora
vestita!--esclamò la Balladoro, interrompendosi a un tratto e con un
accento quasi di disperazione.
In fatti una forte scampanellata aveva risuonato nell'anticamera.
--Ah, Gesù benedetto, fate almeno che non sia mia cugina la
marchesa!... Dio, Dio, se le fo fare anticamera, quella lì è
capacissima di non tornarci più. Corri, Filomena, corri ad aprire,
e sia lei o chiunque altro, di' loro che si accomodino e che io
vengo subito, subito, subito! Ma guarda di far le cose per bene, mi
raccomando!... Andiamo, corri dunque!... No, aspetta un momento!...
Pulisciti prima il grembiule.... Ma guarda, beata Vergine, come sei
tutta spettinata!... Vien qui che ti aggiusto un poco!--e la Balladoro
ravviò col suo pettine le ciocche bianche della vecchina.--Oh così...
puzzi di cipolla come una frittata, santi numi!... Va', va' lesta,
muoviti, tartaruga!... E mi raccomando: educazione, legna nelle stufe,
e cammina diritta!
Rimasta sola, Donna Lucrezia continuò a gemere contro l'avverso
destino che le mandava le visite prima ancora ch'ella avesse finito
di abbigliarsi.--Tutti gli affari, tutti gl'impicci mi devono sempre
capitare al mercoledì!... Ci sono sette giorni nella settimana; ma
signori no; è sempre al mercoledì che mi levano il fiato!... Dove ho
messa la retina del _chignon_?... Oh, celesti numi, non la trovo più!
Chi sa dove me l'avrà ficcata quella mammalucca della Filomena!... Oh,
eccola qui!
Messo a posto il _chignon_, impomatato il ricciolo in mezzo alla
fronte, si preparava a darsi la cipria, quando ritornò la Filomena.
--Chi è?--domandò la Balladoro col piumino alzato, a voce bassa,
trattenendo il respiro.
Non era la marchesa di Collalto, ma quasi: erano il conte Prampero di
Castelnovo, colla sua figliuola. Allora la stessa gravità del caso le
diè coraggio per compiere un'eroica risoluzione: infilò in fretta e in
furia la rotonda nuova, e si presentò sull'uscio ai suoi visitatori
col viso ancora impolverato di cipria, come un pesce da friggere, e
spandendo nel salotto un odore acutissimo di acqua di Felsina.
--Non ho potuto resistere!... Scusatemi, conte mio, se mi presento in
_disabigliè_; scusami tanto, Angelica cara, ma proprio non ho potuto
resistere!... Quando ho sentito annunciare il vostro nome, ho indossato
la pelliccia... qui fa un freddo da Siberia.... Filomena, metti legna
nelle stufe!... e sono corsa da voi _isso-fatto_!
Il conte Prampero per poco non ebbe la mano storpiata in quelle prime
effusioni, e Angelica, abbracciata e baciata con gran trasporto
dall'ardente cugina, rimase con le guance e il giubboncino di panno
scuro sparsi di cipria. Ella sorrise, arrossì un poco e ricambiò
le carezze con un'amorevolezza tranquilla e aggraziata. Era una
figura soave di fanciulla bionda: alta, pallida, flessuosa. A chi la
vedeva per la prima volta pareva quasi un'apparizione, e dopo non la
dimenticava più. Il conte Prampero dalla persona svelta, asciutta,
elegante e dai lineamenti del viso dava subito a vedere di essere
suo padre, ma pure lo sguardo freddo, altezzoso e i sorrisi brevi,
finissimi, i quali facevano l'effetto come di altrettante punture che
penetrassero uggiose nell'anima, dicevano chiaro che la rassomiglianza
tra il babbo e la figliuola era solamente esteriore: finiva tutta al
viso e alla persona.
--Non v'incomodate e non fate cerimonie, Donna Lucrezia. Sono venuto
con Angelica, volendo adempiere ad un dovere, ma ci sbrigheremo in due
parole...
--No, no; mai, mai! Non vi lascio andare così subito; neppure per
idea!... Volete farmi dire: "Non prima vidi il sol che ne fui priva?"
E sei proprio un sole, Angelica mia cara!... Un sole di bellezza e di
eleganza!
E Donna Lucrezia ritornò daccapo a baciare ed abbracciare la leggiadra
fanciulla, che sempre composta e silenziosa tratteneva il fiato e
chiudeva le palpebre, come soffocata da quella foga di carezze.
--Vi partecipo,--disse infine il conte Prampero colla sua voce arida,
secca,--ho l'onore di parteciparvi il matrimonio di mia figlia con
nostro cugino, il marchese Alberto di Collalto.
Donna Lucrezia si alzò in piedi; prese tutte e due le mani del conte,
se le strinse sul cuore, e cercò, cercò le parole che fossero proprio
degne della circostanza; ma non trovò altro da dire che:--Le mie
più vive... le mie _più vivissime_ felicitazioni;--ed anche questo
complimento banale le rimase strozzato per via del raffreddore.
Angelica, pallida pallida, abbassava intanto gli occhi azzurri, che
avevano sempre un'espressione mesta, come di preghiera, e ch'ella non
ardiva mai di tener alzati in volto a suo padre.
--Oh, ma che bella notizia, conte mio garbatissimo!... Che bella
notizia!... È un connubio degno dell'Olimpo. È un... è un poema; un
poema d'amore!... Ah, chini il capo, gioia mia?! Su, su, chè voglio
vederti in tutta la tua felicità e voglio darti un altro bacio perchè
m'hai proprio consolata! Hai portato la luce, la primavera; ecco, la
primavera nel mio salotto giallo.
Ma la fanciulla non alzò il viso gentile e non ricambiò quel bacio;
invece rispose con un tremito, un tremito angoscioso dell'anima sua,
alla parola _amore_.
Donna Lucrezia, preso l'aire, non si fermava più. Portava fino al
settimo cielo i meriti sommi dello sposo e la bellezza e le virtù della
sposina, e passava in rassegna i più illustri parentadi successi nelle
grandi case Bodoero, Collalto e Castelnovo, ma non riusciva a trovare
"una coppia migliore (che migliore!) neppure da reggere al confronto
col poema, proprio col poema, che formavano insieme suo cugino Alberto
e sua cugina Angelica, dimodochè lei veniva ad essere, come per dire,
cugina doppia di tutti e due!" E poi faceva gli occhietti dolci, e
diventava rossa, fra le chiazze della cipria, figurandosi l'amore e la
felicità dei fidanzati, e ritornava seria, impettita quando parlava
della soddisfazione vivissima di tutto il parentado; e sdilinquiva
dondolandosi sul canapè a proposito della gioia dei genitori. E tutto
ciò senza un momento di respiro, come fosse una macchina montata: ora
soffiandosi il naso, od asciugandosi gli occhi; ora baciando Angelica
e premendosela al cuore; ora alzandosi all'improvviso per stringere
un'altra volta la mano al conte Prampero; ed ora lagnandosi del freddo
da Siberia, quantunque la sua rotonda fosse foderata d'astracan.
Angelica si sentiva oppressa. Aveva tentato d'interrompere Donna
Lucrezia per chiederle notizie della piccola Mary, ma non le era stato
possibile. Il conte, seccato, cominciava a fare il broncio, e aspettava
impaziente che la figliuola lo guardasse un poco per farle cenno di
accommiatarsi e di andar via.
Ma quel giorno doveva essere proprio tra i più felici della Balladoro.
Quando già i suoi ospiti si erano alzati e stavano per salutarla, si
udì nell'anticamera un'altra forte scampanellata ed entrò nel salotto
la piccola Mary seguita dal professore Zodenigo, che avea voluto
accompagnarla in persona a casa, per fare la sua visita del mercoledì.
Donna Lucrezia non capiva più nella pelle, gongolando di mostrarsi
al caro poeta nel pieno splendore della sua illustre parentela. Essa
era tanto confusa che tirava via la poltroncina al conte Prampero per
offrirla al professore; poi, visto lo sbaglio, s'affrettava a cedere
la propria e la spingeva innanzi, e in fine avrebbe voluto che tutti
si mettessero a sedere sul canapè. Ma per altro, cessato appena quel
primo sbalordimento, cominciò subito le presentazioni con un gesto ed
un inchino cerimonioso.
--Il professore Eugenio Zodenigo, di Venezia!--Poi, chinandosi
all'orecchio di Angelica, le disse a mezza voce:--È un celebre
poeta!--e subito soggiunse più piano ancora, ma sempre coll'aria di
metterla a parte di un altro grande pregio del professore:--Tisico
spedito!--Quindi, a voce forte ripigliò:--Mia cugina la contessina
Prampero di Castelnovo, che si fa sposa a mio cugino il marchese
Alberto di Collalto, i quali, si diceva adesso, diventano, per questa
bellissima unione, miei cugini due volte!... Il conte Prampero di
Castelnovo, il padre, l'artefice di questo capolavoro di grazia e di
bellezza!... Ma accomodatevi, cari miei: accomodatevi come potete. Il
mio salottino giallo è un po' ristretto, ma c'è posto per tutti!
Il professore, col fare distratto e con un gran sussiego, salutò
chinando il capo circondato da una zazzera enorme, che faceva sembrare
il suo visetto ancora più piccolo e sparuto. Invece il conte Prampero,
senza muoversi punto, si cacciò le lenti sul naso e cominciò a
guardarlo coll'aria di chi sta a vedere una bestiola curiosa assai.
La Balladoro, da signora che sa ricevere, fece subito gli elogi del
poeta, citando la lirica: _Il Ponte dei Sospiri_, e concludendo che
appunto in occasione di quel fausto imeneo avrebbe dovuto inspirarsi
per un'altra bella poesia _da far epoca_.
Il poeta, per mostrarsi disinvolto, si arricciava i baffettini
incipienti, ma rimaneva muto e nel suo interno si sentiva un poco
sconcertato. Capiva di non aver fatto alcuna impressione sull'animo
della contessina di Castelnovo e già cominciava a meditare un canto
libero contro la stoltezza dei blasoni.
Angelica si teneva abbracciata alla piccola Mary; discorreva, rideva
con essa, e proprio non gli badava punto.
Il bel ricciolo nero, impomatato, che il poeta portava in mezzo
alla fronte, come la foglia ripiegata di una arancia, e che veniva
amorosamente imitato dalla sua padrona di casa, da Donna Lucrezia e
dalla figliuola della portinaia, non otteneva nessuna ammirazione
da parte della contessina. Essa era tutta affaccendata dietro alla
cuginetta; le accarezzava i lunghi capelli ondati, e le baciava il viso
gentile e delicato, non ancor bello, ma che prometteva di farsi tale, e
che già inspirava simpatia. Anche la bimba aveva il suo povero nasino
rosso, gonfio pel raffreddore, e le manucce screpolate dai geloni;
però, come vergognandosi, le teneva nascoste sotto la mantellina, e
guardava Angelica senza osare di toccarla, e rispondeva alle carezze di
lei con uno sguardo affettuoso de' suoi occhi neri neri, che parevano
ancora più grandi e profondi in quel viso palliduccio.
--Ma io lo pregherò tanto,--continuò donna Lucrezia insistendo sempre
nel suo primo pensiero,--che te lo dovrà proprio fare, sai, Angelica,
un bel sonetto.... Sì, sì, professore; glielo dovete fare. Già voi
avete l'estro facile. Non siete come quegli sgobboni, santo cielo, che
sudano tre giorni prima di trovare una rima!
Non c'era versi: bisognava risolversi e rispondere qualche cosa. Allora
lo Zodenigo sospirando, crollando mestamente il capo e mangiando l'erre
in un modo che gli faceva dire _patia_ invece di _patria_ e _cetaa_
invece di _cetra_, mormorò che, "_duante_ il lutto della _patia_
l'esule _cetaa imaneva_ muta."
Il conte Prampero tornò a mettersi le lenti sul naso e tornò a guardare
fisso il poeta, mentre Angelica nascondeva il viso dietro la testina
della Mary. Anche Donna Lucrezia sentì in quel momento che lo Zodenigo
non veniva apprezzato secondo il merito, e però, per fargli onore,
voleva ad ogni costo che la bimba si provasse a recitare una poesia
del professore, _Memorie e lacrime_. Ma la bimba, a quell'invito,
arrossiva e minacciava di fare i lucciconi, mentre lo Zodenigo con
una vivacità che contrastava assai col fare dignitoso di prima:--Non
_pemetto_! non _pemetto_!--gridò subito come spaventato:--non _pemetto_
assolutamente!
--Modestia, professore; tutta modestia!--La Balladoro non si diede per
vinta, e vedendo che la Mary faceva l'ostinata cominciò lei a recitare
le prime strofe, senza lasciarsi intimorire dall'autore:
Io canterò. Su quell'avel ti siedi,
Su quell'avel ti sederò d'accanto:
--Smetta, Donna _Luchezia_, smetta! Sono fanciullaggini!--gridava lo
Zodenigo facendosi sempre più rosso e tentando invano d'interrompere la
Balladoro che continuava a declamare, dondolandosi:
Ai dì che fûro con la mente riedi;
Cerchiamo un delicato estro nel pian...
Ma finalmente uno sternuto e un po' di tosse vennero in aiuto del
professore e le _Memorie e lacrime_ finirono lì.
All'udire que' versi il conte Prampero aveva fatto un movimento
drizzando il capo e stringendo le palpebre, come se avesse voluto
ricordarsi di un ronzìo che non riusciva nuovo al suo orecchio. Ma
Angelica, invece, avea subito capito donde proveniva l'inquietudine
del professore; però, buona com'era, ne sentiva pena per lui e volendo
aiutarlo a levarsi d'impiccio le domandò di Venezia, e se l'aveva
lasciata da molto tempo.
Lo Zodenigo era lì lì per aprir bocca: ma Donna Lucrezia gli tolse la
parola, affrettandosi a rispondere in vece sua.
Essa era convinta che que' pochi versi dovevano aver colpito Angelica
fortemente, visto che la fanciulla, abbandonata la propria naturale
ritrosia, si era subito messa a discorrere con lui. E però le premeva
di mostrarsi benissimo informata di tutte le faccende del professore,
e di far vedere che la loro amicizia, la loro intimità, erano proprio
straordinarie. Poi, a poco a poco, a proposito di Venezia e dei
_Canti patrii_ dello Zodenigo, Donna Lucrezia venne a cadere col
discorso anche sulla guerra che si sperava vicina, entusiasmandosi per
Garibaldi, per Vittorio Emanuele, per Napoleone III e per tutti que'
bravi giovanotti che passavano a frotte il confine, e correvano in
Piemonte ad arruolarsi.
A questo punto il conte Prampero tornò a fissare la figliuola
attentamente, duramente, come se volesse comprimerle con quello sguardo
anche i moti dell'anima. Angelica, pallida pallida, abbassava gli
occhi, e il respiro del suo petto si faceva più affannoso sotto il
giubettino attillato.
Ma Donna Lucrezia era stordita dalle sue stesse chiacchiere, e senza
badare ad altro, chinandosi all'orecchio della cugina le sussurrava
piano indicandole il professore, che ricominciava ad arricciarsi
i baffettini:--Poveraccio, anche lui sognava di arruolarsi, ma io
non ho voluto. È tisico spedito!--E così seguitò a chiacchierare, a
chiacchierar sempre... e le angosce di Angelica crescevano ad ogni
momento. Col sicuro istinto del cuore essa aspettava un nome che doveva
allora essere pronunciato, e che rendeva minaccioso l'occhio di suo
padre, sempre fisso sopra di lei. Lo aspettava agitata, tremante, ma
pure nel tremito suo, insieme colla timida soggezione e collo sgomento,
c' era l'ansia segreta di tutto il cuore, dell'anima tutta!... Più la
facevano soffrire e la tormentavano per quel nome, e più essa lo amava!
L'amore è dolore: lo sapeva già, lo sapeva bene, la povera fanciulla!
--Insomma: Italia libera e Dio lo vuole! ecco, è proprio
così--esclamava con enfasi la Balladoro:--ed è appunto perchè _Dio lo
vuole_, che ogni giorno si vedono cose che paiono miracoli! Finchè, per
esempio, corrono ad arruolarsi i giovani del popolo, si capisce: sono
abituati agli stenti e alla vita da cani. Ma tutte quelle pòre creature
del nostro sangue, cresciute fra gli agi e il lusso e che si mettono
a fare il soldato, ma proprio il soldato semplice?... E mi dicono che
devono spazzare anche le caserme?!... Figuriamoci che stomaco, Gesù
bambino! Eppure scappano via allegri e contenti come se andassero a
nozze. E ogni giorno ce n'è una filza di nuovi, e ogni giorno c'è
sempre il nome del tale o del tal altro, tutte persone di nostra
conoscenza!...
Angelica ebbe un sussulto che sembrò le arrestasse per alcuni momenti i
battiti del cuore.
--Lo saprete certo, cugino caro, che è fuggito in Piemonte, per
arruolarsi, anche Andrea Martinengo?...
--Già, già; me l'hanno detto... l'ho sentito dire... alcuni giorni
fa!--rispose il conte Prampero, alzandosi, senza aspettare che fosse
Angelica la prima a muoversi.
Essa celava il viso accarezzando colla sua guancia, che bruciava, la
guancia morbida della piccola Mary.
--Noi vi salutiamo, Lucrezia: abbiamo ancora parecchie visite da fare.
Quando scrivete a Francesco Alamanni ditegli che speriamo... speriamo
di vederlo presto!
--Oh, gli scrivo tutti i giorni, tutti i giorni!--E Donna Lucrezia e
la Mary accompagnarono i Castelnovo nell'anticamera.--Dio, Dio, che
freddo!... Filomena, la porta!
--_Supebiosi_, antipatici!--mormorò fra sè lo Zodenigo, rimasto solo un
momento. I Castelnovo lo aveano appena salutato con un cenno del capo,
senza guardarlo. Pure, ad onta del suo disprezzo, si sentiva più libero
assai, adesso che que' due se n'erano andati. Buttò il cappello sopra
una seggiola, si sbottonò il soprabito nero e con una mano si aggiustò
la zazzera.
Donna Lucrezia ritornò sola perchè la Mary era corsa in cucina colla
Filomena.