--Duemila settecento lire!--ripeteva fra sè.--Proprio una miseria!

Fossero state almeno tremila, la cifra tonda! Basta; queste per ora le

metteremo a dormire e a mano a mano che ne verranno altre, andranno

a tener loro compagnia!--E così, ritornato al possesso di qualche

soldo, Pompeo si rifece avaro. Non aveva più le matte illusioni di una

volta, ma si godeva il piacere che dà il danaro per sè stesso, e la

soddisfazione di vederselo crescere a poco a poco. Per altro non voleva

accumulare a proprie spese, assoggettandosi a stenti e a privazioni,

no; risparmiava soltanto sui bisogni della Betta. Lui voleva godersi il

papato: toccava a sua moglie a servirlo in ogni cosa e a stentare!

In casa Barbetta si desinava con una scodella di minestra e una fettina

di carne lessa; ma Pompeo era sempre il primo a servirsi e a mangiare,

perchè la moglie doveva cucinare e mettere in tavola; e pensava a

saziarsi lui, senza tanti complimenti. Già aveva per massima che la

Betta meno mangiava, meglio stava. Poi, ogni tanto, egli si faceva

fare, cogli avanzi della cucina dei padroni, qualche manicaretto, che

sua moglie preparava, ma che non doveva nemmeno assaggiare, perchè

"con quel suo stomacuzzo rovinato" le avrebbe fatto male di sicuro.

Vino, nemmeno per idea!, non se ne comprava mai! E le bottiglie, che la

signora Lucia mandava di tanto in tanto a regalare alla Betta, Pompeo

le metteva subito sotto chiave e poi, a desinare, ne versava un dito

alla moglie e ne beveva un buon bicchiere per sè:--A farti bere di più

sarebbe la tua morte!

Ma le premure di Pompeo per la salute della moglie finivano tutte lì.

Del resto, la povera donna era costretta a sfaccendare giorno e notte.

Tutto lei doveva fare, anche la pulizia del loggiato e della corte.

Soltanto quando passavano i padroni e il ragioniere di casa, Pompeo

veniva fuori e strappando la granata di mano alla moglie, si faceva

vedere pieno di zelo per il suo servizio.

E già, in ogni incontro, egli aveva saputo fingere con loro un'aria

così umile e da buon ragazzo, e aveva saputo arrossire così bene per

la confusione e per il piacere, quando gli domandavano notizie della

salute della Betta, e s'era mostrato sempre così attento e sollecito

nell'eseguire gli ordini ricevuti che gli Alamanni lo avevano preso a

benvolere; tanto più che su questo punto erano ingannati anche dalla

Betta, la quale sarebbe morta di fatica piuttosto che fare scomparire

il su' omo presso i padroni. Essi perciò lo credevano una perla, e se

lo tenevano caro, affidandogli anche incombenze delicate.

Ma nelle stanzette della porteria le cose andavano diversamente,

e subito dopo le nozze il marito teneva la Betta in una specie di

continuo sbalordimento. E lui si godeva a imporsi, a comandare; faceva

ballar la sua donna sur un quattrino, e guai se fiatava!

Le ordinava tutto a cenni, senza dire una parola, _come ad un cane

ammaestrato_. Betta non doveva mai fermarsi sulla porta, non doveva

vedere, non doveva discorrere con nessuna amica. Le aveva proibito

anche di andare in chiesa, fuorchè alla festa, perchè non voleva

pettegolezzi e confidenze colle tonache. La mattina, d'inverno, essa

si levava molto prima di lui, per accendergli il fuoco e scaldargli

l'acqua; la sera andava a letto molto più tardi, perchè gli doveva

pulire e rassettare i panni, e prima di andarci lui se la faceva

inginocchiare davanti e le metteva nelle mani, magre e giallognole,

gli stivali pieni di mota, perchè glieli levasse; e a volte, quando

erano umidi, le dava tali scossoni da tirarsela dietro. E non le

risparmiava nessun servizio, per quanto umile e ributtante.

Nè Pompeo aveva coscienza di tutto il male che andava facendo.

Anzi, gli pareva in fondo al cuore di aver fatta una gran buona

azione sposando la gobba e di essere meritevole di ammirazione e di

compassione insieme, e da ciò traeva una specie di conforto, che

bastava a vincere ogni scrupolo, se per caso gli fosse venuto.

Per la gobba non era stata una bella fortuna quella d'aver trovato un

marito?... E, per di più, un marito giovane, senza difetti, senza vizi,

e di _buona famiglia_?

E così, secondo la logica di Pompeo, in casa sua tutto era ripartito

con giustizia. A lui toccava di vivere con quel canchero accanto: la

Betta doveva aver cura della casa e del marito....--Ciò che, alla fin

fine, facevano tutte le altre mogli, le quali, poi, anzichè fare schifo

come lei, erano belle e sane.

Betta, a cui non venivano mai risparmiati tali confronti, chiudeva

tutto in core: lo serviva, l'ubbidiva tremando, impaurita e istupidita

sotto la sferza di quel ragazzo villano, che aveva gli istinti del

tirannello. La disgraziata osava appena piangere la notte tardi,

a letto, quando suo marito russava, e anche allora soffocando i

singhiozzi sotto le lenzuola.

Una volta soltanto trovò la forza di ribellarsi. Pompeo voleva, a

ogni costo, che la moglie approfittasse per loro uso, dell'olio che i

padroni le affidavano, e che doveva servire per i lampioni del loggiato

e delle scale.

--Sei pur grulla colle tue fisime!--le diceva colla solita voce

arrogante.--Non ci sono portinai, scommetto, in tutta Milano che, come

noi, facciano la scioccheria di comperar l'olio a once avendone una

damigiana intera a disposizione.

--Fo sempre tutto quello che vuoi, ma ladra... non sarò mai!

--Stupida!... Che voglio forse insegnarti a rubare io?!

La Betta seguitò a scuotere il capo e, quasi parlando a sè stessa, come

volesse trovare nelle proprie parole la forza di cui aveva bisogno,

tornò a ripetere con orrore:--Ladra, mai!

--E dagliela!... Se tu fossi una ladra, sarei io il primo a mandarti

in galera! Quello che ti dico di fare, lo fan tutti: è passato in uso,

e anche i padroni lo sanno e chiudono un occhio!... Già... per il bel

salario che dànno ai portinai!

La Betta lo lasciava brontolare e, come al solito, stava zitta. Aveva

disteso un panno bianco sulla tavola, dalla parte opposta a quella

dov'era seduto Pompeo e s'era messa a stirare. Ma si vedeva che quel

lavoro la stancava assai e le faceva male, perchè sulle guance scialbe,

scarne, le apparivano due macchie di un rosso acceso.

Pompeo, seduto, canterellava dondolandosi sulla seggiola. Era irritato

per l'ostinazione e per il silenzio della moglie. Egli voleva trovar la

via di leticare per poi farle fare a modo suo, a furia di urlacci.

--Andiamo, rispondi: smetti di far la muta! Per tormentarmi ti fai

venire anche gli scrupoli dell'onestà; e poi non badi alle spese di

casa!

Betta, senza aprir bocca, tirava via a stirare, tutta piegata

colle ossa protuberanti sotto il vestito di rigatino sbiadito.

Pompeo si fermò di botto colla seggiola, e dando un gran pugno sul

tavolino:--Ohè, dico,--mormorò con voce sorda, strozzata, per non

essere udito di fuori, nel cortile,--sciogli lo scilinguagnolo, hai

capito? o ti dò un par di ceffoni da farti gonfiare il viso.

Betta, tutta tremante, si scostò dal tavolino alzando gli occhi

dolcissimi, pieni di spavento in faccia al marito: non poteva parlare,

perchè le lacrime le facevan nodo alla gola.

--Devi tacere sempre,--continuò l'altro che s'era alzato per

avvicinarsele:--sì, devi tacere sempre, perchè non voglio essere

seccato dai tuoi lagni e dalle tue ciance; ma adesso, invece, ti ordino

di parlare; te lo comando!

La povera donna indietreggiava ancora, e tentando di trar fuori la

voce, si stringeva la gola colla mano scarna di tisica.

Pompeo le si strinse addosso coi pugni chiusi, cogli occhi torvi che

l'ira rendeva anche più loschi, mentre i capelli folti, neri, tagliati

ritti a spazzola, gli si movevano sul capo, per una tensione nervosa,

come il pelo dei gatti.

--Hai capito, gobba?!

La Betta si sforzò, e mettendo fuori la voce con un singulto, balbettò

daccapo le stesse parole con un'espressione piena di terrore e

d'angoscia, che pareva insieme un lamento e una preghiera.

--Tutto ciò che vuoi... morir di fame... di fatica... ma rubare...

ladra... mai!

--Io sono più onesto di te, birbona!--e Pompeo, sulla cui faccia

scura, olivastra era corsa una vampa rossa di bile, afferrato uno

zoccolo ch'era stato messo accanto al fuoco, ad asciugare, glielo tirò

in viso, e la colpì così forte sull'occhio, che venne fuori il sangue.

Betta non gridò, non proferì una parola, non fece un lamento, smise

perfino di piangere. Cercò nelle tasche, dove aveva il fazzoletto, e

con quello si coprì la ferita.

Ma Pompeo alla vista del sangue fu tutto sossopra, e le corse subito

appresso, accarezzandola, domandandole perdono, giurandole che non

aveva mirato a lei, che aveva voluto soltanto farle paura....

--Già egli era fatto così, che a contraddirlo montava in bestia. E poi

quel giorno non si sentiva bene, aveva il sangue caldo, non sapeva quel

che faceva.

--Non è nulla.... non è nulla,--mormorava intanto la Betta, ripiegando

il fazzoletto che da una parte era già tutto rosso.

Pompeo era proprio pentito d'essersi lasciato trasportare a

quell'eccesso e poi era molto spaventato dalle conseguenze che ne

potevano nascere....--Se arrivava agli orecchi dei padroni ch'egli

maltrattava la moglie, e a quel modo, era bell'e fritto!

Volle per forza, che la Betta si bagnasse subito con acqua e aceto e le

medicò lui stesso la ferita con ogni cura e colla maggior delicatezza.

Ma dopo, quando si persuase che era una cosa da poco, e dopo

specialmente che udì la Betta raccontare a tutti ch'era sdrucciolata

nel sottoscala, egli tornò daccapo, col solito umore, ed anzi a cena

ordinò alla moglie, brontolando, che si coprisse il muso con una benda,

perchè "con quella ammaccatura gli faceva anche più schifo di prima."

Ma l'odio più feroce di Pompeo era contro i padroni: un odio che gli

si accumulava nell'animo giorno per giorno, sordamente, con nessun

altro sfogo tranne quello di dirne _plagas_ colla Betta, che non aveva

coraggio di difenderli contro di lui.

Il lusso dei padroni stizziva Pompeo; la loro felicità gli faceva male;

l'affezione rispettosa dalla quale li vedeva circondati gli pareva

"pecoraggine da plebei". Lui doveva sudare e stentar la vita per mesi

e mesi, prima di riuscire a mettere in serbo cento svanziche e quei

"cani di signori" che stavano lì tutto il giorno a non fare altro che

guardare in aria, avevano un mucchio di fittaioli che venivano al

palazzo a portare i marenghi a sacca!

Era forse giustizia, codesta?!

E ogni volta che gli Alamanni uscivano in carrozza e che Pompeo al

fischio del cocchiere doveva correre a spalancare il cancello, intanto

ch'egli si attaccava rasente alle pareti, inchinandosi, col berretto in

mano, faceva il conto che soltanto quell'equipaggio valeva dieci volte

più di tutti i suoi averi: e quel confronto lo sgomentava diminuendo

grandemente, a' suoi occhi, il valore del tesoretto; sicchè sentiva

sfumare, in un attimo, tutte le rosee speranze.

--Giù, una ribaltatura da fiaccarvi il collo!--mormorava poi,

ghignando, nel richiudere il cancello, mentre i cavalli, facendo la

voltata, s'impennavano sull'acciottolato della strada.

E non era questa la sola idea che lo tormentava; ma era tutta l'umile

oscurità della sua vita di servo messa a confronto col fasto e coi

godimenti dei padroni. E Pompeo sentiva meglio di ogni altro la grande

amarezza di così enorme disparità di fortuna, appunto perchè egli, da

ragazzo, era stato ammesso a vedere, e a godere anche, in parte, le

delizie dei ricchi, le quali gli avevano lasciato nella mente come un

raggio d'oro sfolgorante, che serviva a inasprire le sue invidie e le

sue afflizioni.

Quante volte mettendosi solo solo a mangiar la broda che gli preparava

la Betta sopra un angolo della tavola da stirare, egli pensava ai

signori del primo piano, alla loro mensa su cui scintillavano i

cristalli e le argenterie, e dove i camerieri e i servitori, seri e

composti, servivano da' piatti ricolmi i cibi succolenti e i pasticcini

e le leccornie manipolate dal successore di suo padre!... E quante

volte di notte, tardi, andando a dormire dopo che i padroni erano

ritornati dal teatro o da una festa, trovandosi nella sua cameretta

bassa, angusta, piena di robaccia vecchia e grossolana, in quel lettone

duro, e così alto, che bisognava prender lo slancio per montarvi su,

egli correva coi desideri alla camera "di sopra" grande e chiara,

tutta a stucchi, a dorature e a dipinti, dove il letto, coperto da un

drappo, spariva con amoroso mistero tra le tende e le trine. E Pompeo

pensava alla giovine sposa del suo padrone, che gli era apparsa tanto

bella mentre scendeva di carrozza, col piedino chiuso in una scarpina

da fata, coi capelli nerissimi, luccicanti di gemme, colle braccia e le

spalle nude. La vedeva ancora quando saliva le scale, appoggiata con

languida tenerezza al braccio del marito; e la voce di lei, e il riso

fresco e squillante, e il profumo di violetta delle sue vesti, pareva

diffondersi nella fredda stanzuccia del portinaio, che si sentiva

prendere da un impeto di rabbia; e guardando la Betta addormentata gli

veniva voglia di strozzarla per la sua bruttezza... come avrebbe voluto

strozzare quell'altro "di sopra" per le gioie che godeva!

--Ma dunque, il padrone doveva avere tutti i beni e le delizie della

terra, e lui niente?... Con qual diritto?! Tutt'e due non erano uomini

fatti allo stesso modo, di carne e di sangue? O perchè, allora, si

facevano le rivoluzioni?!...--E intanto bestemmiava senza poter pigliar

sonno; si voltava e rivoltava nel letto, mormorando che "ci sarebbe

stato bisogno d'un _Robespir_ (lui lo chiamava così) anche a Milano!"

In quel tempo, per altro, meno male!, gli rimaneva ancora qualche

conforto. I giorni, si sa, non sono tutti compagni, ed anche per Pompeo

ce n'era di quelli, se non affatto sereni, almeno senza burrasca.

Aveva ore di quiete in cui il suo spirito pareva disposto a ricevere

più miti impressioni, oppure un buon bicchier di vino gli faceva

nuovamente frullar pel capo le rosee speranze. Ma, in fondo, era sempre

il danaro che, come la lancia della favola, lo feriva, e lo risanava

ad un tempo; era sempre l'idea del suo piccolo capitaletto che a volte

lo avviliva e lo rendeva disperato, e a volte invece gli procurava

il balsamo d'illusioni dolcissime. Il suo avvenire egli lo vedeva

prepararsi e distendersi a poco a poco in quella borsaccia di pelle,

unta e bisunta, dove, insieme col cuore, aveva chiuso il libretto della

_Cassa di Risparmio_. E già egli aveva avuta la gioia di raggiungere

e poi anche di sorpassare la cifra rotonda delle tremila svanziche;

già gli pareva che sarebbe arrivato all'apice della felicità il giorno

in cui gli fosse dato di poter toccare l'altra cifra, più grossa,

delle cinque mila, e risparmiava su tutto, e faceva digiunare sua

moglie, e ricominciava lui pure a tenersi a stecchetto, mirando solo a

quell'unico fine, quando un avvenimento impreveduto venne a sconvolgere

i suoi bei disegni e a minacciare l'esistenza del tesoro.

La Betta era incinta!

In sulle prime, quando essa gli svelò, arrossendo e tremando (tremando

di gioia questa volta) il suo caro segreto, Pompeo non lo voleva

credere in nessun modo.

--Se non ricordo il tempo che t'ho presa in isbaglio per una donna!--le

disse dando in una delle sue sghignazzate.

Poi dichiarò che doveva essersi ingannata, e seguitò così finchè non fu

scomparso ogni dubbio sullo stato della Betta. Allora peggio che mai:

andò in furia come un matto, ingiuriandola e maltrattandola, quasi che

ne avesse colpa lei!

--Bel gusto: mettere al mondo un mostriciattolo, un infermo o un

rachitico, perchè già, col suo fisico, non c'era da aspettarsi

altro!--E poi dalla stizza passava a una maraviglia piena di

desolazione:

--Chi si sarebbe mai immaginato che uno sgorbio, che avea più del ragno

che della donna, potesse mettersi a far figliuoli!--

E perciò, appunto, si figurava che la "gobba" dovesse insuperbirsi del

fatto; e faceva di tutto per isvergognarla, per avvilirla, dicendole,

fra le altre cose, che "avrebbe dovuto contentarsi del baule che

portava sulle spalle."

Tutta quell'ira, tutta quella disperazione di Pompeo, provenivano

dal suo modo di sentire la paternità. Nel figliuolo che stava per

nascergli non scorgeva altro che una bocca di più da mantenere e

una rovina pel suo peculio, che vedeva sfumare dietro ai medici,

alle medicine, ai sciroppi e alle balie; e più sarebbe cresciuto il

bamboccio e più, pensava, sarebbero cresciute le spese...

--Addio bei disegni, addio speranze, addio sogni, addio tutto!

Era finita! Questa volta la fortuna gli aveva proprio voltate le

spalle!--Allora, prima che i suoi quattrini fossero mangiati "dagli

altri" volle mettersi lui a farli girare.

--In fine son danari di una gobba, e chi sa che non abbiano a farmi

buon gioco!--E pensò subito al modo d'impiegarli, e quali speculazioni

sarebbero state da tentare; e frattanto diventava sempre più cupo ed

irascibile.

Ma la Betta, adesso, si affliggeva molto meno per i maltrattamenti

del marito. Una gioia nuova e piena, le traboccava dall'anima, e non

sentiva più nè le privazioni, nè le angosce. Quella creaturina non

ancora perfetta, ma che si moveva e si agitava nel suo seno, era già

viva, era già sua, come fosse nata, e già le pareva di stringersela

amorosamente fra le braccia! Un'immensa pace spirava da' suoi

occhi grandi, d'un grigio chiaro, celeste, così vivo alle volte, e

scintillante per la contentezza, che non era più colore, ma pareva

luce. Le sue preghiere erano state ascoltate; il buon Dio, la Santa

Vergine, le avevano mandato ciò che doveva essere per lei amore e

conforto, e di quel bambino che aspettava s'era già formata la sua

consolazione e la sua difesa. L'uomo, che prima le incuteva tanta

paura, adesso non lo temeva più, e le riusciva indifferente... No...

alla _sua_ creaturina nulla le doveva mancare e non le sarebbe mancato

nulla. Per essa sentiva dentro di sè, nello spirito e nel sangue, una

forza di volontà, un'energia ignota fino allora: era già un'altra donna

con nuovi affetti, con nuovi doveri e con un nuovo coraggio... era la

madre!

Barbetta aveva notato subito lo strano mutamento di sua moglie.

Avvertiva bene che adesso c'era qualche cosa in quell'essere debole e

malatticcio; qualche cosa che gli sfuggiva e su cui non poteva dettar

legge e far da padrone; ma non arrivava a capirlo e lo spiegava a modo

suo: "Per i suoi affari egli non poteva più restar tanto in casa a

invigilare la moglie, ed essa cominciava già ad alzare la cresta!"

Pompeo aveva aperta una latteria, affidandone la direzione a un antico

sguattero ch'era stato a servizio sotto suo padre, ma che non era

andato molto innanzi nell'arte culinaria, perchè aveva troppo il vizio

d'ubriacarsi.

--Finchè beve vino, non berrà latte,--pensava Barbetta fra sè.

Quello sguattero smesso, gli andava a genio; lo aveva adoperato in

varie occorrenze anche quando era vivo e celebre suo padre. Uomo da

fatica, forte, tarchiato, era avvezzo ad ubbidire senza rifiatare. Lo

chiamavano _Sbornia_, e non se ne aveva a male.

Del resto Pompeo non avea fatto lussi nelle spese d'impianto: aveva

preso a pigione una botteguccia, in via _Santa Radegonda_, e l'aveva

fornita coi mobili della Betta. Non voleva fare il passo più lungo

della gamba lui; non voleva aver bisogno di ricorrere a prestiti; non

voleva finire come l'orefice del _Coperto dei Figini_.

Erano già scorsi due o tre anni da quel tempo, ma aveva sempre viva

dinanzi agli occhi la brutta scena, e gli veniva freddo al solo

pensarci!...

Tuttavia quel suo stambugio con un catino giallo ricolmo di panna

montata, dipinto sull'uscio a vetri, gli riempiva l'anima di

soddisfazione. Era roba sua; ideata e messa su da lui solo; e perciò

sentiva per la botteguccia un po' di quella compiacenza amorosa che

provava la Betta per il figliuolo che aveva da nascere.

--Ah!--pensava fra sè, abbandonandosi all'esaltazione solita in chi,

da giovane, si mette in una prima impresa--ah se questa volta avessi

trovata davvero la via di far quattrini!

Diamine; era tanto facile allungar il latte coll'acqua fresca e montar

la panna colla chiara d'ovo!

E allora, in grazia del buon avviamento del suo commercio, si astenne

per qualche tempo anche dal maltrattare la moglie.

La Betta, a mano a mano che s'inoltrava nella gravidanza, peggiorava in

modo da incutere le più serie apprensioni, e una disgrazia che fosse

successa in quei primi giorni ch'era stata aperta la latteria avrebbe

sconvolto i disegni di Pompeo. I suoi capitali, ormai, egli li aveva

tutti impiegati, e faceva assegnamento, per le spese di famiglia, sulla

pensioncella che gli Alamanni largivano alla moglie, e sui regali che

aspettava in occasione del parto della signora Lucia.

Ma la Betta, appunto per la pace lasciatale dal marito e per la gioia

e la felicità che si sentiva in cuore, sbugiardò completamente i

cattivi pronostici, e non solo superò la crisi dando alla luce un

maschiettino, al quale fa messo nome Giulio, in onor del padrone; ma

presto si rimise in forze stando quasi meglio di prima.

A cose finite, Pompeo, senza punto impazzire per la gioia d'essere

padre, intascò tutti i regali ch'erano stati fatti alla moglie; trincò

due bottiglie di barbèra e fece bravamente la sua zuppa nelle scodelle

di brodo sostanzioso che i padroni avevano dato ordine fossero inviate

alla puerpera, e poi, appena questa fu in piedi, le spiattellò tondo

tondo che, "siccome gli affari non andavano troppo bene, non poteva

spendere nemmeno un soldo per la balia di Giulietto. D'altra parte era

affar suo, codesto.--Chi deve allattare non è mica il marito!... Se lei

non poteva fare il proprio dovere, s'ingegnasse." E giacchè ora Pompeo

vedeva di potere ricavar profitto dalla salute della moglie sosteneva,

al contrario di prima, che la Betta era di ferro, e finiva anche col

persuadersene.

--S'è visto alla prova--diceva alla moglie--che tutti i tuoi malucci

d'una volta non erano altro che pretesti e smorfie da scansafatiche.

Quando una donna mette al mondo i figliuoli come niente fosse, vuol

dire che la macchina è in ottimo stato. Dunque ungi la gobba con un po'

di buona volontà e tira via! Sudo anch'io, come un cane, per far buona

figura e per mandare avanti la baracca!

E la Betta, dopo aver servito Pompeo, fatte tutte le faccende di casa,

spazzato le scale, l'atrio e il loggiato, doveva anche rovinarsi gli

occhi a cucire e ricamare di bianco la sera e buona parte della notte,

per mantenere a balia la sua creaturina.

Ma ora che cosa importavano a lei le fatiche e le privazioni?...

Viveva tutta col pensiero in una casuccia vicino a Sesto, dov'era il

neonato. E tutte le feste andava là a piedi, e godeva gioie che non

aveva mai provato nè immaginato.

Appena arrivata prendeva subito in collo il suo bambinello e se lo

portava via e correva a sedersi sola sola con lui, dietro la casa,

sul margine di un vasto campo di trifoglio, contenta, giuliva, che il

piccino non si fosse messo a piangere vedendosi levare a un tratto

dalle braccia della balia. Allora lo spogliava tutto e lo copriva

tutto di baci, diventando rossa, cogli occhi luccicanti dal piacere.

Non aveva più freno in quelle sue smanie di carezze; e baciandolo e

stringendolo e ribaciandolo non gli sapeva dir altro che _mio, mio,

mio_! e tutto il suo cuore traboccava in quella sola parola. Il bimbo,

co' primi moti istintivi delle manine grassocce le stringeva e le

graffiava le guance, il naso, le orecchie; le strappava i capelli, e

lei lo lasciava fare, beata che avesse dimenticata la balia, beata

che se la godesse a star solo con lei, beata di quelle piccole strida

di allegrezza, colle quali il piccino, quand'ella se lo teneva in

piedi sulle ginocchia, accompagnava le mosse e gli sforzi che faceva

colle gambucce e coi braccini per arrivare ad afferrarle la faccia.

E la Betta colle sue illusioni di mamma era convinta che il bambino

la conoscesse e che le volesse già bene; le pareva che guardasse lei

diversamente dalla balia, e per ciò tornava a baciarlo sulle manine e

sui piedini con passione, con adorazione, con gratitudine infinita.

Erano quelle le ore che la risanavano; che davano al suo corpo debole

e malato la forza di lavorare e di sfacchinare da mattina a sera; era

una provvista di felicità per tutto il resto della settimana.

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1 · 第 2 / 25 段