Fossero state almeno tremila, la cifra tonda! Basta; queste per ora le
metteremo a dormire e a mano a mano che ne verranno altre, andranno
a tener loro compagnia!--E così, ritornato al possesso di qualche
soldo, Pompeo si rifece avaro. Non aveva più le matte illusioni di una
volta, ma si godeva il piacere che dà il danaro per sè stesso, e la
soddisfazione di vederselo crescere a poco a poco. Per altro non voleva
accumulare a proprie spese, assoggettandosi a stenti e a privazioni,
no; risparmiava soltanto sui bisogni della Betta. Lui voleva godersi il
papato: toccava a sua moglie a servirlo in ogni cosa e a stentare!
In casa Barbetta si desinava con una scodella di minestra e una fettina
di carne lessa; ma Pompeo era sempre il primo a servirsi e a mangiare,
perchè la moglie doveva cucinare e mettere in tavola; e pensava a
saziarsi lui, senza tanti complimenti. Già aveva per massima che la
Betta meno mangiava, meglio stava. Poi, ogni tanto, egli si faceva
fare, cogli avanzi della cucina dei padroni, qualche manicaretto, che
sua moglie preparava, ma che non doveva nemmeno assaggiare, perchè
"con quel suo stomacuzzo rovinato" le avrebbe fatto male di sicuro.
Vino, nemmeno per idea!, non se ne comprava mai! E le bottiglie, che la
signora Lucia mandava di tanto in tanto a regalare alla Betta, Pompeo
le metteva subito sotto chiave e poi, a desinare, ne versava un dito
alla moglie e ne beveva un buon bicchiere per sè:--A farti bere di più
sarebbe la tua morte!
Ma le premure di Pompeo per la salute della moglie finivano tutte lì.
Del resto, la povera donna era costretta a sfaccendare giorno e notte.
Tutto lei doveva fare, anche la pulizia del loggiato e della corte.
Soltanto quando passavano i padroni e il ragioniere di casa, Pompeo
veniva fuori e strappando la granata di mano alla moglie, si faceva
vedere pieno di zelo per il suo servizio.
E già, in ogni incontro, egli aveva saputo fingere con loro un'aria
così umile e da buon ragazzo, e aveva saputo arrossire così bene per
la confusione e per il piacere, quando gli domandavano notizie della
salute della Betta, e s'era mostrato sempre così attento e sollecito
nell'eseguire gli ordini ricevuti che gli Alamanni lo avevano preso a
benvolere; tanto più che su questo punto erano ingannati anche dalla
Betta, la quale sarebbe morta di fatica piuttosto che fare scomparire
il su' omo presso i padroni. Essi perciò lo credevano una perla, e se
lo tenevano caro, affidandogli anche incombenze delicate.
Ma nelle stanzette della porteria le cose andavano diversamente,
e subito dopo le nozze il marito teneva la Betta in una specie di
continuo sbalordimento. E lui si godeva a imporsi, a comandare; faceva
ballar la sua donna sur un quattrino, e guai se fiatava!
Le ordinava tutto a cenni, senza dire una parola, _come ad un cane
ammaestrato_. Betta non doveva mai fermarsi sulla porta, non doveva
vedere, non doveva discorrere con nessuna amica. Le aveva proibito
anche di andare in chiesa, fuorchè alla festa, perchè non voleva
pettegolezzi e confidenze colle tonache. La mattina, d'inverno, essa
si levava molto prima di lui, per accendergli il fuoco e scaldargli
l'acqua; la sera andava a letto molto più tardi, perchè gli doveva
pulire e rassettare i panni, e prima di andarci lui se la faceva
inginocchiare davanti e le metteva nelle mani, magre e giallognole,
gli stivali pieni di mota, perchè glieli levasse; e a volte, quando
erano umidi, le dava tali scossoni da tirarsela dietro. E non le
risparmiava nessun servizio, per quanto umile e ributtante.
Nè Pompeo aveva coscienza di tutto il male che andava facendo.
Anzi, gli pareva in fondo al cuore di aver fatta una gran buona
azione sposando la gobba e di essere meritevole di ammirazione e di
compassione insieme, e da ciò traeva una specie di conforto, che
bastava a vincere ogni scrupolo, se per caso gli fosse venuto.
Per la gobba non era stata una bella fortuna quella d'aver trovato un
marito?... E, per di più, un marito giovane, senza difetti, senza vizi,
e di _buona famiglia_?
E così, secondo la logica di Pompeo, in casa sua tutto era ripartito
con giustizia. A lui toccava di vivere con quel canchero accanto: la
Betta doveva aver cura della casa e del marito....--Ciò che, alla fin
fine, facevano tutte le altre mogli, le quali, poi, anzichè fare schifo
come lei, erano belle e sane.
Betta, a cui non venivano mai risparmiati tali confronti, chiudeva
tutto in core: lo serviva, l'ubbidiva tremando, impaurita e istupidita
sotto la sferza di quel ragazzo villano, che aveva gli istinti del
tirannello. La disgraziata osava appena piangere la notte tardi,
a letto, quando suo marito russava, e anche allora soffocando i
singhiozzi sotto le lenzuola.
Una volta soltanto trovò la forza di ribellarsi. Pompeo voleva, a
ogni costo, che la moglie approfittasse per loro uso, dell'olio che i
padroni le affidavano, e che doveva servire per i lampioni del loggiato
e delle scale.
--Sei pur grulla colle tue fisime!--le diceva colla solita voce
arrogante.--Non ci sono portinai, scommetto, in tutta Milano che, come
noi, facciano la scioccheria di comperar l'olio a once avendone una
damigiana intera a disposizione.
--Fo sempre tutto quello che vuoi, ma ladra... non sarò mai!
--Stupida!... Che voglio forse insegnarti a rubare io?!
La Betta seguitò a scuotere il capo e, quasi parlando a sè stessa, come
volesse trovare nelle proprie parole la forza di cui aveva bisogno,
tornò a ripetere con orrore:--Ladra, mai!
--E dagliela!... Se tu fossi una ladra, sarei io il primo a mandarti
in galera! Quello che ti dico di fare, lo fan tutti: è passato in uso,
e anche i padroni lo sanno e chiudono un occhio!... Già... per il bel
salario che dànno ai portinai!
La Betta lo lasciava brontolare e, come al solito, stava zitta. Aveva
disteso un panno bianco sulla tavola, dalla parte opposta a quella
dov'era seduto Pompeo e s'era messa a stirare. Ma si vedeva che quel
lavoro la stancava assai e le faceva male, perchè sulle guance scialbe,
scarne, le apparivano due macchie di un rosso acceso.
Pompeo, seduto, canterellava dondolandosi sulla seggiola. Era irritato
per l'ostinazione e per il silenzio della moglie. Egli voleva trovar la
via di leticare per poi farle fare a modo suo, a furia di urlacci.
--Andiamo, rispondi: smetti di far la muta! Per tormentarmi ti fai
venire anche gli scrupoli dell'onestà; e poi non badi alle spese di
casa!
Betta, senza aprir bocca, tirava via a stirare, tutta piegata
colle ossa protuberanti sotto il vestito di rigatino sbiadito.
Pompeo si fermò di botto colla seggiola, e dando un gran pugno sul
tavolino:--Ohè, dico,--mormorò con voce sorda, strozzata, per non
essere udito di fuori, nel cortile,--sciogli lo scilinguagnolo, hai
capito? o ti dò un par di ceffoni da farti gonfiare il viso.
Betta, tutta tremante, si scostò dal tavolino alzando gli occhi
dolcissimi, pieni di spavento in faccia al marito: non poteva parlare,
perchè le lacrime le facevan nodo alla gola.
--Devi tacere sempre,--continuò l'altro che s'era alzato per
avvicinarsele:--sì, devi tacere sempre, perchè non voglio essere
seccato dai tuoi lagni e dalle tue ciance; ma adesso, invece, ti ordino
di parlare; te lo comando!
La povera donna indietreggiava ancora, e tentando di trar fuori la
voce, si stringeva la gola colla mano scarna di tisica.
Pompeo le si strinse addosso coi pugni chiusi, cogli occhi torvi che
l'ira rendeva anche più loschi, mentre i capelli folti, neri, tagliati
ritti a spazzola, gli si movevano sul capo, per una tensione nervosa,
come il pelo dei gatti.
--Hai capito, gobba?!
La Betta si sforzò, e mettendo fuori la voce con un singulto, balbettò
daccapo le stesse parole con un'espressione piena di terrore e
d'angoscia, che pareva insieme un lamento e una preghiera.
--Tutto ciò che vuoi... morir di fame... di fatica... ma rubare...
ladra... mai!
--Io sono più onesto di te, birbona!--e Pompeo, sulla cui faccia
scura, olivastra era corsa una vampa rossa di bile, afferrato uno
zoccolo ch'era stato messo accanto al fuoco, ad asciugare, glielo tirò
in viso, e la colpì così forte sull'occhio, che venne fuori il sangue.
Betta non gridò, non proferì una parola, non fece un lamento, smise
perfino di piangere. Cercò nelle tasche, dove aveva il fazzoletto, e
con quello si coprì la ferita.
Ma Pompeo alla vista del sangue fu tutto sossopra, e le corse subito
appresso, accarezzandola, domandandole perdono, giurandole che non
aveva mirato a lei, che aveva voluto soltanto farle paura....
--Già egli era fatto così, che a contraddirlo montava in bestia. E poi
quel giorno non si sentiva bene, aveva il sangue caldo, non sapeva quel
che faceva.
--Non è nulla.... non è nulla,--mormorava intanto la Betta, ripiegando
il fazzoletto che da una parte era già tutto rosso.
Pompeo era proprio pentito d'essersi lasciato trasportare a
quell'eccesso e poi era molto spaventato dalle conseguenze che ne
potevano nascere....--Se arrivava agli orecchi dei padroni ch'egli
maltrattava la moglie, e a quel modo, era bell'e fritto!
Volle per forza, che la Betta si bagnasse subito con acqua e aceto e le
medicò lui stesso la ferita con ogni cura e colla maggior delicatezza.
Ma dopo, quando si persuase che era una cosa da poco, e dopo
specialmente che udì la Betta raccontare a tutti ch'era sdrucciolata
nel sottoscala, egli tornò daccapo, col solito umore, ed anzi a cena
ordinò alla moglie, brontolando, che si coprisse il muso con una benda,
perchè "con quella ammaccatura gli faceva anche più schifo di prima."
Ma l'odio più feroce di Pompeo era contro i padroni: un odio che gli
si accumulava nell'animo giorno per giorno, sordamente, con nessun
altro sfogo tranne quello di dirne _plagas_ colla Betta, che non aveva
coraggio di difenderli contro di lui.
Il lusso dei padroni stizziva Pompeo; la loro felicità gli faceva male;
l'affezione rispettosa dalla quale li vedeva circondati gli pareva
"pecoraggine da plebei". Lui doveva sudare e stentar la vita per mesi
e mesi, prima di riuscire a mettere in serbo cento svanziche e quei
"cani di signori" che stavano lì tutto il giorno a non fare altro che
guardare in aria, avevano un mucchio di fittaioli che venivano al
palazzo a portare i marenghi a sacca!
Era forse giustizia, codesta?!
E ogni volta che gli Alamanni uscivano in carrozza e che Pompeo al
fischio del cocchiere doveva correre a spalancare il cancello, intanto
ch'egli si attaccava rasente alle pareti, inchinandosi, col berretto in
mano, faceva il conto che soltanto quell'equipaggio valeva dieci volte
più di tutti i suoi averi: e quel confronto lo sgomentava diminuendo
grandemente, a' suoi occhi, il valore del tesoretto; sicchè sentiva
sfumare, in un attimo, tutte le rosee speranze.
--Giù, una ribaltatura da fiaccarvi il collo!--mormorava poi,
ghignando, nel richiudere il cancello, mentre i cavalli, facendo la
voltata, s'impennavano sull'acciottolato della strada.
E non era questa la sola idea che lo tormentava; ma era tutta l'umile
oscurità della sua vita di servo messa a confronto col fasto e coi
godimenti dei padroni. E Pompeo sentiva meglio di ogni altro la grande
amarezza di così enorme disparità di fortuna, appunto perchè egli, da
ragazzo, era stato ammesso a vedere, e a godere anche, in parte, le
delizie dei ricchi, le quali gli avevano lasciato nella mente come un
raggio d'oro sfolgorante, che serviva a inasprire le sue invidie e le
sue afflizioni.
Quante volte mettendosi solo solo a mangiar la broda che gli preparava
la Betta sopra un angolo della tavola da stirare, egli pensava ai
signori del primo piano, alla loro mensa su cui scintillavano i
cristalli e le argenterie, e dove i camerieri e i servitori, seri e
composti, servivano da' piatti ricolmi i cibi succolenti e i pasticcini
e le leccornie manipolate dal successore di suo padre!... E quante
volte di notte, tardi, andando a dormire dopo che i padroni erano
ritornati dal teatro o da una festa, trovandosi nella sua cameretta
bassa, angusta, piena di robaccia vecchia e grossolana, in quel lettone
duro, e così alto, che bisognava prender lo slancio per montarvi su,
egli correva coi desideri alla camera "di sopra" grande e chiara,
tutta a stucchi, a dorature e a dipinti, dove il letto, coperto da un
drappo, spariva con amoroso mistero tra le tende e le trine. E Pompeo
pensava alla giovine sposa del suo padrone, che gli era apparsa tanto
bella mentre scendeva di carrozza, col piedino chiuso in una scarpina
da fata, coi capelli nerissimi, luccicanti di gemme, colle braccia e le
spalle nude. La vedeva ancora quando saliva le scale, appoggiata con
languida tenerezza al braccio del marito; e la voce di lei, e il riso
fresco e squillante, e il profumo di violetta delle sue vesti, pareva
diffondersi nella fredda stanzuccia del portinaio, che si sentiva
prendere da un impeto di rabbia; e guardando la Betta addormentata gli
veniva voglia di strozzarla per la sua bruttezza... come avrebbe voluto
strozzare quell'altro "di sopra" per le gioie che godeva!
--Ma dunque, il padrone doveva avere tutti i beni e le delizie della
terra, e lui niente?... Con qual diritto?! Tutt'e due non erano uomini
fatti allo stesso modo, di carne e di sangue? O perchè, allora, si
facevano le rivoluzioni?!...--E intanto bestemmiava senza poter pigliar
sonno; si voltava e rivoltava nel letto, mormorando che "ci sarebbe
stato bisogno d'un _Robespir_ (lui lo chiamava così) anche a Milano!"
In quel tempo, per altro, meno male!, gli rimaneva ancora qualche
conforto. I giorni, si sa, non sono tutti compagni, ed anche per Pompeo
ce n'era di quelli, se non affatto sereni, almeno senza burrasca.
Aveva ore di quiete in cui il suo spirito pareva disposto a ricevere
più miti impressioni, oppure un buon bicchier di vino gli faceva
nuovamente frullar pel capo le rosee speranze. Ma, in fondo, era sempre
il danaro che, come la lancia della favola, lo feriva, e lo risanava
ad un tempo; era sempre l'idea del suo piccolo capitaletto che a volte
lo avviliva e lo rendeva disperato, e a volte invece gli procurava
il balsamo d'illusioni dolcissime. Il suo avvenire egli lo vedeva
prepararsi e distendersi a poco a poco in quella borsaccia di pelle,
unta e bisunta, dove, insieme col cuore, aveva chiuso il libretto della
_Cassa di Risparmio_. E già egli aveva avuta la gioia di raggiungere
e poi anche di sorpassare la cifra rotonda delle tremila svanziche;
già gli pareva che sarebbe arrivato all'apice della felicità il giorno
in cui gli fosse dato di poter toccare l'altra cifra, più grossa,
delle cinque mila, e risparmiava su tutto, e faceva digiunare sua
moglie, e ricominciava lui pure a tenersi a stecchetto, mirando solo a
quell'unico fine, quando un avvenimento impreveduto venne a sconvolgere
i suoi bei disegni e a minacciare l'esistenza del tesoro.
La Betta era incinta!
In sulle prime, quando essa gli svelò, arrossendo e tremando (tremando
di gioia questa volta) il suo caro segreto, Pompeo non lo voleva
credere in nessun modo.
--Se non ricordo il tempo che t'ho presa in isbaglio per una donna!--le
disse dando in una delle sue sghignazzate.
Poi dichiarò che doveva essersi ingannata, e seguitò così finchè non fu
scomparso ogni dubbio sullo stato della Betta. Allora peggio che mai:
andò in furia come un matto, ingiuriandola e maltrattandola, quasi che
ne avesse colpa lei!
--Bel gusto: mettere al mondo un mostriciattolo, un infermo o un
rachitico, perchè già, col suo fisico, non c'era da aspettarsi
altro!--E poi dalla stizza passava a una maraviglia piena di
desolazione:
--Chi si sarebbe mai immaginato che uno sgorbio, che avea più del ragno
che della donna, potesse mettersi a far figliuoli!--
E perciò, appunto, si figurava che la "gobba" dovesse insuperbirsi del
fatto; e faceva di tutto per isvergognarla, per avvilirla, dicendole,
fra le altre cose, che "avrebbe dovuto contentarsi del baule che
portava sulle spalle."
Tutta quell'ira, tutta quella disperazione di Pompeo, provenivano
dal suo modo di sentire la paternità. Nel figliuolo che stava per
nascergli non scorgeva altro che una bocca di più da mantenere e
una rovina pel suo peculio, che vedeva sfumare dietro ai medici,
alle medicine, ai sciroppi e alle balie; e più sarebbe cresciuto il
bamboccio e più, pensava, sarebbero cresciute le spese...
--Addio bei disegni, addio speranze, addio sogni, addio tutto!
Era finita! Questa volta la fortuna gli aveva proprio voltate le
spalle!--Allora, prima che i suoi quattrini fossero mangiati "dagli
altri" volle mettersi lui a farli girare.
--In fine son danari di una gobba, e chi sa che non abbiano a farmi
buon gioco!--E pensò subito al modo d'impiegarli, e quali speculazioni
sarebbero state da tentare; e frattanto diventava sempre più cupo ed
irascibile.
Ma la Betta, adesso, si affliggeva molto meno per i maltrattamenti
del marito. Una gioia nuova e piena, le traboccava dall'anima, e non
sentiva più nè le privazioni, nè le angosce. Quella creaturina non
ancora perfetta, ma che si moveva e si agitava nel suo seno, era già
viva, era già sua, come fosse nata, e già le pareva di stringersela
amorosamente fra le braccia! Un'immensa pace spirava da' suoi
occhi grandi, d'un grigio chiaro, celeste, così vivo alle volte, e
scintillante per la contentezza, che non era più colore, ma pareva
luce. Le sue preghiere erano state ascoltate; il buon Dio, la Santa
Vergine, le avevano mandato ciò che doveva essere per lei amore e
conforto, e di quel bambino che aspettava s'era già formata la sua
consolazione e la sua difesa. L'uomo, che prima le incuteva tanta
paura, adesso non lo temeva più, e le riusciva indifferente... No...
alla _sua_ creaturina nulla le doveva mancare e non le sarebbe mancato
nulla. Per essa sentiva dentro di sè, nello spirito e nel sangue, una
forza di volontà, un'energia ignota fino allora: era già un'altra donna
con nuovi affetti, con nuovi doveri e con un nuovo coraggio... era la
madre!
Barbetta aveva notato subito lo strano mutamento di sua moglie.
Avvertiva bene che adesso c'era qualche cosa in quell'essere debole e
malatticcio; qualche cosa che gli sfuggiva e su cui non poteva dettar
legge e far da padrone; ma non arrivava a capirlo e lo spiegava a modo
suo: "Per i suoi affari egli non poteva più restar tanto in casa a
invigilare la moglie, ed essa cominciava già ad alzare la cresta!"
Pompeo aveva aperta una latteria, affidandone la direzione a un antico
sguattero ch'era stato a servizio sotto suo padre, ma che non era
andato molto innanzi nell'arte culinaria, perchè aveva troppo il vizio
d'ubriacarsi.
--Finchè beve vino, non berrà latte,--pensava Barbetta fra sè.
Quello sguattero smesso, gli andava a genio; lo aveva adoperato in
varie occorrenze anche quando era vivo e celebre suo padre. Uomo da
fatica, forte, tarchiato, era avvezzo ad ubbidire senza rifiatare. Lo
chiamavano _Sbornia_, e non se ne aveva a male.
Del resto Pompeo non avea fatto lussi nelle spese d'impianto: aveva
preso a pigione una botteguccia, in via _Santa Radegonda_, e l'aveva
fornita coi mobili della Betta. Non voleva fare il passo più lungo
della gamba lui; non voleva aver bisogno di ricorrere a prestiti; non
voleva finire come l'orefice del _Coperto dei Figini_.
Erano già scorsi due o tre anni da quel tempo, ma aveva sempre viva
dinanzi agli occhi la brutta scena, e gli veniva freddo al solo
pensarci!...
Tuttavia quel suo stambugio con un catino giallo ricolmo di panna
montata, dipinto sull'uscio a vetri, gli riempiva l'anima di
soddisfazione. Era roba sua; ideata e messa su da lui solo; e perciò
sentiva per la botteguccia un po' di quella compiacenza amorosa che
provava la Betta per il figliuolo che aveva da nascere.
--Ah!--pensava fra sè, abbandonandosi all'esaltazione solita in chi,
da giovane, si mette in una prima impresa--ah se questa volta avessi
trovata davvero la via di far quattrini!
Diamine; era tanto facile allungar il latte coll'acqua fresca e montar
la panna colla chiara d'ovo!
E allora, in grazia del buon avviamento del suo commercio, si astenne
per qualche tempo anche dal maltrattare la moglie.
La Betta, a mano a mano che s'inoltrava nella gravidanza, peggiorava in
modo da incutere le più serie apprensioni, e una disgrazia che fosse
successa in quei primi giorni ch'era stata aperta la latteria avrebbe
sconvolto i disegni di Pompeo. I suoi capitali, ormai, egli li aveva
tutti impiegati, e faceva assegnamento, per le spese di famiglia, sulla
pensioncella che gli Alamanni largivano alla moglie, e sui regali che
aspettava in occasione del parto della signora Lucia.
Ma la Betta, appunto per la pace lasciatale dal marito e per la gioia
e la felicità che si sentiva in cuore, sbugiardò completamente i
cattivi pronostici, e non solo superò la crisi dando alla luce un
maschiettino, al quale fa messo nome Giulio, in onor del padrone; ma
presto si rimise in forze stando quasi meglio di prima.
A cose finite, Pompeo, senza punto impazzire per la gioia d'essere
padre, intascò tutti i regali ch'erano stati fatti alla moglie; trincò
due bottiglie di barbèra e fece bravamente la sua zuppa nelle scodelle
di brodo sostanzioso che i padroni avevano dato ordine fossero inviate
alla puerpera, e poi, appena questa fu in piedi, le spiattellò tondo
tondo che, "siccome gli affari non andavano troppo bene, non poteva
spendere nemmeno un soldo per la balia di Giulietto. D'altra parte era
affar suo, codesto.--Chi deve allattare non è mica il marito!... Se lei
non poteva fare il proprio dovere, s'ingegnasse." E giacchè ora Pompeo
vedeva di potere ricavar profitto dalla salute della moglie sosteneva,
al contrario di prima, che la Betta era di ferro, e finiva anche col
persuadersene.
--S'è visto alla prova--diceva alla moglie--che tutti i tuoi malucci
d'una volta non erano altro che pretesti e smorfie da scansafatiche.
Quando una donna mette al mondo i figliuoli come niente fosse, vuol
dire che la macchina è in ottimo stato. Dunque ungi la gobba con un po'
di buona volontà e tira via! Sudo anch'io, come un cane, per far buona
figura e per mandare avanti la baracca!
E la Betta, dopo aver servito Pompeo, fatte tutte le faccende di casa,
spazzato le scale, l'atrio e il loggiato, doveva anche rovinarsi gli
occhi a cucire e ricamare di bianco la sera e buona parte della notte,
per mantenere a balia la sua creaturina.
Ma ora che cosa importavano a lei le fatiche e le privazioni?...
Viveva tutta col pensiero in una casuccia vicino a Sesto, dov'era il
neonato. E tutte le feste andava là a piedi, e godeva gioie che non
aveva mai provato nè immaginato.
Appena arrivata prendeva subito in collo il suo bambinello e se lo
portava via e correva a sedersi sola sola con lui, dietro la casa,
sul margine di un vasto campo di trifoglio, contenta, giuliva, che il
piccino non si fosse messo a piangere vedendosi levare a un tratto
dalle braccia della balia. Allora lo spogliava tutto e lo copriva
tutto di baci, diventando rossa, cogli occhi luccicanti dal piacere.
Non aveva più freno in quelle sue smanie di carezze; e baciandolo e
stringendolo e ribaciandolo non gli sapeva dir altro che _mio, mio,
mio_! e tutto il suo cuore traboccava in quella sola parola. Il bimbo,
co' primi moti istintivi delle manine grassocce le stringeva e le
graffiava le guance, il naso, le orecchie; le strappava i capelli, e
lei lo lasciava fare, beata che avesse dimenticata la balia, beata
che se la godesse a star solo con lei, beata di quelle piccole strida
di allegrezza, colle quali il piccino, quand'ella se lo teneva in
piedi sulle ginocchia, accompagnava le mosse e gli sforzi che faceva
colle gambucce e coi braccini per arrivare ad afferrarle la faccia.
E la Betta colle sue illusioni di mamma era convinta che il bambino
la conoscesse e che le volesse già bene; le pareva che guardasse lei
diversamente dalla balia, e per ciò tornava a baciarlo sulle manine e
sui piedini con passione, con adorazione, con gratitudine infinita.
Erano quelle le ore che la risanavano; che davano al suo corpo debole
e malato la forza di lavorare e di sfacchinare da mattina a sera; era
una provvista di felicità per tutto il resto della settimana.