I BARBARÒ.
I.
DEL MEDESIMO AUTORE:
ROMANZI E RACCONTI.
_Mater Dolorosa_ (quinta edizione).--Milano, Treves.
_Sott'acqua_ (terza edizione).--Milano, Treves.
_Tiranni Minimi_.--Milano, Treves.
_Montegù_ (seconda edizione).--Milano, Galli.
_Ninnoli_ (terza edizione).
TEATRO.
_Gli uomini pratici_, comm. in 3 atti.--Milano, Treves.
_Collera cieca_, commedia in 2 atti.--Milano, Treves.
_Scellerata!_ commedia in un atto.--Milano, Treves.
_Un volo dal nido_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La moglie di Don Giovanni_, dramma in 4 atti.--Verona, Munster.
_In sogno_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La Contessa Maria_, dramma in 4 atti.--Milano, Barbini.
GEROLAMO ROVETTA
I BARBARÒ
o
Le lagrime del prossimo
ROMANZO
VOLUME I.
TERZA EDIZIONE
[Illustration: LOGO]
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Tutti i diritti riservati._
Milano, Tip. Fratelli Treves.
ALL'AMICO AUGUSTO FRANCHETTI
con affettuosa gratitudine
_Gerolamo Rovetta._
INDICE
PARTE PRIMA
CAP. PAG.
I. 3
II. 7
III. 23
IV. 30
V. 52
VI. 69
VII. 76
PARTE SECONDA
I. 101
II. 115
III. 147
IV. 168
V. 184
VI. 189
VII. 208
VIII. 220
IX. 242
X. 263
XI. 278
XII. 291
XIII. 313
XIV. 318
XV. 336
XVI. 351
XVII. 364
XVIII. 372
XIX. 382
PARTE PRIMA
I DANARI.
I.
Era la mattina dell'ultimo di gennaio del 1842, o del 1843, salvo il
vero, e Milano, come quasi sempre le succede in quel torno, era tutta
avvolta nella nebbia; una nebbia bigiognola, bassa, fitta fitta,
proprio (si diceva così anche allora) da _tagliar col coltello_.
Tuttavia, nemmeno col freddo nè col tempaccio, Pompeo Barbetta, che per
colazione s'era ben bene impinzato di panna e di burro, non avea voluto
rinunziare alla sua passeggiata per fare il chilo, e mentre l'orologio
della torre dei _Mercanti_ batteva le dieci e mezzo, egli, lemme lemme,
sbucava, tutto inferraiolato e col naso sepolto nel bavero, da una
delle tante stradette che facevano capo in _Piazza del Duomo_.
Pompeo Barbetta, in quel tempo, era un ragazzotto che dovea toccare
i vent'anni; e fin d'allora si godeva il papato, senza far nulla,
quantunque i suoi fossero gente di bassa condizione. Ma aveva il babbo
che faceva il cuoco; la mamma era stata bella e quindi tutti e due i
coniugi Barbetta, spesso si trovavano qualche sommetta ed eran beati di
spenderla per quel loro unico rampollo; giacchè, oltre al bene che gli
volevano, aveano messo ogni loro vanità nell'allevarlo, nel mantenerlo
e nel mandarlo attorno pulito, grasso e fannullone, come se, proprio,
fosse stato il figliuolo d'un signore!
--Acciderba! Che freddo cane!--bestemmiava intanto fra sè e sè
il giovinotto, il quale era arrivato in mezzo alla piazza, dove
soffiava una sizza diaccia di tramontana che gli tagliava la punta
delle orecchie; e scotendosi con un brivido, e pestando i piedi per
riscaldarli, si avviò verso il _Coperto dei Figini_.
Si chiamava con tal nome, da quello appunto del fondatore (Pietro
Figini, patrizio milanese), un vecchio porticato basso, angusto, tutto
ingombro di botteghe dalle mostre vistose, che si stendeva in faccia
al fianco settentrionale del Duomo; consueto ritrovo di ciceroni, di
lustrini e di merciai ambulanti.
Ma mentre Pompeo vi si avvicinava scotendo bruscamente il capo per
schermirsi dagli importuni che gli correvano incontro offrendogli i
loro servigi o la loro roba, sentì all'improvviso di sotto il _Coperto_
un vociare, un correre, un accalcarsi confuso di gente, e poi, più
distinte e più forti, in mezzo al subbuglio, le grida di una donna e
gli strilli di un bambino.
--Che è?... Che c'è?... Che cosa succede?
In un attimo tutta la gente ch'era sulla piazza s'avviò di corsa fin
sotto il _Coperto_ e ingrossò la folla, che già faceva ressa dinanzi
a una bottega di oreficeria; e gli ultimi arrivati pigiando i primi e
rizzandosi sulla punta dei piedi, allungavano il collo a destra o a
sinistra per cercar di scoprire fra le teste e i cappelli la ragione di
quello strepito.
Pompeo, uditi appena i primi gridi e veduto il corri corri, si era
fermato di botto, in mezzo della strada; poi più lentamente avea
continuato ad avvicinarsi al luogo del baccano; ma si teneva sempre
alla larga, non avendo voglia di arrischiar le costole per sapere che
cosa fosse accaduto.
--.... Si picchiano?--domandò poi a un ragazzotto il quale, forse per
riguadagnare il tempo perso a star a guardare, veniva giù di corsa
dagli scalini del _Coperto_.
--No, no! Ci sono i poliziotti! Menano in gabbia l'orefice del _Gobbo
d'oro_!...
--Avrà sentito due messe, il galantuomo--brontolò Pompeo avviandosi,
ormai rassicurato, al luogo dello scompiglio.
Le grida si facevano più vive, più strazianti; il piangere e lo
strillare più acuti. Poi la folla ricominciò a rimescolarsi; ad un
tratto i più vicini alla scesa si voltarono tirandosi in fretta da
parte, e allora uscirono di mezzo alla gente due guardie (due brutti
ceffi!) che menavano un uomo giù verso la piazza. Dall'aspetto pareva
una persona per bene. Era tremante, livido in volto, colla testa bassa.
Dietro a lui, una povera donna (si capiva alla prima che dovea essere
sua moglie) piangeva, urlava, smaniava, implorando e imprecando, mentre
un bambinello che le si teneva aggrappato, strillava per lo spavento e
per gli urli della mamma.
Quella scena di dolore, quei gemiti avevano fatto correre tra la gente
un senso di pietà.
--Ha rubato?--domandò Pompeo a un mercante, che avea pure la sua
bottega sotto il _Coperto dei Figini_, e che si era scostato, crollando
il capo, dalla turba che, ingrossandosi, andava dietro gli sbirri,
scesi al largo, sulla piazza.
--Ha rubato?
Pompeo si sentiva anche lui un po' commosso, e cercava, istintivamente,
di trovare nella colpa dell'orefice una ragione per vincere la molestia
di quel suo turbamento.
--Rubato? Chè! È l'orefice del _Gobbo d'oro_.... Un fior di
galantuomo,--rispose il mercante.
--E allora, diavolo, perchè lo mettono dentro?
--Perchè?... perchè non c'è giustizia per i minchioni! Quel bonuomo è
stato la vittima di certe canaglie di cui per disgrazia s'era troppo
fidato: imbroglioni, usurai, strozzini; ma, sa, di quelli che marciano
in carrozza! Gli hanno mangiato tutto il suo e anche la dote della
moglie, e adesso, dopo averlo costretto a fallire, lo mettono al fresco
in gattabuia.
--Per altro, bisognerà vedere....
--C'è poco da vedere, giovinotto! Il mondo, oggi, cammina alla
rovescia, e sono i ladri quelli che fanno mettere in prigione i
galantuomini.
--Ma....
--Ossia, i galantuomini son coloro che sanno rubare molto e bene.
Intanto gli strilli ed il rumore non si udivano più: le guardie,
coll'orefice, la donna, il bambino e tutta la folla erano sparite dalla
piazza.
Ma pure l'impressione di quel tristo spettacolo rimaneva viva
nell'animo di Pompeo. Più che esser commosso per le disgrazie
dell'orefice del _Gobbo d'oro_, egli provava dentro di sè un senso
nuovo, indefinibile, di malessere; come la paura vaga che in un
avvenire lontano gli potesse accadere qualche cosa di simile.
Se un giorno avessero legato e messo al fresco anche lui, come quel
minchione d'orefice?
E così tutta la mattina stette coll'uggia addosso, e gli pareva che il
burro e la panna gli facessero peso sullo stomaco.
II.
Il padre di Pompeo Barbetta era un cuoco rinomato: un artista, com'egli
diceva di sè con molta gravità, non senza una certa amarezza da _genio
incompreso_.
Non si era mai _impiegato_ se non in famiglie ragguardevoli; si
mostrava molto schifiltoso nella scelta, e nei patti. Il mondo, sempre
pronto a lasciarsi infinocchiare, gli faceva di cappello, e più egli si
dava aria, più lo pagava caro.
I suoi padroni lo tenevano di conto, come se l'avere il Barbetta a capo
cuoco fosse una piccola gloria di famiglia; e oltre il grasso salario,
gli prodigavano un'infinità di garbatezze, e regalavano il suo bambino
di vestitini e di balocchi, e gli permettevano di menarselo dietro
quando andavano in campagna, dove Pompeo poteva fare il chiasso coi
_signorini_.
Per tal modo il figliuolo del cuoco aveva preso gusti e tendenze che,
certo, non convenivano alla sua condizione, e quando poi divenne un
giovinetto si trovò fuori di posto e senza avviamento alcuno. Era
stato avvezzato troppo bene per poter adattarsi a fare un mestiere
qualunque, e intanto passava in ozio i mesi e gli anni, rimpiangendo
i piaceri che non poteva più godere, invidiando coloro che li
godevano ancora, sempre stizzoso e sornione; sempre malcontento di
sè, malcontento de' suoi, malcontento di tutti. Amici non ne aveva:
scansava egli stesso i giovanetti della sua condizione, per una certa
alterigia di zotico rincivilito, e i _signorini_, passati già nelle
mani dei precettori, lo salutavano appena con un'aria contegnosa.
Pompeo, del resto, non li amava punto questi compagni de' suoi primi
anni, dai quali era sempre stato trattato come i cani, a zuccherini e a
bastonate. Ma, pur non amandoli, la sua mente era sempre là, fissa in
loro, e avrebbe voluto rientrare in quel mondo così pieno di lusso e
di delizie, per poter ancora mettersi alla pari co' suoi padroncini e
vincere la loro superbia con la sua.
Pure, per parecchio tempo, tutti questi impeti di rabbia, queste smanie
di lusso e di grandezza non facevano capo altro che ad un'apatica
rassegnazione.
--Ah perchè la fortuna non mi ha fatto nascere un conte!--sospirava
di tanto in tanto, incontrando qualche suo antico camerata, a cavallo
o in carrozza; e così sfogava tutta la stizza e l'odio suo; e perchè
gli pareva che certe distinzioni di caste non si potessero superare,
cercava di vivere il meglio possibile, impinzandosi di leccornie e
facendo la vita del Michelaccio alle spalle del babbo e della mamma.
Ma, dopo essere stato presente all'arresto dell'orefice fallito, e dopo
ciò che gli aveva detto il mercante filosofo, cominciarono a bollirgli
in capo pensieri e desideri nuovi. Pochi mesi lo mutarono come fossero
trascorsi parecchi anni, e sentiva che non gli bastavano più nella vita
nè le dolcezze dei pasticcini paterni, nè i pochi quattrinelli che
cavava di tasca alla mamma.
--I galantuomini sono coloro che san rubar molto e bene....
Dunque--pensava Pompeo--tanti che sfoggiano lusso da gran signori e
che si vedono riveriti e stimati, non sarebbero altro che birbe e
imbroglioni fortunati?
Allora si mise a discutere sull'origine delle grandi fortune; e
specialmente di quell'aristocrazia recente, che, per l'irresistibile
potenza del danaro, era quasi sul punto di sopraffare l'antica. E il
figliuolo del cuoco, che aveva sempre servito nelle case grandi e che
non avrebbe potuto concepire da solo (nel 1842, o nel 1843) l'idea di
una vistosa fortuna disgiunta da un qualche titolo di nobiltà, provò
una piacevole sorpresa quando vide, osservando bene, che non erano i
danari la conseguenza dell'esser nobile e titolato, ma che invece, per
lo più, la nobiltà e i titoli erano la conseguenza... del _conquibus_!
--Dunque anch'io--concludeva Pompeo--potrei farmi un riccone, e metter
su casa e carrozza e superbia?...--Non era poi vero che i _padroni del
mondo_ fossero gente di un'altra razza e di un altro sangue!... Tutto
stava nel saper scegliere la buona strada e nel pigliar la fortuna per
il ciuffo!
--Ma, come fare?... Da che parte incominciare?
Lì stava il difficile: da che parte incominciare!
Gli era venuto in mente, sul principio, di avviarsi agli impieghi,
oppure di dedicarsi agli studi, ma codeste fisime durarono poco.
--Per avanzar negli impieghi--pensava Pompeo--bisogna trovare validi
aiuti, e per gli studi non ci ho gamba. E poi, anche a farla grassa,
come impiegato resterei sempre pitocco, e colle professioni d'avvocato,
o di legale, che sono le più lucrose, ci vuol troppo tempo e si risica
di crepare prima di arrivare in porto.... Certo, tutto ben ponderato,
il miglior partito sarebbe quello di mettermi negli affari, ma in
questo caso mi ci vorrebbe una buona scorta di quattrini per non
capitar nelle mani degli usurai, come l'orefice del _Gobbo d'oro_. Ah!
se potessi riuscire a mettere insieme un capitaletto! Potrei tentar la
sorte di qualche speculazione!...
Fatto questo disegno, ci s'impuntò con tutte le forze. Era l'idea
più pratica, e quella che meglio si confaceva all'indole sua. Non
avrebbe dovuto far di cappello, nè stare agli ordini d'alcuno. Avrebbe
impinguato giorno per giorno il suo borsellino; e poi o dentro o fuori:
o sarebbe diventato ricco, o avrebbe preso in santa pace il suo destino.
Da quel momento Pompeo fece risparmio d'ogni superfluo; e quindi, a
poco a poco, senza accorgersene, diventò avaro; e di un'avarizia così
sordida, da non aver riscontro in nessun altro giovane. Vendeva di
nascosto la roba di casa per far quattrini, e usava tutti i modi, tutti
gli espedienti, fin anco le garbatezze, per mungere le tasche del babbo
e della mamma. Avrebbe dannata l'anima per il becco di un quattrino.
Aveva rinunziato alle ambizioncelle di zerbinotto, ai vizi e sino agli
svaghi che potevano costargli qualche soldo; e rinunziò pur anco
all'amore, che per lui, non gentile d'animo, nè d'aspetto, non era mai
stato un dono della fortuna.
Pompeo, colla faccia olivastra, secca, senza barba; col naso
schiacciato e storto, e cogli occhietti piccoli e un po' loschi,
somigliava più al babbo che alla mamma; ma aveva meno cuore dell'uno
e dell'altra. In casa era sempre lunatico e irascibile; fuori, quando
gli faceva comodo, sapeva prendere i tratti e le maniere di persona per
bene, e quantunque ignorante, tirava dritto a parlar di tutto e a dir
male di tutti, compiacendosene con certe sghignazzate sue proprie, che
risuonavano come uno schiocco di frusta. Fiacco di tempra, non avrebbe
resistito a nessuna fatica nè morale, nè materiale, ed ora lo manteneva
saldo ne' rigorosi propositi soltanto la fede ne' suoi sogni fantastici
di lusso, di godimenti e di prepotenza.
Tutto il giorno, quando passeggiava solo per le vie di Milano, e
la sera, appena entrato a letto, egli continuava a fabbricare e a
rifabbricare il suo bel palazzone che avrebbe comperato, facendo un
affar d'oro, da qualche nobile spiantato. E già lo addobbava nella sua
mente con un fasto principesco; e comandava a bacchetta al servitorame.
Poi, quando il ragazzaccio era tentato dagli stimoli dell'amore, anche
allora teneva duro, pensando al giorno in cui avrebbe avuto per amante,
o per moglie, una gran dama, proprio una Venere dell'Olimpo, simile a
una di quelle belle signore che aveva vedute, da fanciullo, capitare
alcune volte in giardino in mezzo ai signorini per portar loro dolci
e balocchi, per coprirli di baci e di carezze, spandendo attorno dai
capelli e da tutta la vaga persona un profumo nuovo, penetrante più
del profumo stesso dei fiori.... Sì; voleva avere una di quelle donne
pallide, delicate che, mentre prodigavano tante moine a' suoi compagni,
non degnavano nemmeno di guardarlo, lui, il figliuolo del cuoco!... Sì,
la voleva; ma la voleva per vendicarsi, per trattarla da padrone, per
farle scontare lo sprezzo e l'alterigia delle sue compagne!
Passato qualche tempo aveva pensato bene, per certi riflessi, di
vincere la sua salvatichezza burbanzosa, e aveva cominciato a fare
amicizia con alcuni giovinotti ch'erano fra' suoi casigliani. I
Barbetta abitavano proprio nel cuore della città, vicino a _Piazza
Mercanti_, in una di quelle tante stradicciuole strette, abbuiate da
altissimi tetti; piene di gente, di fracasso, e di sudiciume, che
c'erano allora, appunto fra _Piazza Mercanti_ e la via di _Santa
Margherita_. La sua viuzza, più che altro, pareva un andito tortuoso,
girante fra mezzo a portichetti e a cortili di case, aperti al pubblico.
In principio, dalla parte di _Santa Margherita_, c'era una vôlta
bassa, lunga, dove l'oscurità era così fitta, che anche di giorno,
per sicurezza, vi mantenevano acceso un lampioncino ad olio. Sotto a
quella vôlta, oggi demolita, e che fin d'allora era chiamata _dell'Arco
Vecchio_, si vedeva, solitamente aperta, una porticina, di stile
gotico, da cui si entrava in una cortaccia che pareva la gola di un
pozzo tanto era angusta e tetra. Vicino a ogni angolo di quel buco,
sempre ingombro di casse e di ceste vuote e dove le pareti, annerite,
tramandavano un tanfo di mucido, c'era una scaluccia a chiocciola,
sudicia e buia, come tutto il resto: di là si saliva al quartiere del
cuoco Barbetta.
In quella vecchia casa stava la gente ammonticchiata come le acciughe,
ed era tanta da bastare a popolare un piccolo paese. Però, Pompeo,
non si spinse a far amicizia con tutti i pigionali dello stabile, ma
invece scelse, fra i pari suoi, chi potesse un giorno essergli utile.
Erano figliuoli di piccoli merciai che stavano in bottega col babbo, o
giovani praticanti di qualche cavalocchio, o commessi di negozio.
Abitava pure, in quella casa, un personaggio singolare, che aveva
attirato subito l'attenzione di Pompeo: era un vecchio dall'aspetto
rispettabile, tutto lindo e sempre vestito di nero come un curiale,
che aveva a pigione due piccole stanzette al terzo piano. Chi fosse
non si sapeva bene: sull'uscio del suo quartierino vedevasi soltanto,
attaccato ad una borchia d'ottone, un cartello bianco, rettangolare,
con su scritto a mano, in carattere gotico, grosso: _Mediatore_;
senz'altro.
Nessuno ricordava il nome di famiglia del personaggio, perchè nella
casa, da tempo immemorabile, era invalso l'uso di chiamarlo _Don Miao_,
imitando la voce del gatto. E davvero come i gatti, egli capitava
addosso alla gente all'improvviso grazie alle scarpe di cencio, che
usava anche d'estate; e andava attorno adagio adagio, rasente le
pareti, e aveva poi certi occhiali d'oro che quando egli appariva tra
l'oscurità delle scale e degli anditi, gli luccicavano sulla faccia
rotonda, pelata, rossiccia, come fanno al buio gli occhi del gatto.
Nel complesso _Don Miao_ conservava alcunchè di misterioso, quantunque
co' casigliani si mostrasse sempre pieno di complimenti, di garbatezze
e di storielle. Ma la sua cortesia, con tutti uniforme, non dava
adito a confidenze; nè si sapeva nulla della famiglia sua, nè della
clientela, nè della gente che praticava. Per altro, non destando
egli grandi curiosità, e non recando poi fastidio a nessuno, anche
gl'inquilini dell'_Arco Vecchio_ finirono col non curarsi di saperne
di più e col lasciarlo vivere in santa pace. Gentile e paziente,
mostrava molta predilezione verso i bamberottoli del casamento, e
con loro amava intrattenersi lungamente, facendoli chiacchierare; e
spesso li baciucchiava e li regalava di chicche; ma i maligni anche
in ciò trovavano da ridire, sussurrando che fossero tutte lustre per
cattivarsi l'animo delle bambinaie e delle donne di servizio colle
quali, per dir vero, egli era proprio di una galanteria sopraffina.
Anche Pompeo, come le serve della casa, aveva subìto il fascino
dell'abito nero, degli occhiali d'oro, e della grande considerazione
in cui il vecchietto era tenuto. Ma più che altro, appunto per l'aria
di mistero che gli spirava d'attorno, egli lo aveva giudicato un
furbacchione di quelli che san condur bene i propri affari, senza
render conti a nessuno, e che poi un bel giorno, magari quando
crepano, si sente dire che erano milionari!--A ogni modo,--pensava il
giovinotto,--anche se _Don Miao_ non nasconde il morto sotto il letto,
deve certo trattar con ricconi, con banchieri, con casse forti, chè
non gli si vede mai alle costole quella gentucola che usa bazzicare
co' mediatori di piazza!--E subito cominciò a salutarlo con gran
rispetto, e tentò ogni mezzo per avvicinarlo un po' più degli altri e
per entrargli in grazia....--Ma chè!... La simpatia pareva non fosse
reciproca. A Pompeo, per quanto facesse, non gli fu possibile di
varcare i limiti dei complimenti comuni o delle solite chiacchiere sul
più o sul meno. _Don Miao_ gli sorrideva, cortese; gli contraccambiava
gl'inchini rispettosi con un "buon giorno, caro" affabilissimo,
accompagnando il saluto con cenni ripetuti di mano e strisciando
sull'erre grassa con una mellifluità piena di protezioni; ma dopo quel
sorriso e quel fare garbato, se l'altro cercava andare più innanzi,
si sentiva fermato a mezzo delle sue espansioni, come da un muro di
ghiaccio.
In sulle prime Pompeo non si perdette d'animo.
--Se _Don Miao_--pensava--mi volesse aiutare, potrei avviare le cose
mie, e, se non altro, far crescere il mio peculio!--E con tale idea
fissa in capo, si fece ancora più cerimonioso, più umile e insinuante
col vecchietto, e sembrò che gli si volesse proprio attaccare alle
falde, tanto che quegli, seccato e insospettito, e non indovinando
certo il perchè di quell'insistenza, senza smettere punto i sorrisi e
le maniere gentili, cominciò a schivarlo e a tenerselo lontano, finchè
Pompeo, vedendo riuscir vani i suoi sforzi, perdette la pazienza,
insieme colla speranza, e:--Pitocco maledetto!--gli borbottò dietro,
tutto stizzito,--non dovevi alloggiare in una stamberga del terzo piano
se volevi far tanto il superbo!
Poi, a sfogo di bile, cominciò a dirne male e a metterlo in sospetto
presso gli altri pigionali.
--Chi era, alla fin fine, quel vecchio tenebroso? quali erano le sue
aderenze? Perchè viveva sempre solo? Chè! Chè! Bisognava star in
guardia; non fidarsene punto. Vattelapesca chi era! poteva essere un
farabutto; un mercante fallito, un pezzo da galera!
Data la spinta, successe in quel subito un po' di sussurro, e tornarono
a galla le curiosità, i discorsi e i commenti di una volta; ma il
pettegolezzo non durò a lungo. _Don Miao_ si era assentato per qualche
giorno da Milano, andando in campagna, e allora i pigionali non
trovandoselo più tra' piedi lo dimenticarono e anche a Pompeo passò un
poco la stizza.
Da questo fatto, per altro, parrebbe che il figliuolo del cuoco godesse
di un certo credito al _Vôlto dell'Arco Vecchio_; e in parte la cosa
era vera.
Sulle prime, quand'egli cominciò a perdere la salvatichezza e ad
accompagnarsi co' suoi casigliani, questi stettero un po' titubanti,
perchè vedendogli stillare il quattrino, dubitavano ne avesse pochi
da spendere; ma poi, quando si accorsero che la sua era avarizia
e non miseria, lo presero subito in una certa stima. Dietro le
spalle gli davano dello spilorcio, e mettevano in burletta la sua
grettezza, ma poi, sul muso, gli facevano tutti il bel bellino, se lo
tenevano caro, gli pagavano da bere e volevano che prendesse parte
alle loro festicciuole, quantunque sapessero che non era suo costume
contraccambiare gl'inviti.
Pompeo, cominciando così ad accorgersi anche per scienza propria
della verità del proverbio che: "chi ha è, e chi non ha non è," si
attaccò vie più al danaro e ogni giorno sentiva crescere la bramosia,
la febbre di diventar ricco; ma, sgraziatamente, il tesoretto non
aumentava in proporzione dei desideri; ed egli vedendo che a quel modo
avrebbe dovuto stentar tutta la vita senza costrutto, si addolorava e
si avviliva e gli pareva adesso di essere anche più pitocco di prima,
perchè il danaro è come il sapere: bisogna averne un poco, per capire
di non averne punto.
La fretta stessa dell'arrivare gli metteva in corpo mille inquietudini
che lo rendevano un po' incerto nella presa risoluzione e gli
toglievano fiducia della buona riuscita. Anche i cari sogni della
fantasia, appunto per esser sempre quelli e non altro, cominciarono
a perdere delle loro attrattive. Egli si era già fabbricati in testa
tanti palazzi da rifar mezza Milano, e ormai si era già date per amanti
tutte le più belle signorine che incontrava per istrada; ma quando si
chiudeva in camera e tornava a contare per la millesima volta i suoi
danari s'avvedeva che sarebbero bastati appena per metter su bottega di
_tortelli_!...
Co' suoi vecchi era diventato a poco a poco sempre più rapace e più
scontroso; il suo umore bisbetico amareggiava gli ultimi giorni di
quella povera gente. S'era messo in testa che il babbo e la mamma gli
nascondessero il morto e però li tormentava in mille modi, parendogli
che colla loro avarizia fossero di impedimento alla sua fortuna. Ma
la verità era che la mamma aveva finito i quattrini; e da un'altra
parte il cuoco Barbetta, per quanto affezionatissimo al figliuolo
e condiscendente ai suoi capricci, doveva pure dar qualche cosa da
mangiare ai padroni!...
Invaso dalla smania di arricchire e con mille ghiribizzi che gli
frullavano nel cervello, Pompeo andò allora a consigliarsi, di
sottecchi, or coll'uno, or coll'altro de' suoi amici. Ma i loro pareri
non facevano per lui. Uno gl'insegnava la via di mettere il danaro a
usura, in barba alla legge; un altro proponeva certe speculazioni colle
quali, in un paio d'anni, si poteva raddoppiare il capitale: insomma,
tutte chiacchiere!... Pompeo voleva centuplicarlo il suo danaro, e
subito, e poi centuplicarlo ancora!
--Ah se quella gatta melliflua di _Don Miao_ avesse voluto aiutarmi!--E
il giovanotto avvezzo sempre a lavorare di fantasia, aveva finito con
credere, come un articolo di fede, che _Don Miao_ fosse proprio l'uomo
dei miracoli; onde, rammaricandosi del contegno riserbato del vecchio,
tanto più s'irritava contro l'avverso destino.
Come avevano fatto e come avevan cominciato coloro ch'eran riusciti
ad acciuffar la fortuna?... Aveva sentito dire che bisognava essere
audaci.... Ebbene, lui, nel caso, sarebbe stato pronto a tutto!... Che
si doveva bandire gli scrupoli: e lui non ne aveva mai avuti!... Del
resto, anche se fosse stato costretto a recar danno agli altri, una
volta ricco avrebbe potuto riparare il male, e largamente!... Non era
più il secolo delle pecore; ma bisognava farsi lupo, chè, a restar
pecora, c'era da farsi mangiare, come l'orefice del _Gobbo d'oro_....
Dunque?... Ma già lui, che era la calamita delle disdette, sarebbe
stato costretto a restar galantuomo per forza!
Con quella smania addosso, pur di fare qualche cosa, si lasciò vincere
dalla tentazione, e una volta che i suoi compagni giocavano a _sette e
mezzo_, domandò una carta.
Erano più e più sere che stava là chiuso in una stanzuccia d'un
caffeino a vederli giuocare senza puntar mai. Stava vicino al tavolino
allungando il collo e cacciando la testa fra le teste dei giocatori,
tutto attento, assorto, fisso cogli occhi anche lui sulle carte.
Intanto, colla mano in una tasca dei calzoni, faceva girare e rigirare
una svanzica fra le dita convulse, senza mai osare di tirarla fuori.
Ma per altro, fra sè, fingeva ad ogni partita d'averla puntata sulla
carta di questo o di quell'altro giuocatore, e si rallegrava tutto,
quando vedeva che avrebbe perduto; e, viceversa, si rodeva l'anima,
quando vedeva che avrebbe vinto. Così, provava, senza arrischiar nulla,
tutte le commozioni del gioco, e a quel modo passava le sere e gran
parte delle notti.
Ma quella volta, non si sa come, giocò. Chiese la carta con voce rauca,
levandosi in piedi di scatto. Tutti si misero a guardarlo maravigliati,
e qualcheduno, celiando, gli domandò se voleva morire. Pompeo non
rispose nulla: guardò la sua carta e vi puntò la svanzica che gli
bruciava fra le dita. Dopo puntata l'avrebbe voluta ritirare; ma non
era più in tempo, e provò un'angoscia affannosa in quel minuto in cui
chi teneva banco guardava la sua per risolvere sul da farsi. Era una
partita d'impegno perchè, di solito, non si vedevano girare altro che
monete di rame.
Il giocatore non rimase molto in sospeso. Con una rapida occhiata fece
il conto di tutte le puntate degli altri e vide subito che, sommate
insieme, restavano al di sotto della svanzica.... La sua carta era il
sei, ma quella di Pompeo doveva essere il sette, altrimenti egli non ci
avrebbe puntato, e tanto meno poi così grosso!
--Stai fermo?--domandò Pompeo con voce strozzata.
--No; prendo carte,--rispose l'altro:--ne scoprì una; era il fante di
spade.
--Sei e mezzo!--esclamarono tutti insieme i giocatori.
Le guance livide del Barbetta arrossirono a un tratto e le labbra gli
tremarono dal piacere.
--Bisogna che ne prenda un'altra,--osservò con aria grave, ma
tranquilla, il suo competitore.--Pompeo ha un sette di certo. Del
resto...--e guardò le carte in giro,--figure ne son uscite poche.
Scoprì un'altra carta (i giocatori stavano attenti, muti, senza neppur
fiatare): era il re di danari.
--Sette!--esclamò a una voce tutta la brigata levandosi in piedi.
--Sto fermo,--dichiarò subito il banchiere.
Pompeo aveva perduto; buttò con ira la sua svanzica sul tavolino
brontolando che l'altro doveva conoscere le carte. Poco mancò non
leticassero; ma Barbetta s'acquetò subito, premendogli di correr dietro
a quella prima svanzica, e giocò tutta notte, e tutta notte perdette.
Egli variava le puntate, dai tre centesimi ai cinque; dal quarto
di svanzica alla mezza svanzica e alla svanzica intera; ma non ne
azzeccava una: se puntava poco, vinceva: se puntava molto, era sicuro
di perdere.
Aveva la faccia livida, gli occhi loschi, stranamente infossati.
Tracannava i bicchieri d'un fiato, ma non riusciva a stordirsi. Intanto
si faceva tardi e i suoi compagni volevano andarsene; ma Pompeo, fuori
di sè per quella febbre indemoniata, teneva duro ad ogni costo, e
gridava, smaniando, che era più presto del solito; che non avrebbero
dovuto andar via colle tasche piene, senza lasciargli tempo di prender
la rivincita; che quello si chiamava bruciare, e che gli facevano
una porcheria. Poi vedendo che colla prepotenza non otteneva nulla,
li pigliava colle buone e si faceva umile, e li supplicava, colle
lacrime agli occhi, di trattenersi ancora. Finalmente, quando tutti
si alzarono dal tavolino stanchi e proprio risoluti ad andarsene,
Pompeo, col mazzo di carte in una mano, afferrò coll'altra, per il
panciotto, un giocatore che pareva meno ostinato, promettendo e
giurando che sarebbe l'ultimo colpo, così fra loro; ma proprio l'ultimo
davvero!--Il paziente lo accontentò brontolando, e tornarono a giocare,
ma frettolosamente, in piedi, col cappello in testa e quasi al buio,
perchè il cameriere uggito e insonnolito aveva già cominciato a
spegnere i lumi.
Ma non c'era verso: Pompeo continuava a perdere.
--Anche i santi mi farebbero le corna; anche i santi!--borbottò
nell'uscire del caffeino, e per rimettersi diè in una sghignazzata,
ancor più stridente delle sue solite; pareva insieme una sfida e una
bestemmia.
Perdeva all'incirca una settantina di svanziche; meno di tre marenghi;
ma arrivato a casa sbalordito non potè chiuder occhio. Entrato a
letto gli pareva che tutta la sua cameretta gli ballasse intorno la
monferrina. Si sentiva nelle orecchie un ronzìo molesto, continuo,
come se avesse la testa piena di mosconi; e il vino bevuto gli pesava
sullo stomaco, crescendogli insieme colla smania l'arsura in gola e
l'amariccio in bocca.
All'alba si appisolò; ma subito si destò ad un tratto, col pensiero
della perdita fatta: allora, collo stomaco vuoto e illanguidito, sentì
il peso dell'angoscia anche più grave e profondo. In fin dei conti non
aveva perduto se non una piccola parte del tesoretto, ma ormai, con
quella buca di settanta svanziche gli pareva di non aver più nulla.
Che fare?... Giocare un'altra volta; tentar la rivincita? Ma avrebbe
potuto perdere dell'altro e si sarebbe poi roso dalla rabbia nel vedere
i quattrini suoi passare nelle tasche di que' ciaccheri.... No, no;
piuttosto avrebbe preferito buttarli nel Naviglio: così almeno nessuno
se li sarebbe goduti.
Pure qualche ripiego bisognava trovare; ci pensò alcuni giorni: poi,
stimolato dal vizio che ormai gli era entrato nel sangue, cominciò
a giocare al lotto. Andava di nascosto, in un botteghino lontano da
casa sua, in un quartiere dove non era conosciuto. Dato il caso che il
diavolo, una volta o l'altra gli mandasse un buon terno, Pompeo voleva
che non lo sapesse anima viva e meno che mai que' due vecchi spilorci,
che da un pezzetto s'eran messi a pianger miseria, per paura d'esser
toccati nella borsa!...
Giocò; per sua disgrazia vinse subito un paio d'ambi. Ne fu beato e
gli parve d'avere scoperta la vena d'oro. Ma invece, dopo quegli ambi,
non gli sortì più nemmeno un numero solo! Studiò il libro de' sogni e
le sibille dei lunari; si mise a cercar la fortuna con certi giochi
di carte che usano le vecchie mezzane, e si sprofondò nella scienza
cabalistica; ma tutto inutilmente; e intanto continuava a far grosse
giocate e fin dieci, dodici alla volta! Insomma, in poche settimane,
tutto il suo tesoretto passò nelle granfie _del governo ladro_.
E siccome una disgrazia non vien mai sola, così mentre egli stava
mangiando bile per quella disfatta, fu colpito da un altro disinganno
e fierissimo: in breve tempo gli morirono il babbo e la mamma, e per
quanto frugasse tutta la casa, non riuscì a trovare un soldo.
Questa volta non era soltanto rabbia la sua: era proprio disperazione!
--Ma per Dio,--pensava,--se ci fossero stati i danari, non avrebbero
potuto portarseli dietro! Dunque vuol dire che non possedevano proprio
nulla, che non sono stati buoni, in tutta la vita, altro che a piangere
e a mangiare!... E in tal caso perchè non mi hanno messo un mestiere in
mano? Perchè?... A che pro que' due vecchi mi hanno tradito?
III.
Allora cominciarono per Pompeo Barbetta i giorni neri. Sulle prime
campò alla meglio, con la gratificazione che gli era stata largita
dagli Alamanni (i padroni dove era di servizio suo padre, quando venne
a morire); ma poi, finiti anche que' pochi, non sapeva più come fare
per tirare avanti.
--Cani di signori!--brontolava tra sè,--non c'era pericolo, no, che si
rovinassero per i quattrini che gli avevano dato!--Avaracci sudici!...
E dire che il babbo li serviva come fossero tanti re di corona!
Ma nemmeno da questi lamenti poteva cavare profitto, e però se li
teneva dentro, senza sfogarsi, e co' padroni si mostrava invece umile,
rispettoso, pieno di riconoscenza e di bei complimenti e anche colla
portinaia e colle altre persone di servizio, ch'egli sapeva affezionate
alla casa, lodava di continuo la loro generosità e bontà d'animo.
Intanto la miseria ed i debiti gli crescevano attorno un dì più
dell'altro.
Que' due vecchi, pensava, non potevano crepare in peggior momento.
Proprio quando egli aveva dato fondo a' suoi risparmi; quando si
trovava coll'acqua alla gola... E per poco non faceva loro un addebito
anche d'esser morti!
Cominciò a vendere, capo per capo, tutti i mobili di casa; e fin
gli utensili più necessarii. Non aveva trovata un'anima pietosa che
gl'imprestasse il becco di un quattrino. Non aveva più amici, nè
conoscenti: tutti lo sfuggivano e fingevano di non vederlo per non aver
la noia di salutarlo.
Almeno (gli avrebbe fatto tanto comodo) lo avessero invitato qualche
volta a pranzo!... Quand'era pieno di quattrini e mangiava bene a
casa sua, tutti facevano a gara per averlo alla propria tavola e lo
imbeccavano come un passerotto... adesso che pativa la fame, non c'era
più un cane che lo volesse!
E tutti, adesso, lo biasimavano severamente per l'avarizia, il fare
bisbetico e l'alterigia di una volta....--Il figliuolo di un cuoco!--e
si mettevano a ridere--era stato pure un gran buffone!
Poi tiravano in ballo l'egoismo ed i mali trattamenti verso i genitori,
mormorando ch'era stato lui, che avea fatto morire que' due poveri
vecchi di stenti e di crepacuore.--Chè! chè!... Era un cattivo arnese
quel Barbetta! Aveva avuto ragione _Don Miao_ di non volerselo tra i
piedi!
Pompeo, che si vedeva schivato da tutti e si sentiva ronzare intorno
le chiacchiere, a volte schiantava dalla bile, e a volte rimaneva
avvilito, col cuore affranto, sotto quel cumulo d'ingiurie e di
maldicenze.
--Ah se un giorno, a costo di mettermi a fare qualunque cosa, anche
il boia! potessi diventar ricco e vendicarmi di tutta questa canaglia
ipocrita e vigliacca.
--Non c'è proprio al mondo altro che il danaro--quello solo!--e da
quello si giudicano le azioni.... Quando avevo il gruzzolo ero per
tutti un uomo onesto e rispettabile; adesso che non ho fatto nulla di
male, altro che dar fondo ai quattrini miei, son diventato un mariuolo.
Ah, se un giorno o l'altro potessi agguantare la fortuna! Non me ne
starei, dovessi barattar l'anima col diavolo!
Ma era passato il tempo di fabbricar castelli in aria: adesso bisognava
tenersi giù, terra terra, anche coi pensieri, e trovar modo invece di
pagar la pigione al padron di casa!
Questo galantuomo era già salito parecchie volte al terzo piano, in
cerca del suo pigionale; ma sempre inutilmente. Pompeo aveva buon naso
e gli scappava di sotto. Il creditore, non trovandolo, ridiscendeva
sempre le scale brontolando, ma continuava a pazientare.
--Nella peggior ipotesi--pensava--potrò mettermi al sicuro col
sequestro dei mobili!
Figurarsi dunque le furie del brav'uomo, quando venne a sapere che
il Barbetta aveva già fatto _repulisti_ del meglio. Oltre al danno,
s'ebbe a male d'essere canzonato. Gli fece la posta senza stancarsi, e
aspetta un giorno, aspettane due, tre, finalmente lo agguantò mentre
l'altro cercava di svignarsela sotto il _Vôlto dell'Arco Vecchio_.
Allora acchiappatolo per il bavero, cominciò a ingiuriarlo, smaniando e
gridando in modo da far correre tutta la gente del casamento:--Se non
mi paghi e subito--era il solito ritornello--ti manderò ad alloggiare
_gratis_ sotto chiave!... Furfante, fannullone!--e continuò per un
pezzo quella scenata, finchè stanco e rauco rallentò gli artigli e
Pompeo potè sfuggirgli di sotto correndo via, come un cervo ferito,
lontano, lontano, dove non c'era alcuno che lo potesse conoscere. Era
livido, batteva i denti come un febbricitante.
--In prigione.... in prigione....--Lo avrebbero messo in prigione
come l'orefice del _Gobbo d'oro_!... Ma dunque.... era proprio vero?
In prigione ci andava tanto il ladro quanto il galantuomo?! E in tal
caso.... In tal caso meglio sarebbe stato andarci per ladro!... Almeno
si poteva prima arrischiare di far quattrini!... Già la povera gente
non godeva più nessuna libertà.... Era stato fermato per la strada...
insultato... percosso... e tutti stavano a veder lo spettacolo
ridendo!... Sarebbe stato cacciato in prigione... e tutti avrebbero
applaudito!--Già... già... già!--e i denti gli tremavan tanto da
scricchiolare, e andava attorno stordito come un ubbriaco:--Già...
già... già... la miseria è la schiavitù dei bianchi! Bisogna
affrancarsi... o curvar la schiena sotto le bastonate.... Affrancarsi o
curvar la schiena!
E per tutto quel giorno e per molti altri ancora Pompeo Barbetta durò
a lamentarsi e a filosofare in quel modo: e avrebbe pur continuato per
un pezzo anche a digiunare, se una buona figliuola, vedendolo sempre
tristo nell'aspetto, umile e rassegnato, e credendolo di animo gentile
come con lei si mostrava a parole, non si fosse presa di compassione
per il poveretto; poi la compassione si mutò in simpatia, tanto che,
dopo aver cominciato col soccorrerlo, finì col volergli bene.
Questa caritatevole creatura era la portinaia degli Alamanni, gli
ultimi padroni del cuoco Barbetta.
Era nata e avea vissuto in quella casa e propriamente nelle due
stanzucce terrene della porteria, dove anche i genitori di lei erano
invecchiati e morti, sempre fidatissimi e sempre al servizio degli
Alamanni.
La Betta, così chiamavasi la povera ragazza, rimasta orfana, aveva
continuato a far la portinaia in quella casa, e vi era tenuta in conto
quasi d'una figliuola.
Ma, salvo la fortuna d'avere un discreto impieguccio e qualche
quattrino messo in serbo da' suoi parenti, la Betta poteva dirsi
proprio disgraziata.
Piccolina, magrolina, tisicuzza era, sebbene ancor giovane, senza
bellezza e senza salute. La testa grossa, co' capelli biondi, fini
fini e radi, portava un po' piegata fra le spallucce ricurve, come se
il collo sottile fosse un picciuolo troppo debole per tenerla ritta.
Ma pure nel sorriso e negli occhi aveva un'espressione così mite di
soavità rassegnata e affettuosa che la rendeva subito simpatica al
primo vederla; un'espressione a volte indefinibile e con la quale
pareva, in certo modo, volesse domandar perdono della sua bruttezza.
La Betta era uno di quegli esseri privilegiati e infelici che non sanno
far altro al mondo che voler bene. Dopo la signora Lucia, la padrona,
per la quale la Betta sentiva una vera adorazione, dopo gli altri della
famiglia, dopo le stanzucce dov'era nata e che non abbandonava mai
fuorchè per recarsi alla chiesa vicina, essa voleva bene a tutti; si
dava intera a quelli che avevano bisogno di lei con un trasporto ch'era
la sola voluttà della sua personcina ammalata. Le sofferenze, le beffe
e la stessa ingratitudine non le avevano mai strappato di bocca un
lamento, nè una parola cattiva.
Quando le morì il babbo, e poi la mamma, essa si ammalò tutte due
le volte; ma, neppure allora, non mutò natura: non s'inasprì la sua
dolcezza, non fu smossa la sua fede, e la preghiera sua non le uscì
meno calda e fervorosa dal cuore angosciato.
Pure, sapendo di non esser bella, essa non si era mai innamorata, e
perciò appunto sentiva come il bisogno di diffondere intorno a sè, in
una tenerezza tranquilla e perenne, l'affettuosità appassionata che
le traboccava dall'anima. Voleva, non potendo dare il suo cuore a una
persona sola, almeno dividerlo fra tutti coloro che la circondavano.
E lo stesso Pompeo non l'aveva vinta colle seduzioni dell'amore, ma
soltanto colla grande pietà che, insinuandosi a poco a poco nel suo
animo, avea saputo ispirarle.
Quell'improvviso mutamento di fortuna, quel vederselo capitar dinanzi
smunto e lacero, dopo averlo conosciuto lindo come un damerino, e la
fame che aveva scritta in viso, e la sua aria di rassegnazione e le
sue lacrime per non aver potuto seppellir degnamente i suoi poveri
morti, e la gratitudine verso gli Alamanni e infine l'entusiasmo con
cui parlava sempre della signora padrona avevano acceso lo spirito di
carità nella fanciulla e in pari tempo esaltata la sua fantasia. Essa
così s'indusse ad amare Pompeo; e lo amò appunto perchè lo credeva
buono e infelice, lo amò come poteva amar lei, non per altro che per
far del bene.
Non ebbe quindi i turbamenti e i languori delle fanciulle innamorate.
Il suo volto pallido non arrossì mai per alcuna commozione, e i suoi
occhi buoni, non mandarono guizzi di foco, ma rimase inalterata la
tranquilla e serena espressione del suo sorriso. La Betta, mentre
donava tutta sè stessa ad un uomo, non pensava se non a restituirgli la
famiglia perduta, nè si aspettava altro gaudio che quello di dividere
la sua casa e il suo pane con uno sventurato, privo di soccorsi e
troppo altero per stendere la mano. E se pure una simpatia più nuova
per il suo cuore, e più viva, entrava per qualche cosa nell'impeto di
carità che l'aveva spinta a quel passo inconsiderato, era la simpatia
mesta e profonda che nasce dalla corrispondenza dei comuni dolori.
Anche Pompeo era rimasto orfano come la Betta; come lei aveva perduto
in poco tempo il babbo e la mamma, e così le loro lacrime avrebbero
potuto confondersi in un solo pianto e le loro speranze e i loro
affetti in una sola preghiera.
Tutto ciò formava l'amore della povera giovane: troppo alto e puro
perchè chi ne era l'oggetto potesse contraccambiarlo od intenderlo.
Anche dopo il matrimonio, la portinaia degli Alamanni continuò
a rivolgere al cielo, come in cerca di pace, gli occhi dolci e
rassegnati; ma spesso si vedevano pieni di lacrime, e s'era fatto più
mesto il loro sorriso. Vestiva ancora, tutta linda, lo stesso abito di
rigatino che aveva da ragazza; ma non le stava più bene; era diventato
troppo largo per il suo corpicciuolo che dimagrava ogni giorno più;
mentre invece il sor Barbetta si dava le arie di aver fatto, sposando
la portinaia, un matrimonio morganatico e tornava a star sulle sue,
ripigliando un'aria florida e prepotente.
IV.
Pompeo credeva di aver concluso un miglior affare. Egli aveva sperato
che il gruzzolo della _gobbetta_ fosse più grosso.
Nei primi giorni del suo matrimonio, trovandosi con tutti i comodi e
ben pasciuto nelle due stanzucce della porteria, tepide, pulite, e
piene zeppe di roba, gli pareva d'essere, addirittura, in paradiso.
Poi nella camera degli sposi, proprio di contro al letto ampio e alto,
facea bella mostra di sè, l'altare di tutti i voti e di tutte le
devozioni di Pompeo: il cassettone dove stava riposto lo scrignetto.
Era un cassettone antico, di noce, e nella sua severità massiccia di un
aspetto straordinariamente simpatico agli occhi e assai consolante al
cuore di Pompeo.
Durante le lunghe serate in cui, nella qualità di promesso sposo,
teneva compagnia alla Betta, per far l'ora di chiudere la porta, Pompeo
più che colla fidanzata, faceva all'amore col cassettone. A volte,
alla luce fioca di una candela di sego, il cui lucignolo fumoso ardeva
crepitando, il vecchio mobile di noce, tirato a lustro, avea certi
chiarori, certi riflessi fantastici e pareva ancor più grande per le
ombre circostanti. E per tutto il tempo che rimaneva seduto in silenzio
accanto alla Betta che cuciva o ricamava, alzando ogni tanto gli occhi
dal tombolo per sorridergli, egli faceva e rifaceva il conto di tutti
gli anni ch'eran vissuti i vecchi della sua sposa; e di quanto avevan
guadagnato e speso, e di quanto, a un dipresso, avevano potuto metter
da parte.
La somma totale di questi risparmi, dal più al meno, era sempre
considerevole. Però, gli occhietti di Pompeo, guardando verso il
cassettone, si facevano luccicanti, e con quella sua testaccia così
facile ad esaltarsi, si teneva sicuro d'aver trovato il tesoro e già
ci faceva sopra di bei disegni quando, giunto l'istante di por la mano
sul sacchetto, s'accorse d'aver sbagliato all'ingrosso. In un attimo il
paradiso si tramutò per Pompeo in un inferno; dal dolore e dalla rabbia
gli parve di essere stato frodato e canzonato.
--Duemila settecento svanziche?!--mormorava fra sè, strappandosi coi
denti i baffettini radi:--Duemila e settecento svanziche?! Possibile
che in vent'anni e più di economie quella gente che viveva come le
talpe, abbia messo da parte così poco?... Chè! Chè! Non è possibile!...
Chi sa quanti ne avrà sprecati dei quattrini quella brutta civetta che
può proprio vantarsi d'avermi chiappato alla pania. Costei ha proprio
le mani bucate!
Fisso in quest'idea, coll'ostinazione propria dei ragazzacci viziati.
Pompeo non dette più pace a sua moglie. Cominciò a sgridarla e a
maltrattarla, perchè era una sciupona e perchè non conosceva il valore
del danaro e lo buttava via senza pensar all'avvenire. Poi regolò la
casa in maniera che la Betta gli doveva render conto di tutto, fino
all'ultimo pezzetto di pane.
Pompeo teneva le chiavi e misurava la legna, l'olio per la lucerna, il
filo per cucire. Era lui che andava a fare la spesa, ed a riscuotere
il salario dal ragioniere. I giorni delle mance non abbandonava mai la
porteria, e stava addosso alla moglie, con tanto d'occhi, strappandole
subito di mano quanto le veniva regalato; e la sera, quando la
poveretta era in letto, frugava dappertutto; e le scoteva la veste,
per sentire se aveva nascosto qualche quattrinello; perchè "quella
sorniona" diceva lui "era capacissima di levar di bocca il pane a suo
marito, per ingrassare gli oziosi e i vagabondi." Poi, a poco a poco,
le rifiutò anche il danaro per le medicine, sostenendo che, _col suo
fisico_, non poteva pretendere di star bene.--Quando alla macchina
manca una ruota,--le diceva, a mo' di conforto,--si ha un bell'ungerla,
non può girare. Stare in dieta, tenersi riparata dall'aria, e
accontentarsi di andare innanzi alla meglio, senza intrugliarsi lo
stomaco: non c'era da far altro. E un giorno, finalmente, avendo la
Betta preteso di fargli qualche osservazione, Pompeo esclamò alzando
la voce che, se avesse dato retta a' suoi grilli, alla sua manìa
spendereccia, sarebbe andato presto in malora!