.... Quando, scendendo giù per la china del monte, ci voltammo e non
vedemmo più la casicciola rosea, l'amico Antonio ed io ci guardammo in
volto ed uscimmo all'unisono in una sonora risata.
«L'hai visto bene quell'uomo felice?
--E non mi escirà più di mente!
Antonio ed io ci abbandonavamo così interi a quella ilarità, che giù
per la rapida china non ci era più possibile fermarci, e fummo più
volte a un pelo di provare, coll'esempio che l'eccessivo buon umore fa
perdere la gravità. Non mai la nostra linea di direzione fu così in
pericolo di uscire dalla base, nè il nostro naso più vicino ai
ciottoli della via.
«Io leggo nella felicità di quell'uomo come in un libro aperto, disse
Antonio.
--Ed io anche.
--E dico che quello è un uomo disgraziato come noi.
--E più di noi...
--E che la sua maggior disgrazia è d'essersi spacciato per un uomo
felice...
--Amico dei monti e della solitudine, e che tanto ama egli i monti e
la solitudine, quanto noi il digiuno.
--E si è spacciato per tale solo per cavarsi il gusto di dare invidia
agli amici, e mi ha scritto perchè mi arrampicassi fino da lui, colla
speranza che io gli facessi un po' di _reclame_...
--E per interrompere la sua noia profonda.
--È un uomo che vive della sua piccola vanità d'uomo felice, come un
altro vive della sua piccola vanità d'autore in voga, o della sua
piccola riputazione d'uomo di spirito...
--Vuoi dire che muore. Quella non è vita, è agonia. Immagina la sua
giornata, e concedine pure larga parte al sonno, e al desinare, e alla
cena, e alle due colazioni, e se vero è che il monte Barro eserciti
sulle facoltà digestive un benefico influsso, aggiungi pure la
merenda--tutto il resto non è che un lungo interminabile sbadiglio.
--Oh! disgraziato Tallini!
--Infelice baritono!
--Ed anche un pochino scimunito!
--Molto...
--Badiamo a non dirne male; stiamo ancora digerendo il suo desinare!
E qui _da capo_ la stretta del nostro duetto di risate, come in
un'opera buffa. I mille echi del monte Barro erano in gran faccende e
duravano fatica a tenerci dietro; il sole spariva dietro i monti,
ammiccando ancora con un paio di raggi all'onde del lago lievemente
increspate, rugose ganze di vaporosi amori.
La china scoscesa era finita, e la via si stendeva ora con facilissimo
pendìo.
«È proprio così, ripresi a dire; quell'eccellente baritono mi ha tutta
l'aria di essere oppresso sotto il cumulo della sua immensa
felicità...
--Una felicità che dura da un mese! È troppo! è troppo! Deve essere
insopportabile!
--E che, dopo d'aver vestito i panni di un semidio, specie di fauno
d'altri tempi, non sappia più come rientrare nella sua pelle di
baritono, e ridiscendere al piano.
--Tanto più che coll'aver posto a base della sua felicità tutta
l'altezza del monte Barro, egli crede in buona fede d'essere fatto
visibile come una statua colossale, e che a Lecco ed a Milano non si
faccia altro che guardare in alto per cercar di vederlo.
--Questo è in parte il danno della celebrità, osservai, obbedendo ad
un filosofico istinto suggerito dal vinello; un uomo celebre ha due
svantaggi: primo, che il mondo si occupa dei fatti suoi e lo guarda,
come una bestia feroce in gabbia; secondo, di non essere _sempre_ una
bestia, tanto per non darsene pensiero.
--_Qualche volta_... corresse Antonio...
Fra i monti, la luce crepuscolare è più breve che in pianura; quando
il sole fu scomparso, le ombre, come se si tenessero nascoste e pronte
dietro i cespugli, uscirono in frotta ed invasero la scena, press'a
poco colla rapidità dei fenomeni atmosferici melodrammatici. Anche la
natura riportava a forza il pensiero ribelle al baritono Tallini.
Intanto gl'insetti si svegliavano nei prunai, ed alcuni uccelli, desti
nel primo sonno dalle nostre ciancie e dai nostri passi, si levavano
qua e là a brevi voli, per mutar letto.
«Quanto tempo credi tu che possa durare la _felicità del baritono
Tallini_? mi chiese improvvisamente Antonio.
--Un mese... a conti fatti... un mese; una settimana per venire alla
determinazione di lasciare il monte; il rimanente è il tempo minimo
che egli deve supporre necessario agli uomini, perchè, non fiatando e
non facendo più fiatare verbo dei fatti suoi, si disavvezzino dal
pensare a lui.
--Io dico che non starà neppur tanto, e che il giorno che si sia
determinato a lasciare il monte Barro, non ci potrà più rimanere un
minuto, e salirà quel poco che lo separa dalla vetta per discendere
non visto dalla parte di Valmadrera... rotolando a capo fitto, se
occorre, per far più presto.
--Questo è vero... ma...
--Solo, invece di otto giorni, gliene concedo quindici; un baritono
non è un tenore, voglio dire che non sempre è un eroe, e ad una
determinazione eroica di questa fatta ci vorrà pensare lungamente.
--E credi che se ne andrà dai monti alla chetichella, senza nemmeno
venirti a trovare?
--Ne sono convinto, e non più tardi di quindici giorni da oggi...
--D'un mese...
--Di quindici giorni, nemmeno uno di più; e se dobbiamo scommettere...
fra due settimane ci inerpicheremo ancora sul monte e troveremo il
nido color rosa, ma il baritono no, che avrà preso il volo...
Non so perchè io mi ostinassi a credere fermamente che il baritono
Tallini dovesse rimanersi sul Barro ancora un mese, non un giorno di
meno; per ciò probabilmente che il mio amico Antonio si ostinava a
dire due settimane, non un giorno di più. Quella fede sconfinata nella
propria opinione, fede che fa gli apostoli ed i tribuni, ci proveniva
forse dal vinello bevuto a desinare.
--Quindici giorni, ripetè per la ventesima volta Antonio.
--Un mese! ribattei.
Questa volta la doppia risata che accompagnava inevitabilmente i
termini della nostra scommessa, fu così sonora che gli insetti
tacquero ad ascoltarla. Bisogna sapere che, dietro di noi, avevamo
sentito un rumore di passi frettolosi, ed un _ohè_! gridato in
cadenza, ma colla voce di un baritono _di buoni mezzi_ a cui manchi il
fiato.
Cinque minuti dopo ci stringevamo fra le braccia il baritono Tallini.