La corsa gli dava l'ansia e l'affanno e gli toglieva la parola; lo
guardavamo sbigottiti senza interrogarlo.
«Sapete, ci disse finalmente, ho pensato che potrei venire a passare
la notte a Lecco con voi e stare allegri ancora un poco; non so perchè
non potevo star solo questa sera... È la prima volta.
Egli aspettava evidentemente d'essere interrotto, ed Antonio, che
guardava ora lui ora me coll'intenzione di lasciarlo dire, si arrese
impietosito.
«Hai fatto benissimo, disse, troverai a Lecco qualcuno che ti vedrà
volentieri,
--Non voglio veder nessuno, ho bevuto troppo a desinare... domani
all'alba risalirò in cima al mio nido d'aquila.
--Fai bene, fai bene, disse Antonio.
--Incominciò allora l'ultima china, la più rapida e la più sassosa,
fatta formidabile dalla oscurità della notte e dalla eccessiva luce
del nostro cervello.
I sassi rotolavano innanzi a noi, e noi con essi, a precipizio,
inciampando, senza poterci fermare.... Un quarto d'ora dopo eravamo
sul piano di Lecco.
Il baritono si guardava intorno sospettoso finchè non fummo rientrati
in casa: quivi sprigionò il suo più bel sorriso, senza riuscire a
cancellare dalla faccia una certa espressione bizzarra d'impaccio.
«O m'inganno, gli disse Antonio, o l'aria di pianura comincia già a
guastare la serenità del tuo animo.
--No, non mi pare, non mi pare...
Sulla tavola erano sparsi alcuni giornali teatrali, arrivati poco
prima; il baritono ne ruppe le fascie con una indifferenza mal
simulata e lesse a voce alta coli'aria di beffarsene le ultime
scritture.
«To', il C... che va a Londra, e il V... che va al Cairo, e il B. che
canta al Carcano.
--Se tu avessi voluto! osserva Antonio, ci saresti andato anche tu...
--A Londra?... Non ci volli mai andare... e se volessi!...
--E se volessi, troveresti ancora cento scritture!
--Basterebbe una... ma buona... in un teatro di prim'ordine come
baritono d'obbligo...
--Dopo tutto, credi a me, meglio la tua solitudine del Barro, osservò
Antonio dicendo e contraddicendo con infinita disinvoltura.
--Cento volte meglio...
Antonio, volendo alla sua volta far gli onori della ospitalità,
sprigionò una veneranda bottiglia di barolo; ma il baritono ne
assaggiò a pena, ed un quarto d'ora dopo, dicendo di non sentirsi
bene, volle andare a letto.
«Io posso accomodarti benissimo, gli disse Antonio.
Ma l'altro non ne volle sapere, e tanto fece che lo accompagnammo fin
sull'uscio dell'albergo della _Croce Bianca_.
«Verremo a vederti domani.
--Grazie; verrò io... all'alba...
Rimasti soli, Antonio mi toccò il gomito e mi ripetè queste sole
parole: «Quindici giorni...», «Un mese!» L'avevo sulle labbra, ma non
lo dissi, incominciando a credere che avesse ragione.
Al mattino successivo aspettammo invano; incominciando a temere che il
contagio delle abitudini cittadinesche tenesse il baritono a letto
fino al mezzodì, andammo a chiedere di lui all'albergo--era proprio
uscito all'alba, aveva pagato il conto e non s'era più visto.
«Avrà patito la nostalgia e sarà ritornato al suo nido d'aquila.
--Senza nemmeno salutarci?
--Gli uomini veramente felici non si ricordano dei disgraziati pari
nostri.
--Dunque?... dissi io... un mese...
Questa volta fu l'amico a tacere.......
Otto giorni dopo, alle frutta, ci fu recato il solito giornale
teatrale die ci visitava periodicamente; Antonio lo aprì, lo scorse
coll'occhio, e die un grido improvviso...
«Che è stato?
--Indovina chi fu scritturato?
--Lo indovino! gridai, leggendogli nel volto la notizia... il baritono
Tallini!
--Proprio lui!
--Per Londra?
--No... _per teatri da destinarsi_!!
Evidentemente, nella famosa alba, dopo aver pagato il conto dell'oste
della _Croce Bianca_, l'ex-baritono, invece di risalire il monte,
aveva preso la prima corsa: Lecco-Bergamo-Milano!