Il pendolo della sala da gioco segna le undici da tempo immemorabile;
ma porgendo l'orecchio, in un intervallo di profondo silenzio, si
odono le voci variamente fioche degli orologi lontani. Sono le due
dopo mezzanotte.
La fortuna di Valente ha stancato gli avversarii che ad uno ad uno
sono scomparsi; rimangono un paio di testerecci, ed una mezza dozzina
di scioperati, i quali, non avendo un quattrino per pagarsi vizii
proprii, campano sulle bricciole dei vizii degli altri. Costoro non se
ne andranno che dopo l'ultima partita.
Donato, col capo curvo sul petto, sembra estraneo a quanto succede
tutt'intorno, ed il signor Asdrubale, dopo essere stato un pezzo in
silenzio, si decide a rammentare la sua presenza con un sospirone
lungo lungo. Lo studente si scuote, si leva in piedi, e come colto da
un improvviso pensiero, ricade sulla seggiola balbettando:
«Sono agli ordini suoi.
--Agli ordini miei, dice l'ometto con accento di evangelica pietà;
agli ordini miei! ma io non ho ordini da darle, caro signore; il suo
debito, ella sa benissimo che ascende a... ecco... lo dicevo, ella lo
sa benissimo; dunque non ne parliamo altro; quanto al termine ed al
modo di pagamento, io... (ah! le giuro che mi duole di aver
guadagnato, non dico che preferirei aver perduto perchè non mi
crederebbe e non sarebbe vero, ma in coscienza mi duole,)... quanto al
termine nè io nè lei non ne sappiamo nulla, dipende dal cielo, il meno
che posso fare per dimostrarle il mio... la mia... i miei, insomma il
meno che posso fare è di augurare a quell'ottimo signor Norberto gli
anni di Matusalemme.
Donato si fa forza per chiudere l'uscita ad un'onda amara di lagrime,
ed arriva appena in tempo a trattener coi denti un singhiozzo che si
perde in un mugolio lamentevole.