Incoraggiato da un cenno gentile e da un sorriso amoroso, Donato
addenta il sigaro d'avana, raccoglie il fante di picche, lo caccia nel
mazzo, e mescola copiando assai male la disinvoltura che gli è tanto
piaciuta nell'avversario. Ed è squisita misericordia del cielo se il
signor Asdrubale, tutto intento a tirare di qua e di là il farsettone
abbottonato perchè non faccia grinze sul petto, taglia senza levar gli
occhi; altrimenti si accorgerebbe che allo studente di matematica
tremano le mani e si contraggono le labbra e si scolorisce il volto,
Il giovane rovescia le sue carte, le squaderna, fruga e rifruga, poi
guarda titubante l'avversario, il quale, coi gomiti appuntati al
tavolino e col mazzo sollevato all'altezza del naso, _tira l'orecchio_
ad una carta ribelle.
A Donato non par vero di aver perduto, scompagina un'altra volta le
carte che gli stanno dinanzi... poi risolleva il capo, impaziente
della rivincita; il signor Asdrubale non gli bada, ha visto finalmente
l'estremità d'una figura nera, ed affatica a farla uscire dal mazzo...
«Ho perduto, dice Donato.
L'altro gli fa cenno di aspettare, poi con uno sforzo scopre tutta
intera la carta.
«Sissignore, ha perduto,» dice mostrando il fante di picche; e
soggiunge modulando la voce con dolcezza melanconica: «mi lasci dire
che se lo merita; non è così che si gioca; per vincere la sorte
bisogna prima vincere la propria impazienza; scompaginare le carte,
come ha fatto lei, è una profanazione.»
A Donato riesce di ridere, e l'altro «non rida, è un canone
dell'arte.»
Intanto il signor Asdrubale ha sbottonato il farsettone, ha cavato di
tasca il taccuino, e si è riabbottonato da cima a fondo. Il giovane
leva anch'esso il taccuino ed estrae un biglietto di cinquanta lire
che porge all'avversario.
Ricomincia la partita. Questa volta è il signor Asdrubale che mesce,
ma è ancora Donato che perde.
Fa caldo--Donato suda; l'altro, impassibile, offre la rivincita...
guadagna ancora. Fa un caldo orribile.
Non rimangono più che centoquarantanove lire nel taccuino dello
studente, il resto si è sprofondato nella voragine di pelle di bulgaro
del signor Asdrubale. Poco stante la voragine si apre un'ultima volta
e le centoquarantanove vanno a raggiungere le compagne.
A Donato casca di bocca il mozzicone d'avana che gli è costato
trecentocinquanta lire; le forze lo abbandonano, goccioloni di sudore
gl'imperlano la fronte e gli rigano le guancie. La sciagura dovrebbe
venir raffigurata in quell'atto.
Che fare ora, poichè non gli rimane nemmeno il tanto da ritentare la
sorte?
Il signor Asdrubale finisce appunto di raccogliere il suo denaro, leva
la faccia sorridente e porge le carte al giovine, dicendogli con una
monotonia d'accento che parrebbe feroce: «La rivincita?»
Quale fortuna! Quell'ottimo signore si fida; è disposto a giocare a
credito, si adatta a riperdere il denaro vinto ed a lasciarsene
guadagnare dell'altro!...
Donato non ha forza di rispondere, ma l'avversario ne indovina gli
scrupoli e lo previene:
«So quel che mi faccio, dice socchiudendo un occhio furbescamente, so
quanto vale il signor Donato, so fin dove posso arrivare senza
rischio.
E ripete colla stessa dolcissima monotonia:
«La rivincita?...
Donato ci pensa, ha paura.
«Cento lire!...
Questa volta vince, e si arrabbia di non aver arrischiato di più.
«Dugento cinquanta.»
«Dugento cinquanta,» ripete il signor Asdrubale come un eco, intanto
che distribuisce le carte; e non faccia complimenti, caso mai il fante
di picche non le accomodasse... scelga lei...
Ma Donato crede di udire una voce che gli grida di no, e risponde che
il fante di picche gli accomoda, e lo cerca baldanzoso fra le proprie
carte, sicuro come è di trovarlo. Quella voce ha mentito, Donato
perde; il signor Asdrubale apre il taccuino e segna colla matita
centocinquana lire a suo credito.
Un mutamento avviene nello spirito di Donato.
Quanto poc'anzi era pauroso, altrettanto ora è arrischiato;
l'intrepidezza della prima audacia è sempre poca cosa appetto
dell'intrepidezza che succede allo sgomento; il signor Asdrubale dice
di sapere dove e quando si fermerà, Donato invece non sa nulla, è
sulla via della rovina (questo lo sospetta), ma è disposto a correre
ad occhi chiusi. Il terribile gioco incomincia ora; finchè il magro
taccuino dello studente di matematica stava di fronte a quello ben
pasciuto dell'uomo di affari, il pericolo della scaramuccia era
determinato e palese come la posta; or si acciuffano le cifre, si fa
posta di parole, si fa battaglia campale di numeri.
Le carte passano da una mano all'altra, una volta, due, tre; ma il
fante di picche è sempre fedele al signor Asdrubale. Ah! il brutto
pensiero che attraversa la mente di Donato! si prova a respingerlo,
scrolla il capo e getta indietro i capelli, ma quel pensiero buio non
se ne va.
«Badi, dice l'avversario guardandolo fisso, il fante di picche
quest'oggi mi vuol bene, scelga un'altra carta.
Donato si sente smascherato e si fa di porpora... ma che colpa ne ha
egli se ha pensato male? Ne ha inteso dir tante! Vi è della gente così
destra, dicono!... Il meno che possa fare per rattoppare il sospetto è
di dichiarare, come dichiara:
«Nossignore, nel gioco bisogna essere ostinati...
Vince, si rianima, raddoppia, perde un'altra volta. Assolutamente il
signor Asdrubale tiene la fortuna per le briglie e la mena come vuole.
«Accetto il suo consiglio, balbetta lo studente, scelgo l'asso di
denari e raddoppio la posta.
L'ometto fa un cenno affermativo, e si curva a notare sul taccuino la
nuova vincita. Si ridanno le carte... Amara beffa della sorte! Ecco
Donato in contemplazione innanzi al fante di picche.
Pare al giovane che la carta fatale obbedisca ad un occulto nemico,
che prima gli ha conteso la fortuna ed ora gli reca la beffa. La
guarda intento, si sente voglia di stropicciarla, di morderla. Gli
passano strane idee nella mente sbalordita, ha una visione; fissando
l'occhio nel corpicciatolo meschino di quel fanticello, ci vede come
una somiglianza di famiglia col suo avversario fortunato; se prova a
levare il casco metallico all'uno, od a mettere un casco metallico
all'altro, i due si confondono in un solo; hanno entrambi una faccetta
asciutta e petulantella, ammiccano entrambi dell'occhio, ed il
farsettone abbottonato dell'uno par tagliato dalla stessa mano che ha
fatto il giustacuore nero dell'altro.
La visione, che va a poco a poco acquistando caratteri d'evidenza, è
interrotta sul meglio da un'esclamazione del signor Asdrubale, il
quale si ricorda d'aver viscere di misericordia, come tutti i
giocatori fortunati, e compone il volto, i modi e l'accento ad una
tenerezza compassionevole.
«È una vena sciagurata la sua, egli dice, mostrando l'asso di denari,
non ho mai visto scirocco più ostinato, parola d'onore non ne ho mai
visto.
Non so per quale fascino occulto le parole che celebrano la disgrazia
d'un giocatore faccian l'effetto d'un balsamo sulle ferite della
borsa, pur nissuno a mente fredda vorrebbe dare un quattrino della
compassione nuda e cruda d'un che gli avesse levato di tasca gli
scudi.
In tutti i modi Donato è riconoscente all'avversario, e nella sua
miseria trova ancora un sorriso da spendere; l'altro prosegue:
«Ecco, se mai volesse aspettare un altro giorno fortuna migliore, ed
intanto desistere, perchè non è forse prudente quanto immagina
l'ostinarsi, anzi nossignore, non è prudente niente affatto... io
s'intende, sarò a sua disposizione domani, doman l'altro, quando
crede....
Donato si scolora in volto, trema, ha paura che l'avversario cerchi
una scappatoia, ed interrompe la melliflua proposta ripigliando il
mazzo e dicendo:
«Ancora una prova; torniamo al fante di picche.
L'ometto ammutolisce, riaccomoda le pieghe della giubba ed il nodo
della cravatta, si rimette in positura perpendicolare e dà un'occhiata
di sbieco alle annotazioni dell'enorme taccuino.
Quell'occhiata ha un significato, ed il giovine lo comprende. Ma che
importa? Non è più ora di calcoli, di ritegni, di titubanze; ha
perduto molto, troppo, perderà ancora; uscito dai confini delle sue
proprie forze, una sola è la rovina, si chiami dieci mila o cento
mila. Perde, raddoppia, riperde, raddoppia ancora, senza tremito,
senza ansia, quasi indifferente. Una cosa sola lo inquieta, il timore
che l'avversario, ad un dato momento, si levi dal tavoliere e dica col
suo sorriso mefistofelico: «Mi basta.» La speranza, se ne rimane una
palese a Donato, conta sull'ostinazione; un soffio favorevole può
cancellare in dieci minuti tutte le paurose cifre messe in fila sul
taccuino e rendere l'infausta partita un trastullo da bimbi, feroce
trastullo, ma vano.
Per la prima volta, dacchè si è seduto in faccia al signor Asdrubale,
Donato gira l'occhio intorno; l'ampia sala brulica di gente affannosa;
dal tavoliere di Valente si stacca ogni tanto uno che si rasciuga la
fronte e stropiccia la pezzuola, e stringe le labbra nascondendo male
il dispetto. Nè Donato scampa a quella miserabile vanità di giocatore;
se qualcuno si accosta a lui, e lo interroga sulla sua fortuna, rizza
il capo, sorride nel rispondere: «Perdo.»
E perde; la sorte implacabile non si stanca.
Gli passano innanzi, come fantasmi benigni che invano cerca di
trattenere nell'afa della sala da gioco, il babbo canuto, la sorellina
gentile, Costanza innamorata. Col pensiero abbandona un istante quelle
pareti fatali, torna a vagar pei campi inaffiati dal Lambro, risale
l'erta faticosa del boschetto e ricompone innanzi agli occhi tutte le
note sembianze di quel notturno paesaggio. Ecco i bruni alberi
dondolanti, ecco le lunghe schiere d'acacie e la via maestra che si
allunga come un nastro bigio nelle tenebre, le stelle che ammiccano in
un cielo nero, i nugoli che viaggiano lentamente e l'anfiteatro di
montagne appena disegnato nell'oscurità. A quel quadro vivo nulla
manca, nemmeno il coro intermittente delle rane beffarde.
E perde; la sorte non si placa; gli sorride un istante, gli fa
balenare una speranza che lo rende più audace, poi s'invola
beffandolo.
Il signor Asdrubale, finora impettito ed abbottonato, comincia a
muoversi sulla seggiola, a guardarsi intorno, a mostrarsi inquieto; ha
l'aria di voler dire qualche cosa e di non sapervisi indurre,
finalmente si sbottona, trae dall'ampia tasca, tirandola per un capo,
una pezzuola di seta non mai finita e si asciuga il sudore ipotetico
della fronte. A vederlo in quell'atto pare un uomo che abbia fatto
un'improba fatica; è invece semplicemente un uomo in imbarazzo.
«Oh! senta, dice finalmente, stringendo fra le due mani la pezzuola
per farsi forza; devo proprio dirglielo; non posso andare innanzi;
ella ha perduto tutto quanto poteva perdere; non dico già che la non
abbia ad essere _solvibile_ anche per il doppio, anche per il triplo,
non dico questo, ella è giovane, è quasi ingegnere, e gl'ingegneri di
talento... come dice Martino Bruscoli... tutto questo è probabile, è
probabilissimo, ma è l'avvenire nudo nudo... senza altro fondamento.
S'interrompe perchè Donato dica qualche cosa, ma Donato guarda
istupidito e non dice nulla; ed allora riattacca il filo a bassa voce
come facendogli una confidenza:
«Ho voluto porgerle modo di rifarsi, ho giocato la sua eredità futura,
e mi sono messo a rischio, perchè ella potrebbe, Dio la conservi,
invertire l'ordine naturale delle cose, buscarsi un malanno, mi
capisce; ma se non altro ci è un... fondamento; ora siamo arrivati al
limite massimo, e se persistessimo a giocare sarebbe far le cose in
aria... senza fondamento.
Ancora s'interrompe, ed ancora ripiglia con accento misericordioso:
«Ah! creda che mi duole vederla perdere così, è una disgrazia senza
esempio, senza esempio... Ebbene senta, per mostrarle che non voglio
abusare della sua situazione, accetterò ancora una posta, una sola; se
la fortuna vuoi favorirlo e rifare la strada fatta, la non dirà almeno
che io le ho sbarrato il passo.
Ah! Si allarga il cuore a Donato.
«Accetto, dice egli, e soggiunge come obbedendo ad un'ispirazione: ma
questa volta chi ha il fante di picche perde.
È l'ultima posta, ansiosa come la prima; è la minaccia d'un male senza
rimedio, è l'estrema parola della sciagura.
Il giovine mesce, taglia, fa tutto da sè; l'avversario lascia fare.
«Povero signore! dice poco dopo il signor Asdrubale, non ne imbrocca
uno, non ne imbrocca; io non ce l'ho proprio il fante di picche, lo
cerco... ma non ce l'ho proprio; povero signore!
E dette queste parole, nota nel taccuino il nuovo guadagno, raduna le
proprie carte, nasconde il tutto nella giubba e si abbottona da cima a
fondo per l'ultima volta.
Donato non lo intende, non lo vede neppure; rimane immobile,
istupidito, cogli occhi negli occhi di quel fanticello di picche dalla
faccetta petulante, dal giustacuore nero e dal casco metallico.