«Non ne parliamo più, egli dice; e se può, se ne dimentichi ella
stessa, veda, io me ne sono bell'e scordato; la cosa è semplicissima,
e deve passare fra noi due soltanto; anima viva non l'ha a sapere; di
questo fatto doloroso nissuno avrà dolore, eccettuato lei ed... io. A
suo tempo, fra venti anni, fra trenta, salderemo i nostri conti senza
amarezze soverchie.
Bisogna dire che l'ometto trovi proprio irresistibile la sua
eloquenza, perchè, interrompendosi un istante, ripiglia fiato così:
«Allora ella sarà in grado di non avvedersi nemmeno di questa piccola
sventura... perchè è giovane, ha talento, buona volontà, ed i giovani
ingegneri di talento, se lo lasci dire ancora una volta, hanno sempre
una miniera sotto i piedi; un bel giorno battono il tacco e trovano il
filone buono, afferrano la fortuna per i capelli d'oro e non la
lasciano più scappare. Così farà lei; è il solo rimedio al suo male, è
la sola via onesta...
Alla parola _onesta_, Donato rialza vivamente il capo; senza
rendersene conto, ha una voglia pazza di regalare un paio
d'impertinenze al suo avversario. Il quale interpreta quell'atto a
modo suo e tira innanzi senza fermarsi:
«Bravissimo; così mi piace. Un uomo volgare, dopo una brutta notte
come questa, penserebbe a mille corbellerie, a disperarsi, ad
impazzire, a pigliare un semicupo nel naviglio, od a cacciarsi in
corpo una palla, che spesso va di sghimbescio e ti inchioda a letto un
paio di mesi... che so io; un giovane volenteroso e savio, come lei,
medita invece una partita coraggiosa colla fortuna, combatte col
lavoro e coll'ingegno, si piglia una rivincita solenne e fa onore ai
propri impegni e paga i proprii debiti... Le ho detto che mi sono
scordato del mio credito... sarò sincero, ci penso invece, e sono
sicuro che ella non mi farà aspettare un pezzo.
Donato si rizza in piedi, finge di ravviarsi i capelli innanzi allo
specchio, abbozza un sorriso a due o tre camerati, esce a passo fermo
colla desolazione nel cuore--ed il signor Asdrubale dietro.
Uno degli orologi più frettolosi di Milano batte la mezz'ora, un altro
gli risponde e dieci altri.
Donato cammina un breve tratto a gran passi, poi rallenta l'andatura.
E la voce fessa dell'ometto dal farsettone nero ripiglia a dire,
mutando accento:
«Un istante di torpore è necessario a preparare le nobili cose; il
filugello s'intorpidisce quattro volte prima di farsi il bozzolo;
anche lei si farà il bozzolo, sissignore, se lo farà anche lei, se Dio
le conserva questo tesoro di salute. Ed io spero di sì, perchè se ella
morisse prima del tempo sarebbe una sciagura per tutti...
Donato si ferma nel mezzo della via, ed alla luce d'un lampione guarda
la faccia contrita del suo compagno.
«Sissignore, per tutti, soggiunge costui, e prima di tutti per lei...
poi per Martino Bruscoli, _idest_ per la signorina Costanza, e in fine
per il signor Asdrubale suo umilissimo servitore. Badi un po' quanto
la sua vita è preziosa: morendo lei, l'eredità del signor Norberto
toccherebbe tutta alla sorellina, ed addio crediti; la signorina
Costanza non potrebbe nemmeno farsi i ricciolini colla sua
obbigazione, perchè non porta ricciolini, mi pare, ed il signor
Asdrubale non potrebbe nemmeno accendere la pipa colla obbligazione
che ella gli farà... perchè non fuma; veda un po' se la sua vita è
preziosa! E veda quanto è facile pagare i debiti quando non si ha
coscienza, e veda che rischio si corre di appaiare in un istante di
debolezza una corbelleria irrimediabile ed una cattiva azione...
Qui le intenzioni del vincitore cominciano a farsi palesi anche a
Donato, il quale si arresta di botto e dice:
«La ringrazio del consiglio; so i miei doveri; domani venga da me, le
scriverò l'obbligazione.
Lo studente di matematica, ciò detto, volta a mancina, ma il signor
Asdrubale non lo lascia.
«Come mai da quella parte? non va dunque a casa?
--Non ho sonno, non dormirei stanotte...
--To'! anch'io non ho sonno.... e non dormirei; non le duole già che
l'accompagni?... quanto all'obbligazione non ci è tutta la premura che
ella immagina... ed è una cosa subito fatta, quattro parole sopra un
foglio di carta bollata... vorrei che fosse già aperto uno spaccio di
tabacchi che si leverebbe la seccatura subito... abbia pazienza fino a
domattina. E dica... non vuole che andiamo al caffè a prendere una
chicchera di latte caldo? Fa bene il latte caldo dopo una notte
vegliata... pago io, s'intende, poichè, salvo errore...
L'oscurità non permette a Donato di vedere l'occhiata che il suo
compagno gli lancia dal basso in alto con un occhio solo; ma nondimeno
l'indovina, come l'altro indovina che lo studente si fa rosso in viso.
«Non ci è da arrossire; ella ha perduto tutto quanto aveva, e non ha
più un soldo; ma sono qua io per lei; dica che cosa le occorre per i
bisogni più urgenti e faremo un conto solo...
Suonano le tre, quando il signor Asdrubale spinge con lieve violenza
il giovane nel caffè della stazione.
Non vi è anima viva, tranne due camerieri ed un grosso micio che
sonnecchiano.
Vedendosi ancora faccia a faccia col suo avversario, col suo nemico,
Donato sente come un impeto d'odio, come un'amarezza nuova, come uno
spasimo indefinibile. Quella faccetta asciutta, quell'occhio che
ammicca, quel labbro che sorride e par che ghigni, quel farsettone
chiuso come una cassa forte dopo di aver inghiottito ogni sua
ricchezza, quella voce monotona, uguale, stridula, quella disinvoltura
provinciale, non vi è dubbio tutto ciò è lui--il fante di picche!
Non pensa, solo gli sta innanzi la fatale visione; non ragiona, ma
sente un bisogno irresistibile: allontanarsi da quell'uomo.
Si alza bruscamente, e dice con voce rotta dallo sforzo che fa per
contenersi:
«Ho bisogno d'esser solo, venga domani; come le ho detto, le farò la
sua obbligazione.
Ma il signor Asdrubale non sembra avvedersi di quei modi nè di
quell'accento, afferra il giovine per la falda dell'abito e lo
costringe a sedersi, picchiando sul tavolino coll'altra mano per
chiamare un cameriere.
«Due chicchere di latte caldo, ben caldo... Veda, caro signor Donato,
come le dicevo, io non ho premura; fra un'ora albeggia, e se ha tanta
fretta faremo subito l'atto; intanto eccole qui trecentocinquanta
lire... le bastano?... non faccio che pigliarne nota e sono sue...
Tanta sicurezza dà l'ultimo crollo al giovine studente, il quale per
la prima volta fissa gli occhi in faccia del compagno importuno; ma
costui non batte palpebra, sorride bonariamente ed insiste per fargli
accettare il denaro.
Sotto quelle sembianze di cortesia e di buona fede è un'ansia paurosa
che non inganna nemmeno Donato.
«Ha paura che gli scappi!» pensa il giovane, «diffida di me.»
E ne ha ragione, figliuol mio; e che farnetica la tua mente scombuiata
se non il modo di fuggirgli di mano? Non sai perchè, non immagini che
farai, non vedi nulla oltre il bisogno del momento, perchè le tenebre
ti si stringono intorno al cervello; ma questo tuo bisogno prepotente,
l'hai pur detto, è sempre lo stesso--rimaner solo. E che farai quando
sarai solo?
Così sembrano parlargli il sorriso bonario e la dolce insistenza del
signor Asdrubale per fargli accettare il denaro.
E Donato accetta, beve il latte caldo, risponde a monosillabi alle
chiacchiere del compagno, spinge l'occhio nel buio della sua mente
quanto più gli riesce, cerca un'idea. Non trova; in quella ridda di
fantasie strambe--carte, tavolieri, debiti, sorrisi di Costanza,
lagrime del vecchio padre, carezze melanconiche di Mariuccia e quesiti
di meccanica applicata--non vi è nulla che abbia l'aria d'un pensiero
proprio.
Pure il bisogno di togliersi la seccatura del suo compagno ha preso a
poco a poco il carattere di mania; cominciano a venirgli alcune idee
di evasioni impossibili; pensa al conte di Montecristo, una delle
poche reminiscenze romantiche della sua vita numerica; si guarda
intorno cercando uno scampo; fa disegni insensati; fugge in cento mila
modi, e invano, chè il signor Asdrubale gli è sempre alle calcagna
come un'ombra.
E il tempo passa.
«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?» grida all'improvviso
una voce stentorea nella sala.
Ah! ecco finalmente un'idea!
«Pagherò io, dice Donato levandosi di botto ed accostandosi al banco.
--Oibò, ribatte l'altro, è già pagato, e chiama a sè col gesto un
cameriere.
Ma il giovine non gli bada e tira dritto, piglia l'altro cameriere in
disparte e gli dice sommessamente mettendogli in mano cinque lire: «Un
biglietto _secondi posti_ per Seregno; spicciati, il resto è per te.»
Cinque minuti dopo la voce stentorea ripete: «Chi parte per Sesto,
Monza, Seregno, Camerlata?»
E la campana annunzia la partenza.
Donato guarda attorno ansiosamente, non badando al signor Asdrubale,
il quale per la ventesima volta ripete: «Ah! triste cosa il giuoco,
non è contento chi perde, e non è nemmeno contento chi vince...
Creda...
Il cameriere arriva, Donato scatta in piedi senza dir parola, afferra
il biglietto ed infila l'uscio che gli sta in faccia.
Due minuti dopo il convoglio si muove, parte... lo studente di
matematica respira.