Non vorrei dare una cattiva notizia al lettore, ma è provato che egli
ed io, e gli amici suoi ed i miei, abbiamo tutti un demonio alle
calcagna. Donato, nostro amico comune, ora appunto è alle prese col
suo, che è un demonietto sopraffino.
Poc'anzi costui gli ha detto: «Ora che tu hai trecentocinquanta lire
in tasca, non andrai già al caffè ed al Circolo per far pompa innanzi
agli amici d'una suprema indifferenza ai colpi della sorte, non ti
darai il gusto di fumar loro sulla faccia un grosso avana, come nelle
grandi occasioni, non ti uscirà di bocca, insieme coi nugoli di fumo,
questa grossa spampanata che hai la meccanica, le costruzioni ed il
resto in quel paese, no, Donato mio, tu non lo farai.»
Se avesse detto «tu lo farai,» Donato forse si sarebbe impuntato a non
farlo; invece lo fa, e venuta la sera, col cuore leggiero, col
cervello a spasso e con un sigaro d'avana in bocca, egli trotta
allegramente al Circolo,--e il suo demonio dietro.
Atti di meraviglia, oh! ed ah! che gli si avventano da ogni parte,
sorrisi, strette di mani robuste, interrogazioni parlate e mute--un
trionfo.
Donato fa il suo ingresso con modesta dignità, compone il volto ad
un'allegria che gli dà un sopravvento irresistibile sui colleghi,
snoda la lingua a mille ciancie, dice un mondo di corbellerie che non
pensa, è d'una fatuità sublime.
«Sai, dice Cosimo, il piccolo Bonaventura ha rubato l'innamorata a
Faustino.
--E Faustino, per la disperazione, si farà la chierica, e si farà
chiamare frate Bonaventura, dice un altro ridendo.
--Sai... Valente ha comperato un bel baio.
--E il virtuoso Felice ha giuocato ed ha perduto... cinquanta
centesimi.
--Ieri abbiamo fatto una cena al Gnocchi,
--Giusto... che n'è del giornalista? chi ha visto Ilario?
--Io! È indisposto; la cena gli ha fatto male...
--Sempre la stessa mala lingua; non potendo fare un articolo critico,
ha fatto un'indigestione.
Donato in mezzo ai razzi di buon umore e di spirito, si accontenta di
star zitto e di dondolarsi sulla poltroncina fumando, e quando
finalmente dice una parola, tutti ridono in coro, pronti a giurare che
non hanno mai inteso nulla di così spiritoso. Così accade spesso nei
circoli e fuori.
Ma al nostro eroe è entrata in capo un'idea, e checchè egli faccia,
non vuole più uscirne... «Valente ha comperato un bel baio...» lui,
Valente, quegli appunto che gli ha guadagnato le sei mila lire!
Certo il demonio gli ha detto: «Tu non penserai a questo, a te non
importa dell'uso che Valente ha fatto del denaro guadagnato al gioco.»
«Valente è in gran vena, dice Cosimo, vince ogni sera...
--Chi viene? dice un altro.
--Io!
--Io!
--Io!
Escono. Donato sa dove vanno, non si muove. Il demonio gli dice: «Bada
bene, tu non devi più mettere il piede nella casa da gioco, non
lasciarti sedurre dalla curiosità di assistere a quello spettacolo,
non dire a te stesso che non vi è male alcuno...»
E Donato si leva, esce, e quando è sulla via pensa che tanto vale
passeggiare da una parte o dall'altra, e quando arriva dinanzi alla
nota casa, conchiude che sarebbe proprio una debolezza il non salire
le scale e che egli si sente forte, e che non giocherà...
Eccolo nella sala da gioco, sdraiato sopra un divano in aria di
suprema indifferenza.
Il fortunato Valente gioca e vince.
«Osserva, dice qualcuno vicino a Donato, anche stasera Valente ha
cambiato posto; egli afferma che la fortuna è una pazzerella e fa il
giro del tavoliere, e che tutta l'arte di vincere consiste nel saperla
precedere d'un passo.
«Oibò, risponde l'altro; la vera arte di vincere io la so, e non è
quella.
--E qual'è?
--È un'arte che non s'insegna: saper aspettare il momento buono....
--E chi te ne avverte del momento buono?
--Non so chi, ma qualcuno certo; pigliando in mano i dadi o le carte,
vi sono delle volte che io sono sicuro di fare un grosso punto e di
vincere la partita; è come un buon vento che dura un quarticino d'ora,
raramente mezz'ora; bisognerebbe saper cogliere il destro una volta,
puntar grosso e poi non giocar più.
--E allora perchè non ti sei fatto milionario? Avessi io un vento
simile!... Oibò, il vero sistema l'ho già esperimentato; è la teorica
delle probabilità. Valente per esempio fa banco; io mi schiero fra i
puntatori ed aspetto che egli abbia vinto tre o quattro volte; alla
quinta punto ed ho quattro probabilità di vincere.
--E perdi, perchè ti manca la quinta.
--È possibile, ma è più facile ch'io vinca, e se perdo raddoppio.
--E se ti trovi per caso a camminare contro vento vai alla malora....
--Vuoi proprio saperlo, dice il demonio di Donato, qual'è il vero modo
di vincere? Il vero modo di vincere è di non giocare; guardati bene
dal pensare che in un quarticino d'ora, di buon vento potresti
ricuperare il denaro perduto, arrischiando solo una piccola moneta....
Valente ha vinto ancora, sono quattro volte che vince, perderà alla
quinta... e Donato non sa che sia, ma crede proprio di sentire come un
estro, come un'onda che lo invada, il buon vento famoso forse.
Davvero, se ci è una giustizia, non può Valente conservare il baio che
ha comperato con denaro non suo... Potrebbe rischiare poco, cinquanta
lire sole... perdendo glie ne rimarrebbero trecento, e fuggirebbe... e
se vincesse, oh! se vincesse!...
Eccolo innanzi al tavoliere.... gli tremano le gambe, gli batte il
cuore.
Qual mano gli si posa sulla spalla a trattenerlo? Volta la faccia
impallidita.... è il signor Asdrubale, col farsettone nero abbottonato
da cima a fondo, col nodo della cravatta a sghimbescio, col sorriso
bonario sulle labbra.
A Donato vengono in mente mille idee in un punto solo. Come mai il
signor Asdrubale si trova nella casa da giuoco? E che gli vuole? E
perchè lo trattiene? Lo ha dunque spiato? Ha forse avuto incarico di
stargli alle costole per impedire una ricaduta? Oppure--la cosa è men
bella, ma più verisimile--oppure il signor Asdrubale bazzica nelle
case da gioco per ragioni di mestiere? Or gli torna in mente più vivo
il negozio stretto poche ore prima; rifà i calcoli fatti e conchiude
che le due anime di Cherubino Dolci e dell'ometto dal farsettone nero
abbottonato non solamente si assomigliano alla lontana, ma fanno un
paio magnifico.... Tutto ciò in un istante, tra due sorrisi ed una
stretta di mano.
Il signor Asdrubale non lascia il suo giovine amico, lo tira con lieve
violenza in disparte, sorridendogli sempre e guardandolo con sguardo
d'amore, e finalmente gli dice:
«Ella voleva giocare, dica il vero; tanto io son pratico di queste
faccende, ne avevo quasi un sospetto--e per questo sono venuto, glielo
dico schietto, perchè, via, se ella ha da giocare ancora, non vedo
perchè abbia da farmi torto.
Donato spalanca tutti e due gli occhi e non gli basta; quello che il
signor Asdrubale tiene chiuso non sarebbe di troppo per vederci
chiaro,
E l'altro prosegue a dire:
«Ho giocato anch'io, e gioco ancora qualche volta; se crede, può far
prima la pace del suo debito; io non desidero di meglio. Le carte sono
traditrici, ella potrebbe perdere con altri, e mi dorrebbe molto,
molto.
Il giovine capisce l'allusione, e vorrebbe offendersene; e sebbene un
sentimento di giustizia gli dica che il signor Asdrubale ha ragione,
si prova a fare il viso arcigno; ma l'ometto non gli bada, gli
sorride, lo trae con lieve violenza ad un tavolino, lo costringe a
sedersi e gli siede dirimpetto, e finalmente domanda un mazzo di
carte; tutto ciò con una bonarietà schietta, con maniere tra serie e
burlesche che finiscono a far ridere il giovane.
Ride e trema insieme, e si sente come oppresso dalla vergogna e dal
rimorso, e ricerca di soppiatto un'accusa sul volto del signor
Asdrubale, il quale ora è entrato nel guscio del giocatore vero e
mesce le carte con sicurezza e depone il mazzo sul tavolino.
«Che gioco preferisce il signor Donato?
Il signor Donato non sa nemmanco lui, ha appena la forza di fare un
gesto coll'animo di dichiarare che si rimette all'avversario, e
intanto sbadatamente taglia il mazzo.
«Sta bene; risponde il signor Asdrubale errando sul significato di
quel gesto; un gioco semplice, il gioco delle ultime ore, quando non
si ha più tempo da perdere e si vuol tentare la sorte con colpi
replicati e frettolosi, il solo gioco a due che non sia nè lungo, nè
difficile; bravissimo, vedo in lei la stoffa del giocatore; la carta
più alta vince.... benissimo; avrei però preferito qualche cosa di
meno spiccio e di più interessante; questo suo gioco eroico non dà
tempo alla commozione.
A Donato riesce finalmente di far capire con un mugolio che egli è
indifferente a qualsiasi maniera di gioco; aggiungerò per debito di
giustizia che in così dire egli si guarda intorno e che, se avesse in
faccia l'uscio, forse pianterebbe in asso il signor Asdrubale. Intanto
due o tre curiosi gli si sono stretti intorno per assistere alla
partita.
--A meraviglia, prosegue a dire l'ometto abbottonando l'ultimo bottone
della giubba fin sotto al mento; quand'è così le propongo un gioco
pieno d'interesse e di commozioni, che permette di _tirar l'orecchio_
alla carta, come si dice; ecco; spartiamo il mazzo per metà,
stabiliamo prima una carta, e chi si trova d'averla vince. Le garba?
--Mi garba.
--La posta?
Donato fa un gran sforzo per non balbettare e balbetta:
«Cinquanta lire.»
Qui i tre curiosi, non vedendo denaro sul tavoliere e delusi
nell'aspettazione d'un giuoco più forte, se ne vanno ad assistere alla
fortuna di Valente.
Il signor Asdrubale non dice più parola, piglia il mazzo, lo mesce
ancora e sembra concentrarsi tutto in quest'operazione; quando ha
finito presenta le carte all'avversario perchè tagli, poi ne estrae
una che deve decidere del gioco:
«Fante di picche!