«Martino Bruscoli mi ha detto:--Compare, tu vai a Milano?--Sicuro, ho
detto, ci vado e mi ci fermerò qualche giorno.--Ebbene hai da farmi un
piacere.--Dieci.--È per un collocamento di denaro di mia nipote colà,
cinque mila lire a mutuo, tu porterai la somma, mi ha detto.--La
porterò.--Sono cinque mila lire, le consegnerai al signor Donato X
studente di matematica, abitante in Via Moscova numero 11, entro il
giorno di domani infallibilmente.--Con tua pace, ho detto, come fai a
dare a mutuo i capitali di tua nipote ad uno studente di matematica? È
almeno maggiore d'età il signor Donato X?--È maggiore d'età; ha
talento e sarà presto ingegnere; gl'ingegneri di talento guadagnano
molto denaro; faccio un ottimo negozio; il sei per cento netto;
impiego sicuro; e poi il signor Donato ha anche l'eredità del vecchio
padre in prospettiva; gli uomini non sono immortali, ed è nell'ordine
naturale delle cose che....
Donato interrompe il dire dell'incognito, cacciando le mani nei
capelli con un atto di dolore.
L'altro, da uomo che non vuol sprecar tempo nè fiato, ammutolisce,
squaderna un pacco di carte che ha tolto dal portafogli, depone una
busta chiusa sul tavolino, nasconde le altre carte nel portafogli e il
portafogli in tasca, e quando Donato risolleva il capo, gli batte
famigliarmente sull'omero, e prosegue:
«Bravo giovinotto! bravo giovinotto! Martino Bruscoli è un uomo
d'affari nudo e crudo, va diritto alla quistione, non le gira intorno,
come fa il cuore, come fa il sentimento--cattivi negozianti tutti e
due--ed io sono un po' come Martino Bruscoli; scusi sa, si capisce che
calcolare sulla morte di un padre per....
--Io ne sono la causa....
--È vero anche questo; se Martino Bruscoli pensa all'età del suo
signor padre è perchè le dà il denaro della nipote, e le dà il denaro
perchè oggi scade la cambiale, e la cambiale scade perchè ella l'ha
fatta... ed ella l'ha fatta perchè si è data un po' di spasso...
giuoco, baldorie, donnette, si sa, ventidue anni! li ho avuti
anch'io--ventidue anni sono, ed ora che li ho due volte, le assicuro
che non valgono la metà....
L'uomo d'affari ride del proprio scherzo, ma vedendo che Donato non
gli bada, si batte sul ginocchio coll'aria di dire: «bravo, ci si badi
o no, la tua arguzia è saporita!»
«Il signor Martino le ha detto tutto questo? domanda il giovane
sollevando il capo fieramente.
--Nobile fierezza, giovinetto; non me l'ha detto lui, ma l'ho
indovinato io; egli attribuisce tutto ad un momento di pazzia nel
giuoco; è un buon figliolo il mio amico Martino; ha vissuto poco alla
città, è un Sant'Antonio che non conosce le tentazioni nemmeno di
vista....
--Il signor Martino ha avuto fede nelle mie parole e lo ringrazio; io
non bazzico con donne, bevo il vino annacquato, non fumo quasi mai....
--Ella è un uomo perfetto, interrompe l'incognito chiudendo un occhio,
dicevamo che sono cinque mila lire che scadono oggi; eccole....
E così dicendo rompe la busta e ne leva cinque biglietti della Banca
Nazionale, che sventola ad uno ad uno e guarda attraverso la luce
della finestra.
A quella vista, a quel fruscio, Donato sbarra tanto d'occhi e si sente
come mozzare il fiato. Egli non ha visto mai tanto denaro in una
volta, nemmeno sul tavoliere, dove pure ciascuno aveva sulle labbra
parole infinitamente più grosse di quel capitale. Anch'egli ha giocato
una parola, una parola piccina al paragone, ed ora deve pagare a
contanti. Cinque mila lire! Quanto è facile perderle, e come
dev'essere faticoso il guadagnarle!
E' par quasi che solo per suggerire queste fantasie al giovine
studente l'amico del signor Bruscoli gli abbia squadernato quei pochi
cenci innanzi agli occhi, perchè ora ripiglia il denaro, lo ripone
nella busta, e poi nel tacquino che estrae ed inabissa un'altra volta
nella tascaccia della giubba.
Donato lo guarda come istupidito. L'altro sorride, si rizza in piedi,
e dice:
«Scusi, sa, non posso stare molto tempo seduto, ho bisogno di
muovermi; e dica... si è già presentato qualcuno per il pagamento?
Il giovine addita senza dir parola l'avviso ricevuto poc'anzi.
«Alla Banca..., dice il bizzarro ometto, leggendo con un solo occhio
aperto; sta bene, bisogna andarci subito, si avrebbe tempo fino a
domani, ma è meglio sbrigarsi; mi vuole accompagnare? Ho l'ordine di
riscuotere la cambiale colla ricevuta in regola; finiremo poi il
negozio con una semplice scrittura privata. Per via mi faccia memoria
di comperar la carta bollata...
Così dicendo abbottona il farsettone nero da cima a fondo, si pone
innanzi allo specchio per tirare in positura perfettamente orizzontale
il nodo della cravatta che pel tramenio della persona va ogni tanto a
sghimbescio, infila un paio di guanti neri e larghissimi, in due
tempi, brandisce il bastoncello di giunco e si avvia a passo di corsa.
A Donato rimane appena il tempo di ghermire il cappello, di guardarsi
alla sfuggita nello specchio e di porsi alle calcagna del bizzarro
visitatore, il quale scende le scale a due gradini alla volta.
«Signore, signore!
Il signore si ferma per fortuna, e in due salti Donato gli è presso.
«Non le ho detto il mio nome; mi chiami signor Asdrubale; a Milano non
mi si conosce altrimenti.
Ora che Donato sa di aver a fare col signor Asdrubale, per occupare in
qualche modo il silenzioso trotterello con cui gli cammina al fianco,
piglia ad esaminarlo.
Il signor Asdrubale veste interamente di nero, secondo l'ultimo
figurino domenicale della campagna; ha un volto asciutto, espressivo,
con due occhi piccini, ma penetranti e sempre in agguato dietro folte
ed ispide sopracciglia; ha le labbra sottili, ma socchiuse, perchè ci
sta di mezzo un sorriso bonario; per altro ammicca di continuo cogli
occhi, come per un ticchio nervoso, e ciò guasta un pochino
l'impressione piacevole della bizzarra fisionomia.
Quanto all'andatura è quella d'un che abbia fretta, il contegno, non
punto impacciato, ma dimesso, è d'uomo che conosce benissimo gli usi
della città, ma si attiene alle lezioni dei campi.
Si giunge alla Banca.
L'_operazione_, come dice il signor Asdrubale, non richiede gran
tempo; ecco Donato rimminchionito dinanzi ad un pezzo di carta,
guardare la propria firma che gli è costata tanto cara. Non ci si fida
quasi; quel nome e quel cognome gli paiono capaci di qualche tiro,
vorrebbe lacerare la cambiale. Il signor Asdrubale lo trattiene; e
giunto a casa tira fuori un foglio di carta bollata, mette la penna
nelle mani del giovine e detta senza preamboli una breve ma succosa
dichiarazione come qualmente Donato è debitore di lire cinquemila
verso Costanza.
Questa volta lo studente di matematica firma senza titubare e suggella
il tutto con una lagrima che gli sgocciola di nascosto,
«Buona Costanza!
--Cuor tenero; benissimo, dice il signor Asdrubale chiudendo
maliziosamente un occhio; la signorina Costanza è molto ricca...
non fa nissun sagrifizio; come vede, colloca i suoi capitali
coll'interesse del sei per cento, impiego sicuro, perchè già ella è
sulla via di diventar ricco ed alla prima tappa della fortuna non
proseguirà certo il viaggio senza pagare i debiti. Quando si è
ingegneri si può camminare spediti, e camminando spediti si può
arrivare in tempo... la signorina Costanza è tanto giovane...
Finalmente apre l'occhio, e sghignazza forte; Donato, che si è fatto
rosso fino alle orecchie, ora ripiglia animo e trova gusto in quelle
allusioni.
«Ecco fatto, dice il signor Asdrubale, piegando l'obbligazione e
mettendola in fascio con un mucchio di carte, non era più difficile di
così.
Donato accompagna melanconicamente la scritta che ora sprofonda
nell'ampia tasca, e le manda dietro un sospirone lungo.
Ci è qualcos'altro; è facile vederlo anche tenendo un occhio solo
aperto, come il signor Asdrubale, il quale entra difilato nel cuore
dell'argomento.
--La me lo dice, o l'ho da indovinare? Ella, con rispetto parlando, è
al verde; si capisce, quando si è studenti non si possono pagare
cinquemila lire da un momento all'altro senza trovarsi un po'
dissestati... Non è così?
È così, è assolutamente così; e come dir di no, quando quell'adorabile
signor Asdrubale mette un garbo tanto persuasivo ed una bonarietà
tanto impertinente nelle sue interrogazioni?
--Ecco, dice Donato, facendosi di bragia; prima delle cinquemila lire
io ne aveva perduto altre mille, e di queste ne avevo cinquecento
sole...
--Dimodochè, interrompe l'altro, geloso di far prova di penetrazione,
dimodochè ella ha un debituzzo di cinquecento lire e non ha un soldo
in tasca.
--All'incirca, tranne che il debituzzo è di seicento lire... per
gl'interessi.
--E scade?
--Fra due mesi.
--Il suo creditore si chiama?
--Cherubino Dolci, via Poslaghetto, N. 12.
--Un cherubino vero, della stoffa su cui si tagliano gli angioli
custodi dei figli di famiglia.
--Un usuraio, un briccone.
--Ingrato! un uomo di cuore, un uomo onesto, che non la vedrebbe
perdere di tasca un centesimo senza correrle dietro per
restituirglielo; ella non sa come funziona il meccanismo del credito;
e può dire lei dove incomincia l'inonesto nell'interesse? Ci ha un
interesse legale, inferiore all'interesse commerciale, il quale poi
sta sotto all'interesse bancario; il commercio fa un passo più della
legge, la banca fa un passo più del commercio; e non sarà lecito ad un
uomo di buona volontà fare un passo più della banca? Il signor
Cherubino Dolci ne fa forse due o forse tre, ma in fondo è un
galantuomo... Dicevamo dunque, via Poslaghetto, N. 12; sta bene; farò
io questo piccolo negozio, riscatterò la sua obbligazione per mio
conto.
E senza dar tempo al giovane di rispondere, ripiglia il cappello, se
lo incassa sulla testa perpendicolarmente, abbottona l'abito ed infila
l'uscio.
Un'ora dopo è di ritorno; Donato ha avuto le sue buone ragioni per non
muoversi di casa e starlo ad aspettare.
«È andata a meraviglia, dice il signor Asdrubale sbottonandosi e
buttando il cappello sopra una seggiola; il signor Cherubino Dolci è
una pasta di zucchero; ha capito ciò che aveva da guadagnare se
accettava subito il pagamento e non è stato a lesinare sullo sconto;
ecco anche questa obbligazione; non ce n'è altre per caso?
--No, dice Donato con un accento di fierezza che mette l'altro di buon
umore.
--Quand'è così ricapitoliamo: seicento lire per l'obbigazione,
trecentocinquanta che le do in contanti, fanno mille lire tonde tonde
che ella mi pagherà fra un anno cogli interessi commerciali.
Non per nulla Donato studia la matematica; facendo mentalmente il suo
conto, egli trova che un po' di Cherubino Dolci ce l'ha anche il
signor Asdrubale; ma nella gioia di vedersi liberato dai fastidii per
un pezzo, nell'ebbrezza di sentirsi padrone ancora d'una sommetta, si
dimentica volentieri di tutta la sua scienza numerica e ripete che va
benissimo, che va benissimo, che va benissimo, e per poco non si
stringe al petto quel caro, quel simpatico, quell'adorabile signor
Asdrubale.