Dieci volte si è incontrato distrattamente con un'idea buia che gli
passa ogni tanto dinanzi, ma ancora non sa bene che sia; ha l'occhio,
il pensiero ed il cuore al solito fantasma dai labbruzzi rosati; ma
l'ombra nera, instancabile, ripassarsi fa una luce di baleno nello
spirito di Donato... è dessa, la cambiale che scade al domani!
Il fantasma dai labbruzzi rosati scompare, tutto un esercito di
immagini paurose invade il campo dei suoi sogni ad occhi aperti; è un
istante solo, ma quante amare ricordanze in un istante! Ah! che ha
fatto! che ha fatto! Come sarebbe felice ora se...
Bizzarra beffa della sorte, che egli debba la felicità alla propria
sciagura! Pure è così: senza quel denaro perduto, or non si sentirebbe
tanto ricco! Gli viene un estro di filosofo. «Ecco, dice Donato a
Donato, quando tu perdi di tasca uno scudo, ti si fa pagare con questa
moneta quel tanto d'esperienza necessario a non mettere gli scudi
nelle tasche sfondate.» Potrebbe moltiplicare gli esempi all'infinito,
ma si pente, si arresta, e per non conchiudere che a lui l'esperienza
fu fatta pagare troppo cara, avvia il pensiero da un'altra parte. E da
qual parte? La cambiale che scade al domani anticipa, gli si presenta
allo sconto, ed egli, non pratico di codeste operazioni bancarie, ci
si confonde, ci perde il capo.
Viene la notte, una eterna notte di fantasie nere, viene il mattino.
Ora si inquieta: le cinque mila lire non ci sono ancora, se
mancassero!... Costanza non ha scritto, lo zio non si è fatto vivo.
Tutto ieri pareva una cosa naturale e logica che il denaro dovesse
venire al domani; appena è l'alba del domani pare invece una cosa
naturale e logica che il denaro doveva venire alla vigilia. Donato,
frugando nel codice di commercio, ci ha trovato molte dozzine di
articoli che lo riguardano, ha nel cervello una processione d'immagini
disparatissime, scadenze, protesti, baci, tavolieri colmi d'oro, la
canizie del padre, il coro delle rane di Romanò, e in coda a tutto...
l'arresto personale.
Sono le dieci del mattino; qualcuno picchia all'uscio del suo
domicilio legale; a Donato tremano le gambe nell'andare ad aprire. Se
si sapesse già che egli non ha il denaro, che non può pagare, e si
venisse ad arrestarlo!... Non ci è senso comune, lo sa, ma tanto tanto
trema; e giunto sul limitare, si ferma e non osa tirare il catenaccio,
che gli par già di vedere dietro l'uscio un volto freddo, marmoreo, un
uomo dall'aspetto rigido, a cui dovrà dire.... che cosa?...
Egli non sa risolversi ad aprire e l'altro pare determinato ad
entrare, perchè borbotta fra i denti contro la mancanza d'un
campanello e tira calci all'uscio.
Qualcuno si affaccia al pianerottolo e dice all'impaziente: «dormirà!»
E l'impaziente risponde: «quando si hanno da pagare cinque mila lire,
non si dorme fino alle dieci e un quarto.»
E l'altro, un ottimo vicino: «E quando non si hanno....» Senza dubbio
lo scherzo gli pare amenissimo perchè sghignazza forte.
Un istante di silenzio; Donato, ora che vorrebbe aprire, ha paura di
lasciar entrare gli sguardi curiosi di quel vicino che ride. Ma il
buco della toppa si oscura; forse qualcuno guarda... Donato si tira
indietro quanto può, senza far rumore, per non esser visto; ma ode
nuove ciancie, rumore di passi sul pianerottolo, giù per le scale, poi
più nulla. Il buco della toppa è sempre oscurato; Donato ci va presso,
guarda e vede una cartolina piegata; l'afferra, torna nella sua camera
da letto e si lascia cadere fra le braccia d'una poltroncina. Ha la
fronte coperta di sudore.
Quella cartolina dice press'a poco così: «Il signor Donato X è
invitato a pagare alla Banca (qui una delle cento) Lire 5000 per un
effetto scaduto oggi.»
Ci pensa, rilegge, non capisce, rilegge ancora:
«Il signor Donato X è invitato a pagare alla Banca.... lire 5000 per
un effetto scaduto oggi.»
Ma si tirano nuovi calci all'uscio. Una speranza entra baldanzosa nel
cuore del giovine, e gli dice: «va ad aprire.» Non ci va, ci corre.
Un ometto sottile e nervoso, con una faccia mobilissima e sorridente,
si affaccia nel vano:
«Il signor Donato X?
--Sono io, per servirla.
--Vengo da parte del signor Martino Bruscoli.
Donato non ha mai inteso questo nome, e tira ad indovinare:
«Lo zio di Costanza?
--Precisamente lo zio della signorina Costanza.
E l'ometto in così dire è guizzato in camera, sorridendo e guardandosi
intorno coll'aria d'uomo soddisfatto di sè medesimo.
Anche il giovine studente ne è soddisfatto; il volto, i modi, tutto
gli piace nell'incognito, sente che se lo stringerebbe volentieri al
petto, ma un naturale sussiego lo trattiene.
In quella vece accosta un seggiolone, invita il nuovo venuto a sedere,
e gli domanda col miglior garbo possibile:
--Ella è il signor?...
--Come le ho detto, vengo da parte del signor Martino Bruscoli, ripete
l'ometto, chiudendo un occhio e cacciando una mano nella tasca del
farsettone.
Che modi, che sorriso, che uomo adorabile!