CAPITOLO XVIII.

_Dove si traggono le reti e ci si raccoglie per far vela a più lontani

porti._

Siamo quasi giunti, Signori miei, e questa prima parte del dolce-amaro

_Carnevale_ volge al suo fine.

Ora, una sera, Rigaglia pensava già di esiliarsi e di piantare in asso

il suo vecchio padrone che lo teneva in troppo duro dominio (erano

prossimi i tempi della Settimana Rossa); e aveva preparato a questo

i Compagni, e già si era eletto un nuovo domicilio presso le mura, in

un luogo di malfamati costumi; a tale distacco veniva preparandosi il

_brutto testone_, quando, una sera, qualcuno suonò ripetutamente il

campanello.

Mostardo era entrato proprio allora. Sì fermò nel cortile.

— Chi sarà?... Va a vedere!

Rigaglia si avviò per l'andito, e mentre si dirigeva alla porta di

strada, senza affrettarsi, fu suonato ancora e con maggior violenza.

— Un momento!... Che cos'è questa maniera?... Morirete?...

E, indispettito dal nuovo procedere degli ignoti visitatori, aprì la

porta con malgarbo; ma appena l'aveva aperta che indietreggiò e rimase

là, intontito, come un povero scemo.

Sei guardie di pubblica sicurezza, senza badare a lui, si scagliarono

dentro dirigendosi di corsa al cortile.

Che cosa avveniva?... Una reazione del Governo borghese?... Ebbe una

gran paura e, per non perder tempo a ragionare, guardatosi intorno e

vistosi libero, infilò la porta e via a gambe levate verso il vicolo

più prossimo, raggiunto il quale, scantonò e non ebbe pace finchè non

trovò rifugio in un retrobottega.

Frattanto il Cavalier Mostardo, che si era fermo nel cortile, viste

sopraggiungere le guardie ebbe un tuffo al core e tanto sbiancò da

parer che morisse. Ecco che il sospetto diventava realtà. L'unico

indiziato dell'assassinio del marchese della Pipetta non poteva

essere che lui. E il lungo processo interiore che gli aveva tappata

la bocca fino a quel punto (chè, se avesse parlato, ogni sua supposta

responsabilità sarebbe stata vinta); il lungo processo interiore per il

quale era passato, gli ritornò alla memoria.

_Un buon romagnolo non fa mai la spia!_

Questa la causa morale della tanto biasimata omertà romagnola.

La vittima, con la morte, si esilia e travalca il limite del bene e

del male; è una «_povera anima_»; gli assassini che debbono restare al

mondo e sfuggire alle pene che gli uomini sanzionano per simile genìa;

gli assassini non sono che «_disgraziati!_».

Il Governo è il gran nemico della moltitudine.

Tale concetto che si trascina secolarmente nelle masse e che è il

portato della più che millenaria schiavitù e sofferenza, non potrà

radicalmente mutare per andar di tempo, per evoluzione di popolo

o per novità di regime. Un senso fiero di libertà, di indipendenza

e di giustizia lo alimenta. Quando anche tutto fosse virtualmente

pareggiato, più dura dovrebbe essere la legge e di conseguenza più

forte il senso dell'eterna ingiustizia dal quale nasce il fermento

dell'indisciplina. Si procederà per esperienze e adattamenti, restando

immutate le virtù e le qualità primigenie delle razze.

Così, in Romagna, un «_povero bandito_» e cioè un perseguitato dalla

polizia, un volgare delinquente sfuggito alla sanzione della legge e

costretto a una vita di ansie, di fughe, di travestimenti, raccoglierà

sempre la pietà e la commiserazione del popolo. In lui non si vede

più l'assassino; la sua colpa è cancellata dall'aspra vita che deve

condurre; dall'essere la sua libertà insidiata di minuto in minuto;

dal dover restarsene nascosto, durante il giorno, nelle caverne, nelle

cantine, nei fienili, per riprendere la strada di notte.

È il camminante del delitto. Trascina la sua pena e la sua colpa nella

tenebra, domandando di che vivere ai casolari dispersi. Incute timore;

alimenta la leggenda; asseconda l'innato romanticismo dell'anima

popolare. Diventa _il bandito_ per antonomasia.

Il Governo perseguita tutti, rappresenta, secondo la mentalità

popolare, il male di tutti; all'opposto _il bandito_ non fa male a

nessuno (quello che ha fatto è dimenticato) anzi rappresenta un po'

della pena di ciascuno e la ribellione delle masse al giogo necessario,

all'ingiustizia inevitabile.

_La spia_ che lo consegnasse alla Società, sarebbe bollata dell'infamia

e troverebbe, una volta o l'altra, la pena sanzionata dal comune

sdegno, in una morte improvvisa.

Questo il processo interiore che aveva trattenuto il Cavalier Mostardo

dal denunziare gli esecutori del delitto.

Benchè appartenessero alla _Camera rossa_, una ragione superiore,

radicata in lui come in tutto il suo popolo, lo tratteneva dalla

denunzia: _non voleva essere una spia!_

Sentiva che il giorno in cui gli avessero potuto gettare in faccia

l'atroce insulto, sarebbe stato per davvero, e per sempre, un uomo

finito.

Così aveva taciuto, pur avendo certezza di dover scontare una colpa non

sua.

Solo il senso doloroso di avviarsi verso il culmine del suo Calvario

lo aveva fatto impallidire, e la solitudine di Spadarella, e la perduta

dolcezza di Ninon Fauvétte, della sua Mignon.

Il Cavalier Mostardo · 第 57 / 72 题