CAPITOLO XVII.

_Qui l'amore e la bontà danno scacco matto al cuor di Mostardo e

Spadarella canta._

Rigaglia aveva un gran daffare. Tutti i giorni, quando il Cavalier

Mostardo ritornava a casa, verso sera, trovava il «_brutto testone_» in

cortile, in mezzo a un crocchio di contadini. E parlava, e gestiva, e

discuteva come un invasato, raccogliendo la ferma attenzione e il pieno

consenso degli ascoltatori suoi.

Una volta l'udì dire:

— _Perchè la bassa sflicita debbono comandare; e la terra saranno di

chi la lavora!_...

Ora, per penetrare nell'ermetismo rigagliano, convien sapere che

l'oscurissima «_bassa sflìcita_» (bassa infelicità) altro non era se

non il popolo minuto, la plebe più in basso, la maggioranza dispersa.

Forse in altri tempi, e con altro cuore, il Cavalier Mostardo si

sarebbe fermato ad ascoltare i discorsi di Rigaglia e ne sarebbe nato

uno fra quei contradditorii ineffabili, in cui il grande trionfava

del piccolo non solo per virtù di logica, ma, altresì, per magnanima

virtù muscolare e definitiva. Però, essendo tetra l'ora corrente, e

a ben altro intesa l'anima affannata del nostro eroe, accadeva che il

Cavaliere passasse oltre senza rifiatare.

E questo era piaciuto a Rigaglia il quale moltiplicava i suoi raduni

accrescendo sempre il numero degli ascoltatori, tanto che una sera,

rincasando il Cavalier Mostardo, trovò il cortile talmente stipato, da

non sapere come attraversarlo per arrivare alle scale che conducevano

alle stanze del primo piano.

E quella sera chiamò Rigaglia in disparte e gli domandò:

— Mi sai dire che cosa complotti?

— Niente.

— Che fanno qui tutti questi contadini?

— Si parla.

— Ma sei tu che parli sempre!

— Oi...

— Be'... e che cosa dici?

— Un po' di politica, così...

— Con questi insensati?... Vuoi vender loro dei lunari?

— Discutiamo del giusto!

— Nelle tasche degli altri!

— Il santo sudore dei lavoratori...

— Ma va' via, chè sei un versipelle!

E l'aveva piantato in asso, così, perchè tutto gli era indifferente

ormai; e avrebbe lasciato crollare il mondo senza muovere un dito.

Non voleva veder più nessuno: nè l'onorevole, nè gli altri uomini

minori del partito; in proposito aveva dato ordini severissimi e

inutilmente erano andati a cercarlo l'avvocato Suasia e Bucalosso;

l'ingegnere Fias e Asdrubale Tempestoni. Egli voleva essere come morto.

Di tale stato di spirito veniva approfittando, come abbiamo veduto, il

lento e cocciuto Rigaglia il quale, avendo segretamente saputo che si

lavorava, nei circoli repubblicani, a preparare la _Settimana rossa_,

decisosi ad uscir dal suo guscio per entrare nel mondo dei fatti, si

preparava gli uomini che potevano intenderlo e sostenerlo, il giorno

in cui, stanco di essere nessuno, gli fosse piaciuto difendere gli

interessi suoi apertamente e in forma aggressiva.

Come e perchè Rigaglia fosse, arrivato a tale divisamento non sarà di

intesa difficile quando si pensi che aveva egli accumulato tanto danaro

da pareggiarsi, con giustizia, a un piccolo borghese; ora il solo

timore di poter essere compreso nell'odiata classe degli sfruttatori,

lo improvvisava e lo manteneva leone.

Si avvicinavano i giorni della _Settimana rossa_ e nessuno poteva

supporre che dalla tanto auspicata sommossa dovesse balzare alla luce

una nuovissima farsa; molto meno poi Rigaglia testone poteva immaginar

questo; egli anzi credeva imminente il _Regno del Popolo_; e siccome,

per aver un certo fiuto pratico, sapeva che tale Regno si sarebbe

iniziato con la scalata alle Banche ed alle Casse di Risparmio, voleva,

in ogni caso, essere fra i primi a penetrare nei tanto vietati recessi:

in primo luogo, per mettere a posto le cose; e, in secondo luogo, per

non rimanere spogliato e disautorato.

E il socialismo ch'egli veniva propalando di sera in sera alle sue

lanose pecore, nel cortile del Cavalier Mostardo, si intonava a

tale caotica semplicità e a tale divina ignoranza da permettergli le

speranze e le certezze più strampalate.

Tale era l'apostolo, quale l'oratore; e tale l'uomo, quale l'eterna

bestia.

Scrisse una lettera umile come non aveva scritto mai. Il giorno in cui,

padrone di un segreto capitale, avrebbe potuto agire con astuzia, fu

più ingenuo del solito. Gli doleva il core ed era schiavo del dolore

suo che arrivava troppo tardi per esser dominato.

Mostardo conosceva bene i suoi romagnoli e sapeva che il giorno in cui

avevano stabilita la morte di qualcuno, tale morte era certa. Sapeva

altresì che nessuno avrebbe veduto o parlato. Conosceva l'omertà della

sua gente.

Il marchese della Pipetta camminava inconscio verso l'ultima ora sua.

Il caso gli toglieva d'attorno, all'insaputa, un rivale. Era vero. Ma

lo stesso caso non poteva ridargli il cuore di Ninon Fauvétte. Morto il

marchese, la bella donna crudele avrebbe forse lasciato, e per sempre,

la Città del Capricorno. Questo non voleva Mostardo. Preferiva saperla

in un altro napoleonico giaciglio anzichè nell'ignota e insuperabile

distanza. Così si fece umile nella sua tristezza e scrisse a Ninon

Fauvétte.

_Cara Mignon_,

_vi siete fatta ingannare da una creatura indegna. La lettera che

mi avete spedito come prova della mia infedeltà, non ha nessun

valore. Anche i sassi sanno che vi voglio bene e che muoio per

voi. Provo le pene dell'inferno. Ma sarà inutile che vi racconti

quello che non volete sentire. Però per provarvi ancora una volta

ch'io non sono capace di far porcherie, vi dico questo. Mignon:

state a sentire. L'uomo che amate corre un tremendo pericolo; non

posso scrivervi quello che vi dirò a voce. Datemi un appuntamento

subito subito. Bisogna far presto. Io non vi domando niente, non

voglio niente, non ho bisogno di niente. Io sono un insensato che

vi vuol bene e vuol salvare voi e il vostro uomo. Perdonatemi. Non

so scrivere. Se sapessi scrivere vorrei buttarvi qui dentro il mio

cuore perchè ci leggeste la malinconia. E vorrei che la carta e

l'inchiostro si innamorassero come me per potervi parlare. Ma lo so

che non val niente! Io non so mettere quattro parole in croce e voi

siete di Parigi. Ah, poveretto me!... Sarebbe stato meglio se il

Signore mi avesse fatto morire._

_Rigaglia vi porterà questa lettera e aspetterà la risposta perchè

bisogna far presto._

_Addio, addio._

_Il vostro_

MOSTARDO

Quand'ebbe scritto, si passò il dorso della mano sugli occhi e ristette

immobile, immerso nel profondo del suo smarrimento. Poi si riscosse e

chiamò:

— Rigaglia?

Nessuno gli rispose. Attese un poco, poi, contro il suo solito,

non dette in escandescenze improvvise, ma si alzò e si accostò alla

finestra che dava sul cortile.

In mezzo al cortile era Rigaglia che arringava la sua tribù lanosa e

irsuta.

— ... _perchè l'ingiustissia socialle l'è il frutto della borghesia. I

nostri bambini, le nostre mogli, i nostri vecchi padri muoiono dalla

fame per ingrassare i patroni, i vigliacchi borghesi. L'è l'ora di

finirla. Su fratelli... su compagni!... La «fitta schiera» sarà la

nostra bandiera!... Perchè_,

— Il libro del perchè sta sotto il culo al Papa!

Rigaglia boccheggiò e alzò la faccia smarrita.

— Dico a te, Patatùchi!...

Rigaglia non rifiatò. Aveva visto il fiero cipiglio di Mostardo.

— Su, vieni di sopra!

Non si mosse.

— Con chi dico?... Vuoi che venga a prenderti per il colletto?

Allora Rigaglia mormorò qualche parola incomprensibile e sciolse

l'adunata.

Eccolo di fronte al Cavalier Mostardo.

— Cosa volete?

— Dì un po' galantuomo, hai presa la mia casa per il _Pestapévar_?[6]

— _Me no!_

— Allora ricordati che non voglio più avere la tua gente fra i piedi.

Ci siamo capiti?

— _Mo si!_

— Va bene. E adesso prendi questa lettera e corri a casa del marchese

della Pipetta. Devi domandare della francese e consegnarla nelle sue

mani. Hai capito?

— Sì.

— E aspetta la risposta.

— Sì.

— Ma fa presto. Corri.

Rigaglia benchè a contraggenio, partì correndo. Il Cavalier Mostardo

uscì a passeggiare nel cortile.

Non poteva attendere in pace.

Quel giorno il gallo Francesco era libero per il cortile e pareva

ne fosse padrone. Il Cavaliere se lo trovò fra i piedi tre o quattro

volte. Finì per sistemargli un calcio nella coda.

Rigaglia non ritornava e la sera era prossima.

Se il marchese e Ninon Fauvétte erano partiti per la campagna,

addio!... Il delitto era consumato!

Perchè Jusafîn e Plèdga avrebbero mirato giusto, e un colpo poteva

toccare anche a Mignon.

Quest'ultima possibilità, che ancora non gli era balenata, gli fece

insopportabile l'attesa.

Se Mignon fosse morta era più che certo che l'ultimo domicilio di lui,

povero grande, sarebbe stato il manicomio di Imola. Certo non avrebbe

potuto resistere al tragico crollo del suo amore. La fine irremissibile

lo avrebbe stroncato. Piuttosto soffrire così per lunghi anni e saperla

fra le braccia dei rivali suoi fortunati, anzichè emigrata dal mondo,

nell'ombra inesplicabile.

Epperò tali pensieri e tali tristezze gli lancinavano l'anima; e

camminava sempre più spedito per il cortile!

Il gallo Francesco era scomparso verso il pollaio.

Poi la troppo lunga attesa gli si fece insopportabile ed uscì sulla

strada.

Da qual parte sarebbe arrivato Rigaglia? Quale strada avrebbe fatto?

Gli balenò un'idea luminosa: bisognava attaccare la Carlotta; tenersi

pronto per arrivare con maggior sollecitudine dove fosse occorso.

Rientrò; trasse la cavalla dal chiuso; incominciò a vestirla. In breve

tutto fu in ordine. Allora aprì il portone e salì sul baroccino. Aveva

appena prese le redini e stava per chinarsi a raccoglier la frusta

quando udì per l'àndito il busso disperato degli scarponi di Rigaglia.

Si rivolse. Il brutto testone arrivava di gran corsa.

— Bè?... Cosa c'è di nuovo?

— Sono andati via...

— Ma dove?

— In campagna...

— Tutti due?

— Sì... tutti due... il marchese e la francese...

— Porco Dacco!...

Partì alla disperata, lanciando la Carlotta alla gran carriera, via per

gli acciottolati della Città del Capricorno. Lo videro saettare come

un fulmine; fu accompagnato da urla e fischi; stritolò due cani e un

gatto, rovesciò una carriola e il suo padrone, portò via di netto una

ruota a un baroccino da corsa, urtò in un paracarro, salì su cinque

o sei mucchi di ghiaia, scortecciò un albero, investì un ciclista, ma

tutto ciò non lo scompose; ritto sul baroccino, senza cappello in testa

non fece che urlare e frustare. La Carlotta filava via, il ventre a

terra, le narici enormemente dilatate, soffiando come una vaporiera.

E scomparvero in un nuvolone di polvere, sotto la sera rossiccia.

Pratico di ogni strada egli pensò di arrivar prima prendendo le

scorciatoie. In breve fu in prossimità del fiume maledetto, fra i

canneti del quale si nascondeva l'insidia al suo amore. Allora frenò la

Carlotta che stava per scoppiare e entrò in un'aia.

Una donna era seduta presso il muro della casa colonica, sotto a una

vite a pergolato. Girava un filarello.

— _Rusina_, è in casa il vostro uomo?

— Sì: è nella stalla.

— Chiamatelo.

_Pirôn_ uscì, in maniche di camicia; una forca fra le mani.

— _Pirôn_, fatemi il piacere: staccate la cavalla e datemi la schioppa.

— Cosa volete farne? Volete andare a caccia a quest'ora?

— Sì; voglio andare a caccia!

— Oi...

E Pirôn rientrò ed uscì con la schioppa.

— Badate che è carica a pallettoni!

— È quello che voglio!

Allora Pirôn ammiccò e chiese sottovoce:

— C'è da far del fumo?

— Sì.

— Volete che venga anch'io?

— No. Voi staccate la cavalla e aspettatemi.

— Come pare a voi.

Mostardo prese la schioppa e uscì correndo. Pirôn e la sua donna si

fermarono a guardarlo ma non dissero niente.

Non gli costò troppa fatica arrivare alla strada del fiume: ne era

distante appena un cento metri; solo, quando si trovò di fronte ai

canneti nei quali dovevano essersi nascosti Jusafîn e Pledga, gli

nacque il dubbio che la vettura del marchese fosse trascorsa; ma, se

era trascorsa, la strada avrebbe dovuto essere logicamente affollata

di contadini, nel punto del misfatto; invece non vedeva nessuno;

uguale silenzio e uguale deserto. Allora bisognava aspettare; ma dove?

Era cosa migliore cacciarsi pei canneti e cercare i delinquenti nel

loro agguato, o non piuttosto aspettare in quel punto la vettura del

marchese per farla ritornare verso la città? Egli, veramente, avrebbe

voluto fare e l'una cosa e l'altra. Nell'incertezza, optò per la prima

e, attraversata di un balzo la strada, discese per la riva del fiume e

si perse fra il frusciar delle canne.

Il sole era andato sotto; l'ombra incominciava ad addensarsi. Egli non

distingueva un gran che a più di tre passi di distanza.

— Per Bios!...

E poi bisognava fare adagio adagio adagio, perchè quelle maledette

canne pareva avessero le sottane di seta, tanto frusciavano; e, a

muoverne una, si muovevano in cento come se tremasser tutte quante per

la paura, o volessero far la spia le assassine!

Allora cercò i piccoli scoli che i contadini hanno cura di tracciare

quando piantano un canneto, e si mise per quelli. Procedette curvo,

quasi gattoni. Le canne, parlarono meno. A quando a quando si fermò ad

ascoltare ma non sentiva niente.

Sentiva solo il verso del chiù, come nella notte che l'aveva condotto

all'amore. Quanto lontana!... E gli spasimava in cuore una pena di

morirne.

Perchè non essere come gli uomini che sanno distrarsi a scacciare

i ricordi che ammalano?... Perchè vi sono certi ricordi malati

che riducon la vita a una tristezza nera. E, certuni, non sanno

distaccarsene mai più.

Ora cantava il chiù, frusciavan le canne ed egli non poteva scoprire i

manigoldi in agguato.

Ma, di un subito, sostò e si disse:

— Eccoli!

Aveva veduto infatti muoversi un'ombra. Eran loro! Si acquattò,

trattenne il fiato, procedette pian piano, nell'atto di puntar la

schioppa e far fuoco. Non vedeva bene di che si trattasse, ma non

voleva accostarsi troppo. Era necessario agir di sorpresa. Quando

gli parve di trovarsi alla distanza opportuna inspallò lo schioppo

gridando:

— Ferma o ti sparo!

Ma l'altro era già fermo; era fermo ed ebbe paura; ebbe paura e fece

per fuggire; ma in quel che si levava avendo dimenticato i discreti

bisogni che lo avevan condotto nel cuor del canneto, il Cavalier

Mostardo fece fuoco e colse il bersaglio; e il bersaglio non era la

parte più eroica dell'uomo, anzi era quella che non si mostra mai al

nemico e che è equidistante fra i calcagni e le spalle. Ora tale parte

sanguinava per più ferite.

— Oh Dio!... Mi hanno ammazzato!...

Il Cavalier Mostardo fu sopra al contadino:

— Sta zitto, insensato!...

— Oh Dio!... Oh Dio!...

— Oh Dio, un corno!... Non vedi che non è niente?...

— Mi avete scambiato per una lepre?

— Peggio per te che vieni per i canneti a far certe cose!...

— Sono io che devo chiedervi scusa?

Il Cavalier Mostardo stava per rispondere a tono, irritato dal l'errore

e dalla maligna sorte che, anche nell'ora più tragica della sua vita,

lo perseguitava col ridicolo, quando sussultò allo schianto improvviso

di tre schioppettate e a un urlo acutissimo che gli arrivò dalla

strada. Allora si gettò attraverso il canneto schiantando tutto innanzi

a sè come una raffica.

Vide un uomo fuggire lungo il fosso; gli dedicò l'ultimo colpo che gli

restava ma non lo colse.

Fu sulla strada. Vide una vettura ferma e si dette a correre gridando:

— Mignon? Mignon?...

Ma appena la voce di lui si era levata che il cocchiere, frustati i

cavalli, partì alla gran carriera.

Quando arrivò sul posto non c'eran che tre o quattro contadini

costernati.

Ed uno gli disse sottovoce, accostandogli:

— Cosa hai fatto, disgraziato?...

— Io?...

— L'hai ammazzato!...

Allora Mostardo fu preso da un grandissimo furore. No! Era troppo!...

Tutta la sua più profonda umanità si ribellava alla suprema ingiustizia

del destino. Il suo cuore ferito non poteva sopportare più oltre il

peso tremendo del ridicolo.

Aveva perduto l'amore; aveva perduta la pace; fuori dalla mediocre e

quotidiana ventura degli uomini si trovava ai limiti di una tragedia e

di una farsa, sbalestrato dall'una all'altra come un cencio, una povera

cosa nella grande bufera dell'ombra, uno zimbello del mistero, uno

specchio di nullità impossente nel fluire dei fatti di cui si intesse

la vita, questa pausa attonita fra i due silenzi.

No, per Dio!... Egli era ancora ben vivo; aveva ancora le braccia e i

muscoli saldi, poteva reagire almeno contro coloro che, volenti o no,

rappresentavano in quell'istante il suo destino cane.

E, afferrata la doppietta per le canne, incominciò a farla roteare per

l'aria come una clava e a menar giù di gran colpi alla disperata.

Rimase solo. Una chiarità di stelle lontane; una apparente tranquillità

di mondi negli abissi di Dio.

Si vedevano appena le chiome degli alberi e la strada bianca. Si guardò

intorno.

Una larga chiazza di sangue macchiava la strada.

Vide il suo Calvario.

Chinò la testa e si allontanò trascinando i passi, chè gli pareva di

morire.

Il teatro era tutto venduto per cinque o sei sere di seguito.

Tempestoni aveva realizzato ottimi guadagni. Bene o male che andasse,

si era messo al sicuro. Spadarella gli aveva portato fortuna. Il

_Golfo Mistico_ era una realtà. La _Grande Lotteria_ dei quattro buoi

e delle sette vitelle filava a maraviglia. Asdrubale era contento, ma

Spadarella non sorrideva più.

— Che cosa ha fatto la mia bambina?

— Niente, Spina Rosa.

— Ti fa tanta paura cantare in teatro?

— No.

— Non ti senti bene?

— Mi sento bene.

— Allora che cos'hai?

— Non lo so neppur io. Non mi badare.

— Una volta, alla tua vecchia raccontavi tutto. Adesso stai sempre

zitta. Perchè? Credi che non sappia che l'altra notte hai pianto?

— Pianto?

— Si. Avevi ancora gli occhi rosa quando sei venuta da me.

— Non avevo dormito.

— Sempre per _lui_...

— Spina Rosa, sii buona! Non ne parliamo! E Spina Rosa taceva,

asciugandosi gli occhi col grembiale.

Una sera, in una stanza squallida di una casa svergognata, la povera

piccola bionda del giardino tranquillo, aveva portata la sua verginità

all'amore.

E non aveva trovato che la violenza insensata di un bruto. Una

accorante volgarità.

Forse Paolo, nell'immensa dolcezza che ella era per concedergli, si

sarebbe mostrato diverso; forse le avrebbe aperto l'anima come non glie

l'aveva aperta mai; forse le avrebbe detto le cose ch'ella sospirava

da tanto mai tempo e la piena gioia del loro amore sarebbe nata dal

sacrifizio di lei. Ma tutto questo non era accaduto; ma ella aveva ora

la sensazione straziante di essersi prostituita.

Tale sensazione le aveva approfondito gli occhi in un'ombra nuova.

Era uscita da quella casa portando con sè la morte del suo amore.

Irremissibilmente. Egli era ritornato con la sciocca arroganza

dell'uomo che crede ormai potersi far forte di un diritto acquisito e

aveva trovato il pallido sdegno di Spadarella. Ella aveva sopportato

gli occhi di lui, fissi ne' suoi grandi occhi chiari: e non aveva

arrossito.

— Allora perchè sei venuta?

— Ti volevo bene!

— E adesso?

— Ora è finita.

— Perchè?

Spadarella non rispondeva.

— Ma sai quello che hai fatto?

— Sì, lo so! Sono arrivata fino in fondo con una grande ansia d'amore;

ma ciò ch'io cercavo non poteva venirmi da te!

— Ora fai la romantica!

— E tu non insistere. Tanto non puoi capirmi.

— Oh, ti ho ben capita!...

— .....

— So ciò che vuoi!

— .....

— Hai incominciato bene la tua carriera teatrale!...

Ella sapeva trattenere il singhiozzo e non rispondere.

— Allora è l'addio che vuoi darmi?

— Sì!

— Proprio l'addio?... Proprio l'ultimo?

— Proprio l'ultimo!

— Ma che donna sei, tu?

— .....

— Perchè dicevi di volermi bene?

— Oh, Paolo!... Te ne ho voluto tanto!

— A parole!

— E puoi dirlo anche adesso?

— Se non fossero state parole, ti sembra che avresti potuto separarti

da me tanto facilmente?

— Come non puoi capire!

— Non vorrai dirmi che soffri!

— .....

— Perchè se soffrissi davvero non saresti così fredda.

— Ma perchè ti tormenti?... Tanto tu non mi hai amata mai e il tuo

scopo l'hai raggiunto. Non ti basta?

— No. Tu devi esser mia.

— È inutile. Paolo. Ciò che è morto, è morto!

E l'aveva lasciato così vincendo il pianto e la sconsolata delusione

del suo sogno. Ma era forte e sapeva decidere senza pentimento. Non

aveva più niente da chiedere; niente più da donare. Tutto si era

inaridito nell'improvvisa tristezza.

L'opera prescelta per il debutto di Spadarella fu il _Werther_.

Se ne dovevan vedere delle lacrime, su per i palchi e in platea!...

_Signor... la casa è qui_...

_L'ora è di riposar_...

Quando Spadarella cantava, si sentivan dei muggiti anche nel Golfo

Mistico. Erano i professori di orchestra.

— Bravaa... bravaaaa, bravaaaaaa!

E avveniva bensì che il Golfo perdesse tutto il suo misticismo; ma,

d'altra parte un romagnolo puro sangue non potrà mai fare del proprio

entusiasmo una cosa tascabile.

Asdrubale Tempestoni ne godeva. Qualche volta aveva le lagrime agli

occhi.

Or ecco il gran giorno. Per le piazze, per le strade, per i sobborghi,

dal Campo degli Svizzeri al Ponte Schiavonìa, si vendevano le ultime

cartelle della Grande Lotteria. Tutto il contado era disceso alla

città del Capricorno. Le maggiori fiere non avevano raccolta mai tanta

moltitudine di genti. Nella Piazza non si circolava; i loggiati eran

tutti una massa immobile di persone che si pigiavano disperatamente.

Tutti gli amori della campagna si eran dati convegno in città, quel

giorno; e, quando i contadini fanno all'amore, si fermano e non li

smuove più neanche una vaporiera.

Bisognava farsi largo a furia di braccia e di spalle. C'era,

dappertutto, quell'odore di selvatico che hanno gli uomini che si lavan

poco. Ora è certo che i contadini si lavano solo durante l'estate e

quando hanno a portata di mano un fiume o il mare.

C'era un gran sole e un sereno di paradiso. Rideva il mondo, l'ora e la

stagione.

Però, in una casa taciturna, un uomo non rideva: il Cavalier Mostardo.

Chiuso nelle sue angosciose meditazioni, non aveva voluto vedere neppur

Rigaglia. Che cosa gli sarebbe toccato ora?...

Il marchese era morto. L'aveva saputo prima di rientrare. Glie l'aveva

detto l'avvocato Suasia, costernatissimo. La sua Mignon era serrata

nella villa remota ed egli certo non avrebbe potuto accostarla. Dirle

quello ch'egli aveva tentato per salvar lei e il suo amante, non era

possibile. Non gli restava che l'ultima disperazione senza uscita. E

poi... e poi...

A quando a quando un'angoscia atroce lo profondava nella più densa

tenebra. E s'ella avesse pensato...? E, se tutti avessero creduto...?

— Ah, no... no... no!...

Si alzava; gli mancava il respiro; incominciava un furioso andare e

venire da un muro all'altro della stanza.

— Perchè io... per gettare il mio cuore sotto le ruote della tua

carrozza, Mignon... io, per gettare il mio cuore sotto le ruote della

tua carrozza... e per questo, solo per questo avrei da avere in cambio

tanta maledizione?... Io, Mignon? Io?...

E si portava le mani alla testa; e si scompigliava i capelli; e gridava

le sue bestemmie al soffitto, ruggendo per la impossibilità che gli

chiudeva le strade, tutte le strade e la vita.

Talvolta si fermava; gli occhi fissi nell'ombra e due grandi lucciconi

gli tremavano fra le ciglia.

— Perchè? Perchè? Perchè?...

Non gli poteva rispondere che il suo cuore, e il suo povero cuore era

deserto. Ogni più cara immagine ne era esultata e non serbava una sola

parola che fosse di consolazione. E neppure poteva in qualche modo

reagire; anzi, di ora in ora si aspettava il peggio. Tutto era rovina e

precipizio.

Aveva sempre innanzi agli occhi il volto livido di Mignon e il suo

gesto di spavento quando l'aveva veduto correre verso la vettura.

Dunque ella pensava davvero ch'egli fosse l'assassino? Era possibile

una cosa tanto mostruosa? Era possibile, sì, anzi certissima.

— Per Dio, mi ammazzo!

Ora la disperazione gli parlava seriamente e l'idea di andarsene

all'altro mondo non era tale da scivolar via senza lasciar traccia

nessuna.

— No, mi ammazzo!... Voglio ammazzarmi!...

E incominciò col darsi cinque o sei pugni in testa. Poi si fermò a

guardare il cielo. Ed era la sera. La sera pallida si affacciava sopra

alle gronde con la sua malinconia e una stella. Anche l'ora gli parve

propizia. I primi giorni di autunno muoion così, fra boschi e colline;

e il silenzio li prende per mano. Quando appaiono le prime stelle si

aprono le strade per le anime sconsolate: le strade eterne.

Era stanco di tutto; aveva nausea di tutto.

— Basta basta basta!

Si accostò alla finestra. C'era il bel campanile col suo cono rossigno,

alto alto nei cieli. E le rondini stridevano ancora.

— Addio!

Che avrebbe detto Spadarella? Che avrebbe fatto Spadarella sua? Quanto

avrebbe pianto?

E poi... e poi.. chi muore giace e chi vive si dà pace! Sarebbero

ritornati i serenanti giorni della gran gioia anche per Spadarella... e

senza lo zio Giovanni. Tanto lo zio Giovanni, _volere o volare_, doveva

morire prima della sua bambina. Fosse stato fra trenta anni come quella

stessa sera, la cosa non mutava gran che. La precedenza toccava a lui;

era la legge... dunque?... Doveva ben scriverle qualcosa però... almeno

salutarla. Sì, salutarla!

— Addio, Spadarella. Il tuo povero zio non ne può più e va via. Non

importa mica che tu pianga troppo... perchè...

E il testamento? Doveva fare testamento, altrimenti che l'avrebbe

goduta la roba sua?... Certo, il _brutto testone_!...

Si accostò alla scrivania; sedette; scrisse in venti parole il

testamento; lo firmò; lo chiuse in una busta.

— Ecco fatto!

Bisognava spicciarsi, adesso. Ma abbandonò un braccio ripiegato sulla

scrivania e nascose la faccia contro il braccio.

Addio dolce vita!... Fra un mare di luce e un mare di tenebre era

l'anima del Cavalier Mostardo. E quanto più tendeva a intenebrarsi

tanto più la chiamava una lontana luce. E la sua povera tenerezza

affiorava dallo spasimo, dal tremendo spasimo perchè soffriva la morte,

sul punto di scegliere l'esilio che non ha nome ancora e non ha più

volto. Solo il brivido e la tenebra desolata.

Addio povero Cavaliere dell'Umanità; addio dolce romantico e

strampalato eroe; difensore dei deboli, degli umili, degli oppressi;

paladino dell'Idea; innamorato di una piccola anima canora di bambina;

addio squinternata esistenza di fede, portata per terra e per mare

come una fiaccola fin sulle cime più in cima, sempre urlando, sempre in

entusiasmo e in offerta, addio! Era arrivata qualcuna che si era preso

tutto ed egli piombava giù, riverso nella sua disperazione.

— Spadarella?... Spadarella?...

Oh, se avesse potuto sentire almeno la sua dolce mano fra i capelli! Se

fosse stata là... dietro alla porta...

E si trovò la mano bagnata. Piangeva.

— Cristo!...

Balzò sul torso, di scatto. Si era dunque invigliacchito fino a quel

punto?... Fino ad aver tanta paura?

Aprì il cassetto della scrivania, ne trasse il pistolone del Papa, lo

esaminò ben bene. Era un pezzo che non l'usava. E se il colpo avesse

fallito?

Prese di mira la finestra, tirò il grilletto.

Un grande scoppio... i vetri volarono in frantumi.

— Benone!

Allora lentamente, meditatamente, aprì la bocca, vi infilò la

canna della pistola, si appoggiò allo schienale della poltrona. Era

pallidissimo, ma compiva gli ultimi preparativi con calma ed esattezza.

Un secondo... due secondi... tre...

Il cuore non batteva più. Pensò:

— Ora conto fino a tre. Al tre mi ammazzo.

Un attimo ancora poi cominciò:

— Uno...

Gli occhi suoi spalancati vedevan già la tenebra dell'Universo. Ma che

avveniva nel cortile?

— Due...

Scendeva l'orrore e il silenzio; ma chi si avvicinava, chi gli

correva tempestosamente incontro dal silenzio della sua morte? Uno

starnazzare... uno strepito... un grido... Chi era?... Chi era?...

Allora scoppiò improvvisamente dal cortile, con un albor di luna,

scoppiò dal cortile e salì fino alle stelle il canto del gallo,

l'osanna del gallo Francesco:

— _Chicchirichiiiiii!_...

Una risata!... Ma, nello stesso tempo, la porta parve scardinarsi e

tutta la stanza e tutto il mondo furon pieni di un urlo; dell'urlo

della sua bambina:

— Zio... zio... zio...

Iddio ritornava. Nella stessa tristezza di due anime era ritornato il

Signore di questa povera vita.

Che cosa avvenne al Teatro Comunale quella notte, lo poteva raccontare

solo Asdrubale Tempestoni con la sua facondia esplosiva. Basti dire

che, ad un punto, anche l'orchestra scattò su dal Golfo Mistico in

tale clamore di applausi e di grida che l'edificio ne vibrò come per un

terremoto.

E le donne piangevano; ed anche gli uomini.

Sul palcoscenico furono gettati fiori, fazzoletti, cappelli, dolci,

binoccoli, cuscini, cravatte, guanti, borsellini, scarpette ed ogni ben

di Dio. Canzoni e sonetti celebratorii scesero per il vano del teatro a

centinaia, in foglietti multicolori. E volaron dai palchi alla scena,

e dalla scena ai palchi, accecati dalle lampade: colombi, canarini,

passerotti, fringuelli, verdoni. Dal principio del primo atto fino

all'ultimo non fu che l'ascendere di un entusiasmo tale che finì in

follìa collettiva.

Ma la piccola Spadi era tanto bella!... E cantava come un angelo.

Il dolore aveva aggiunto alla calda voce di lei tale profondità di

passione, che il popolo più passionale di Italia non poteva limitarsi

ad applaudire. Doveva erompere in una frenetica dimostrazione.

Non si era udito mai un simile Werther e non lo si sarebbe udito mai

più.

Girolamo, Stefano e Spina Rosa, in un palco di terz'ordine avevan

raggiunto l'inebetimento di coloro che non sanno più in quale mondo si

trovino.

E, alla fine dello spettacolo, Spadarella fu portata in trionfo torno

torno la Piazza; poi, issata sul tetto di una vettura, vollero cantasse

ancora.

E cantò. La sua voce si levò alta e pura sul silenzio di diecimila

persone. Alta e pura sulla religione di una moltitudine.

Apparve pallida e bianca fra le fiaccole, tutta luminosa della sua

divina biondezza.

— Spadarella!... Spadarella!.. Spadarella!..

E il Cavalier Mostardo, nascosto nell'ombra piangeva.

Quella notte la strepitosa Romagna fu tutta quanta fra quei due cuori

che cantavano e soffrivano per lo stesso dolore.

Il Cavalier Mostardo · 第 56 / 72 题