Compiegata con la lettera della francese era la lettera che il
Cavalier Mostardo aveva scritto alla signorina Proletaria. La viragine
urlante si era vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora egli
sentiva per davvero che l'ultima speranza era morta. Ora si sentiva
tremendamente solo in una vasta rovina e, dalla lontananza, non gli
arrivava che il ghigno e la stridula risata di Proli.
Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi costo. Quel
che le avrebbe fatto non sapeva, ma certo ch'egli non voleva lasciar
le cose al punto al quale erano giunte senza togliersi almeno la
soddisfazione, ben magra ormai, di dimostrare una volta ancora chi
fosse il Cavalier Mostardo.
Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano, madamigella Proli
aveva abbandonato Dovia e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa
del suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata, chè non era
neppure del povero Coriolano, ma questi aveva diritto di goderne ancora
per un anno o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il cordone del campanello. Gli
aprì una vecchia.
— C'è la signorina Proletaria?
— Non c'è più!
— Non c'è più?
— Non lo sapete?... È scappata.
— Dite davvero?
— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento del povero Coriolano
ed è scappata. Il testamento non era stato depositato dal notaio. Pare
che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e non volle saper altro. Se
ne andò come era arrivato.
A lui non rimanevano che le strade squallide e deserte, buie e cineree
della sua disperazione.
Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo si fermò, che era
già presso il tramonto, ad un'osteria delle mura. C'era un pergolato;
qualche tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò nell'angolo
più riposto, dietro una macchia di tamerici; sedette, puntò i gomiti
sul tavolo, si prese la fronte fra le mani.
Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare o bere. Rimase solo; si
perdette nell'ombra della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la
notte del cuore; la più fonda e tragica.
Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una donna lo trascinava via
fra la polvere come una immondizia della strada, appiccata a una ruota
della sua vettura.
Mostardo, Mostardo!... È finita l'estate, e la tua baldanza che
riempiva il mondo, si risolve in una nebbia bassa e pesante che non
lascia più neppure un lembo remoto di azzurro. La tua rossa anima si
imbianca. Non sei più tu, Mostardo, con la tua leggenda vermiglia.
Più non danzi i tresconi, più non gridi per le adunate, più non lanci
il tuo cappello in mezzo a una sala da ballo ed obblighi tutti a non
muoversi e un valzer è suonato per il tuo solo cappello, in mezzo alla
sala, fra il circolo della gente che ti applaude ed ammira.
La leggenda si sfata. Tu curvi il capo e le spalle; tu taci, ti apparti
e piangi il tuo pianto senza rumore, mentre Rigaglia ti guarda, disceso
dal tuo Calvario, e si appresta alla sua facile gloria che lo condurrà
lontano.
Mostardo, Mostardo!... Eran più lievi al tuo desiderio le gioconde
donne che sapevan di buono come le mele cotogne e non avevano le labbra
di ceralacca; arrivavano per darti la soda freschezza del loro corpo
ben fatto e se ne andavano con un bel riso vermiglio, dopo essere state
tutte quante tue e avere goduto con te, nel letto a due piazze, fra le
lenzuola un po' ruvide, che sapevano di buona lavanda. Allora ti levavi
più forte e il mondo era tuo. Allora le baciavi l'ultima volta sul
collo ed aprivi loro la porta con gratitudine e libertà come un padrone
contento. E dove era Mostardo era il Verbo. E la Rivoluzione potevi
infrenarla o scatenarla quando meglio ti fosse piaciuto.
Vedi vedi dove ti ha condotto una repubblicana di Francia?... Eri
tu tale da far figura a Parigi, uomo di provincia, e solamente?...
La tua sanità non è più che patimento. La _cosa aristocratica_ ti ha
sconvolto. Perchè salire altre scale da quelle che ti erano destinate?
Parigi non poteva intenderti. Un bello e grande e robusto albero ha
bisogno dei campi e non delle vie lastricate. Le grandi vetrine fastose
dei negozi di lusso non son fatte per i poveri fiori di campo che
vivono solo di un po' di colore e di molto ardore. Ora sei arrivato
alla porta dell'ultima sera e dovrai varcare la soglia. Addio!...
E udiva, così stando e in tanta tristezza, il ronzio delle vespe, delle
mosche, dei calabroni. Poi avvertì che qualcuno parlava dietro le sue
spalle; ma non vi pose mente; solo un nome lo fece inorecchire.
Certo i due conversatori non P avevano veduto e parlavano abbastanza
forte perchè non sfuggisse a lui una sola parola.
Diceva l'uno:
— Che cosa vorrebbero fare?
E l'altro:
— Glie l'hanno giurata! _Bàgàj_ è rimasto in mezzo alla strada con
quattro bambini, la moglie incinta e due vecchi.
— Non è della Lega rossa?
— Sì.
— E perchè non ci pensa la Lega?
— E dove si trovano i _fondi_ (poderi) per Bàgàj?... Nella sua famiglia
non ci sono braccia! È solo a lavorare e deve prendere un garzone e
delle opere.
— E il marchese della Pipetta lo ha licenziato per questo?
— No; ma perchè era nella Lega rossa.
— Allora è un vigliacco.
— Oh, la pagherà salata!
— Sì, le parole di Bagàj!... Urla urla e poi non ammazzerebbe neppure
una mosca.
— Questa volta, no.
— E perchè?
— Perchè non è lui che deve ammazzarlo.
— E chi allora?
— Sono gli amici di Bagàj che l'hanno giurata al marchese.
— Quali amici?
— Gli uomini dei _Turèll_.
— Buone pelli!
— _Jusafin_ e _Plèdga_. Li conosci?
— Chi non li conosce? Be'... ma dove lo pescano, il marchese?
— Questa sera deve andare alla sua villa. Lo sanno. Lo aspetteranno per
la strada del fiume, dietro ai canneti, _Plèdga_ se tira, non sbaglia!
Non una parola del dialogo degli ignoti era sfuggita al Cavalier
Mostardo. Ormai ne sapeva abbastanza; doveva scomparire senza essere
veduto per non destar sospetti, per rimaner padrone del segreto carpito
occasionalmente e poter agire come meglio gli fosse piaciuto. Si pose
gattoni; scivolò dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello
del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi, al primo vicolo
scantonò e prese la corsa.
Ad un tratto gridò:
— Spadarella?... Spadarella?...
Era certo di averla veduta in fondo alla strada, in una rossa chiazza
del sole moribondo.
Non era possibile che un'altra creatura potesse assomigliare tanto
alla sua bambina. Aveva la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica
andatura.
— Spadarella?... Spadarella?...
Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi affrettò il passo e
scomparve. Allora Mostardo si mise a correre per raggiungerla; ma,
quando arrivò in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra e a
sinistra!... Spadarella non c'era più.
— Dove sarà andata?... È possibile non mi abbia sentito?... Forse non
era lei!
Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile gli si annidava
nel cuore.
In una stanza squallida di una casa svergognata, la povera piccola
bionda del giardino tranquillo aveva portata la sua verginità
all'amore. Ma ritornava senza un canto nell'anima, nella sera rossa
come il suo bel volto atterrato.