— Eh, che disgrazia? — mormorò Proli.
Mostardo grugnì senza rispondere.
— Era ancora giovane, povero zio!
Silenzio.
— Sapeste quanto vi ha cercato; quante volte vi ha ricordato!
— Già.
— Adesso, forse, non potrà riconoscervi più...
— Sicuro!
Proli ebbe una smorfia di repressa ira.
— Si direbbe, non ve ne importi niente.
— Io dico che, al letto di un moribondo, sarebbe meglio star zitti.
Per la seconda volta Proli dovette inghiottire e tacere; questo non le
conferiva punto.
— Siete intrattabile!
— Io sarò intrattabile, ma voi siete un bel empiastro.
— Ignorante!
— Pettegola!
Così, con perfetta cavalleria. Proli e il Cavalier Mostardo si
incontravano al letto di un moribondo.
Trascorse una tregua; troppo aspri erano stati i primi approcci.
— Poveretto, non potrà vedere il Golfo Mistico! — mormorò Tempestoni.
E l'avvocato Suasia:
— Quando vai in scena?
— Domani incominciamo le prove.
— Allora fra una diecina di giorni.
— Forse meno.
Il maestro Riva disse sonoramente:
— L'anima di questo garibaldino rimarrà nei cieli eroici del pensiero.
E Coriolano non capiva più niente. Rantolava nella gran pena di non
poter finire. Ad un tratto si riscosse ed aprì gli occhi. Proli gli si
chinò sopra e lo chiamò:
— Zio? Zio?
Coriolano aveva lo sguardo vuoto di coloro che son già nella tenebra
eterna.
— Zio, c'è qui Mostardo...
— Mostardo...
— Sì, sì, Mostardo! È qui... guardalo è qui!
— Mostardo... — balbettò Coriolano; — Mostardo...
Allora il Cavaliere si levò e si chinò a sua volta sul trapassante.
Questi ebbe un bagliore negli occhi, subito spento, ma non potè mettere
insieme una parola in più. Solo si dette a brancolare a brancolare
finchè non ebbe trovato una mano di Mostardo; la prese, la trasse a sè
e continuò cercando la mano di Proli che, del resto, era già pronta.
Ecco l'idea di Proletaria!... Eccolo eccolo, il tiro assassino!... La
pelata vergine aveva addomesticato il moribondo, lo aveva istruito alla
manovra ch'egli ora veniva compiendo in un ultimo barlume di coscienza.
Mostardo cercò ritirar la mano ma non osò ricorrere alla violenza
che sarebbe stata necessaria perchè Coriolano, e pareva impossibile,
stringeva forte.
E l'orrenda cosa si compì, sotto gli occhi degli amici, egli sentì,
nella sua, l'ossuta mano di Proli e il moribondo badava a stringere le
due mani come a sigillarle in una promessa eterna.
Allora il maestro Egidio Riva disse:
— Qui assistiamo alla tragica e commovente maestà di un rito sacro:
l'amore nella morte!
E Mostardo, di rimando:
— Sei un imbecille! Questa non è che la manovra di un pover'uomo che
non capisce più niente.
— L'hai voluta? — sussurrarono gli amici.
E Proli:
— Siete più volgare di quanto non avessi immaginato. Non abbiate paura
che non vi voglio! Mi fate semplicemente schifo!
Al che il nostro Cavaliere replicò con corretta e breve nobiltà:
— È ciò che desidero!
— Siamo d'accordo!
— Perfettamente!
— Villanaccio!...
— Regina del canapè!
Allora Proli scoppiò a piangere per fare effetto, ma nessuno le badò;
poi, in quel punto, il povero Coriolano era entrato in una grandissima
agitazione.
Tentò sollevarsi sui guanciali; corsero a sorreggerlo e, quando fu sul
torso, riuscì a parlare. Si guardò intorno, accennò un sorriso, disse
quanto più forte poteva:
— Compagni... muoio!... Evviva la Repubblica!...
Le balbuzie lo aveva abbandonato ma ormai era troppo tardi.
Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave e opprimente, il
maestro Egidio Riva; si levò, atteggiò la faccia a una smorfia di
strazio ed ebbe due sole parole, due parole monumentali, conchiusive,
solenni come la morte:
— È soccombùto!
Aveva detto:
— Badate ch'io non voglio far puzzo. La Valle di Giosafatte la lascio a
chi ci crede. Sono stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da
morto. Mi dovete bruciare.
Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva essere rispettata. Eletti
a porla ad effetto furono alcuni sozii della _Compagnia del Bigarone_.
Nella Città del Capricorno non c'era un forno crematorio; bisognava
prendere il morto e portarlo a Bologna. Della cosa si incaricarono:
Bucalosso, Giovanni Magnani, detto _e' Bigul_; Catullo Rava, detto
_'e matt d'la Pira_; Egisto Candiani, detto l'_Uslàzz_ e Giorgio Gelli
detto _Zurzôn_.
Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
E un bel giorno costoro si presero la salma di Coriolano e la portarono
a Bologna. Non uno fra i cinque aveva veduto in azione un forno
crematorio e la curiosità era vivissima in tutti. Durante il viaggio
non fecero che parlare di tale faccenda. Come sarebbe stato questo
forno? Aperto o chiuso? E il morto si sarebbe prima arrostito e poi
bruciato? Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
La cosa era di somma importanza e fu discussa con smodato ardore. Vi fu
chi parteggiò per l'arrosto e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non
risolse la controversia con un'uscita improvvisa:
— Siete tutti matti e somari!... Ma che cosa credete che adoperino la
legna per cremare?
— E che cosa, allora?
— Ma adoperano l'elettricità!
— Sicuro! L'elettricità! Vuoi che gli diano la scossa?
— Per farlo ridere?
— È una scossa tanto forte, povero imbecille, che ti ammazzerebbe
cinque paia di buoi senza neanche far _bàu_!
— A crederci!
— Come a crederci? E in America come ammazzano i condannati a morte?
Non li ammazzano con la sedia elettrica?
— Sì, ma la sedia elettrica non è un forno!
— Bella ragione! Se tu metti la sedia elettrica in un forno, invece di
ammazzare un uomo, lo bruci.
— Giusta! — disse l'_Uslàzz_. — E poi l'uomo è bell'e morto.
— Che cosa vuol dir questo? — gridò _e' matt d'la Pira_. — Morto o vivo
è la stessa cosa.
E _Zurzôn_:
— Perchè, cosa credi tu, che un uomo vivo possa fare le forze con
l'elettricità?
Risero tutti quanti, compreso l'_Uslàzz_.
— Allora lo metteranno a sedere sulla sedia elettrica? — domandò _e'
Bìgul_.
— Questo non lo so — rispose _Zurzôn_; — però credo di sì.
E rimasero fermi su tale convinzione: che avrebbero posto cioè il
povero Coriolano in una sedia elettrica, dentro un forno.
— Allora deve muoversi?
— Sicuro!
— Sarà curioso!
Si proposero di osservare come si sarebbe svolta la faccenda.
Arrivati a Bologna non ebbero tempo da perdere. Il forno non era sempre
a disposizione del pubblico; bisognava approfittare dell'ora fissata
per sbrigarsi presto. I sozii avevano fame ma convenne rinunziare
ad ogni idea di pasto per filar diritti verso il luogo dell'ultima
purificazione, il quale era lontano.
Giuntivi dovettero aspettare il loro turno.
— E se lo lasciassimo qui — fece l'Uslàzz — e si andasse a mangiare?
Verremmo a prenderlo poi con più comodo.
Ma i compagni non furono dello stesso avviso.
— Non si può abbandonare così un morto! — disse _Zurzôn_. — Dopo,
chissà che cenere ci danno!
Aspettarono. Arrivò il loro turno.
Sbrigata la faccenda, fu consegnata loro una specie d'urna con,
racchiusevi, le ceneri del defunto. Quest'urna toccò a l'_Uslàzz_ il
quale, trovatasela fra mano, domandò:
— _Ch's'èll'ste pignàtt?..._ (Che cos'è questo pentolo?).
— _L'è la zèndra!_ (È la cenere) — rispose _Zurzôn_.
— Quale cenere?
— La cenere di Coriolano.
— Briscola!
E l'_Uslàzz_ volle aprire il coperchio e guardar dentro.
— Ma ci hanno rubato anche nella cenere, questi ladri!... Vuoi proprio
che ci sia tutta?... Ce ne hanno dato solo un pugnellino.
— Perchè?
— Non vedi?... Coriolano era un bel pezzo d'uomo e qui c'è la cenere di
un rospo.
Brontolarono ma presero ugualmente la via del ritorno perchè avevano
una fame diabolica.
— Basta; quando saremo a casa diremo che c'è tutta!
Però, se non vollero perdere il treno, dovettero ripartire senza
essersi seduti a tavola. Arrivati alla Città del Capricorno si
infilarono nella prima osteria e incominciarono a bere e a mangiare.
L'_Uslàzz_ depose l'urna sopra una seggiola e la coprì col cappello.
L'oste alzò il cappello e incominciò a curiosare.
— Che cosa c'è qui dentro?
— _Sta férum!... U' j'è un mort!_ (Sta fermo!... C'è un morto!...).
E giù a ridere. Poi bevvero che si gonfiarono come tanti otri.
— Coriolano, vuoi bere?
— Poveraccio! — fece _Zurzôn_ che entrava nella zona sentimentale.
— Lascialo stare che dorme! — disse gravemente _e' matt d'la Pira_.
E non si occuparono più del pentolo e del contenuto.
A notte alta erano intenti tuttavia a giuocarsi il litro e il mezzo
litro e tutto avevano dimenticato nei fumi del vino.
Poi si presero a braccetto ed uscirono cantando e dimenandosi.
Ad un tratto _Zurzôn_ domandò:
— Dov'è la cenere?
— Quale cenere!
— La cenere di Coriolano!
L'_Uslàzz_ l'aveva dimenticata all'osteria.
Rifecero la strada cercando di sorreggersi a vicenda.
— Bisogna far presto, chè non chiudano.
Trovarono l'osteria aperta; ricuperarono l'urna e uscirono per le
strade, cantando.
Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe un'idea. Bisognava
salutare Coriolano. Deposero l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano
e formato un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello danzando e
schiamazzando.
Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo così il nuovo
mito democratico della Morte.
Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il sonno al Cavalier
Mostardo il quale, stirandosi fra le coltri, ebbe la non lieta sorpresa
di trovarsi ancora al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo con
la luce.
Il dover riallacciare tutte le penose fila della sua angariata
esistenza gli era grave tanto che avrebbe preferito esser ripreso
dall'annullamento del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava,
col ritorno della coscienza, se non cose avverse per l'ultimo deserto
della vita sua? Un amore moribondo, una compiuta delusione nel campo
politico, una seccatura stomachevole nella condotta di Proli verso di
lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella, ma anche la piccola più non
era lieta e serena ed egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli
andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per niente di più!
Ma ad andarsene veramente verso la morte, non ci pensava. Avrebbe
voluto dormire per svegliarsi col cuore di una volta.
Stava così lasciandosi portare lentamente verso lo squallido paese
delle sue più recenti memorie, quando il gallo Francesco cantò per la
seconda volta dal cortile.
— Che ore saranno?
Accese la candela; guardò l'orologio; erano le sette.
Si rivolse sull'altro fianco.
— È ancora presto!
Stette così un poco e udì passare il suono di una campana per l'aria;
allora gli venne fatto di pensare al Signore.
A quell'ora le porte delle chiese erano aperte ed anche le porte
dell'anima sua erano aperte. Se qualcuno lo avesse guidato con parole
semplici e grandi, il Signore poteva entrare anche da lui. Per un
attimo rivide la sua vita innocente degli otto, dei dieci anni e provò
un grande commovimento; ma con l'anima sua di quel tempo ricomparve il
clero e l'incantesimo mistico dileguò.
— No!... Il Signore è un'altra cosa!
E, per non sapere come risolvere il dissidio, non volle pensarvi più;
ma il gallo Francesco cantò per la terza volta.
Allora Mostardo si levò sul letto e gridò con quanta voce e con quanta
violenza si trovò in corpo, gridò verso la porta:
— Ma fatelo star zitto quel gallo!
Rigaglia non era là per ubbidire; nessuno gli rispose; comunque fosse,
quand'ebbe gridato questo, si sentì più tranquillo e si ricoricò.
Verso le dieci udì il passo di Rigaglia. Si rivorse fra le lenzuola e
brontolò:
— Ecco, il testone!
Udì la voce di lui dietro la porta:
— _Si pòle_?
— Avanti.
Si rivolse a guardarlo col solito cipiglio.
— Cosa vuoi?
— Che cosa devo dire a quelli che vengono a cercarvi?
— Chi viene a cercarmi?
— La gente del vostro partito.
— Ma che gente?
— C'è stato il vostro deputato. Voleva che vi svegliassi. Io non mi
sono fidato di venirvi a chiamare.
— Hai fatto benone.
— Credo ci siano degli imbrogli nel partito.
— Lo racconti a me?... Io non c'entro più.
— Avete ragione.
— Io non voglio aver più niente a che fare coi versipelle e con gli
eroi della Cattedra.
— Dite bene.
— Sono stanco. Buttarsi via per niente, no e poi no! Perchè se
tu lavorassi anche duecent'anni per la _Santa Idea_, per tutto
ringraziamento, ti farebbero morire.
— Ma se ve l'ho sempre detto, io!
— E se il signor Onorevole ritorna, io non ci sono.
— Voi non ci siete!... Lasciate fare a me.
— L'_Idea..._ l_'Idea_!... Anzi l'_Ideale!..._ Anzi l'_Ideale
Umanitario_!... Che cosa ne dici, Rigaglia? Abbiam corso mezzo mondo
per questo _Ideale_; sempre col cuore in mano, sempre in prima linea.
Ti ricordi?
— Altro!...
— Prima era l'America che combatteva. Combatte l'America?... Ci sono
degli oppressi da difendere?... Ti ricordi? Su, Rigaglia; facciamo
fagotto. Si deve attraversare l'Oceano..
— _Potàcchia_!...[5]
— ... e attraversiamo l'Oceano! Un mese di navigazione. Un male da
regalare l'anima ai pesci. Ci mettono lo stomaco nei piedi; i piedi
nel cervello: tutto il mare è una porca girandola che ti macina le
interiora. Si sputa sangue e poi si arriva. Ecco i gabbiani che
volano... ecco l'America!... Evviva Cristoforo Colombo!... Anche
Cristoforo Colombo era partito per l'Idea. Lui scoprì l'America;
noi scoprimmo i versipelle di là dal mare!... Sempre loro sono, e
dappertutto!.. Per Bios, ci vuole un bel fegato con questa umanità!...
Ma non importa. Allora eravamo giovani. C'è da far le schioppettate?
Eccomi qua! C'è da far saltare in aria una Corona; da dare un calcio
a un Trono; da liberare dei fratelli da un'ingiustizia monarchica?...
Eccoci qua, per Bios! Evviva la Repubblica! Abbasso gli oppressori! Noi
siamo romagnoli! Ma valà, povero testone! Romagnoli? Sì, buttati via
per la gente che ne varrà proprio la pena...
— Ma io ve lo dicevo!
— Tu sì, perchè sei stato sempre vigliacco.
— Ma sono venuto.
— Non potevi farne a meno, sfido! Ero io che ti pagavo e alla carriola
non ci volevi ritornare. Sei venuto anche nell'Americaccia del Sud,
questo è vero. Basta. Si sbarca... ci guardano come cani rognosi. —
Chi siete? Cosa volete? dove andate?... Ti ricordi?... E poi pareva ci
facessero la grazia di mandarci a fare le schioppettate! Ci guardavano
dall'alto in basso, come a dire: — Chi è questa _maramaglia_? — E noi
avevamo vomitato un mese intiero per l'_Ideale Umanitario_! Bene; si
dimentica tutto; si passa sopra a tutto, c'era l'entusiasmo, c'era il
core che gridava la sua vendetta contro gli oppressori; c'era la sete
della libertà. Evviva!... Siamo tutti fratelli!.. Ti ricordi?
— Altro!...
— Sì, fratelli!... Ci mandano avanti, ci fanno soffrire la fame e per
poco non ci fucilano. Tu, perchè sei stato sempre porco; io perchè ho
sempre gridato contro l'ingiustizia.
— Non è vero!
— Sta zitto!... E un bel giorno:_ pum!..._ uno schioppettatone mi
apre un occhiello nello stomaco. Vedo rosso... sento che mi manca
il fiato... bisogna cadere, le gambe non stanno più diritte. —
Fratelli!... Evviva... — Sì, evviva un corno!... Ci piantano là, tu
ed io, come se non fossimo stati carne battezzata. Quarantott'ore a
soffiar l'anima che non voleva andarsene! E poi, e poi tutto il resto.
Non siamo morti, perchè c'è la razzaccia della Romagna. E basta! Se
rinasco, voglio fare il droghiere, ma l'_Umanitario_ non lo faccio
più! Almeno ci avessero chiamati amici, ma nossignore! Il più bel
complimento era «_sporchi italiani_» e «_grigno!_» e di queste facezie.
A ripensarci, il sangue mi bolle ancora!
— Altro!
Rigaglia assentiva senza commentare. Il Cavaliere, nell'impeto de' suoi
ricordi, si era seduto sul letto. Era acceso nel viso, scapigliato e
scamiciato. Nel suo collo taurino si vedevano pulsare le arterie.
— E dopo? e dopo?... La lezione non era bastata. Ecco la Grecia... ecco
l'Albania... E almeno l'Albania ci fosse stata riconoscente. Dice:
I turchi qua... i turchi là... questi poveri albanesi se li mangiano
vivi; ammazzano i vecchi, le donne, le vergini, i bambini, i lattanti.
Abbasso l'Impero della mezza luna! Evviva la libertà! C'è l'Albania che
soffre?... Ecco qua Mostardo e Rigaglia. Il nostro Oberdan, il nostro
Orsini ci avevano insegnato la strada di combattere la gran canaglia
coronata. Per Bios! Dieci soldi in tasca, il cappello di traverso,
il fucile sulla spalla e via! E come cantava il cuore! Avevamo la
faccenda dell'Austria da sbrigare: la spina di Trento e Trieste, ma
non si poteva far niente da quella parte e combattere si doveva. _Per
tutti gli oppressi in tutto il mondo!_ Eccola l'_Idea_, brutto testone!
Oltre la nostra patria. Perchè... perchè siamo tutti di carne e d'ossa,
perchè dovremmo essere tutti fratelli in questo mondaccio che ruzzola,
perchè chi tribola soffre lo stesso male in tutto il mondo: e il dolore
è il dolore; e la fame è la fame e la disperazione degli uomini è
sempre disperazione, al di qua e al di là del mare!... C'erano delle
donne che piangevano; c'erano dei bambini che morivano sotto la spada
della soldataglia del Sultano. Domandavano aiuto. Bisognava partire.
Evviva la libertà!...
Si asciugò il sudore che gli scendeva dalla vasta fronte...
— Evviva... evviva... e gli albanesi ci trattarono come gli americani.
In più ci regalarono i pidocchi. Anche loro pensarono che fossimo
andati là per rubare e che al nostro paese non ci volessero più. Hai
capito?... E va a sacrificarti, adesso!... Gli uomini sono fatti così.
Combattemmo e ritornammo a casa con qualche buco di più nella pelle. E
due!... La terza fu la Grecia; ma è meglio non parlarne neppure...
— Sì, è meglio.
— Se mi ritorna in mente il povero Fratti, dritto là, con la sua
camicia rossa, con quella sua bella faccia e buona, e piena di forza;
se mi ritorna in mente quando si alzò per buttarsi avanti ed era nel
sole e riluceva come per mostrare a tutti i vigliacchi del mondo che
non aveva paura, per Dio!... Che era un italiano, un romagnolo, un
garibaldino e gli piaceva di morire per la sua idea... ecco... bisogna
che pianga!... E volle morire!... Glie lo volle far vedere lui, alla
grecaglia, come ci si butta contro al pericolo, e come si bagna la
terra di sangue quando si è garibaldini!... Domòkos... Domòkos!...
Antonio Fratti morì a Domòkos; ma la grecaglia sporca non seppe mai chi
fosse questo Cavaliere dell'Umanità!
Rigaglia scuoteva la testa senza dir niente. Mostardo per un poco
tacque assorto; riprese poi a voce spenta:
— Be', mezza la vita l'ho spesa così. Che cosa mi rimane adesso? Lo
scarto. E sono stato sempre e sempre sarò un disgraziato!
— Non vi lamentate del giusto.
— Tu non puoi capire.
— Capisco magari!
— E che cosa? Se non sai neppure distinguere la fava nera dalla fava
bianca!
— Anzi ho qui una lettera per voi.
— Una lettera?... E quando aspettavi a darmela?
— Oi... abbiamo parlato sempre!
E si frugava le tasche.
— L'hai perduta?
— No. Eccola qua.
Glie la tese. Il Cavalier Mostardo, non appena ebbe veduta la
soprascritta, si fece bianco come un panno lavato.
Era Mignon che scriveva.
Licenziato Rigaglia e rimasto solo, saltò dal letto, corse al tavolo,
sedette guardando sempre la lettera dalla quale si aspettava la grande
sentenza.
La palpeggiò, la rivolse per tutti i sensi.
— Quanto ha scritto!
Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie buone per lui; e non si
fidava di aprirla. Finalmente piano piano strappò la busta. C'era un
gran foglio con poche parole.
_Caro Mostardo_,
_Vedete che è inutile mentire? Vi mando la prova indiscutibile
della vostra infedeltà. Quando io non pensavo che a voi, voi mi
tradivate tranquillamente. Ora poi non vorrete farmi credere di
soffrire, non è vero?_
_Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero altro da voi._