_Della morte e della cremazione di Coriolano; della scomparsa di Proli;
degli amici di Ninon Fauvétte e di altre disparatissime cose._
La casa era piena e Coriolano stava per esiliarsi nel mistero. Glie
l'avevano detto, glie l'avevano predicato:
— Non bere, non straviziare. Alla tua età e coi tuoi mali bisogna
adoperar giudizio. Se vuoi rimanere al mondo non devi fare le strippate
che fai. Bada che soffri d'asma e l'asma non perdona. Hai un cuore che
fa ridere. Una volta o l'altra fai la capriola!
Ma Coriolano duro.
— Qu-qu... qu-qu... qqquando è l'ora... bu-bu... bu-bu... bbbuonanotte!
— Sì, _cucù_ e _bubù!..._ Ma se la _bubù_ ti arriva addosso, sarà lei
che farà a te _cucù_, povero idiota!
— Bbbbbb... bene! E allora, porca miseria! evviva la Repubblica!
E, con questo cuore aveva continuate le sue bisboccie all'_Ustarì de
Bér_ (osteria del Montone) nella quale l'oste, che beneficiava appunto,
e non sappiamo per quali delicati motivi, del nomignolo di _Ber_,
andava famoso per la sua scienza nell'apprestare certi manicaretti di
trippe, celebri in tutta la Romagna.
Ora quando capitava qualche forestiero nella Città del Capricorno,
Coriolano si affrettava a invitarlo, o a farsi invitare, alla famosa
_Ustarì de Bér_, per fargli assaporare le trippe.
Necessariamente chi mangiava più di tutti era Coriolano. Dall'antipasto
alle frutta (e l'antipasto consisteva in mezzo chilogrammo di pane!)
egli si trovava in prima linea, col piatto più colmo e col più vorace
appetito. Divorava, urlava, improvvisava discorsi, si prodigava in
allegria tenendo la brigata sempre al diapason del cordiale fracasso.
Ma, per fucinare tali gioconde serate, occorrevano litri e litri e
litri di Sangiovese ed era sempre Coriolano che pensava a far empire i
bicchieri, e sempre Coriolano che gridava all'oste:
— _Bér? Un'étar litar!_ (Bér? Un altro litro!)
E alla fine del simposio, dopo il rituale brindisi:
— Bevo alla salute della Democrazia, oggi combattente, domani
vincitrice! — era costretto a sbottonarsi il panciotto e ad allentare
la cintola dei pantaloni. Ma aveva mangiato bene e ciò lo ripagava
delle possibili sofferenze alle quali andava incontro.
Dopo tali strippate aveva un sacro orrore del letto e del chiuso e
aspettava l'alba accompagnando a casa, ad uno ad uno, tutti gli amici.
Rimasto solo, entrava nel Caffè notturno dove erano adunati i mercanti
di buoi che stavano per andarsene verso i mercati. Sedeva in un angolo
e incominciava a non poter più respirare.
Ma, passando di eccesso in eccesso, l'organismo del Donzello finì per
non presentare più resistenza e, un bel giorno, si fece vincere da un
attacco cardiaco tanto da disporre l'anima al transito.
Ora le gente adunata nella casa di lui non rideva più. C'era la morte.
I romagnoli, quando sono di buono stampo, non hanno paura della morte
ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso mistero, anzi,
per loro, tale mistero non esiste; cose astratte non sono per il
loro palato; il loro convincimento è che, con la morte, tutto sia,
e giustamente, finito; ora quando se la trovano fra i piedi, questa
morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non parlano più perchè, non
foss'altro, avvertono che con lei non si può combattere e che è inutile
farsi illusioni.
Nella casa di Coriolano c'era adunque un grande silenzio. Si udiva
appena un fruscio di passi guardinghi e qualche frase sommessa.
Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i maggiori rappresentanti
del cuore repubblicano. C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato
Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i pompieri, gli
spazzini.
Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva un po' di vermiglio
dalla bandiera repubblicana. Un po' della vecchia idealità umanitaria,
del vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità strepitosa
che negava il Re e il Clero per educare il popolo a un'Idea di universa
giustizia e di liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio
del passato con l'anima di Coriolano.
Questo avvertivano gli intervenuti. La prima concezione repubblicana
finiva con gli uomini suoi più rappresentativi. _Venivano innanzi i
tempi di Rigaglia._ La dittatura di Rigaglia era prossima.
Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere le visite.
E le stanze si empivano di popolo.
Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni gli fecero largo senza
dire parola; eccolo al letto del morente.
Coriolano era entrato nello stato comatoso e non lo riconobbe.
Nella stanza pesava un'aria graveolente e irrespirabile.
Nessuno pensava ad aprir le finestre. Tanto ce n'era per poco ancora.
Si udì un rumore nella stanza vicina. Ecco Proletaria.
Si diresse difilato verso il Cavalier Mostardo il quale fece la più
brutta faccia che si fosse mai veduta.
— Dov'eravate? Vi abbiamo cercato dappertutto. Abbiamo mandato in giro
anche Rigaglia.
— Lo so.
— Come fate a saperlo se non vi ha trovato?
— Me l'hanno detto.
— E chi ve l'ha detto?
— Ma non sono mica qui per rispondere a voi, cara signorina! Abbiate
almeno un poco di rispetto per questo disgraziato che muore!
Proli si morse le labbra e non aggiunse parola. Si tolse il feltro
rosso e apparve in capelli. I suoi quattro capelli scompigliati, che le
ricadevano a teghe sulle orecchie, la facevano ancor più brutta. Girò
il letto e andò a porsi all'angolo opposto del capezzale guardando ora
il morente, ora Mostardo.
Che cosa meditava?
Mostardo pensò:
— Questa sera non ho pazienza e, se mi guarda male, scoppio!