E così di seguito. Le quali frasi dovevano essere gridate a voce
altissima, a quando a quando, dagli sposi medesimi.
Fu un successone. Era giorno di mercato. Giunto sulla Piazza, il
corteo non potè proseguire. La folla gli si stipò attorno tumultuando e
berciando. E non furon più gli sposi soli a gridare:
— Sette vitelle... Quattro bovi!... — ma tutta quanta la moltitudine
ingaita. Naturalmente alle vitelle si aggiunsero le loro rispettabili
madri; ai bovi le loro simboliche corna e fu un carnevale in piena
regola.
Poi un qualsiasi Balilla lanciò il primo pomodoro. E fu la festa dei
legumi e delle ortaglie. Le vetture furono prese di assalto: le povere
spose portate in trionfo dall'ebbra moltitudine, torno torno la Piazza.
Ma Spadarella non sentiva niente; non sapeva niente. Viveva solo del
suo amore che le bastava ad amar la vita.
Ad ogni crepuscolo diceva a Spina Rosa:
— Spina Rosa, scendo in giardino.
Girolamo e Stefano l'aspettavano per darle la buonasera, prima di
ritornarsene alle loro piccole case dietro le mura.
Una volta, al suono di un _Avemaria_, chinarono il capo e tacquero
assorti mentalmente nella loro preghiera.
Anche Spadarella pregò. In mezzo al giardino, queste tre creature
levarono l'anima a Dio, chiamate da un accenno di campana nell'aria
della sera; ricondotte al mistero immanente dall'effimera contingenza
del loro terreno esilio. Affondarono nell'eterno, lontanando con le
stelle del profondo.
E fu un grande silenzio.
Ma ad un tratto scoppiò il fragore di una fanfara: lacerò l'aria
violentemente: si impadronì di quell'angolo di mondo con prepotente
volgarità.
Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco barbarica dell'aspro
suono; gli usignuoli, le capinere, i verzellini non cantarono più.
Ogni cosa, ogni anima affogava nella crescente marea degli armonici
pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da certi imbuti di ottone
conosciuti comunemente sotto il nome di trombe. Strepitarono adunque le
trombe eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo e il cielo;
sostituirono, nel soave declinare dell'ora mistica, il raccoglimento
che aduna le anime a un lume ultraterreno: vollero cancellar tutto,
essere sole, impadronirsi della Terra e di Dio.
E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine, riusciron, tanto, a
turbare la quiete circostante; riuscirono a farsi intendere e a
intimorire i cuori più pavidi con le minaccie della _Bandiera Rossa_;
ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di Marx, i fucinatori di
ghigliottine, gli ipertrofici zelatori della buia solitudine terrena,
diminuì il loro diabolico fracasso, si spense dietro le case e le
strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena col tremulo verso di
una povera raganella.
Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio, i cannibali sociali,
i capovergari della Giustizia Nuova. Erano trascorsi col vento delle
loro trombe, con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche
catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza e di
baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani, nel niente, coperti e
derisi dal querulo lamento di una raganella sul ramo di un melo, contro
un quarticello di luna verdigna.
Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'_Ave_. Girolamo e Stefano si
fecero il segno della croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno
e Girolamo disse:
— È tardi. Bisognerà andare.
— Andiamo — rispose Stefano.
Guardarono Spadarella; le sorrisero.
— Felice sera, Spadarella.
— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.
Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando per i piccoli viali
del giardino.
Passava un rosso barroccio montanaro, carico di una _castellata_ piena
di mosto. Una bella _castellata_ dai fondi graffiti e dipinti e dal
cocchiume rilevato e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava
in città. L'autunno. Sul timone del barroccio era infissa una grande
_caviglia dalle anella_. Erano sette anella lucenti che tinnivano,
ridevano, cantavano, seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra
nerastra sotto gli occhi immiti.
E sull'alto della _castellata_ sedeva un giovinetto e cantava:
_Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare_
_Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?_
_Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?..._
_Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?..._
(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che avete pulito
così bene il vostro cavallo, — che avete lustrato così bene la sala
d'oro?... — Ditemi, ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).
Il dialetto montanaro si addolciva ancor più nella cantata. La musica
era bella: semplice, vasta, di una tristezza profonda e, più che umana,
universa. Il giovine bifolco si portava giù, col mosto, dalle montagne
azzurre, una passione antica: sua e di cento generazioni; e passava per
la Città del Capricorno come una cosa ormai spaesata.
Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie insanguinate
della Bandiera Rossa.
Si può anche morire nella farsa.
Il giovine cantava il _suo canto_, quello del popolo suo, nel quale
_era l'anima delle generazioni_ e si sentiva distaccare dalla miseria
sua, dal suo dolore, dalla sua fatica; era uno spirito errante sotto
alle stelle, con l'amore. Si ricongiungeva inconsciamente al mistero
della Terra e del Cielo.
Paolo e Spadarella erano appoggiati al muro di cinta del giardino,
presso la piccola porta socchiusa. Si tenevano per mano. Parlavano;
ma poi che il barroccio fu per la strada, col suo canto ramingo, non
parlarono più. L'aria non più illuminata dal sole, accoglieva le luci
dell'infinito.
Ecco la notte.
Ella era felice e non disse niente; era nella serena zona mattutina e
poteva guardare e ascoltare in silenzio. Anche per le case era discesa
l'ora del raccoglimento soave. Le più alte finestre si illuminavano
contro la prima stella. Tutta la sofferenza pareva non dovesse avere nè
un grido nè una bestemmia.
Passarono tre rondini smarrite.
— Dunque Spadarella?...
Ella levò gli occhi a un tratto.
— Che cosa?
— Non vuoi?
Arrossi ed abbassò la faccia senza rispondere.
— Va bene — riprese Paolo freddamente e guardò da un'altra parte.
La piccola allora gli prese una mano, glie la strinse, mormorò:
— Sì... voglio...
— Quando?
Tacque ancora.
— Domani?
— Sì... domani...
— Dove ti ho detto?
— ... Sì...
— Verrai davvero?
— ... Sì...
Egli allora se la strinse al petto nella gagliardia ansiosa del suo
desiderio; ma Spadarella non rispose all'impeto di lui. Domandò:
— Perchè vuoi questo?
— Mi vuoi bene?
— Si.
— Devi provarmelo. Voglio che tu sia tutta mia.
— E non sono tua?
— No.
— Paolo!
— No no!... Io non posso sopportare questa sorveglianza. Maria Rosa è
sempre là che ci spia.
— Ma non è vero!
— Se l'ho vista anche poco fa!
— Ti assicuro che ti inganni.
— Non mi inganno Spadarella!... Poi... fra poco il teatro ti porterà
via.
— Te l'ho già detto. Se lo desideri mando all'aria tutto.
— Io non posso voler questo.
— Perchè?
— Perchè si tratta della tua fortuna.
— Ma se io lo voglio?
— Tu sola non puoi decidere.
— Anzi lo posso, Paolo; e tu sai che quando voglio una cosa...
— Ma non potrei assecondarti.
— Dunque ti fa piacere?
— No.
— E allora?
— Che cosa ho da offrirti in compenso? Quale vita ho da offrirti?... Il
sacrificio!
— E che mi importa? Sono stata abituata da signora, forse?... Che cosa
desidero di più del tuo amore?
— Oggi niente di più; ma domani?... Domani quando l'amore se ne sarà
andato?
Allora Spadarella scosse lentamente il capo e sospirò:
— La verità è che tu non mi vuoi bene.
— Ora bestemmi!
— No, Paolo!... Ci vedo chiaro...
Egli tolse la sua mano da quelle di lei e fece per andarsene.
— Non te ne andare!... Paolo?...
Si fermò; si rivolse.
— Vuoi bisticciarti, Spadi?
— Perdonami. Qualche volta non ti capisco.
— E io neppure, sai? Perchè quando si vuole veramente bene non si hanno
dubbi... non si pensa il male... non si guarda alle convenienze... non
si ha paura di niente quando si vuole veramente bene!...
— No ti ho detto che verrò?
— Sì; ma devo crederlo?
— Guarda: anche se dovessi uscire di casa per non rientrarvi mai più,
ti ho detto che verrò e verrò!
— Amore mio!
— ... anche se fossi certa che lo zio Giovanni mi aspettasse all'uscita
per stroncarmi; e avessi la convinzione di rimanere in mezzo alla
strada solo con questi panni e maledetta da tutti verrei, Paolo. Tu non
mi conosci. Ho paura, ho vergogna... ma ho deciso. Ti voglio bene...
Vengo da te... fa quello che vuoi... sarà quel che sarà!...
Egli la prese fra le braccia e la coprì di baci in uno spasimo
diluviante, in una ebbrezza convulsa.
— Basta... basta... basta, Paolo!... Per carità...
Aveva abbandonato il capo all'indietro, gli moriva fra le braccia.
Fu la voce del Cavalier Mostardo che li riscosse. Si udì nel giardino
il suo vocione gridare:
— Spadarella?... Spadarella?...
Paolo si disciolse in fretta dall'abbraccio e disse:
— Allora... a domani, Spadi!
— Te ne vai?
— Sì.
— Tanto presto?
— È più tardi delle altre sere.
— Non vuoi vedere lo zio?
— No.
— Perchè?
— È un uomo che mi urta.
— Ma se è tanto buono!
— Lo so... ma... debbo andare. Addio, Spadi.
— Arrivederci.
Si baciarono poi Paolo prese la strada di furia e scantonò. Spadarella
non era più gaia; neppure poteva spiegarsi l'improvvisa malinconia.
L'accoglieva con l'anima mansueta delle creature che sanno solamente
amare.
— Spadarella? Spadarella?
— Sono qua, zio.
— Perchè non rispondi? È un'ora che ti chiamo!
— Ti aspettavo.
— Che cosa fai qui?
— Stavo per rientrare.
— Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Paolo?
— Se ne è andato.
— E perchè?
— Aveva da fare.
— A quest'ora?
— ... non so...
Lo zio Giovanni non aggiunse parola, ma chi avesse potuto vedere
la faccia di lui, nascosta nell'ombra, non l'avrebbe trovata
soverchiamente serena.
Si avviarono verso casa.
— Ho visto Tempestoni... — fece lo zio Giovanni.
— Bene...
— Ti aspetta domani.
— Domani?... E dove?...
— A teatro.
— E perchè domani?
— Cominciano le prove.
— È proprio necessario ch'io vada? La mia parte la so benissimo.
— Io non c'entro, bambina. Tempestoni mi ha detto che ti aspetta; ti ho
fatto l'ambasciata. Del resto farai quello che vorrai.
Camminarono per un poco in silenzio nel tepore della notte.
— Che cos'hai, Spadi?
— Io?... Niente! Perchè me lo domandi?
— Mi pareva tu fossi scura...
— No, zio.
— Davvero?
— Davvero!
— Sarà! Però, bambina, non sei più la mia Spadi di una volta!
— Ti sembro cambiata?
— Ecco... cambiata, no! Non è la parola. Mi sembri più lontana...
— Ma no, zio!
— Lasciami dire. Io, certe cose, le sento, anche se non le capisco e...
non mi sbaglio mai.
— Però questa volta...
— Questa volta tu hai qui dentro — e le toccò il core — un bel peso!
— Ma ti sbagli!
— Non mi sbaglio, Spadi!... No, no, non mi sbaglio! Del resto
non voglio mica sapere i tuoi interessi. Però, se si trattasse di
scommettere, scommetterei che vi siete bisticciati. Di un po; è
vero?...
— ...
— Rispondi: è vero o no?
— È vero!
— Vedi?... Lo zio Giovanni ha buon fiuto, il povero zio Giovanni!...
Ora, da quando è venuto quell'altro, non vuoi più un gran bene neppure
a lui!
— Oh, zio! Perchè dici questo? Non ti bruciano le parole?
E gli si gettò al collo e lo strinse forte fra le braccia.
— Mi sbaglio?
— E non lo senti? — Aveva la voce di pianto. — Questa sera sono un poco
malinconica, ecco tutto. Non capita mai a te?
— Oh se mi capita!... — e trasse un grande sospiro.
— E sai il perchè, tutto il perchè della tua malinconia?
— Io sì che lo so!
— No, zio. Forse ti sembra, ma non lo sai.
— Bambina mia, lo so anche troppo!
— Certe volte, forse; ma non sempre.
— Sarà!... Non voglio darti torto. Però se non fosse lei... sempre
lei... sempre, porco Dacco!, quella febbre di lei che mi prende, oh!...
ti assicuro che, nonostante tutti i Rigaglia e tutti i versipelle, ti
assicuro che sarei allegrissimo.
— Lei?... — fece Spadarella meravigliando. — Ma chi è questa lei?...
Il povero Cavaliere si morse le labbra. Gli era scappata. Tentò di fare
lo smarrito:
— Ho detto lei? Non me ne sono accorto.
Spadi sorrise.
— Dunque hai un segreto?
— Io?... Ma neanche per sogno!... Che segreto?... Che cosa vuoi che
abbia io, vecchio matto?
— Hai qualcosa che ti fa soffrire, zio?...
— Ma se sono un insensato!... Non lo crederai mica davvero ch'io sia
diventato tanto imbecille...
— Perchè?
— Ma scherzi?... Io, con tutti i miei anni, innamorato!... Non farei
ridere?...
— Perchè, zio?...
— Come perchè?... Ma l'amore è fatto per voialtri giovani che potete
sempre riparare a questo grande sproposito: non per noi, vecchi, che
non abbiam più tempo neppure per poterci pentire e ci caschiamo dentro
da quei grandi balordi che siamo, mani e piedi legati, per ridurci come
il campo del mercato, dove tutti sputano!...
— L'amore arriva quando vuole...
— Sì, con l'olio santo!
— Zio... e non gli si può dire di andarsene.
— Ma non si diventa stupidi alla mia età?
— Perchè?
— Ma perchè sì! Perchè si diventa stupidi! Si diventa la favola del
mondo.
— Che cosa c'entra il mondo? Tu sei ancora giovane.
— Sì, bel moscardino!
— Sei giovane... e lo sai.
— Io so che, se potessi, mi prenderei la testa e la butterei in un
fosso!
— Povero zio!
— Povero?... Già... povero!... hai ragione. In fin dei conti non sono
che un disgraziato.
— Non lo dire.
— Un disgraziato, un disgraziato! Voglio urlarlo!... Lasciami sfogare!
Che cosa ho, io?... A che cosa mi è servita tutta la vita?... Tutte
le mie battaglie, tutti i miei entusiasmi, tutta la mia fatica?...
A che cosa?... Ma a che cosa?... Avanti, dillo tu, a che cosa?... A
niente!... Bambina, non parlare, io lo so bene: a niente!... Mi sono
prodigato e mi è arrivato un calcio; ho combattuto per gli altri e,
per tutto ringraziamento, mi hanno sputato addosso; ho dato del mio,
di quel mio che mi son pur faticato, se son venuto su dalla miseria,
e poco c'è mancato non mi chiamassero ladro!... Il popolo si chiama
Rigaglia!... Ma sì, bambina mia!... E sono arrivato a questa età con
tutte le mie minchionerie dei vent'anni. Me le sono portate dietro come
un imbecille. Eccole qua tutte quante, che non ne ho perduta neppure
una per la strada. Bel carattere! Meriterei la forca solo per questo.
Perchè un uomo, se ha la fortuna di vivere, almeno impara a conoscere
le carogne che si trova fra i piedi. Ed io non ho imparato niente!...
Ho imparato ad essere un bambino quando avrei dovuto trattare il mondo
per quel che si merita. Ho preso tutto sul serio. Oggi sono solo. E
faccia Dio che tu mi sia sempre vicina perchè il giorno in cui mi dessi
alla disperazione, guai agli uomini del mio paese!...
— Povero zio!... Soffri tanto?...
— Soffro?... No che non soffro. È la vita che è canaglia! Forse sono
stanco, Spadi. Ma non mi domando niente. Aspetto. La mia vita non sarà
eterna!
— Proprio, questa sera, non pensi affatto alla tua Spadarella!
— Hai ragione. Non so neppure quel che mi dico. Poi ho qualche cosa per
la testa...
— Che cosa?
— Perchè Paolo non mi ha aspettato?
— Te l'ho già detto, zio. Doveva andare...
— Ma capita sempre così quando arrivo io. Ha forse paura di me?... Che
cosa gli ho fatto?
— Perchè dovrebbe aver paura? Non essere ingiusto!
— È vero. Perdonami. È la mia testaccia che frulla male.
— Forse se tu volessi parlare alla tua bambina, ti passerebbe.
— Mi passerebbe?... Ho qui dentro una pena... tu sapessi!
— E fin che la tieni chiusa ti farà più male.
— È vero.
— Allora sai bene che non lo racconti a nessuno, se parli a me.
— Non posso. Mi fa vergogna.
Erano arrivati presso la porta di casa. Si vedevano le finestre
illuminate. Ristettero. Non avrebbero voluto interrompere la loro
solitaria intimità e che nessuno si fosse interposto. Forse lo zio
Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse Spadarella avrebbe
amato restare nel buio del giardino e seguire la sua indefinita
malinconia. Non era il turbamento della promessa ma alcunchè di più
remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi. Che poteva accaderle?
Era tanto felice! Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare
il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela di una sola
parola per tenere il cuore dei giovani. Quella era una notte del mondo
contristata, per lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare
la voce e le parole semplici e ignare di Spina Rosa. Avrebbe voluto
arrivare alla sua stanza e chiudersi dentro senza che nessuno potesse
vederla e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che avrebbe pianto
volentieri. E forse c'era la crudezza di una parola, in fondo al cuore
di lei, e anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella assecondava
ma che turbava un incantesimo. E la felicità è delicata: e di nulla si
turba. È come lo specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole.
Qualcosa aveva turbato il volto della sua serena e tranquilla felicità,
ma di questo non poteva nè voleva convenire seco stessa.
E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra, senza guardarsi. Poi il
Cavalier Mostardo si riscosse:
— Spadarella... io non so se tu abbia capito... ma, se hai capito, mi
raccomando a te...
— Zio! E puoi credere solamente che io parli?
— No, se ti ho mostrato, il cuore.
— Me ne credi indegna?
— Spadi!
— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello stesso silenzio.
Stavano per entrare in casa quando udirono un passo affrettato sulla
ghiaia del viale. Mostardo stette inorecchito. Si udiva il busso di due
grandi piedi.
— Se non mi sbaglio è Rigaglia.
Si udì un grugnito.
— Te l'ho detto? È lui.
Spadarella sorrise.
— Che cosa sei venuto a far qua?... Che cosa vuoi?...
— Bisogna che veniate subito...
Ansimava.
— Dove?
— Vi aspettano a casa...
— Chi?
— I compagni.
— Ma quali compagni?
— ... dice che muore...
— Muore?... Ma chi muore?... Vuoi spiegarti o no?...
— Ma non ve l'ho detto, santo Dio?... Coriolano!
— Che cosa? Coriolano muore?
— Sì.
— E non sai dirmi chi mi aspetta a casa?
— Ci son due uomini e una donna.
— Una donna? E chi? Ti ricordi almeno come vestiva?
— Io non l'ho guardata ma aveva un cappello rosso...
— Un cappello rosso? Ne sei ben sicuro?
— Sì.
— Allora è lei. Non vengo.
— Ma chi lei, zio?
— Proli.
— La signorina Proletaria?
— Sì. La nipote di Coriolano. Non vengo, non vengo.
— Ma perchè zio?
— Il perchè è troppo lungo, bambina mia. È certo che non voglio
trovarmi fra i piedi Proli.
— Allora dirò... — riprese Rigaglia.
— Ma dì tutto quello che vuoi; non mi importa niente. Io sono un
fuorisacco!
E mentre Rigaglia si allontanava nella notte, il Cavalier Mostardo si
strinse a Spadarella ed entrò in casa.