LA NIPOTE DI CO-RIO-LANO!!!

L'aveva fatta bella! E ora se lo vedevano?... Se la voce si spargeva

per la città?... Se, putacaso, Coriolano spiava nei dintorni?... Pensò

risolvere il gravicornuto problema assumendo un'aria paterna, un tono

di bonarietà tranquilla e all'irruente e commossa accoglienza della

signorina Proletaria rispose, col suo fare più pacato ed estraneo:

— Oh!... È qua lei, signorina Proli!... Come sta?

E le stese con semplicità cordiale la mano che ella non prese.

No, ella non prese la mano del Cavaliere e il volto di lei, inondato,

in un primo tempo, di serenamente chiarezza, affondò ad un tratto in

una penombra dubbiosa.

— Ma scusa... — fece madonna Proletaria — scusa... non eravamo

intesi?...

Al che, di rimando, con ben quadrata semplicità, il Cavalier Mostardo:

— Quando è arrivata?... Si tratterrà molti giorni fra noi?

Allora ella si illividì.

— Che commedie son queste?

— Commedie?... Che cosa intende dire, signorina Proli?

— Ma... io non so se sogno o se sono desta. Scusa, perchè mi hai

scritto?

— Chi le ha scritto, signorina Proli?

— Tu!

— Io?... E quando, ragazza mia?... Saranno due mesi che non prendo la

penna in mano!

— Ma come? E questa... — e incominciò a frugare nella borsetta.

— Già!... Due mesi o giù di lì. Ho avuto un panereccio a questo dito.

Si figuri di vedere un paracarro, cara Proli! Si fa per dire ma le

assicuro che sono stato male. Certe fitte!... Mi ha dato perfino la

febbre; e un febbrone da cavalli! Ah, i panerecci! Pare così, ma sono

faccende serie!... Uno si vede gonfiare, gonfiare che non sa dove vada

a finire. Si addormenta con un dito e si desta con un obelisco...

— Scusa... — continuò la signorina Proletaria Sapelli, che non aveva

intesa una sola fra le tante parole pronunziate dal Cavaliere nel

frattempo, intenta, com'era, alla ricerca; — scusa, e questa chi l'ha

scritta?...

E brandiva, alta, la lettera compromettentissima. Egli la riconobbe

alla prima occhiata, però mantenne il punto di intransigente innocenza.

E domandò con limpida schiettezza:

— Che cos'è?...

— La tua lettera.

— Cara mia, questo non può essere.

— Smettila di fare lo gnorri.

— Lo gnorri?... Di fare lo gnorri?... — Ecco una parola che lo turbava,

per Bios! Una parola della Cattedra. — Cara Proli, lo gnorri potremo

farlo insieme; ma io solo, no! Mai e poi mai!...

Credeva di essersi salvato con sottile astuzia; ma Proli gli rise sulla

faccia.

— Sei comico!

Quanto dispetto in quelle parole e in quella risata!

— Proli, non si dimentichi che siamo in una piazza.

— E che cosa mi importa della piazza e della gente? Io sono figlia

delle mie azioni e non debbo renderne conto a nessuno!

— Credo che Coriolano...

— Coriolano non ha niente a che fare con me. Io sono libera, libera,

libera!...

— Lo vedo, cara Proli; ma... le convenienze!... Guardi la gente come ci

osserva.

— Peggio per la gente e peggio per te!

E si ostinava a trattarlo con quel pronome confidenziale, come se

avessero succhiato il latte alla stessa mammella! Dio, che ragazza

sguaiata!... E non giovava ch'egli la trattasse con riservato rispetto

e con signorile paternità. Ma che cosa voleva dunque?... L'amore?...

Sì, stava fresca!... Piuttosto sacrificarsi come Padre Origene, e

gettar nel sepolcro le cose sue delicate, anzichè farne parte a quella

specie di viragine urlante.

Allora si risolse e le disse:

— O mi stia bene a sentire, egregia signorina: la lettera che lei fa

svolazzare così come se fosse una bandiera, non è mia. Io non posso

averle scritto e lei lo deve capire...

— E perchè, per esempio?

— Ma perchè, per Bios!, le pare ch'io sia un giovine studente?

— Uno studente, no; ma un vecchio satiro sì!

Vecchio?... Satiro?... O quando avrebbe finito di insolentirlo? Così,

ad occhio e croce, satiro gli suonava come il nome di un animale, ma

non sapeva bene di quale specie o sottospecie; però non volle lasciar

passare l'insulto invendicato e rispose:

— Vecchio o non vecchio, questa è una faccenda che non la riguarda.

C'è chi non la pensa come lei... In quanto al resto... sì, in quanto al

resto s'io fossi un satiro, a quest'ora avrebbe visto che bello scherzo

le avrei fatto!...

Ella scoppiò in una incontenibile risata. E disse:

— Ma, caro Mostardo, non mi faresti poi tanta paura!

Accidenti alla Cattedra!... Finiva per non capirci più niente.

Frattanto, lo aveva preso sotto braccio e voleva far la graziosa! Si

era incamminata trascinandolo via e gli parlava languidamente, con

un fare da piccola gatta che fa le fusa! Era ancor più brutta!... Un

papero sarà sempre un papero, anche se lo mettono in gonnello!... E una

brutta faccia, quando voglia angelicarsi, fa male al cuore.

Spadarella, sì, poteva far le smorfiette e le stavano bene come le

rose fra i capelli; ma Proletaria?... Ah, quella no!... Quella no!...

La signorina Proletaria avrebbe dovuto capire che certe cose non le

convenivano affatto.

E si riempiva sempre più di angustiato dispetto. Poi quel braccio

scheletrico che premeva contro il suo in una stretta sempre più

insistente, gli faceva male. Ma perchè tanta confidenza?... E se

qualcuno li vedeva?...

E Proli parlava parlava:

— Perchè sei tanto cattivo con la tua piccola Proli?... Perchè?...

— Piccola? — pensava Mostardo. — Ed ha il voluminoso coraggio di

chiamarsi piccola! Ma non si guarda allo specchio? Non si vede? Non ha

la coscienza abbastanza evoluta che le possa dire: — No, no, no!...

E Proli continuava:

— ... perchè saremmo tanto felici insieme! Pensaci Mostardo! Tu ed io.

La forza e l'intelligenza... Tu ed io! Avremmo tempo di volerci bene

e di consacrare le nostre forze unite alla Repubblica. Faremmo una

propaganda strepitosa! Se tu fossi con me dovresti prima essere sindaco

e poi deputato. E, se i Savoia non se ne andassero, nella tua vecchiaia

saresti senatore!...

— Belle chiacchiere!

— Perchè? Non lo credi?... Allora non mi conosci e non sai che cosa

possa fare una donna innamorata!

— Oh, sempre delle sciocchezze!...

— Come sei volgare!

— E due!

— Due che cosa?

— È la seconda volta che me lo dice.

— Ma... scusa, non vuoi capirmi! Non senti come ti cerca il mio cuore?

— Io sento un bell'imbroglio!

— Cosa hai detto?

— Ho detto che parlo turco.

— Perchè?

— Ma perchè facciamo a non capirci.

— Sei tu che non vuoi capire!

— Sicuro!

— Che prima hai cercato di compromettermi e poi...

— Non dite questo!... Vi prego di non dire questo!...

Ora cambiava pronome. Ne aveva fin sopra ai capelli. Quel sentirsela

stretta al fianco lo inaspriva troppo, e i tentativi di lei, lo

rendevan selvaggio. Sfilò il braccio da quello di lei e, scostatosi di

un passo, continuò:

— Ch'io abbia cercato di compromettervi son chiacchiere belle e

buone!... Io non vi ho mai detto niente che non andasse bene, e vi

garantisco che continuerò per questa strada. Potrei anche trovarvi

addormentata che non vi torcerei un capello!...

— Come si vede che non sei più il Mostardo di un tempo!

— Lo dite voi!

— E tu me lo provi.

— _Bella sboccia!_... Perchè sono un uomo di onore.

— Quando ti conviene.

— No! sempre!

— Però Ninon Fauvette...

— Basta!...

— Ninon Fauvette ti conosce come ai tuoi bei tempi dell'_alunnato

rivoluzionario!_

— Queste sono cattiverie che non possono nascere in testa che a una

donna! — gridò Mostardo. — E voi non siete neppure una donna!... Voi

siete un cacume!... Sì, perchè io non ho trovato mai una linguaccia più

perfida, neppure fra i Versipelle dei nostri giornali!...

— Quanto sei carino!

— Io non voglio essere niente per voi e vi prego di finirla. — Era

diventato bianco. L'aver tirato in ballo la Mignon del suo cuore, lo

aveva fatto uscir dalle staffe. Ora era fermamente deciso di parlar

chiaro e di togliersi da torno quel gallinaceo invespito. Ed egli non

era, nel fattispecie, disposto a buttar via la gallatura.

Ma ragionando così e incalorendosi seco stesso, gli venne fatto di

levar gli occhi e di considerare il luogo nel quale erano giunti

camminando passo passo senza badare alla direzione. Guardò e impietrì.

Erano sotto alle finestre del palazzo Alerami e vide anche, o gli parve

vedere, la sua gioia sporgersi da un davanzale. Tale constatazione lo

fulminò.

Si era appena rivolto e, indurite le linee della faccia aveva

incominciato a dire, con risolutezza:

— Ed ora vi prego di lasciarmi andare e sia finita una buona volta per

sempre!

Appena questo aveva detto quando sentì una mano appoggiarsi

familiarmente sulla sua spalla e vide comparire la larga e rotonda

faccia del Donzello della Democrazia.

E Coriolano sorrideva, come colui che la sa lunga e come colui il

quale, credendo essere possessore di qualche delicato segreto, di

qualche amoroso armeggìo sol per questo si ritiene in dovere di

assumere un'aria paterna e protettrice.

Sorrise adunque con paterna furbizia, il nostro Coriolano e disse:

— So... so.. sono qua...

— Bravo!... Capiti a proposito!... — gridò Mostardo.

— Conoscerai questa canaglia!... — sibilò Proli che era verde.

Ma Coriolano non si scompose; continuò a sorridere e disse:

— Llll... llllllll... porca miseria!... L'amore comincia sempre così!

— Ma va all'inferno! — gridò Mostardo.

— Aaaa... aaaaaa... amico mio, vuoi un consiglio?... Chhhh...

Chhhhhhh... chiudi un occhio!... Prrr... Prrrrrr... Prrrrrrrrr... porco

cane!... Proli è un tesoro! siete nati per stare insieme!... L'ho detto

sempre io!...

Allora Mostardo più non si tenne.

— Fra te e tua nipote mi avete annoiato anche troppo! Adesso basta

perchè non ne posso più... Non ne posso più!... O vi togliete dai

piedi, o vi insegno io che cosa vuol dire fidarsi troppo della mia

pazienza! — Gridò queste ultime cose perchè potessero essere udite

anche dalle finestre del palazzo Alerami, poi, volte le spalle, si

allontanò a gran furia brontolando sempre.

Proseguì a capo basso; solo, quando ritenne di esser giunto sotto il

davanzale della sua creatura, levò gli occhi. Mignon era là!

Aveva veduto tutto; ma forse non aveva udito tutto. Era là e fu

sollecita a ritirarsi non appena lo vide. Per Bios!

Si ritirò e chiuse la finestra con vivace fragore.

— L'ha fatto per me!

Ciò gli dette tale fitta al core che traballò.

— Per Bios!... Ma che cosa le ho fatto?...

Veniva innanzi un temporale catastrofico e il cielo si oscurava.

Camminando così, nel grande travaglio dell'anima, prese uno scivolone

che per poco non lo mandò ruzzoloni.

— State attento! — gli disse un passante che era accorso. E Mostardo,

pien di dispetto:

— _S'a chesch, a chesch in tèra; zidenti a ch'im tö sò!..._ (Se casco,

casco in terra; accidenti a chi mi prende su!...).

E continuò la strada.

Ah, Mignon!... Perchè dischiudere un napoleonico giaciglio a un gigante

tranquillo, per poi negargli anche la grazia di un sorriso?... Era

questo che non riusciva a capire il povero grande Mostardo!

Forse non era stata che una distrazione.

— Una distrazione?... Ma se è stato tutto un dare e un prendere?... Tu

per me ed io per te! Dunque?...

E non la digeriva.

— No!... Anche lei mi vuole avvelenare!... _A sò un povar sgraziè!..._

(Sono un povero disgraziato!).

E l'amore, l'amore lo riduceva ai minimi termini, povero grande

Mostardo! Perchè, nella sua schietta ed intiera semplicità, non

riusciva a capire la donna che oggi si dona e domani ha tutto

dimenticato. Come si possono dimenticare certe cose? Ma sono forse una

bibita rinfrescante? Già con le donne non si ragiona. Non si ragiona!

E l'affanno gli cresceva a dismisura.

Incominciò un vento gelido di tempesta e suonavano lontano, per le

campagne, le campane a scongiurare la grandine.

Era la prima volta, la primissima volta, in vita sua che Mostardo

provava il mal d'amore. E questo male lo rendeva cieco.

Errò così in lungo e in largo senza saper dove andasse.

Poi cominciò un tremendo temporale estivo fra grandine, baleni e saette.

Il cielo era livido, nero. Un vento a raffiche si avventava giù dal

cielo a rovesciare i camini, a far volare le tegole come le foglie di

autunno.

La gente fuggiva spaurita. Mostardo non se ne accorse neppure.

Disse solo, rispondendo all'interno dispetto:

— _Me avrèbb che piuvèss dal mesan!..._ (Io vorrei che piovesser

macine!...).

E chi lo vide passare lentamente sotto il diluvio ritenne fosse

impazzito.

Il cielo pensò a calmarlo un poco. Dopo venti minuti di irrigazione,

riaprì l'anima alla speranza.

Poteva darsi fosse stata una giornata di nervi per Mignon. Già le donne

moderne eran tutte nervose. L'aveva sentito dire.

Sperò nel giorno dopo.

Poi si trovava sulla soglia del giardino di Spadarella e ritornava il

sole.

La sua speranza si illuminò raggiando.

Ecco, fra il sole e il baglior delle foglie, attraverso all'umida

dolcezza del giardino che rinasceva più fresco dopo il temporale, ecco

l'incantesimo di una voce distesa. Si fermò ad ascoltare.

— _Dove sei stata questa mattinella?..._

— _Bondì, Mariù!_

— _Dove sei stata questa mattinella?..._

Era una vecchia cantata; una fra quelle cantate che aveva udito e

imparato quando errava, ancora bambino, scalzo e scamiciato per le

strade della sua città.

Poi gli erano uscite di mente con gli anni, gli avvenimenti, le

sofferenze; col logorio della vita. Avevano esulato tacite e raccolte

come le cose che si portano via a mano a mano un poco del nostro core;

un poco della nostra vita.

Si erano rifugiate nel paese delle nebbie lontanissime dove si

raccoglie l'ultimo fior dell'anima per morire; e per sempre!

Ora gli ritornavano innanzi le parole e la musica, e gli riconducevano

un dimenticato sorriso di giovinezza.

Nel tempo della sua giovinezza andavano in giro quelle canzoni un poco

monotone e soavi. Le cantavano le donne, sfaccendando: da una stanza

buia, da una terrazza sopra le vecchie case color della ruggine. E

portavano il ritmo di un sogno e un poco di sole a tutte le sperdute

nel giro dei grigi e soli.

Le portavano i cantanti girovaghi, nei giorni di mercato, per le

piazze; poi prendevano il volo per tutta una terra; diventavano

patrimonio comune; eran di tutti come le cose che si apprezzano

solamente quando sono lontane.

Mostardo sorrideva, disteso in una beatitudine di paradiso. E

l'usignuola del suo giardino continuava a cantare.

Poco alla volta, piano piano, passando da aiuola ad aiuola, Girolamo

e Stefano si erano avvicinati; ed ora, le nere ed ossute mani puntate

sulla vanga, la faccia inchina, immobili, stavano ad ascoltare,

dimentichi di ogni altra opera, i poveri vecchi, presso il più bel

fiore del loro giardino. Perchè era tanta la soavità di quel canto che

le cose stesse vi si immergevano, trasfigurate.

_Son stata a coglier l'insalatinella,_

_mio bel marì!..._

_Son stata a coglier l'insalatinella!_

Poi, di un subito, in un'ultima nota, filata via ad estrema dolcezza

fino a morire, fusa nella stessa armonia del silenzio, il canto si

spense. Si spense, ma continuò nell'aria un poco; e un po' più nel

cuore di chi l'ascoltava.

Caduto l'incantesimo, il cavalier Mostardo non seppe infrenare l'impeto

dell'entusiasmo e si dette ad applaudire e gridò con tutta l'anima,

levando la faccia verso la piccola finestra racchiusa in un fregio di

fior gelsomino; gridò:

— Bravo il mio core!...

Spadarella apparve alla finestra.

— Bravo il mio core!... Bravo il mio core!...

Aveva, agli angoli degli occhi, due grossi lucciconi.

— Per Bios!... _Ta m'é fatt piànzar!..._ (Mi hai fatto piangere!...).

Il fresco riso!... Ed anche l'ultimo sole rise con lei fra i suoi

capelli d'oro pallido pallido. Girolamo e Stefano la guardavano senza

parlare.

— Che cos'hai fatto, zio?

— Sei un angelo!...

— Ma che cos'hai fatto?... Sei bagnato?...

Ora si spenzolava dalla finestra, a guardarlo.

— Sei bagnato?

— Ma no!

— Come no?... Che cos'è allora?

— Avevo un diavolo per capello. Forse sarà stato il temporale!

— Povero zio!... Aspetta che vengo... aspetta!...

E si udì la sua corsa per la stanza, poi giù per le scale.

Quando uscì nel giardino, Mostardo non si era mosso tuttavia. Stava là,

in mezzo alla pozzanghera che aveva formato con tutta l'acqua che gli

colava da dosso.

Spadarella si fermò a guardarlo.

— Ma vuoi prenderti un malanno?

— Che cosa vuoi che prenda!... Sono di pelle dura!

— Vieni in casa ad asciugarti.

— Ma non importa!

— Spina Rosa?... Spina Rosa?...

La vecchietta si fece su l'uscio e, come ebbe veduto Mostardo,

congiunse le mani e, atteggiata la faccia alla maggiore compunzione,

esclamò:

— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!...).

Fu acceso un gran fuoco, in cucina; lo zio Giovanni vi sedette accanto,

ad asciugare.

La finestra era aperta. C'era un profumo di rose e di erbe aromatiche e

il paradiso era in quel luogo, con la beatitudine senza fine.

Mentre lo zio Giovanni, gli occhi perduti nella fiamma, si smarriva

nella sua quieta felicità dimenticando ogni più recente pena, Spina

Rosa, dietro le spalle di lui, faceva di gran cenni a Spadarella. E

Spadarella sorrideva.

Dovevano fare una improvvisata a Mostardo, ma Spadarella non si

decideva. Finalmente disse:

— Abbi pazienza, zio; debbo sbrigare una piccola cosa e torno subito.

— Dove vai?

— Devo finire una cosa.

— La finirai dopo. Rimani con me. Non stiamo mai insieme!...

— Ma... era...

E Spina Rosa:

— Lasciatela andare, padrone.

— Be', fa presto!

Spadarella scivolò nella stanza attigua e lasciò la porta aperta. Spina

Rosa, ferma presso la tavola, si riaggiustò il grembiale da cucina e

levò la faccia in una attesa trepidante. Si udì un suono secco come se

il coperchio di un mobile fosse stato aperto a furia.

Cantavan le capinere fra le gaggìe sporte fuor dalle serre aperte, a

fiorire. Suonaron le campane del Duomo, suonaron soave rammentando al

cuor degli uomini che la sera si avvicinava.

Spina Rosa si fece il segno della croce.

Si udì il trabalzare di un plaustro sui ciottoli della strada. Il

tralcio di una rosa rampicante, pendeva nel vano della finestra,

assecondando il vento in un dondolìo dolce come se ninnasse i suoi

bocci vermigli nel cuor del turchino.

Scendeva piano piano, dall'eternità, l'ora delle rugiade.

Spina Rosa si impazientiva guardando verso la stanza nella quale era

scomparsa Spadarella.

Lo zio Giovanni era rientrato nel regno della sua smarrita beatitudine.

— Spadi?

— Un momento!... — rispose la piccola bella. Spina Rosa non poteva

trovar pace.

Ad un tratto anche le capinere finiron di cantare e lo zio Giovanni

scattò sulla seggiola e si rivolse a guardare verso la stanza nella

quale era scomparsa Spadarella.

Nel placido e amoroso tramontar della luce, come le rose fra le foglie,

come i fior del ciliegio fra le rame, e le stelle sperdute fra le

costellazioni, sbocciavano, a far parte dell'umano Universo, sgorgavano

per estenuarsi nel vento e salir verso il cielo, le note di una musica

che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora un volto, ma nasceva

e svaniva, per gli ascoltatori improvvisi, nel subcosciente.

Sì, era Spadarella!...

Era Spadarella, la bionda creatura mattutina, seduta ad un vecchio

clavicembalo, chè altro non aveva potuto comprare coi suoi scarsi

risparmi. E per lunghi mesi aveva serbato il segreto per giungere

all'improvvisata di quell'ora.

Spina Rosa era al colmo della felicità.

Lo zio Giovanni chinò gli occhi e la faccia e non disse niente.

Girolamo e Stefano, in punta di piedi, trattenendo il fiato, entrarono

l'un dietro l'altro e si fermarono presso la porta, il capo scoperto.

Non era un po' figlia loro, Spadarella?... Essi lavoravano al nido di

lei; facevano nascere i fiori del suo giardino; la tenevano alta nella

devozione della loro fatica.

Era la loro piccola madonna; l'angelo che fa perdonare la vita ai

poveri poverelli.

E quattro anime eran rapite così nello stesso amore. Fu prima una dolce

sonata di Frescobaldi che Spadarella eseguì sul clavicembalo dalla

voce dispenta; poi cantò. Cantò un brano della _Traviata_; un altro dei

_Pescatori di perle_ e la romanza della _Vally_:

_... ebben ne andrò lontana..._

Ma dove la toglieva, la piccola gola di usignoletta, tanta passione?...

Da dove le derivava una così grande intensità di ardore?... Come poteva

conoscere tanta tristezza, da far piangere le quattro creature in

adorazione?...

_... ebben ne andrò lontana_

_come fa l'eco della mia campana..._

Così tutta la nostalgia della povera umanità tribolata partiva con

l'anima di Spadarella sul vento della sera. Ella cantava per tutti

i cuori che si levano sul vento della sera, quando la malinconia li

raccoglie oltre la fatica e il deserto. E la sua voce era la cosa più

pura ed angelica che potesse levarsi sul mondo delle anime appenate.

Un altro uditore entrò che si tolse il cappello e rimase fermo sulla

soglia: Asdrubale Tempestoni. Nessuno gli pose mente.

Poi scoppiò un urlo e chi gridò più forte fu lui, Tempestoni:

— Questa vale dieci volte la Melba, la Patti, la Tetrazzini, _te lo

dico me!..._

E giù ad applaudire da schiantarsi le mani. Si udiva Spadarella che

rideva nella stanza vicina.

Poi incominciò un'aria del _Werther_.

Il _Werther_, in Romagna, è una istituzione sociale. Hanno pianto

più occhi per i casi di Carlotta, nella terra dei cocomerai, che non

siano passate rondini sul Mar Africano. La musica del _Werther_ fra

Imola e Cattolica, fra Ravenna e Rocca San Casciano, e dalle Lagune

di Comacchio ai confini della Repubblica di San Marino, è più popolare

dell'_Internazionale_. Tutti i teatri, grandi e piccini, hanno avuto il

loro _Werther_.

_... Signor, la casa è qui..._

_l'ora è di riposar..._

Oppure:

_ — Tu mi hai detto:_

_A Natal..._

E ancora:

_Come, passato il nembo,_

_si queta il mar fremente,_

_il cuor non soffre più..._

Chi non canta questa musica? Chi non sa questa musica, per le rosse

città della dolce terra armoniosa?...

Tutta la malinconia della razza si è raccolta per le melodie

massenettiane e di queste ha fatto la sua passione. Così quando

Spadarella, con la sua voce soavissima, incominciò a cantare un'aria

dell'opera prediletta, tutti si rizzaron sul torso e l'estasi si

dipinse su quei volti rudi e passionati. Poi fu un finimondo di

applausi e, quando la piccola comparve sulla porta, lo zio Giovanni se

la prese fra le braccia e le disse le cose più belle che sapeva; tutte

le cose più belle che sapeva, anche se non eran troppe.

— Dunque — fece Tempestoni — lo facciamo questo contratto?... Ma

sì! Deve debuttare nella sua città. Dobbiamo essere noi a tenerla a

battesimo. Dove vorreste mandarla?... Questo settembre... al tempo

della mia Grande Lotteria, Mostardo!... Vi preparo un teatro da leoni!

Vi faccio anche il_ Golfo Mistico_!...

— Voi fate delle chiacchiere!

— No, vi faccio il _Golfo Mistico_ a mie spese, nel Teatro Comunale!

Deve correr la gente da Milano e da Roma. Deve essere una cosa che non

si è vista mai in Italia. Un paradosso!

Asdrubale Tempestoni non aveva un linguaggio preciso e usava le parole

con sfumature tutte sue.

— Lo facciamo questo contratto?... Daremo il _Werther_, è vero

Spadarella?

La piccola sorrideva senza parlare.

— Lasciatemi pensare, prima!

— No, è meglio subito!

— Ma lo sai bene il _Werther_? — domandò Mostardo a Spadarella.

— Ho cinque opere in repertorio!

— Cinque opere?

— Ma se vi dico che ha fatto miracoli — disse Spina Rosa.

E Tempestoni:

— Dieci sere... diecimila lire!... Die-ci-mi-la belle lirone!... Eh,

Spadarella?...

— _Jòso, e' mi Signor!.._ (Gesù, Signor mio!) — mormorò Spina Rosa.

— È che voi non capite niente di teatro, caro Mostardo, perchè se

capiste accettereste le mie proposte a braccia aperte!... Solamente il

_Golfo Mistico_!

— Che cos'è questa roba?... — domandò Mostardo.

— Come che cos'è... È una invenzione tedesca o di Wagner o di _Biroit_,

non mi ricordo bene...

— No, signor Asdrubale — fece Spadi, sorridendo. — Beireuth è una città

della Baviera nella quale Riccardo Wagner fece elevare il suo famoso

Teatro Nazionale.

— Hai sentito?... — fece Tempestoni rivolto a Mostardo. — Spadarella ti

può insegnare. Be', io ti faccio, a mie spese, il _Golfo Mistico_.

— Ma, insomma, che cos'è questo _Golfo_?

— È una specie di buco per l'orchestra. Wagner la sapeva lunga,

Wagner!... Perchè vedere nel muso tutti questi smorfiosi di

professori?... Era troppa confidenza per il pubblico! Allora ecco un

bel buco e, dentro tutti quanti! Tromboni e contrabassi e la _Cassa_

coi _piatti_!... Così non si sente che la musica. Poi il teatro al

buio!.... È anche una bella economia. Oi!...

— Il teatro al buio?

— Sicuro! La nostra città non avrà mai veduto niente di simile. In

quanto a questo, se ne parlerà anche all'estero. Poi, con la mia Grande

Lotteria, in quei giorni sarà qui tutta la Romagna. Dunque volete

firmarlo questo contratto?

— Oggi no — fece Mostardo.

E Spadarella:

— Il maestro mi aveva già proposta una scrittura per Milano.

— Per Milano?

— Sì. Al _Dal Verme_!

— Be', il _Dal Verme_ sarà il _Dal Verme_ — fece Asdrubale Tempestoni

contrariato. — Però il nostro Comunale col _Golfo Mistico_...

— Per adesso non voglio sentir niente! — gridò Mostardo. — Voglio

pensarci. Non so neppure se manderò la mia bambina sul teatro. Non

volete capire che è la mia bambina?... Domani, se qualcuno si pensasse

di torcerle un capello, porco Dacco!... Brucio il teatro e il tuo

_Golfo Mistico_, e tutte le scarabattole per suonare!...

— In quanto a questo, non son poi tanto scarabattole! — mormorò

Asdrubale, mortificato.

— Bella roba!... Per quello che valgono!...

— Sì! _Mo vacci_ te a suonare! — fece Tempestoni, offeso nel suo amor

proprio di impresario.

Poi lo zio Giovanni cedette alla dolce Spadarella. Furono combinate

dieci recite del _Werther_ per la seconda quindicina di settembre; una

grandissima _réclame_, il teatro messo a nuovo, il _Golfo Mistico_ e

diecimila lire alla piccola.

Stesa la bozza del contratto, Tempestoni volle lasciare una caparra

perchè Mostardo non avesse a pentirsi.

Spadarella sarebbe stata una Carlotta paradisiaca.

— Una Carlotta di paradiso, sì!... — Il Cavalier Mostardo scosse il

capo guardando i mattoni del pavimento. E un'altra Carlotta era esulata

nel campo de' suoi vili nemici!

Asdrubale Tempestoni raggiunse il colmo dell'entusiasmo.

— Ma che _Scala_ e _Costanzi_!... Dovranno venire da noi, se

vorranno sentire il primo _Werther_ del mondo!... La _Scala_!...

Il _Costanzi_!... Aspetta che ti accomodi io il nostro teatro e poi

vedrai!... Non ci deve essere _parangone_ neppure con l'_Opera_ di

Parigi!... Io le so fare le cose, io!... Ti faccio un _Golfo_ che

ci può venire il Signore a suonare! _Te lo dico me_! Ti accomodo un

teatro che se ci porti la regina Elisabetta o Caterina Sforza, ci

devono stare come a casa sua! Ma che cosa vuoi parlare!... Noi siamo

sempre _estemporanei!..._ Basta che si dica la Francia, la Germania,

l'Inghilterra!... Basta che si dica l'America e il Giappone!... E

quello che facciamo in casa propria è sempre una porcheria!... Bella

gente siamo! Ma chi te le ha fatte le grandi invenzioni?... E Marconi

dove lo metti? E dove metti Michelangelo, Cagliostro, Giuseppe

Verdi?... Dove son nati Rossini e Tamagno?... Dov'è morto Dante

Alighieri?... Da noi!... Proprio da noi... qui, a due passi: a Ravenna,

che era come casa sua!... Altro che storie!... E poi, se si volesse

incominciare dai Romani non si finirebbe più.

Perchè fa vergogna!... Se in casa nostra c'è un uomo d'ingegno, lo

facciamo morir di fame!... Ma guarda Catalani, per non dir di più!

Se fosse nato in Germania avrebbe scritto dieci _Vally_, avrebbe

scritto!... Noi lo abbiam fatto morire che non aveva tre soldi da

comprarsi un caffè... E chi più sparla, più ha ragione, da noi! Ai

miei tempi i giovani imparavano ed erano pieni di entusiasmo; adesso

imparano a dir male degli altri quando hanno ancora _i due soldi

sull'ombelico!..._

Imparate a conoscere l'Italia, imparate!... E lasciatemi stare tutte

le Francie e le Inghilterre del mondo!... Sì, va in Francia e in

Inghilterra a sentire quello che dicono di noi, quei Padreterni!...

L'Italia?... Peuh!... Da buttar via!... E devono venir da noi per

imparare! Be', vedrete adesso, che cosa vi combinerò io, che mi chiamo

Tempestoni! Tutti a bocca aperta resterete. _Ve lo dico me!_

— Addio Spadarella! —

E uscì che aveva il colore dei papaveri e un'anima garibaldina, nel

rosso crepuscolo estivo.

Rimasero soli lo zio Giovanni e Spadarella. Sedettero all'aperto, nel

giardino.

Spadarella stava sulle ginocchia di lui che la guardava senza far

parola. Pareva volesse dirgli qualche intima cosa e non ardisse.

— Zio?...

— Cosa vuole la mia bambina?

— Zio... dovrei dirti una cosa...

— Dilla.

— Non so come incominciare!

— È una cosa grande?

— Credo di sì.

— Una cosa molto grande?

— Per me, sì!

— Diavolo, diavolo, diavolo!... E che cos'è mai?

— Zio...

— Avanti. Ti vergogni di me? Non ti voglio bene? Hai timore che ti dica

no?

— Non è questo, zio, ma... vorrei tu indovinassi!

— Mi debbo provare?

— Sì, sì!

— Vediamo. Di che si tratta?

— Se debbo dirtelo io, allora...

— No! Volevo sapere... Un momento! Si tratta di affari?

— Oh, no!

— Di cose che ti possono piacere... che so?... di qualche desiderio?

— Neppure!

— Neppure?... Allora... vediamo!... Ora credo di esserci. È una mia

vecchia promessa?...

— Non so...

— Sì, bambina mia! È una mia vecchia promessa. Ma sono pronto a

mantenerla. Del resto perchè non dirmelo? Non sai che ho solo la mia

Spadarella al mondo, io, vecchio matto?... Non sai che se Spadarella mi

dicesse: — Voglio il tuo cuore!... — Mi aprirei il petto, per darglielo

questo cuore che non è più buono a niente?

— Il mio zio!... — e lo baciò.

— Dunque... allora resta fissato. Andremo a Rimini fra dieci giorni. Ti

fa piacere?... Era questo che voleva la mia bambina?...

— No, zio. Non era questo!

— No?... E allora il povero zio Giovanni è una bella bestia! Già, ci

vorrebbe il cuore di una mamma per capirle queste bambine!... Io?...

Che cosa vuoi che capisca io, che sono uno scapolaccio ignorante...

— Non parlare così! Sai che non voglio!

— Devo provare ancora?

— Sì.

— Vediamo... Ahi, che ho capito Spadi!

— Davvero?

— Questa volta, sì! Ne sono sicuro.

— Allora?... Che cos'è che voglio?...

— Bambina... il grande segreto è qui — e le posò una mano sul cuore.

Spadarella chinò la faccia senza rispondere.

— Vedi?... Ed è una faccenda grave?

— Sì.

— Sei innamorata!

Spadarella non rispose. Gli levò i grandi occhi celesti in volto, e

brillarono d'amore e di gioia.

— Sei innamorata... — ripetè lo zio Giovanni. — Già... era da

prevederlo! Così bella come sei!...

— Ma non voglio andarmene, zio!

— In quanto a questo, il mio cuore non deve pensare ai vecchi!... I

vecchi bisogna lasciarli nel loro cantone, come è giusto. Quando non

servono più a niente, il Signore se li deve portar via... Lasciami

dire. Io lo so bene come vanno le cose. E poi... credi che lo zio

Giovanni vorrebbe proprio guastare la vita della sua bambina? Ma

se ne andrebbe, col suo fagotto, centomila volte! Be'... lo so che

ti dispiace... lo so che sei buona!... Di questo non parliamo. E...

vorresti sposare?...

— Io non so, zio!... Vorrei che tu mi consigliassi.

— È piuttosto difficile, sai?... Ah, è piuttosto difficile!... Vedi

bene che non sono mai riuscito a consigliar me stesso, se sono ancora

scapolo!

Spadarella rise e gli gettò le braccia al collo.

— Zio... zietto... sì, tu devi consigliarmi! Tu devi consigliarmi!...

— Io ti dirò quello che è giusto e niente di più: fa quello che ti dice

il core.

— Mi pare troppo presto, adesso...

— Non hai torto.

— ... e gli voglio bene!

— Beato lui!

— Vorrei aspettare.

— Sì, bambina. Sei tanto giovane!

— Potremmo fidanzarci.

— Fidanzatevi! Però... un momento. Si può sapere il nome di lui?

— Lo conosci.

— Io?... No!

— Sì, zio. Te l'ho detto un'altra volta.

Lo zio Giovanni guardò Spadarella negli occhi, poi abbassò la faccia.

— Ah!... È quello del rosignolo...

Ripetè più sommessamente e più pensoso:

— ... è quello del rosignolo!... Sicuro, sicuro, sicuro... È quello del

rosignolo... Non ci avevo pensato. Già... tu me ne parlasti... e poi

mi era passato di mente. Sfido, io!... Con l'inferno che è nella mia

vita in questi giorni!... Si chiama, già... si chiama, si chiama... ah,

Paolo Corani!... Sicuro, sicuro!... E, quando è ritornato?

— Ritornò subito, zio.

— Subito?... Già!... E... è venuto spesso a trovarti?

— Ci vedevamo tutte le sere sulla porta del giardino...

— Tutte le sere!... Paolo Corani... Già, il figlio della Serafina. Suo

padre è in America. Scappò con una donnaccia e piantò qua la moglie e

il figlio... Sicuro, sicuro...

E tacque.

— A che cosa pensi, zio?...

— Bambina, dimmi proprio la verità; ma dimmela con gli occhi negli

occhi e ricorda che non ho in mente se non il tuo bene. Qualsiasi

cosa tu abbia fatto, non ti condannerò. Tu sarai sempre sempre il mio

core!... Ricordalo... E adesso rispondimi così, come parleresti _a

e' tu Signurèn in' t' e' zil_! (al tuo piccolo Signore nel cielo!).

Bambina... ti sei compromessa?

— No, zio.

— Va bene. Ti credo. Tu non sai dirla una bugia. Poi, con me?... Che

gusto ci sarebbe se ti perdonerei sempre?

— Come sei buono!...

— No... no!... Io non sono buono. Sono un vecchio catafalco io, lo

so... Però vorrei conoscere questo tuo Paolo...

— Sì, zio. Subito.

— Ecco... Subito sarebbe un po' troppo! Mettiamola per domani, ti va?

— Come vuoi, zio.

— Io, intanto, cercherò di sapere tante cose. Però... se a te non fa

piacere...

Spadarella gli dette un gran bacio perchè tacesse.

— Vedrò come stanno le cose. Non ti sembra necessario?

— Sì, zio.

— È necessario. Tu sei sola. Quel ragazzo potrà essere una perla, ma

potrebbe anche darsi che non lo fosse, e allora...

— Allora?...

— Allora gli rompo la faccia come è vera la Repubblica!

— Zio!...

— Eh, no, bambina!... Eh, no!... Con certe cose non si può

scherzare!... Perchè se quel ragazzo ha calcolato di farsi bello con

la mia creatura, gli è passato di mente il mio nome e chi è Giovanni

Casadei!...

Ora camminavano per il giardino.

Spadarella si era fatta pensosa.

— Zio?... Non lo tratterai male?

— Ma no, bambina!... Gli domanderò solo che intenzioni ha.

Poi il Cavalier Mostardo si fermò chè vide venire innanzi fra le

aiuole, Rigaglia.

E si guardava i piedi, forse per la gioia de' suoi riconquistati

scarponi.

Quando furono a due passi l'uno dall'altro, Mostardo aggrottò le ciglia

e domandò:

— _Ch' sèll nèca_? (Che c'è ancora?).

Rigaglia levò la faccia e rise.

— Che cos'hai da ridere?

— Ditemi grazie! — fece Rigaglia con fare misterioso.

— Cosa vuol dire grazie?... _At ziral la baracòcla_? (Diventi matto?).

— Dovete dirmi grazie! — ripetè Rigaglia ridendo sempre.

— Non importa che tu faccia lo stupido! Di' quello che hai da dire e fa

presto.

— E io non vi dico niente!

— E io ti dò un pugno che ti farà passare la voglia di ridere!

— Bella maniera!...

— Quella che ci vuole con te, brutto testone! Ti credi forse di potermi

prendere in giro?

— Già siete sempre voi, chè non vi si può mai parlare!

— Ma vuoi prendermi per il tuo giocattolo?...

Allora Rigaglia, indispettito, brontolò:

— Volevo dirvi che ho ritrovato la Carlotta... ma non ve lo dico più!

— Che cosa?... — gridò Mostardo accostandosi di un passo al suo fido

nemico. — Hai ritrovato la Carlotta?

Rigaglia non rispose.

— Hai ritrovato la Carlotta?

— Pare! — nicchiò Rigaglia.

— E dov'è?

— Nella stalla.

— Nella nostra stalla?

— E dove dunque?...

Allora Mostardo si illuminò come il più alto monte quando nasce il

sole. Si rivolse a Spadarella:

— Hai sentito?... Ha ritrovato la Carlotta!...

E gli ridevan gli occhi e tutta la faccia.

— Ha ritrovato la Carlotta!... Vieni qua!

Rigaglia non si muoveva. Col suo testone basso si ostinava a guardarsi

gli scarponi.

— Ti ho detto di venir qua! Non badi?...

Rigaglia si fece innanzi un poco, come un infante impermalito.

— Adesso ti dico grazie — fece Mostardo e gli posò le larghe mani sulle

spalle. — Sì, ti dico grazie perchè sei grande!

Rigaglia nicchiava sempre.

— Che cos'hai da brontolare?

— No!... Con voi non c'è gusto!...

— Vuoi che ti chieda scusa?

— Io non voglio niente!

— _Vut c'at dèga un bès_? (Vuoi che ti dia un bacio?).

Risero tutti tre: Spadarella, Rigaglia e Mostardo.

Poi l'umile e il grande se ne andarono insieme, braccio sotto braccio,

come due innamorati.

Il Cavalier Mostardo · 第 41 / 72 题