_Come il gobbo Pulizia se ne andò a cercar Garibaldi e come gli
anarchici dell'Isola Felice cooperarono alla felicità del Cavalier
Mostardo._
Era andata così, come raccontò Rigaglia, compiacendosi del busso de'
suoi scarponi riconquistati.
Una sera Rigaglia era solo ed aspettava Mostardo. Stava per apprestare
la cena, ma prima, quasi per un presentimento, era andato nella stalla
e aveva messo il fieno nella mangiatoia e aveva preparato un buon
letto di paglia come se la Carlotta dovesse ritornare. Si era sentito
una voce dentro che gli aveva comandato di far questo. Poi, compita
l'opera, tranquillo e soddisfatto stava per salirsene in cucina quando
avevano suonato il campanello.
Chi poteva essere a quell'ora?
Andò ad aprire ed ecco presentarsi un uomo che entrò senza aspettare e
senza dir niente. Poi chiuse la porta e gli disse:
— Io sono il conte Polpetta!
Il conte Polpetta?... E poi?... Era quello il modo di entrare in casa
d'altri?
— Sta zitto!... Sono venuto perchè ti riporto la Carlotta.
— Che vi pigli un accidente! Dite davvero?
— Voglio che mi scoppi il core, se non dico la verità!
— Ma dov'è?
— È qui dietro, nel vicolo. Vieni ad aprire il portone. Fa presto.
Rigaglia si era messo a correre. Però, prima di aprire il portone,
aveva detto al conte Polpetta:
— Non vi venga la voglia di farmi impazzire per niente, perchè questa
sera non sono di buona luna!
Il conte Polpetta aveva aperto per suo conto ed ecco il muso della
Carlotta, ecco il muso della sua Carlotta, farsi innanzi come per dire:
— Buonasera!
Le era saltato incontro; l'aveva abbracciata. Era proprio lei, proprio
lei!
Dopo averla riposta nella stalla aveva domandato al conte Polpetta:
— Be', ma come avete fatto?
— Questo non devo raccontarlo a te. Di' a Mostardo che, domani, lo
aspetto all'Isola Felice.
E non aveva aggiunto altro e se ne era andato come era venuto solo
solo, zitto zitto, magro magro.
Mostardo conchiuse:
— Va bene. Bisognerà che vada dal conte Polpetta.
— Volete che venga anch'io?
— Vieni pure.
Eccoli arrivati ad una porta senza battenti.
— Sarà questa la casa?
Rigaglia aveva risposto:
— Sarà questa!
Il Cavalier Mostardo era andato innanzi. Un androne buio; un fetore di
immondizie accumulate. Il pavimento era scivoloso.
— Ma dove siamo?
E Rigaglia:
— Chi lo sa!
— A me pare di entrare in una concimaia.
— Infatti lo stabbio c'è — rispose Rigaglia.
Il grande disse al piccolo:
— Accendi un fiammifero.
Videro allora, in fondo all'androne, una seconda porta e a quella si
diressero. Come l'ebbero varcata, ecco un rumore di voci.
— Ci siamo, per Bios!
Erano entrati in una specie di sala rettangolare, illuminata
debolissimamente da un lucernario senza più vetri. Detto lucernario
doveva aprirsi in un angusto cortile. Lunghe tele di ragno, annerite
dalle immondizie, gli facevan torno torno una frangia di viscidume.
Anche la luce che riusciva a filtrare da quell'apertura pareva sudicia.
Il fetore aumentava.
— Per essere la casa degli anarchici, ci fa un bel puzzo! — esclamò
Mostardo.
Dopodichè si affacciarono sulla porta che immetteva nella ex-platea
dell'ex-teatro e rimasero là, il piccolo e il grande, disorientati, a
contemplare il novissimo spettacolo che si presentava ai loro occhi.
Dovettero, in un primo tempo, abituarsi alla grigia penombra che teneva
il luogo in una uguale tinta livida dalla quale non emergeva se non
qualche sagoma nera; ma, quando si furono adattati alla luce-ambiente,
ecco che poteron vedere di che si trattava. E si trattava davvero
di una cosa singolarissima. L'ex-teatro era convertito in un vero e
proprio accampamento di zingari. La loro curiosità fu subito attratta
da un timido cinguettìo, tanto che Rigaglia, levata la faccia, domandò:
— _Csa j' èl, di uséll_?... (Ci sono degli uccelli?).
E infatti c'erano degli uccelli. C'era un povero canarino in una
gabbietta bianca, appeso al parapetto di quel più grande palco che si
trova quasi sempre al centro di ogni teatro, e che suol chiamarsi palco
reale. Il palco reale, col suo retrobottega, serviva di appartamento
alla contessa Penelope Tompinelli.
Noi sappiamo come questa contessa, ridotta al solo possesso del vecchio
teatro dei Battuti Verdi, che non le rendeva un soldo, e sul punto di
disfarsene, sollecitata dall'arcimiserevole conte Polpetta, il quale
veniva ideando, a consolazione sua e dei simili suoi diseredati,
l'organizzazione dell'_Isola Felice_, accondiscendesse a disporre
di quest'ultima sua proprietà a profitto del nuovo esperimento
comunista; e, raccolta la sua miseria, in detto luogo la traslocasse,
unitamente agli altri adepti, in attesa della felicità. Frattanto
si era riserbata, non potendo dimenticare di essere padrona, si era
riserbata il miglior posto, trattandosi di un teatro, e cioè il palco
reale. Nel qual palco, oltre la gabbia di un disgraziato canarino,
figuravano alcune casseruole di rame, una pentola, una tenda, un
paravento in brandelli, una poltrona con lo stemma, un vaso da notte,
un copri-polvere, una scopa e un orologio rotto. Naturalmente non solo
le primitive decorazioni del palco erano scomparse, ma il soffitto era
crollato e le pareti minacciavano rovina; ai quali danni la contessa
Penelope aveva cercato porre riparo inchiodando una tenda a due
travicelli del soffitto; e disponendo il paravento a brandelli verso
la parete che minacciava maggior rovina. Ed era ricorsa a quest'ultimo
rimedio per difendere il suo pudore dal pudore del conte Polpetta che
abitava nel palco attiguo.
E il palco attiguo, se così ancora poteva chiamarsi, era tutto
un fantastico intrico di assi rotte, di travicelli fradici e di
calcinacci. Fra tale pulverulento aggroviglio erano sei vecchie latte
da petrolio lungo le quali erano disposte due assi e un cumulo di
paglia tritata. Tale era il letto del conte Polpetta; letto difeso
dalla pioggia che scendeva libera dal tetto in rovina, da un vecchio
ombrello aperto e fermato per mezzo di cordicelle al circostante
accatastarsi di assi in isfacelo. Al conte Polpetta altre cose non
erano riservate, neppure un coccio per lavarsi le mani. In compenso
egli aveva decorata la sua tana, nel prospetto, di tanti cartigli sui
quali aveva scritto in grandi caratteri rossi, le sue massime eterne;
o, meglio, le eterne massime del comunismo, particolare religione sua,
e deciso costume.
Tali massime attrassero l'attenzione del Cavalier Mostardo che
incominciò a leggerle.
Ecco la prima: