CAPITOLO XII.

_Nel quale si accenna il quarto d'ora del Cavalier Mostardo; e

Spadarella esce dal suo quieto giardino nel mondo._

Era arrivato, era ritornato. Avean fatto bufera per domare l'incendio

al Conventino e, dispento l'ultimo tizzone, avevan veduto che il

danno si riassumeva in ben poca cosa. Un po' di fuoco in un'ala della

vastissima villa: nell'ala adibita alla servitù. La gente fu molto

delusa. I pompieri brontolavano come coloro che ben conoscevan la

sordida avarizia dei marchesi Alerami. Intanto, dopo aver percorsi

quasi venti chilometri, nessuno aveva pensato, o pensava, a dissetarli

con un po' di vino generoso. Il Cavalier Mostardo pagò di tasca sua

la bevuta. Questo anche non sarebbe stato un gran male, per lui; il

suo malumore incominciò da quando si accorse che Mignon non era al

Conventino. Allora la gran corsa, la gran furia che scopo avevano?

Doveva egli difendere i beni e la vita dei signori Alerami solamente

per i begli occhi loro? Convinto che la sua napoleonica dolcezza non

era più nel nido della sua notte trionfale, fu preso da sì grande

dispetto che, non che spegnere, avrebbe egli stesso dato fuoco alla

aristocraticissima villa. Ma c'era il popolo e doveva contenersi.

Poi aveva la testimonianza di Asdrubale Tempestoni, il quale

sarebbe arrivato al polo, con le sue pompe, solo per il piacere di

chiacchierare. Anzi, Mostardo pensò di ingraziarsi l'animo di Asdrubale

e, siccome lo sapeva impresario teatrale e appassionatissimo di musica,

in una tregua gli disse:

— Sapete, Asdrubale, debbo farvi sentire mia nipote.

— Chi?... Spadarella?...

— Sì.

— E che cosa fa? Canta?

— Ha una voce, caro mio, che desterebbe un morto!

— Fate per ridere?

— La sentirete.

— E dove debutterà?

— Non so ancora. Io non vorrei che andasse sul teatro.

— Perchè?... Può avere un capitale e volete lo butti via? Non è mica

signora!

— Be', ci penseremo.

— Mostardo, vogliamo farla debuttare al Comunale? Ci penso _me_!

Questo, del «_me_» dialettale, era un vezzo del nostro Asdrubale; ma

altri ne aveva che scopriremo in seguito.

Il Cavaliere non disse, sulle prime, nè si nè no, ma poi tanto viva

e irruente fu l'insistenza di Asdrubale Tempestoni che finì per

compromettersi.

— Va bene, quando debutterà, vi prometto di dare l'impresa a voi.

— Qua la mano!

— Ecco.

Patto conchiuso.

— Però — aggiunse Mostardo — debutterà quando voglio io.

— Sì, ma non più tardi di quest'inverno.

— Vedremo.

— No. Voglio la vostra parola.

— Bisognerà parlare a Spadarella, prima.

— Domani vengo da lei.

— Domani non posso.

— Be', alla fine della settimana.

— D'accordo.

Tempestoni non aggiunse parola e se ne andò. Il Cavalier Mostardo

diventava di umore sempre più nero.

Attese, in disparte, che tutti si fossero allontanati; solo, fece cenno

a Bucalosso di aspettarlo.

Si era seduto su di una panchina, dietro una macchia di alloro, lungo

un viale solitario e lasciava che i suoi pensieri corressero alla

disperata nel campo della sua preoccupazione.

La notte moriva.

Sui prossimi colli il cielo imbiancava, nell'alba. Una campana, da una

pieve, suonò l'_Ave_ del giorno. Incominciavano a frusciar le foglie,

appena appena. Si levava il respiro del chiarore e non faceva più tanto

caldo. Un'ora soave, da starsene con l'amore e con la bocca dell'amore,

così, perdutamente, per non vivere d'altro che di carezze. E poi

dormire. Dormire fino alla fine di ogni suono e di ogni tempestìo,

per sempre! Perdere tutte le pene e tutte le angherie del mondo, in un

grande sonno.

Forse... se non ci fosse stata Spadarella sua...

Ma come allontanarsi e lasciar sola quella bambina?

Era stanco e la stanchezza gli si convertiva in nausea del mondo.

Si disse:

— Bisogna davvero ch'io sia di ferro, per resistere a tanta fatica!

Ma la fatica era niente. Peggio della fatica erano gli uomini. Ecco il

castigo! Egli credeva che il Signore avesse segnata la vera tremenda

condanna degli uomini quando incominciò a moltiplicarli sulla terra.

_Crescete e moltiplicate._ Questa era la maledizione del Signore!

La campana dell'alba suonava sempre. Egli vedeva, nel chiarore nuovo,

una piccola casa bianca, levata sulla cima di un colle. Aveva, a lato,

tre grandi pioppi che salutavano il sole. Un nido di passeri, nel

turchino.

Gli occhi suoi non sapevano distaccarsi da quella visione.

Possibile che la famiglia, la quale dormiva così, sotto quella pace

di cielo e di stelle, non dovesse avere un gran riposo in cuore? La

invidiò. Egli aveva fatto della sua vita una bandiera e non ne valeva

la pena. Meglio sarebbe stato andarsene per il mondo, senza mèta e

non conoscere nessuno, oppure aver elevata una casa come quella... un

altare bianco sui colli delle rugiade e del sole; un poco di spazio per

un'ombra e un silenzio e per la bocca dell'amore...

Il capo gli si curvò.

Aveva un gran sonno. Bisognava infatti che avesse un gran sonno e fosse

molto stanco per ragionar così, il Cavalier Mostardo.

Poi non vide più la casa; non vide più gli occhi dell'alba; a poco a

poco, a poco a poco si arrovesciò sulla panchina e si chiamò Nessuno,

nella tenebra del suo riposo.

Per quanto la faccenda della battitura procedesse con esito favorevole

ai _gialli_, e per quanto l'opera del Cavalier Mostardo cominciasse ad

esser valutata ogni giorno più, il nostro eroe non era contento, anzi

attraversava un periodo di inconsueta tristezza.

Non gli attacchi del clero e dei socialisti gli annebbiavano la vita,

e neppure il gran sussurrìo che aveva seguito l'ultima sua avventura

e la scomparsa di Carlotta; ma il silenzio di lei, della sua Mignon,

dell'eroina del gaudioso sogno napoleonico de' suoi cinquantacinque

anni.

Ella era discesa nel mistero! Dalla notte dell'incendio e dalla sua

corsa folle, attaccato ad una pompa, verso il Conventino, non ne aveva

saputo più niente. La lettera di lui era rimasta senza risposta. Le

sue passeggiate notturne, sotto il palazzo dei marchesi Alerami,

non avevano avuto risultato diverso da quello di renderlo ancora

più triste. Era la prima volta, nella sua vita battagliera, ch'egli

soffriva così, per amore. Se gli avessero detto, un solo mese prima,

che si sarebbe disperato per una donna bella e infedele, avrebbe messo

alla porta, con palese sdegno, l'insolente.

Ma ora, il povero Cavaliere, si curvava sotto il peso del dolore.

Perchè era dolore, e di quello buono!

Non dormiva quasi più; mangiava quanto un canarino.

Dov'era, dov'era il nobile e robusto Cavalier Mostardo dallo stomaco

pugnace?... Dov'era l'eroe delle cene, sempre pronto a sollazzarsi in

strippate, scorpacciate e pappatorie? Dove smarrito, l'ubertosissimo

colosso che si sarebbe coricato in una leccarda, ai suoi bei tempi, per

esser pronto a satollarsi ancora, negli intervalli del sonno?...

Ahi, ch'egli aveva rinnegato, ormai, le buone pietanze grasse e

succolenti e, preso dai melanconici umori, si estraniava per le

contrade dei sospiri!...

Una grave voce interiore gli aveva detto:

— Hai tu voluto provare la _cosa aristocratica_?... E ben ti sta!...

Rigaglia lo guardava, scuotendo il testone. Una specie di tenerezza,

ch'egli non sapeva neppure che gli covasse in cuore, lo faceva un

poco più attento alla vita del padron suo. Si adoperava, intorno ai

fornelli, per cucinare le cose che sapeva essere più grate al palato

del Cavalier Mostardo; ma i larghi piatti e le ben capaci zuppiere

ritornavano in cucina quasi pieni, e ciò rendeva più pensoso Rigaglia,

il quale, d'altra parte, si guardava dall'interloquire.

Solo una volta disse:

— E se chiamassimo il dottore?

— Per farne che?... — domandò Mostardo senza levar gli occhi.

— Per farci visitare. Incominciamo ad essere vecchi...

Mostardo alzò la faccia, guardò il fido seguace e rispose:

— Sarai vecchio te!.. Io sono giovanissimo!..

— _Lè e vera!..._ (È vero!...) — mormorò Rigaglia e se ne andò.

Un'altra volta disse ancora:

— _A' j'avên tropi robi par la testa!_ (Abbiamo troppe cose per la

testa!).

— Chi? — domandò Mostardo.

— Noi! — rispose Rigaglia.

— Io non ho nessun pensiero. Ne avrai tu!

— _Oi... e sarà ichsè!..._ (Sarà così!...).

E se ne era andato col dubbio tremendo di rimaner vedovo perchè «_non

la vedeva chiara_».

— _Me an la vegh cèra!_ (Io non la vedo chiara!) — aveva già detto a

Coriolano, il giorno innanzi.

— _Mo no!..._ (Ma no!...) Ssss... sss... sono sssssssph... sono

sssssssph... sono spasimi... ddda... dddamo-mo... sono spasimi

d'amore!...

— Direte per ridere?... — aveva fatto Rigaglia, spalancando due occhi

pieni di incitrullito stupore.

— Se tttttt... se te lo dico io!...

Ma Rigaglia non aveva potuto credere una cosa simile, perchè l'amore

e la voglia dell'amore avevan preso, per lui, la via dell'esilio, in

Albania, involontariamente sacrificati alla impubere libertà di quei

pastori e formaggiai. Ei si era incocciutito nel suo primo pensiero

che era quello di una malattia. Il padron suo doveva essere malato di

qualche brutto male perchè non l'aveva veduto mai così. E, se fosse

morto, gli avrebbe fatto dispetto. Rigaglia avrebbe sofferto di una

vera e propria vedovanza. Con chi vivere?... Dove portare le sue

scarabattole? Come abbandonare quella casa? A chi ubbidire? Che cosa

mettere al posto del Cavalier Mostardo?

Ormai erano assieme da troppo tempo, l'uno e l'altro, il piccolo e il

grande; avevano attraversate troppe strade, si erano trovati in troppi

pericoli... avevano litigato troppo!... Anche il litigio finisce per

diventare una cara necessità, tanto la natura dell'uomo è bizzarra.

E Rigaglia viveva in pensiero, cercando la sua minore sgarberia per

accostare il Cavaliere che non stava bene.

Ma il Cavaliere, all'opposto, si sentiva benissimo, e i sottili pasti

e la leggera insonnia, anzichè minargli la salute, lo ringagliardivano

perchè veniva così rinnovandosi negli umori suoi ed espellendo quei

pochi veleni che aveva accumulati nel sangue. Solo, non sapeva più

ridere a bocca piena, con quella tale sgangherata grazia che era un suo

vezzo popolaresco di cui non si era saputo emendare.

Ridere con un certo contegno, sorridere, erano cose troppo remote nella

civiltà delle metropoli perchè potessero entrare nell'orbita sua di

piena espansione e vitalissima. Così dalla sua risata, omericamente

gagliarda, era passato al silenzio per dispiaceri di cuore.

Che poteva avere la sua Mignon? Possibile si fosse stancata di lui,

così di punto in bianco, dopo essersi _compromessa_?

Perchè si era compromessa, e con indicibile trasporto, non gli aveva

fatto carestia di niente, nella notte del suo napoleonico abbandono.

Era stata veramente imperiale!

Forse lo scandalo l'aveva urtata.

Il furto della Carlotta; le chiacchiere per tutta la città; l'incendio

al Conventino, (incendio doloso dovuto certamente a una vendetta

dei _rossi_); la scomparsa della marchesa; la pubblica lotta ch'egli

aveva sostenuto al caffè, dopo aver provocato Bigatti e Marmissi; la

schioppettata di Bucalosso; l'escomio dato, dietro consiglio suo, alle

famiglie coloniche dei Casaròtt e dei Fèna e le conseguenti minaccie

di morte al signor marchese il quale, per la gran paura, aveva preso

il treno e non si era fermato che a Taranto col pretesto di assistere

a certi scavi; le chiacchiere messe in giro dal cameriere di Casa

Alerami; le calunnie dei nemici suoi e infine la campagna della

giornalaglia!... Ce n'era d'avanzo! In quanto a questo, s'egli prendeva

a proteggere una famiglia, c'era da stare allegri!

Mostardo doveva regolare molti conti, e specialmente col famigerato

Don Palotta che aveva pubblicato sulla _Famiglia Cattolica_, certi

trafiletti da non potersi in alcun modo tollerare; ma rimandava la

faccenda, sempre per amore di Mignon; per non allargare lo scandalo,

per non dar nuova esca alle chiacchiere de' suoi nemici.

E sempre per l'onore e la riputazione della imperatrice sua, aveva

escogitato e messo in opera un altro piano. Per salvare Mignon,

bisognava deviare all'improvviso, con un bel colpo, l'attenzione del

pubblico, far cadere i maldicenti e i nemici nella pania, prenderli

allo zimbello dell'inganno. Fu allora che il Cavaliere pensò nobilmente

di sacrificare se stesso all'amore di un'altra. Aveva tre innamorate in

tasca; non gli restava che scegliere.

Scartata di primo acchito la quarantenne Margherita Ruelli gli

restavano Maddalena, che era quella dell'«_uomo del mio sogno_», e

Claretta.

Optò per Claretta. Gli piaceva il nome. La lettera di lei diceva:

_Amore mio_,

_tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto etcetera, etcetera_...

Benissimo! Si sarebbe sacrificato a Claretta per salvare Mignon. Ma chi

era questa Claretta?... Non gli si sarebbe presentata, putacaso, una

qualche _ragazza smessa_?... Un donzellone che avesse dispettosamente

trascinato il proprio pulzellaggio fino alla cinquantina, senza sapere

poi rassegnarsi a portarselo con Dio?... Perchè, in tal caso, ah, no

per Bios! Il pulzellaggio, se è una cosa di paradiso al tempo giusto,

diventa, fuor di stagione, un orrendo sproposito. È buono da rispettare

come simbolo, ma alla lontana.

Però non era possibile che una donna di cinquant'anni si chiamasse

ancora Claretta; sarebbe stato un anacronismo. Claretta non poteva

avere più di venti o venticinque anni. Però come accertarsene?

Le scrisse. Si tenne sulle generali; accusò la propria età.

_Signorina_,

_grazie per la sua lettera e per il suo amore, ma, purtroppo, tutto

è illusione! Io ho 55 anni, cara mia!... Una piccola nespola! Che

cosa ne pensa lei, coi suoi venti o venticinque annolini? Vuole

scommettere che non mi vuole più bene adesso? L'ho sempre detto io,

cara mia: è tutta illusione!_

_Se vuole scrivermi ancora farò un salto per la contentezza._

_Il suo_: C. M.

E spedì; e aspettò. Dopo un giorno arrivò la risposta.

_Amore mio_,

_se tu avessi anche settant'anni, saresti sempre il mio eroe e

il mio amore. Io discendo da una vecchia famiglia repubblicana.

Pensa a questo e ti spiegherai tutto. Ho ventott'anni, tanti quanti

bastano per farti ancora felice. Se vuoi conoscermi vieni questa

sera alle sei alle «ferme in posta». Io domanderò una lettera per

Claretta Clari. Avrò un grande feltro rosso sui miei capelli neri._

_Ti abbraccia la tua_

Il Cavalier Mostardo · 第 39 / 72 题