— Povero Asdrubale — sospirò Cesare Baccicalupi, dottore in Agraria,
notevolissimo; — povero Asdrubale, è sempre pronto!... Pochi Corpi dei
Pompieri sono organizzati come il nostro. Solo in Isvizzera...
— Per carità!... Lasciami stare la Svizzera, adesso! — gridò l'avvocato
Albati che era persona dabbene.
Ma il nostro Cesare era piuttosto testardo e aveva uno spiccato debole
per la Svizzera.
— Perchè? — riprese. — I pompieri svizzeri possono servire di modello
al mondo intiero!
Nessuno gli pose mente.
Asdrubale Tempestoni, come Curzio nella voragine, si scaraventò entro
la gran tenebra del Palazzo Comunale. Gli si scagliaron dietro, a mano
a mano, i suoi militi.
Giungevan dai quattro punti cardinali, galoppando via a gambe levate,
inseguiti da uno stuolo di ragazzaglia urlante. Sorpresi dalla campana
di allarme, chi sul lavoro, chi al santo desco, chi in delicate
opere d'amore: e questi affaccendato in politici affari, e quegli in
legittima guerra con la irosa consorte, spuntavano, sospinti dalla
furia del dovere e dell'abnegazione, in sommarii abbigliamenti, così
come si trovavano quando il disperato appello li aveva raggiunti.
Senza giacca, in mutande, scalzi, in pedùli, una scarpa sì e una no, ma
sempre belli di nobile ardore. Ve n'eran di tutte le età: teste calve e
teste ricciute; faccie pompose di giovinezza e volti scarni di anziani,
provati ormai a tutte quante le stazioni della vita.
E ciascuno pareva si trascinasse dietro, per le voci della ragazzaglia
urlante, una vampa. A quando a quando dal nord, dal sud, dall'ovest
arrivava un nuovo tumulto, poi ecco spuntare il milite affannoso ed
affannato, precedente la torma dei piccoli _senza-camicia_; i quali
piccoli, com'è proprio della natura loro, si eran già inabissati nello
sbaraglio e, ebbri di strepito e di fialoppo, si eran creati la grande
fantasia incendiaria onde muovere a spavento le donnine, raccolte in su
l'usciuolo dischiuso.
— _Ch' s'èll stè, e' mi Signor?_ (Che cos'è stato, Dio mio?).
— _E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!_... (Il fuoco!... Il
fuoco!... Il fuoco!... Il fuoco!...).
— _Jòso, purèta me!_... (Gesù, poveretta me!).
E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, congiunte le palme, e
la faccia improntata alla più grande costernazione, davan l'avviso alle
ritardatarie.
— _Aviv sintì, Marièta?_ (Avete sentito, Marietta?).
— _Ch' s'èll, néca?_ (Che cos'è, ancora?).
— _Dis cu j'è un fugh che mai piò!_... (Dicono che c'è un fuoco come
non si è mai visto!).
— _Mo indò?_ (Ma dove?).
— _In l'ha dett. An sintì coma che sona la tora?_ (Non l'hanno detto.
Non sentite come suona la torre?).
— _L'è e castigh de Signor!_ (È il castigo del Signore!).
— _Jòso! U s'ha d'avdè dla gran brota roba!_ (Gesù! Si devon vedere di
novità molto brutte!).
Ma, in quella, passavan di corsa, berciando, i nuovi giovani. Allora,
la _Catarena_, si faceva animo e li interpellava.
— _Dsi so, burdèll, duv'èll e' fugh?_ (Dite, ragazzi, dov'è il fuoco?).
— _Mo che fughi... L'è la rivoluziôn!_... (Ma qual fuoco! È la
rivoluzione!...).
E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, si facevano il segno
della santa croce, fulminate dalle bestemmie e dallo spavento.
— _Hai dett la rivoluziôn?_... — (Hanno detto la rivoluzione?).
— _An j' avì sintì, chi asasên?_ (Non li avete sentiti, quegli
assassini?).
— _Eh?... Ach temp, la mi Catarena!_... (Eh?... Che tempi, Caterina
mia!...).
E disparivano dietro l'usciuolo, più umili che mai, più piccine che
mai, queste povere donnine di Dio, con la loro anima raccolta fra
l'_Ave Maria_ dell'alba e la _Benedizione_ della sera.
Frattanto la gente accorreva da ogni banda, verso la Piazza, e la
campana di allarme non dava cenno di voler tacere. Tutta la città era
in subbuglio e in tumulto. I negozi dei signori avevan già abbassate le
saracinesche; sulle soglie delle botteguccie minori, stavan padroni e
clienti a guardare, a commentare.
Non si era ben deciso di che si trattasse: se di un enorme incendio
o della rivoluzione. Anche si parlava dell'uno e dell'altra insieme.
Il contagio della paura faceva sbarrare porte e finestre. Usciva il
popolo vero e la sottospecie dei Rigaglia. Le dame e le damigelle che
si erano avventurate a fare la quotidiana passeggiata si rifugiavan
per gli androni dei rari palazzi non ancora barricati. Per le chiese
non sostavano che le piccole vecchie antichissime, le quali non udivan
neppur più il baccano e non aspettavano che l'_ora_ su la soglia di
Dio. Ma gli scaccini volevan disfarsene; gli scaccini volevano chiuder
le chiese perchè temevano il popolo evoluto. Si era mobilitato un
esercito di popolani in bicicletta. Apparivan, qua e là, le donne
_rosse_, le più accese; le mani sui fianchi, scapigliate e imprecanti.
Gli agenti dell'ordine pubblico, scomparsi. Se il popolo avesse voluto
dar di mano alla scure e schiantar tutto, padronissimo di farlo.
Alla Camera del Lavoro era un grandissimo affollamento, ma nessuno
sapeva dire di che si trattasse. Un fermento improvviso veniva
propagandosi fra la massa. Gli scontenti tempestavano. Si dovevano
assalire palazzi e negozi e incominciar subito. Ma gli scontenti non
avevano presa sul folto, che è sempre guidato, in Romagna, da un senso
di giustizia e di onestà.
E la campana di allarme, dagli a suonare a distesa!
Ciò innervosiva anche coloro che eran leggendariamente calmi e padroni
dei loro nervi.
Si vide l'onorevole attraversar la Piazza di gran corsa. Si vide
Coriolano tenergli dietro penosamente. Ma sarebbe morto pur di essere
là dove era il suo onorevole, in un frangente così catastrofico.
Anche il moro Fabrizi e il gobbo Pulizia correvano qua e là, l'un
dietro l'altro.
_Dan, dan, dan, dan, dan, dan_...
Apparve la tribù dei molossi, guidata da Bucalosso. Rigaglia si era
fermato, prudentemente, all'angolo di un vicolo che immetteva nella
piazza.
Ecco l'avvocato Suasia, ecco l'ingegner Fias, l'avvocato Relli, Domokos
Barbantini, Ildebrando Sgargi, Gerolamo Putti. Ecco Borgnini e la sua
coorte; e il conte Polpetta, seguito dai soci dell'_Isola Felice_.
A una finestra del Palazzo del Comune, si affacciò il signor Sindaco:
Alvise Alberghetti. Assoluto Malvagni si fermò sotto a un arco del
Palazzo del Podestà; il viso fierissimo.
Marmissi e Bigatti passavano da crocchio a crocchio.
Contro l'androne del Palazzo del Comune, la folla si stipava
ondeggiando. Si incrociavano le domande e le supposizioni più svariate.
Incominciava a far nero, nell'anima della vasta raccolta.
Uno gridò:
— Evviva la Repubblica sociale!
E un altro:
— A morte la borghesia!...
Quest'ultimo grido si converse nell'urlo della massa.
L'avvocato Albati disse:
— Ora tocca a noi!
I tre compagni suoi non risposero. Erano sempre in piedi presso i
tavoli del Caffè del Gatto Bianco. Ormai non potevano più andarsene
senza dar troppo nell'occhio.
Arrivò di gran corsa uno che aveva parlato all'onorevole. In men di un
minuto ebbe intorno una quarantina di persone.
— Ebbene?... Che cos'è?... Che cosa succede?...
Il nuovo arrivato buttò là una frase che fu come un cataclisma:
— A Roma e a Milano c'è la rivoluzione. Hanno proclamato la
Repubblica!...
Uno sbandamento contrito s'impossessò dell'anima dei presenti.
— Ma chi l'ha detto?... L'onorevole?...
— Sì, l'ha detto l'onorevole. Ha ricevuto un telegramma. L'ho visto io!
— E allora perchè suonano?
— Chiamano il popolo. Prima di notte sarà proclamata la Repubblica
anche qui.
— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi, che era un giovane
senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo. Egli si era accostato
prudentemente al crocchio e così, rimanendo alla larga, voltato di
fianco per ascoltare meglio e per non sembrare addirittura della
partita, aveva colte le ultime frasi. Si affrettò poi a raggiungere
gli amici che lo aspettavano a venti passi di distanza, sempre presso i
tavoli del Caffè, e disse loro:
— Prima di notte proclameranno la Repubblica!
— Ma dove? — chiese l'ex-onorevole Biancini scattando.
— Qui!... A Roma e a Milano è stata già proclamata!
— Una Repubblica federale come in Isvizzera? — domandò Cesare
Baccicalupi, dottore in agraria.
— Ma no! Una Repubblica plutocratica, come nel Paraguai! — riprese
l'avvocato Albati che ancora aveva voglia di ridere.
— Ma chi ha detto questa roba? chiese Biancini.
— L'onorevole ha ricevuto un telegramma poco fa.
— E da chi?
— Ma non lo so.
Allora, i quattro, udirono un tranquillo riso dietro le loro spalle e
si volsero, non senza un certo brivido.
Era l'Uomo Pacato.
— Oh, siete qua voi!... — esclamò l'ex-onorevole Biancini, andandogli
incontro con le mani tese. — Beato chi vi vede!...
— Quando suonano le campane a martello, io non posso dormire fra gli
orti! — rispose sorridendo l'Uomo Pacato.
— Avete sentito che cosa si dice?
— Ho sentito.
— E che ne pensate?
— Dico che l'Italia non è il Portogallo. Voi dimenticate sempre
questa piccola differenza come la dimenticano, tanto volentieri, i
nostri buoni amici francesi ed inglesi. Ma a loro può essere, in linea
filosofica, perdonato perchè lo fanno per il loro interesse. A voi no,
non si può perdonare. La Repubblica la proclameranno forse i nostri
_Galli Boi_, al Circolo Mazzini, questa notte; ma sarà una Repubblica
alla casalinga, come le tagliatelle, e sarà consumata in casa.
— Dunque tutto quello che si dice...
— Onorevole, avete sempre prestato fede, voi, a tutto quello che si
dice?
— No... ma, in questo caso...
E il giovane Malnessi:
— È arrivato un telegramma. C'è chi l'ha veduto...
— L'ha veduto, lei?
— Io, no.
— E allora non è arrivato niente!
— Ne è sicuro?
— Sicurissimo.
— ... e la rivoluzione a Roma e a Milano?
— L'ha veduta, lei?
— Io, no.
— E allora non c'è stata mai!
— Come mai siete tanto sicuro? — domandò l'avvocato Albati.
— Per la semplice ragione che sono risalito alle fonti.
— Cioè?
— Ecco qua. Io passo i miei pomeriggi nell'orto mio. Un poco lavoro
la terra; un poco mi distraggo con gli autori miei preferiti che sono
l'ultima compagnia fedele, nel mondo che mi si è fatto ormai deserto.
Oggi, appunto, aspettavo che il giorno morisse e stavo meditando su
l'_Elogio degli uccelli_ di Leopardi e mi abbandonavo col libro sulle
ginocchia, «_scosso dal cantare degli uccelli per la campagna_», come
Amelio, filosofo solitario, quando il mio godimento e la mia gioia
sono stati interrotti dal suono di questa campana. Ora io, pedante,
ho incominciato a meditare su cotesto suono e me ne son venuto via
dalla mia pace, pensando quali potevano essere le improvvise cause che
avevano dato il farnetico al campanaio. Perchè non avevo udita ancora
una così spietata raffica di suoni, nel cielo della mia Tebaide. Così
sono arrivato alla porta della Torre, e, avendola trovata aperta, sono
entrato per sapere quale minaccia gravasse sul mio pacato destino. E
che vedo, signori miei? Vedo il più gran colosso della razza nostra,
afferrato di gran forza alle corde, dimenarsi e tirar giù a tempesta
la campana del Comune, tanto che si sarebbe detto averlo, il demonio,
in suo possesso e ben saldo. Allora con la mia voce più forte, gli ho
domandato: — O Mostardo, cosa fate? — Mi ha risposto, urlando a sua
volta: — Brucia il Conventino! — Ed io: — Vi pare sia degno di voi
fare tanto frastuono per una villa dell'aristocrazia?... Lasciatela
bruciare, Mostardo, e datevi pace — Mi ha guardato losco e mi ha
risposto: — Toglietevi dai piedi! — Il che ho fatto, per buon rispetto
suo e mio. Da Asdrubale Tempestoni, uomo più trattabile, ho saputo il
resto. Ora la Piazza, attaccata al cuore della sua campana, vive un'ora
rivoluzionaria.
— Allora — domandò Malnessi — tutto il resto è fantasia?
— Io direi, caro giovane! Ma voi siete troppo tenerello per poter
sapere tali cose.
E l'ex-onorevole Biancini:
— Però guardatevi intorno e, ditemi se, data l'eccitazione del popolo,
non c'è da aspettarsi qualche brutta sorpresa.
— Se l'ora è sinistra, onorevole mio, lo è solamente per i fanali e le
lanterne. Fra poco, non una fra queste nobili e civilissime cose sarà
ancora sana. I fanali costituiscono un caso tipico della nuova fobia
proletaria.
— Ben detto! — esclamò Zìrolum.
Ora avvenne un fatto nuovo che attirò l'attenzione del popolo. Di un
subito la folla che si stipava innanzi all'androne del Palazzo del
Comune si divise in due ali, lasciò un largo spazio nel quale fu primo
a comparire Asdrubale Tempestoni, che aveva indossata la divisa grigia
di combattimento, sostituendo all'elmo di ottone dal pennacchio rosso e
blu, un elmetto in cuoio nero. Era un bell'uomo e forte, con la barba
color rame. Pareva un guerriero disceso da un vaso etrusco. Dietro di
lui si udiva, nella tenebra del profondissimo androne, uno scatenìo, un
rombo, un assordante tempestìo di ferramenta, sì che pareva ch'egli si
scagliasse fuor dall'inferno e avesse lasciata la porta aperta.
Il nostro Asdrubale, non appena apparve ci tenne a far palese
l'autorità sua, per dimostrare la quale si dette a gridare con quanta
voce aveva in corpo:
— I più giovani al timoneeeee!... Via, di corsa!... Avanti la
trombaaa!... Dov'è la trombaaaaa?... Lo squillo... suonate lo
squillooo!...
Il cuor del popolo fu subito preso da tanto apparato e da tanta energia.
C'eran gli elmi, c'era il frastuono, c'era una dimostrazione di forza e
un po' di mistero.
Ma che avveniva nelle viscere del Palazzo del Comune? Tutti i vetri
tremavano e la terra, sotto i piedi degli astanti.
Asdrubale Tempestoni gridò ancora:
— Pronti?...
Una voce cavernosa rispose dal fondo buio:
— Pronti!...
— Allora suona!
Si udì un rauco squillo, poi qualcosa accadde che parve, senz'altro,
il finimondo. Da una distanza, come di voragine, salì il soffio del
turbine, il boato del terremoto. Eran le antichissime volte del gran
Palazzo che moltiplicavano e incupivano il suono.
Asdrubale Tempestoni, e il suo aiutante trombettiere, gridavano:
— Largo, largo, largo!...
— Attenti ai bambini!...
— State indietro!...
— Indietro, perdio!...
Ma la curiosità era grandissima; ma il cuore tremava nell'attesa.
— Ecco... vengono! — mormorava la folla.
— Eccoli, eccoli, eccoli!...
— State indietro!
— Se vai sotto a una ruota ti schiacciano!
— Non si possono più fermare!
— Sono palle da schioppo!
Asdrubale Tempestoni li aspettava al varco, puntato sui muscoli saldi,
pronti allo scatto.
E allora il popolo vide il prodigio. La prima pompa, la più pesante,
quella per la quale occorrevano dieci uomini a trascinarla, ed anche
a gran pena, sbucò dall'androne, irruppe sulla piazza, proseguì
sull'acciottolato trabalzando via con la velocità di un bolide. E non
vi si erano aggiogati dieci o venti uomini, ma due soli: due petti
poderosi e quattro braccia di ferro: i petti e le braccia del Cavalier
Mostardo e di Bucalosso.
Puntando sulla traversa del timone, aggrappati, bassa la testa come
arieti in lotta mortale; in un turgore di tutta la possente muscolatura
tesa al massimo rendimento, in una fissità eroica della volontà
ipnotizzata da una sola idea, essi erano come un elemento cieco che
s'apre una strada fra due punti nell'infinito, e quella sola conosce.
Personificavano la bella furia che schianta e travolge; la forza con la
quale non si ragiona; l'ardimento che deride la morte.
E il popolo ama questo. Il popolo ama coloro che possono dominarlo come
una femina.
Così, quando apparvero; quando attraversaron di gran corsa, come
trascinassero una festuca, lo spiazzo lasciato libero fra le due ali
di popolo; quando si lanciaron per la Piazza e si videro il vuoto
dinnanzi, un grido di ammirazione, li accolse e li seguì. Era la prima
volta che si vedeva una cosa simile; era la prima volta, altresì, che
il Cavalier Mostardo e Bucalosso correvano all'impazzata, aggiogati ad
una pompa.
Ma chiamava, dal fondo della campagna, una voce d'amore e, a quell'ora
forse, una gran fiamma minacciava una creatura salita, in una sola
notte, ai fastigi di un cuore.
Asdrubale Tempestoni, per motivi tattici, rimase fra la prima e la
seconda pompa. Ma la prima era già in fondo alla Piazza, quando la
seconda usciva dall'androne. Il povero Coriolano, che si era provato
a tener dietro a Mostardo e boccheggiava ora, per l'asma, strappò una
bicicletta a un amico e, inforcata che l'ebbe, partì pedalando. I figli
di Bucalosso, arrivati in ritardo, si scagliaron dietro al padre e
al duce. Il moro Fabrizi era al timone della seconda pompa; il gobbo
Pulizia per didietro. Doveva ben fare qualcosa anche lui, povero gobbo,
per meritare il perdono di Mostardo!
Ad uno ad uno usciron tutti i carri dall'androne del Comune e
inseguirono il primo che filava come una saetta.
Spettacolo superbo!... Ma dove andavano?... Non importava saperlo.
Conveniva correre a rovina. C'era forse qualcuno da salvare, in fondo
alla campagna. Non si chiedeva niente; era un impeto generoso: via!...
via!... via!...
La rivoluzione cambiò faccia. Fu aggiornata. Il popolo della Città
del Capricorno aveva trovato qualcosa che gli piaceva quanto la
Rivoluzione: il fuoco. L'anima sua si avventava al mistero del lontano
incendio. Correre, per dieci, per venti miglia verso un gran barlume
nel cielo notturno; correre verso chi implora, verso le donne e i
bambini, verso gli uomini impossibilitati ad agire. Essere coloro che
possono ancora portare la salvezza: i fratelli liberatori! Un senso
oscuro e profondo di solidarietà umana contro il destino nemico aveva
fatto scomparire, come per incanto, ogni ostilità, ogni fermento.
Travolto dall'impeto dei volontari che si sottoponevano, solo per
generosità, a una fatica mortale, il popolo volle essere pari a loro
e si riversò per la campagna dietro i pesanti carri trainati dagli
uomini. Se qualcuno cadeva, cento erano pronti a sostituirlo. Quando
si accenda un simile ardore, nel cuor delle genti, ogni eroismo è
possibile. Il Cavalier Mostardo e Bucalosso furon coloro che sgombraron
la piazza salvando la pavida borghesia che già tremava d'orrore.
Primi i monelli, poi i giovani e gli anziani fecer fiumana giù per il
Borgo fino alle porte della città, per riversarsi sulla strada romana
che attraversava i campi, bianca e diritta.
Gli uomini tranquilli e più vecchi si avviarono a passo a passo verso
la Porta dei Cotogni per veder se si scoprivano nel cielo le traccie
del famoso incendio.
La Piazza diventava muta e deserta. Nessuno accendeva i fanali. Forse
i lampionai si eran lanciati, con gli altri, all'inseguimento del
Cavalier Mostardo e di Bucalosso.
Il vecchio Zìrolum, che aveva veduto Garibaldi, non poteva logicamente
aspettare; doveva essere della partita; così indossata un'altra
gabbana, se ne andò in bicicletta senza domandare il permesso al
padrone.
— Ah, miseria del proletariato!...
E il padrone del Caffè del Gatto Bianco gli gridò dietro di non
ritornare mai più, pur sapendo che Zìrolum sarebbe ritornato e che lo
avrebbe ripreso senza aprir bocca.
Non è facile disfarsi di un _uomo-istituzione_, in una piccola città di
provincia.
Era rimasto, impassibile e dominante, sotto l'arco del Palazzo
del Podestà, Assoluto Malvagni, circondato dai suoi. Fra gli altri
c'era anche il famigerato Borgnini. Assoluto Malvagni parlava molto
gravemente, a quando a quando, atteggiando l'apostolica faccia a un
sorriso sardonico. I compagni lo ascoltavano con riverente compunzione.
Certo, qualcosa si veniva tramando a danno dei _gialli_.
L'onorevole attraversò la Piazza, la testa bassa, le mani annodate
dietro le reni come chi deve portare il peso di gravissimi pensieri. Lo
accompagnavano l'avvocato Suasia e l'ingegnere Fias. Scomparvero dietro
l'angolo della chiesa, per la Contrada Grande.
Si vedeva tuttavia, oltre la Porta dei Cotogni, una grande nuvola di
polvere entro la quale galoppava lontanando il popolo.
Ora lasciamolo correre, guidato dal Cavalier Mostardo, verso l'occulta
anima del Fuoco.
Pochi eran rimasti ai tavoli del Caffè del Gatto Bianco, e, fra questi
pochi, primeggiava la comitiva che abbiamo abbandonata sul punto in cui
Asdrubale Tempestoni si era scagliato, in divisa di combattimento, fuor
dell'androne del Palazzo del Comune.
Ora l'ex-onorevole Biancini, Cesare Baccicalupi, il giovane Malnessi,
l'avvocato Gioacchino Albati e l'Uomo Pacato, dileguata la minaccia
di una rivolta più o meno tempestosa, seduti intorno ad un tavolo,
conversavano.
Dell'Uomo Pacato non abbiamo fatto il nome e così non cercheremo
tracciarne un ritratto, per non porre sulle traccie di lui una
qualsiasi curiosità, e per lasciarlo sempre più lontano, e più solo,
per il suo silenzio che sconfina fino al cuore dell'Universo. Nè
diremo gli anni suoi che gli pesano, benchè non sian poi tanti da
fargli chinar la faccia o da togliere dagli occhi suoi fondi, quella
trasparenza e luminosità e quella fiamma per la quale più grande e
giovane appare lo spirito suo. No, non diremo i vostri anni, amico
nostro scontroso, anche per non farvi vergogna, perchè è vergogna
il tempo a chi sente ancora tanta giovinezza cantare, ed è solo;
non li diremo anche se riteniamo con certa scienza, che non farebber
spavento a chi vi ama, al bel cuore di giovinetta che v'ama e di voi
si appassiona. Troppo le parlaste, una sera, perchè ella non vi segua
di lontano; e troppo chiara le faceste una strada perchè sempre non
ne senta la nostalgia! Ed ora le parole dei coetanei suoi le tornano
sorde, aride, vuote! Ed ella vive in un piccolo paese remoto, solo per
voi, come se vi aspettasse, e sa bene che non arriverete giammai alla
sua distanza.
Ah, Uomo Pacato, potreste ben cantarglielo un sogno che le fosse
come un amuleto contro l'inevitabile disincanto, poi che l'avete
ammaliata!...
Ora l'Uomo Pacato taceva come se non fosse più della comitiva, ma solo
con sè stesso, e lontano.
L'ex-onorevole Biancini discuteva con l'avvocato Albati, e Malnessi e
Baccicalupi ascoltavano come coloro che poco avean da dire, e sempre a
torto.
Fu Biancini che si rivolse all'Uomo Pacato e gli domandò:
— Se non è indiscrezione, si potrebbe sapere a che pensate?
L'Uomo Pacato levò gli occhi e la faccia.
— Pensavo — rispose — come vi sia facile dimenticare le cose che vi
stanno sopra; e come possiate trascorrere dalla paura più grande alla
più limpida indifferenza, nel termine di pochi minuti.
— Ma voi stesso ci avete derisi quando si temeva! — disse l'avvocato
Albati.
— Sì, perchè esageravate allora, come esagerate adesso.
— E in che cosa, di grazia?
— Nella valutazione di ciò che accade. Ma d'altra parte è il destino
vostro. La combattività vostra, della classe che rappresentate, cioè,
ha già reso tutto il possibile ed ora non può essere che superata.
La cosa non consolò gli astanti, anzi li indispettì. Fu allora che
l'ex-onorevole Biancini, punto sul vivo dai giudizi dell'Uomo Pacato,
gli domandò, non senza una punta di acredine:
— Ma scusate, a quale classe appartenete voi?... Se non siete
proletario nè aristocratico, dove confinate il vostro destino?
L'uomo Pacato sorrise.
— Avete ragione. Dove confino io il mio destino? Questa domanda
non mi è nuova perchè tante e tante mai volte io stesso me la sono
rivolta. In tempi di materialismo economico in cui non si esaltano
e non si ritengono utili se non i valori di immediata praticità, che
cosa rappresento io, nella Città del Capricorno?... Zero!... Domani,
imperando la Dittatura proletaria, io, povero uomo dalle mani senza
calli, dovrei esulare ed abbracciare l'islamismo o il confucianesimo.
Ammettiamo ch'io abbia ingegno; ammettiamo anche che questo mio
ingegno possa dar vita a qualche valore spirituale, ciò, imperando la
suddetta Dittatura, non farebbe che aumentare il mio crimine di lesa
maestà del lavoro manuale. Oggi il mondo si divide fra coloro che
fabbricano pentoli e coloro che posson riempirli; l'altra classe, che
soleva romperli solamente, non può più sussistere. Oggi l'umanità non
ha bisogno di altro cibo che non sia quello della bocca. Liberatasi,
per modo di dire, dalla sua eredità millenaria, si rifà da capo con
l'idea di instaurare un regno di giustizia universa che incomincia poi
da tutte le ingiustizie e da tutte le tirannie. Be', e anche questo è
fatale! Il fatto si è che, quando si potrà arrivare ad un assestamento,
sempre transitorio, come tutto è transitorio ed eterno nell'Universo,
noi non saremo più. Ma oggi come oggi, nel centro di questa Città del
Capricorno, che è il cuor di Romagna, io appunto, caro onorevole, non
appartengo a nessuna classe, sono uno sclassificato. Da ciò la mia
libertà di giudizio, se così vi piaccia giudicarla. Alla fin delle
fini, non ho nulla da perdere, nulla da guadagnare. Io non aspetto,
accanto, alla mia malinconia, se non l'ultima sorella della nostra
vita. E vivo in un orto. Non da principe, ve lo assicuro! Ho, con
me, una vecchia donna ed un gatto. Mi accontento. Potevo rimanermene
nelle metropoli tumultuanti... ho preferito il nido dal quale credetti
allontanarmi per sempre, a sedici anni. Noi, romagnoli, soffriamo
di nostalgia acuta. Questa nostra terra non cessa mai di chiamarci,
anche nella estrema distanza. Quando si incomincia a sentir di morire,
bisogna rispondere alla sua voce lontana. Val la pena di ritornare
per ritrovar un po' dei nostri quindici anni all'angolo di una strada
malinconica e solitaria, sulla porta di un giardinetto di beghine, al
davanzale di una finestrella che non avrà tramutato. Ed ecco perchè io
sono ritornato sotto lo stemma del patrio Comune, all'ombra dell'aquila
imperiale con l'uovo gallato della Democrazia!... _Libertas!_... La
parola è lassù, guardatela — e levò il braccio verso il fastigio del
Palazzo Comunale. — E da più di settecent'anni il popolo nostro, per
varie forme e concetti, parla e si ordina in Repubblica! Libertà!...
Qui, dove era più caldo il cuore, più facilmente l'uovo dette vita
al secolare pulcino. In altri luoghi apparve la stessa parola, ma
l'uovo rimase infecondo; solo da noi si dischiuse al destino di una
creatura la quale, per sua buona o mala sorte, non potè crescere
mai a pieno sviluppo. Da ciò l'eterna giovinezza repubblicana, fra
le nostre genti. Ora io amo questa Repubblica nostra _in fieri_ e,
sentimentalmente, mi dichiaro repubblicano. Oggi che la sento morire,
dopo tanti secoli, questa bella e generosa idea mi appassiona. Viene
innanzi qualcosa che non ha il suo lume e la sua bellezza spirituale.
Il fiero ed eroico romanticismo de' suoi ultimi epigoni, viene travolto
da un'onda limacciosa. Una squinternata baraonda di folli estremismi
trascina quella parte del popolo che è più cieca e brutale e io non
vedo ancora se domani vi sarà posto per l'anima, il cuore, il gesto
di un uomo, nella follìa collettiva dell'uniforme! Sì, vi sarà, ma per
quali tragedie dovremo passare, innanzi che i diritti dello spirito e
dell'individuo vengano riaffermati?...
Tacque e, con lui, tacquero gli altri. Ciascuno avvertiva la stessa
minaccia, ma non uno sapeva rispondere al quesito. Gravò su di loro
come un incubo improvviso e il conversare non si rianimò.
Si separarono.
La Città del Capricorno era ritornata tranquilla, come tutte le sere:
si raccoglieva fra i suoi scarsi fanali, cercava l'ombra del sonno.
All'altro lato della Piazza sbucò una comitiva di giovani, i quali
berciarono per un poco, bestemmiando, come coloro che si sentivano
gravidi di avvenire e di strapotenza; poi, una voce rauca intonò
l'_Internazionale_ e, dietro la prima, si levaron le altre, a coro.
L'_Internazionale_, sì, ma sulla porta dei popoli forti e scaltri e non
mai allo stesso banchetto!..
Chi penserà a codificare la novissima rettorica delle fratellanze
umane?...
Dobbiamo credere decaduto per sempre il mito di Caino, sulla terra?...
Sì, adoperiamoci, fratelli, dietro la rossa ombra di Abele, che è
riapparsa, a guidare l'immenso gregge delle razze verso la stesso
deserto.