Passava appena, nel cuore del silenzio campestre, un alito di campana
moritura per le anime di un tempo, per la dolcezza e la poesia di un
tempo.
Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto alle stelle.
L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde per chi guarda
lontano.
Con la notte illune, le due parti si disposero all'uscita.
Furono primi i _rossi_. Quattro macchine erano in pieno assetto di
guerra, le grandi ruote fasciate di paglia.
Per ingannare la sorveglianza dell'avversario conveniva sopprimere ogni
suono e la cosa non era agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano
trasportare e le improvvisate strade da battere; ma i meccanici avevano
lavorato e giorni e notti intiere a ripassare pezzo per pezzo ed
erano corsi fiumi di lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le
trebbiatrici dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan nel silenzio
trainate da tre, da quattro coppie di buoi.
Si formò una colonna.
Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano i carri con le
fascine, poi un primo gruppo di braccianti muniti di vanghe, di zappe,
di leve, di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi: seguivan
le macchine circondate da tutto il corpo, uomini e donne, che doveva
farle agire: chiudeva la colonna un secondo gruppo di braccianti, più
folto e numeroso.
Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori e di esploratori.
Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla strada, la colonna
sostò.
Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il generale. Un vecchio
bracciante ispido come un carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a
bassa voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si accostò che non
fosse chiamato.
Con Pulôn si raccolsero gli anziani.
— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare per quel viottolo e prendere di
traverso per i campi.
— Ci sarà da fare! — rispose Masino.
E Ricôn:
— Ma dove andiamo?
— All'aia dei Battisti.
— E non è da un'altra parte?
— Tu sta zitto!
Ricôn tacque perchè il _generale_ non ammetteva che gli ordini suoi
fossero discussi.
— Bene — riprese Masino — allora bisogna mandare avanti gli uomini con
le fascine.
— Quanti fossi ci sono prima di arrivare alla casa dei Fiori?
— Alla casa dei Fiori?... Nessuno!
— Sei sicuro?
— Se ve lo dico!
— E terre lavorate?
— Neppure.
— Allora si può andare avanti tranquilli?
— Sì.
Pulôn dette il comando e la colonna svoltò per la viottola.
Furono alla Casa dei Fiori la quale non distava se non trecento metri
dalla strada comunale. I Fiori erano coloni noti in tutti i dintorni
per la loro fede socialista. La prima mossa di Pulôn non poteva destar
sospetti nella parte _gialla_.
Una macchina _rossa_ entrava in un'aia _rossa_; senonchè il piano del
_generale_ era ben diverso.
Egli fece sostare la trebbiatrice sull'aia e, come seppe dagli
informatori che i _gialli_ non erano all'agguato nei dintorni, mandò
innanzi il carro con le fascine ed i pontieri.
— Preparate la strada attraverso ai campi. Fra tre ore, la macchina
deve essere nell'aia dei Battisti.
C'eran da traversare tre campi arati. I braccianti andarono innanzi coi
badili e le vanghe.
Aprirono la strada alla _Bandiera Rossa_!
E un giorno se ne parlerà, un giorno lontano, quando fiorirà ancora
l'ulivo per una pace più o meno transitoria e si udiranno cantare i
terrazzani, come una volta, essendo ritornata l'anima a Dio; perchè
dovrà ritornarvi, nonostante gli _Assoluti Economici_ e le varie
idiozie correnti che hanno fatto del popolo una pazza bestia senza
costume, urlante per gli sterquilinii della sua infinita miseria.
Attraverso i campi arati, come per una vergine terra, la taciturna
masnada apriva il cammino alla _Bandiera Rossa_:
_Larga la strada e rossa la bandiera:_
_La tomba la sarà per i padroni!..._
_Ci passerà la forca e la manêra_[3]
_Quando faremo la Rivoluzione..._
La canzone vermiglia era nei cuori se non sulle bocche dell'accolta
ostile. Il grido augurale, il programma minimo di ogni buon lavoratore,
saturo dell'Assoluto Economico.
Ammazzare!...
Una qualsiasi idea di giustizia e di bontà, travagliata nei secoli,
arriva al popolo come un mostricciattolo ambiguo senz'occhi e senza
cervello.
Come sulle porte dei macellai di campagna, la storia ha i suoi giorni
segnati ed espone il cartello per le turbe in continuo affanno:
«OGGI SI AMMAZZA!».
Vi sarà carne per la fame e per lo scialo di molti, ma qualcuno rimarrà
senza, per conservare la rossa sementa della nuova tappa più o meno
lontana. Il progresso è solo delle esigue minoranze minacciate di
continuo dalla barbarie che non si può snidare dalle moltitudini.
In meno di un'ora i braccianti aprirono la strada fra i campi. Allora
si fecero innanzi i pontieri seguiti dal carro carico di fascine. Si
dovevano colmare due grandi fossi per far passare le trebbiatrici.
Anche questa volta l'opera fu come una febbre.
Poi venti uomini armati si spinsero fino all'aia dei Battisti. Si
udiva, di lontano, il fragore e il rombo della trebbiatrice messa
in moto. Pulôn, per ingannare i _gialli_, fingeva di trebbiare
tranquillamente il suo grano _rosso_ con la sua macchina _rossa_.
L'aia dei Battisti era deserta. Intorno intorno, dietro le siepi, per
le callaie, lungo i fossi non era anima viva. Evidentemente i _gialli_
avevan dimenticato i Battisti. Il colpo si presentava di sicura
riuscita. I venti esploratori ritornarono di gran corsa. Trovaron Pulôn
che li attendeva a mezza strada.
— Va bene? — domandò Pulôn.
— È la volta nostra!... Bisogna far presto!... — rispose Calisto che
era un bracciante analfabeta e anarcoide.
— Non c'è nessuno a guardia dell'aia?
— Nessuno.
Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le mani dietro le reni,
ritornò sui suoi passi lentamente. Che avrebbe deciso? I compagni non
osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca non si poteva
leggere nè il bene nè il male. Ciò che passava dietro la sua piccola
fronte rugosa, mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero
per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva abbandoni; non dava e
non chiedeva niente; i suoi simili gli erano tutti egualmente lontani e
indifferenti. Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità, un odio
atavico. Se il destino gli avesse dato il potere, avrebbe rizzata una
forca ad ogni bivio; un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe
amministrata la sua fiera giustizia livellatrice. Niente, come una lama
o una corda, può far scomparire le differenze fra gli uomini. Pulôn
saliva dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le sofferenze
millenarie delle plebi avevano il nome e la faccia di lui. Il popolo
doveva rifarsi. Troppo si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la
rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.
Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad un tratto chiamò:
— Pi-ross?
Si fece innanzi un giovane.
— Va'... corri... dì che attacchino sei paia di buoi alla macchina e
che vengano avanti di forza. Fa presto.
— Li aspettate qui?
— Sì. Fa presto!
Pi-ross partì come una palla da schioppo. L'ordine fu dato. Si trassero
i buoi giganteschi dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un
paio all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga fila si spiegò
sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne provocarono la forza. Uno
strattone, il pesante ordegno fu spostato; i buoi si avviaron quasi di
corsa. La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze della
viottola erbosa.
Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le donne e le ragazze
addette a sciogliere i covoni. Un trepestìo sordo, un affanno continuo
nei punti più difficili, quando la forza dei bovi pareva non reggesse
all'impresa. Allora un nugolo di uomini, con leve, paletti e vanghe si
affollava intorno alla macchina testarda e chi, puntata una spalla a
una traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto di uno sforzo
erculeo, chi spianava il terreno, chi accorreva con assi e fascine a
farne letto alle ruote, chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in
un aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi circolarmente nello
sforzo combinato, spingevan pei raggi le ruote, ad unir forza a forza
nella disperata energia di una volontà invincibile.
Così anche i mali passi eran superati. Sul molle terreno si imprimevano
fondi i solchi delle ruote.
La chiara notte estiva era senza voce. Ad un tratto, sulla non remota
collina, apparve un fuoco. Forse una bica che ardeva o un fuoco di
gioia per una sagra?
Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice, si volsero a
guardare.
Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte, ha sempre un singolar
fascino e chiama l'anima delle genti disperse per le solitudini
agresti, come le torme degli uccelli migratori.
A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri avevan compìto l'opera:
attraverso al gran rio, pienato di fascine, si apriva una strada di
travi e di solide assi di quercia.
Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:
— Avanti!
La fiumana si rimise in moto.
Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia dei Battisti.
La mèta era prossima. Gli scamiciati sentivan l'ardore dell'urlo e
dovevan tapparsi la bocca. Non si poteva. Il _Generale_ aveva imposta
la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare a filare, per tre
campi e più si distendeva l'esercito degli assalitori; il formicolìo
degli uomini, dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò quel
suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi così, per l'assalto.
Oh! poter condurre quella gente a un improvviso assalto della Città
del Capricorno!... Tutti i _gialli_, cianciatori di Repubblica, avevano
pensato mai di impadronirsi del potere?... E non era difficile! Bastava
tagliar i fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione,
devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani della borghesia
erano scarsi e non sarebbero usciti dalle caserme. Pochi uomini di
buona volontà e bene organizzati potevano condur la sorpresa. Pulôn
sentiva che il domani era in suo potere.
Camminava così, sempre solo, le mani annodate dietro le reni, a fianco
della trebbiatrice, quando si fermò ad attendere un uomo che correva a
lui.
— Che c'è di nuovo?
— Hanno acceso un razzo, laggiù... dietro la strada maestra, verso i
campi dei Tugnòla.
— Ma i Tugnòla son dei nostri.
— Può darsi ci chiamino in aiuto.
— Vai a vedere.
— Di qui ci saranno quattro chilometri.
— E tu corri!
— Va bene.
L'uomo ripartì come era giunto.
Pulôn ebbe un attimo di esitazione; poi chiamò gli anziani ed ordinò
che la colonna fosse spinta innanzi con maggiore rapidità.
Gli uomini si assiepavano intorno alla trebbiatrice che era il sacro
palladio, il conteso carroccio.
In tutti era la ferma convinzione di «_farla ai gialli_».
Avanti! Avanti!... I dodici buoi puntavano affannando sotto la sferza
dei bifolchi; la trebbiatrice traballava da buca a buca minacciando
capovolgersi; ma eran cinquantine e centinaia che la sorvegliavano;
era la turba d'assalto che le si raccoglieva intorno decisa piuttosto a
farsi schiacciare anzichè vederla riversa e inutilizzata fra i campi.
— Su, ragazzi, per la bandiera rossa!...
Ecco l'ebbra visione, ecco l'ipnotizzante balenìo nel vento della
battaglia!
Si torcevan nello sforzo inaudito; l'ultimo tratto di strada era
impervio. Ma, anche nella fonda notte, risplendeva sulla moltitudine,
la vermiglia visione della bandiera rivoluzionaria; sventolava sotto le
stelle, si spiegava sulla sacra terra da conquistare.
Tutto era conquista terrena, nella legge democratica.
«_Tu non avrai, innanzi a te, altro Ventre che non sia il tuo Ventre_».
«_Il tuo Dio sarà nel tuo pane e nel tuo companatico e tu vivrai
contento del tuo sterquilinio, nè cercherai, altrove, altre cose che
non ci sono_».
«_I padroni ti avevano insegnata la falsa strada di Dio. La Scienza li
ha smascherati. Da oggi tu sai che non vi è altro Iddio innanzi a te,
all'infuori del tuo Ventre_».
Codesta ebbra predicazione arrivava alle moltitudini attraverso
all'Assoluto Economico.
Molti asini ragliavano insieme. Molte bestie addottorate danzavano i
tresconi con la sgonnellante Scienza; e si facevano innanzi a scrutar
l'abisso col lanternino del positivismo, del monismo, del materialismo.
Conveniva sgombrare il cielo dal fantasma di Dio e negare il Mistero.
Era piovuta, fra le illuminate pecore, la Causa delle Cause. L'Enigma
era risolto. Caduto Iddio non restava che il Ventre; e l'uomo si
avviava ad essere un più o meno ingegnoso scarabeo stercorario, nel
risolto problema dell'Universo.
Ora la turba era giunta a un cinquanta metri dall'aia dei Battisti,
e Pulôn aveva spedito innanzi venti uomini chè abbattessero le siepi
verso i campi. Non voleva passare dalla strada.
Per quanto il silenzio fosse stato rispettato, data la moltitudine e
l'opera compiuta, qualche rumore poteva esser giunto alla casa in mezzo
all'aia; ma pareva che i Battisti dormissero il sonno della morte. Non
un lume, non un sussurro. Ciò non era naturale. O conveniva pensare
che i Battisti, accortisi della masnada che sopravveniva, avessero
tale e tanta paura da non rifiatare, nascosti nelle loro buie stanze;
o bisognava concludere che la casa fosse deserta. Ma era possibile
che dei contadini abbandonassero così i loro beni senza neppure un
tentativo di difesa? Perchè i Battisti non eran nè _rossi_ nè _gialli_,
ma semplicemente clericali. Rappresentavano un anacronismo nella
terra rivoluzionaria. Formavano una numerosa famiglia, ligia ancora
al prete e all'altare. Per questo eran segnati a dito e vituperati
quotidianamente nella classica terra della libertà.
Ora Pulôn sapeva che i Battisti si erano accordati con l'Agraria e
che avrebbero trebbiato il grano con una macchina _gialla_. E ciò non
doveva essere. Dall'aia dei Battisti, e cioè _dall'aia nera_, doveva
partire la prima affermazione di principio e il primo trionfo dei
_rossi_.
Abbattuta la siepe si trattava di far superare al Santo Carroccio della
Democrazia gli ultimi cinquanta metri di sconvolta strada.
Pulôn tolse il divieto del silenzio.
— _So', rugiè burdèll, c'ai sén!_ (Su, gridate ragazzi, chè ci siamo!).
Allora l'urlo contenuto per tanto tempo scoppiò dilagando, si elevò
altissimo. Donne, ragazzi, uomini si unirono nello stesso impeto. Parve
il mugghio del mare. Migrò lontano; si perse nella più remota distanza
della notte.