— Rispondete! — gridò Mostardo. — Che cosa gli avete fatto?
— Quello che avete detto voi! — rispose il Secco.
Mostardo allibì. Si rammentò delle parole che aveva pronunciato
scherzando... ma la _maramaglia_ le aveva prese sul serio. Allora,
aperta la lanterna cieca e chinatosi a guardare, potè convincersi che
il lamento di Borgnini non era ingiustificato. Gli avevan empito il
didietro di spine razze.
Furono unite, a due a due, sei biciclette e così si improvvisarono
tre barelle; in una di queste fu deposto Borgnini; nelle altre presero
posto i feriti. E la masnada ritornò, gloriosa e trionfante, alla Città
del Capricorno.
— Che ne faremo di Borgnini?
Mostardo non rispondeva.
Entrarono in città che, all'oriente, era la prima chiaria.
Mostardo fece da battistrada.
— Dove andiamo?
— Zitti!
Attraversarono la Piazza. I primi spazzini, i primi lattivendoli si
fermarono a guardarli passare. L'apparato delle barelle e i feriti
faceva nascere le prime leggende.
Un lampionaio che andava intorno, con la sua stanga, a spengere le
pallide fiammelle del gas, gridò:
— Mostardo, avete fatto caccia grossa?
Nessuno gli rispose. Da un caffè notturno, tre fattori si affacciaron
a sbirciare. Più innanzi fu Coriolano, il donzello del Comune, che si
mise a rincorrere le biciclette e a gridare:
— Cavalier Mostardo?... Cavalier Mostardo?...
Ma il povero Coriolano, oltre ad essere attempato, soffriva d'asma e
dovette darsi per vinto.
Mostardo si fermò e discese innanzi ad una casa modesta, in un vicolo.
Disse:
— Ci siamo!
— Lo lasciamo qui? — chiese Mazzini indicando l'impacchettato.
— Sì! — rispose Mostardo.
Erano alla _Camera Rossa_.
— Chi ha un foglio? — domandò il Cavaliere.
— Eccolo, — rispose Mazzini.
Allora Mostardo prese un lapis e scrisse a lettere cubitali:
_Evviva la Repubblica!_
Puntò il cartiglio sul petto dell'avversario suo; fece legare
quest'ultimo alla porta della _Camera rossa_ e dileguò con la brigata.
Nasceva l'alba.
Giustizia era fatta.