— Adesso — incominciò Mostardo — prima di buttarci alla campagna,
bisogna sapere che cosa ha fatto Borgnini.
— Chi?... Epaminonda?... — domandò il Secco.
— Proprio lui! — rispose Mostardo. — Di Borgnini non bisogna fidarsi.
Quello può farci qualche brutta improvvisata. Te, Affogato, vien fuori.
Andremo insieme all'Osteria del Gallo. Voi altri aspettateci sotto al
campanile. Senza muovervi, siamo intesi? Potremo tardare mezz'ora.
— E se vi aspettassimo all'Osteria del Tacchino? — domandò il Cieco di
Civitella.
— Già! Per prendere una sbornia e, dopo, la faccio io la ronda, è
vero?... Sotto al campanile c'è da mettersi a sedere. Aspettateci là.
Noi vi lasciamo anche le nostre biciclette. Di qui all'Osteria del
Gallo ci sono due passi e andremo a piedi.
Si spiccarono dal gruppo e se ne andarono via.
La notte era chiara. Dalla Torre del Comune suonarono le ore. Il
Cavalier Mostardo incominciò a contare:
— Uno... due... tre... — E, quando l'orologio ebbe battuto l'ultimo
tocco, conchiuse: — Porco Dacco, sono le dieci!... È tardi e bisogna
spicciarsi!
— Che bisogno c'è di far presto? — domandò l'Affogato.
— C'è il bisogno che c'è! O per Bios!... Se te lo dico io, è segno che
lo so!
Mostardo abusava di simili risposte piene di convinzione. L'Affogato si
accorse che non c'era altro da domandare. Però ebbe un dubbio ancora:
— Scusate... andiamo all'osteria con lo schioppo?
— Sicuro!... Perchè?...
— Perchè... non diranno...
— E che devono dire?... Lo schioppo l'abbiamo preso per farlo vedere e
non per nasconderlo.
— Già... ma può essere una provocazione.
— Ecco!... Precisamente!... Una provocazione!... E non è quello che
voglio?... Di un po': andiamo a caccia di beccafichi o siamo fuori per
tirar nel petto alla gente, se ce ne è bisogno?
— Lo saprete voi!
— Sicuro! E perchè lo so io ti dico che, se hai paura, puoi prendere su
il tuo trentuno e andar a pescare i ranocchi.
— Io, paura?
— Benone! E allora avanti e forza!
Erano giunti alla porta dell'osteria. Mostardo si fermò prima di
entrare.
Speculò qualche minuto dietro i sudici vetri, per vedere chi era
dentro. Raccolse le mani agli angoli degli occhi; mormorò qualche
incomprensibile parola. L'Affogato aspettava, senza dir niente. Dopo un
lungo e maturo esame, il Cavalier Mostardo si levò sul torso e disse:
— Sì, ci sono tutti!
— Tutti, chi?
— Borgnini e i suoi compagni. È certo che combinano il piano per questa
notte. È meglio che io non mi faccia vedere e te neppure...
— Allora?
Il Cavaliere pensò un poco e disse:
— Bisognerebbe mandare Rigaglia.
— E perchè Rigaglia?
— Perchè quello non dà sospetti. È sempre per le osterie.
— Volete che vada a chiamarlo?
— Sì... no, aspetta. È meglio che vada io.
— E perchè volete andar voi?
— Ma tu non conosci Rigaglia! Quel testone è buono di non volersi
muovere se non vado io. Ha paura di compromettersi. Vieni con me. Mi
aspetterai sulla porta. Siamo a quattro passi.
Andarono. Mostardo trovò Rigaglia che era nella sua tana e si disponeva
a ficcarsi fra le lenzuola.
— Ho bisogno di te.
— Cosa volete?
— Devi venir fuori.
— Io?... — Inarcò le ciglia, spalancò i piccoli occhi, si puntò una
mano sul petto. Apparve pien di timorosa peritanza.
— Non importa che tu abbia paura, vigliaccaccio! Non ti porto a far
le schioppettate, va' là! Non ti ci porto. Farei un bell'affare! Ma ho
bisogno di te. Presto, vien via!
— Ma io sono stanco!
— Ti ho detto di venir via!... Vuoi che ti prenda per il bavero della
gabbana?...
Allora Rigaglia per non poter far altro, scagliò contro il muro una
scarpaccia che aveva in mano e, col permesso delle timorate persone,
borbottò la classica bestemmia romagnola, la bestemmia base e cardine,
la quale non ha neppur più valore di blasfema, ma non è che un indice
esclamativo di esuberanza, nel paese delle strampalerie.
Disse Rigaglia:
— _Boia de Signor!..._
Allora il Cavalier Mostardo gli si accostò di un passo; squadrò, dalla
sua rispettabile altezza, il tozzo arnese domestico e gli disse:
— Ormai dovresti saperlo che, con me, è inutile brontolare. Te lo devo
dire ancora?
— Ma io sono stanco e ho sonno.
— Va' là, che ti pagherò da bere!
— Che cosa?... Andiamo a bere?
— Sì.
— Perchè non me l'avete detto subito?
— Ma guardate che bel liberale!... Se si tratta di ubbriacarti, non sei
più stanco, è vero?
— Nei vostri imbrogli io non voglio entrarci.
— Perchè hai paura!
— Non è vero. Se si trattasse del popolo sarei sempre in prima fila!
— Sì, fra le botti!
— Io sono socialista.
— Tu sei un pantalone!
— Il socialismo è per il popolo.
— E tu sei per la tua pancia!... Infilati la gabbana... fa presto!...
Non crederai mica ch'io voglia discutere di politica con te, brutto
testone!... Ma che socialismo e non socialismo... tu sei un versipelle,
sei! E ladro!... Ruberesti il fumo alle pipe, ruberesti!... Dì che non
è vero, adesso!... Che cos'è questo socialismo?... Lo sai, tu? Lo sai
che cos'è?... Avanti... dillo!...
— Il socialismo l'è la giustizia de _pópul!_
— Bravo l'asino!... Avanti... infilati quella gabbana, chè non ho tempo
da perdere!... Hai finito?... Sei pronto?... Andiamo...
E lo precedette. Rigaglia lo seguì scarpicciando.
E Mostardo continuò:
— Siete tutti quanti buone firme! Va' là, che lo sappiamo!... Ci
conosciamo, mascherina! Ma che cosa credi di aver detto poi, quando hai
detto «_e pópul_»? Che cos'è questo popolo? Chi è il popolo?... Sei tu
o sono io?...
— Il popolo sono io!
— Sicuro!... Come se non sapessero tutti che tu sei una canaglia!...
Avanti, socialista: tu hai settantamila lire alla Cassa dei
Risparmi.... avanti... va, prendile e dividile tra il popolo...
— Bella ragione!
— Hai visto?... È che tu sei boia, sei!... Questo sì. Ma che cosa
vuoi saper te?... Che cosa vuoi capire se non sai fare un'o con un
bicchiere?... Socialismo!... E l'Idea?... Dove la metti l'Idea, povero
testone?
— Che cos'è quest'idea?
— Lascia parlare chi ne sa più di te. Credi forse di poter saltare nel
socialismo come salteresti nel letto?
— Sicuro.
— Bravo. E come faresti?
— Con la rivoluzione.
— Sicuro. E chi deve fare la rivoluzione?
— Il popolo.
— Benissimo. Dunque tu sei il popolo... non l'hai detto poco fa?... tu
sei il popolo... ma sei vigliacco e la rivoluzione non la farai!
— Lo dite voi!
— E chi deve dirlo? Chi non ti conosce?
— Del resto voi eravate della mia idea.
— Non dico di no; e potrò esserlo ancora se le nespole saranno mature.
Ma io so ragionare e tu non capisci niente. Io so che cosa vuol dire: —
_fare la rivoluzione._ — Ma tu, se senti solo un petardo, con rispetto
parlando, te la fai addosso!... È vero o non è vero?... Va' là,
mascherina!... Poi che cosa sai tu di Nazione, di Stato, di Politica,
di Rapporti Internazionali, di Equilibrio del Mediterraneo e di tutti
questi cacumi?... Che cosa ci capisci in tutta questa chincaglieria?...
Povero merlo!... Fai la Rivoluzione! E poi?... Quando hai buttato in
terra una colonna dove l'hai la colonna nuova da mettere a posto?...
Vorresti andarci tu a comandare? Tu, il popolo?
— Che cosa c'entra?
— C'entra benissimo, c'entra!
— Ma non è vero.
— È tanto vero che, se non stai zitto, ti dò un calcio tale che il
secondo te lo dà il muro!
E Rigaglia non rifiatò.
Il Cavalier Mostardo soleva conchiudere così le discussioni che non gli
andavano a genio.
Erano per la strada; proseguirono di buon passo senza più far parola.
Quando furono alla porta dell'osteria del Gallo, Mostardo trasse
Rigaglia nell'ombra e incominciò a parlare.
— Tu lo conosci Borgnini, non è vero?
— Sì.
— Be', Borgnini è là dentro con i suoi uomini. Queste sono dieci
lire... Vai, bevi, stai attento a ciò che dicono e vieni fuori a
ripetere quello che hai sentito. Va bene?
— Sì.
— Io ti aspetto sotto il campanile della piazza. Voglio sapere dove
vanno questa notte. Hai capito?
— Sì.
— Allora siamo intesi.
E il Cavaliere si avviò per l'ombra della strada con l'Affogato, mentre
Rigaglia entrava nell'osteria.
Mostardo e i sozii aspettarono una buona mezz'ora. Rigaglia non
ritornava. Il tempo era prezioso.
Già il nostro Cavaliere stava per mandare in ricognizione il Mosca,
quando dall'ombra della grande piazza si udì giungere un sibilo
acutissimo. Tutti si inorecchirono.
— Che cos'è questo?
— Poi una voce domandò:
— Ci sono ancora?
E un'altra, più lontana, rispose:
— Sì.
Allora Mostardo si avviò verso il cuore della Piazza e disse:
— Sono dei nostri!
Aveva riconosciuto le voci. Poco dopo, eccolo a parlamentare con
Bucalosso.
Bucalosso e i suoi figliuoli erano fermi in mezzo alla piazza, in pieno
assetto di guerra.
— Cosa fate qui? — domandò Mostardo.
Mazzini, detto la Vigna, si fece innanzi perchè era quello che prendeva
sempre la parola quando la famiglia dei molossi era riunita per ragioni
di partito. Mazzini disse:
— Aspettiamo Danton. Danton è all'osteria del Gallo e deve darci il
segno quando Borgnini e i suoi uomini prenderanno la strada delle
campagne.
— _Soia_ stato di parola? — domandò Bucalosso.
— Bene! — fece Mostardo e rimase pensoso.
Doveva o non doveva lasciarla a Bucalosso l'impresa di sorvegliare
Borgnini? E se quel beccaio gli combinava una strage? Perchè non
bisognava escludere tale possibilità dato l'uomo e la figliuolanza.
Però gli sarebbe tornato comodo disimpegnarsi da tale faccenda e
dedicarsi ad un compito diverso. Daffare ce n'era per mille. Allora gli
venne in mente di parlamentare col rappresentante della famiglia.
— Mazzini — disse. — Voi mi sembrate un giovane come va...
— Si fa quel che si può...
— Lasciatemi dire!... Mi sembrate un giovane come va ed io voglio, da
voi, una promessa.
— Anche cento!
— Vostro padre lo conoscete meglio di me: se perde il lume dagli occhi
non c'è più Signore che lo tenga, e voi capite, Mazzini, che in queste
circostanze, la prima cosa da aver bene a posto è la testa!
— Ben detto! — fece Mazzini.
— Dunque... io, di Bucalosso, non mi fido troppo...
— Perchè non mi _conosciete_!... — fece Bucalosso.
— State zitto, babbo! — mormorarono i figli.
— In quanto a questo vi conosco benissimo! — riprese Mostardo. —
E, appunto perchè vi conosco, voglio dare la responsabilità della
spedizione a Mazzini. Accettate Mazzini?
— Accettato! — rispose il giovanotto.
— Bene. Allora io ero qui coi miei uomini per sorvegliare quello della
seta... Voi sapete di chi parlo!
— Ci capiamo!
— Io non me ne occupo più. Lascio la cosa a voi, Mazzini. Mi garantite
la massima prudenza e mi promettete di non sparare proprio se non
sarete costretti a farlo?
— Mostardo, lasciate fare a me.
— Mi date la vostra parola?
— Ecco la mano!
— Va bene. Ora sono tranquillo.
Bucalosso, dopo tutto, gongolava perchè il vedere così apprezzato un
suo figliuolo, provocava la soddisfazione sua più intima, tanto che
disse:
— Eh?... Che figli ho _me_?
In quella si udì un altro sibilo dal fondo della Piazza e il rumore di
una corsa.
— È Danton! — fece Mazzini.
Infatti, poco dopo, appariva l'ombra trafelata di Danton.
Disse:
— _I va vi!... Bsogna fe' prest!_... (Vanno via!... Bisogna far
presto!...).
— Forza! — gridò Mazzini che era ormai il comandante la spedizione.
Avevano, tutti quanti, il fucile, la bicicletta e un coltello alla
cintura. Saltarono sulla macchina leggera e incominciarono a pedalare a
gran furia. Ultimo rimase Bucalosso che era piuttosto corpulento e non
trovava un pedale. Per un poco strepitò, poi, sbuffando come un toro,
si cacciò nella notte dietro l'ombra dei suoi figli.
Il Cavalier Mostardo si fregò le mani. Anche quella era fatta. Ora
bisognava pensare alla parte sua.
Nel cielo c'eran le stelle e il campanile della Piazza col _pi_ grande
pareva facesse la guardia alle lucciole del cielo altissimo.
C'erano molte stelle quella notte e al Cavaliere venne fatto di
guardarle. Poi faceva dolco. Poi si sa che anche nel cuore di un uomo
in lotta c'è sempre un angolo di pace dove può rifugiarsi una cosa
diversa. Questa diversa cosa fu per il Cavalier Mostardo, quella notte,
Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
_Guarda che bel seren con quante stelle!_
_Questa è la notte da rubà le donne..._
Canticchiò e vide Sirio che civettava in mezzo al cielo come un
pavone. Le stelle... il cuore... la dolcezza dell'aria... Ninon
Fauvétte, fior di Parigi... Già, i baci di lei sapevano un poco di
glicerina (curiosa!...); però aveva una bocca tale che avrebbe fatto
perdere cinquanta staffe, anzi tutte le staffe del mondo! Una donna da
mangiarla a grandi bocconi, come una pietanza golosa.
_Chi ruba donne non si chiaman ladri..._
_Si chiaman giovinotti innamoratiiiii..._
Questa volta cantò a tutta voce. La gran civetta del cielo, Sirio, gli
brillava proprio nel centro del cuore.
— Ragazzi, sono qua!
— Andiamo?
— Un momento...
Si dette a pensare. Da dove avrebbero incominciato?... Gli nacque
all'improvviso un'idea luminosa, perchè aveva sempre in mente Ninon
Fauvétte, fior di Parigi.
— Ragazzi, questa notte bisogna far paura ai socialisti!
— Bene! — esclamarono i sozii.
— Terrete fermo?
— Sì!
— Posso fidarmi?
— Sì!
— Vogliamo andare dai contadini rossi!
— Andiamo!
— E avranno a che fare con noi. Un giallo val sempre tre rossi!
— Altro!
— Per Bios!...
Detta la quale ultima cosa come suggello di convinzione e di matura
riflessione, il Cavaliere partì pedalando forte, seguito dal serrato
gruppo dei sozii.
Eccoli per la campagna. Case buie e raccolte; strade deserte, con solo
le ombre degli olmi.
Il Cavaliere faceva da battistrada; era un ciclista di prim'ordine.
In certi campi c'erano ancora i covoni; in certi altri solamente le
stoppie. Sotto il bagliore delle stelle luceva, per le grandi distese,
un oro pallido.
Mostardo e gli uomini suoi, pedalavano senza parlare. A volte, sotto
l'ombra dei canepai, si udiva il subito pigolìo di qualche uccello
spaventato. Da lontano, da una distesa di lupinelle, arrivò il verso di
una quaglia. Poi un abbaiar di cani, intermesso dalle aie deserte.
La strada era lunga. Mostardo voleva arrivare al podere dei Casaròtt.
Proseguivano così, da mezz'ora, senza parlare, curvi sul manubrio della
bicicletta, intenti a schivar le carreggiate, quando, superata appena
una curva della strada, erano vicini ad una macchia di roveri, udirono
una voce che gridava:
— Alt... Chi va là?
In un battibaleno furono tutti a terra; il fucile spianato.
Il Cavalier Mostardo, sorpreso dall'improvviso arresto, non seppe a
tutta prima che rispondere; poi, fattosi innanzi in mezzo alla strada,
gridò:
— Chi siete?
Il silenzio regnò, questa volta, dall'altra parte; e non si vedeva
nessuno.
— Gialli o rossi? — domandò ancora Mostardo.
Uguale silenzio.
— Repubblicani o socialisti?
Niente! Allora il nostro Cavaliere perdette la calma che si era imposta.
— O rispondete, o spariamo!...
In quell'istante si vide un'ombra sorgere dal fondo di un fosso e
tentare di darsela a gambe; ma una prima schioppettata partì, alla
quale fece seguito un grido di dolore:
— Ahiahi!... Ahiahi!...
Mostardo si lanciò innanzi, seguito dalla masnada. Un uomo era sdraiato
sul margine del fosso, la faccia sulla polvere, e si lamentava, una
mano su quella parte del corpo che si chiama più nobilmente sedere,
appunto per l'uso al quale serve.
— Chi sei? — gli domandò Mostardo.
Lo sconosciuto continuava a lamentarsi senza dar segno di avere inteso.
— Dove sei ferito?
— Non lo vedete? — disse il Cieco di Civitella. — La mano non l'ho mica
sul cuore!...
— Si tappa là dove sente male! — aggiunse lo Stangone.
E il Secco:
— Avete fatto un bel centro!...
Il Cavalier Mostardo che si era chinato sul ferito, si rizzò, e,
rivolto al Secco, disse:
— Accendi la lanterna cieca.
Fu fatto. Ma anche quando la rossa luce della lanterna investì l'uomo
disteso e dolorante, non venne fatto di ravvisarlo di un subito. Lo
sconosciuto si ostinava a nasconder la faccia. Allora il Secco gli si
accostò e, costrettolo a piegarsi da lato, lo investì in pieno con il
suo fascio di luce.
Primo a riconoscere il ferito fu il Cavalier Mostardo, il quale, fra il
gaio e il dubbioso, si domandò:
— Ma non è il conte Polpetta?...
— Sì!... È il conte Polpetta!... — gridò la masnada e scoppiò in una
risata sonorissima.
Allora, vistosi scoperto, il povero conte pensò che era, per lui, cosa
assai migliore quella di non starsene più supino sulla strada, sì che,
levatosi, prima in ginocchio, poi sulle tremanti piote, senza pur mai
distaccar la mano dalla parte lesa, ristette pien di dubbio e di timore
dinanzi a coloro che egli riteneva fierissimi nemici, pronti a fare di
lui lo scempio più orrendo.
E così stando, senza trovar parola, continuava nella sua dolorante
solfa:
— Oh Dio... Ahiahi!... Ahiahi!... oh Dio!
I sozii, immensamente divertiti dallo inatteso episodio, non la
finivano dal ridere. Fu Mostardo che, imposto il silenzio alla masnada,
si fece più vicino al conte Polpetta e gli domandò:
— Ma vi ho fatto, dunque, tanto male?
— Oh Dio... sì!
— Dove?
— Qua...
— Nel didietro?
— Credo di sì!
— Fate vedere. Vi cureremo.
Il conte Polpetta si ritrasse pien di spavento.
— No... per carità! Non fate!...
— Ma perchè avete tanta vergogna? Non siamo tutti uomini?
— Io non posso!...
— Non potete?...
Fra l'abbaiar dei cani e le risate dei sozii pareva festa grande.
— Perchè non potete?... — riprese Mostardo. — Avete i calzoni in
muratura?
— Non posso!... Oh Dio... ahiahi!... Non posso...
— Via, meno smorfie! — fece Mostardo muovendo un passo innanzi. — Se vi
ho ferito, voglio vedere l'entità della ferita.
Allora il conte Polpetta atteggiò la faccia a tale smorfia di comico
terrore che anche il Cavaliere non potè trattener le risa.
— Andiamo, conte!... Siete o non siete un uomo?...
Il conte Polpetta, rassicurato meno che mai, continuava a nicchiare.
— Vi assicuro — continuò Mostardo — che nessuno vi torcerà un capello.
Ve ne dò la mia parola d'onore. Via... comportatevi da uomo!
— Ma un par mio, non può offendere il proprio pudore anche per una
ferita mortale!...
Eccelso fu il baccano che seguì alla risposta del nobile Polpetta
e ciò che disse la brigata non è decentemente riferibile. Certo che
se Mostardo non avesse comandato ai sozii, il povero nobile avrebbe
passato un brutto quarto d'ora; ma il Cavaliere si impose e la cosa non
ebbe il seguito che già lo sventurato conte Polpetta si attendeva. Nè
ingiustificato era il suo timore, perchè la masnada aveva già lanciato
il grido:
— _Facciamolo Papa!_
E sapeva ben lui quale scherzo si fosse quello di _far Papa_ un
pover'uomo! Basti dire che le parti le quali entravano in giuoco erano
fra le più delicate e preziose, nonchè vergognose.
Il conte Polpetta la scampò perchè il Cavalier Mostardo non volle fosse
fatto pubblico scempio dei più o meno utili accessori del povero nobile
e di tale delicata attenzione il suddetto Polpetta si mostrò grato
al suo protettore, tanto da perdonargli la schioppettata, che si era
avuta, d'altra parte, il suo fiero e sconsiderato coraggio.
Quando il duce ottenne un po' di calma; quando tacquero le risate e i
lazzi osceni, l'interrogatorio ricominciò:
— Ebbene, se non volete mostrarmi la ferita, salvo sempre il vostro
pudore, vorrete almeno dirmi che cosa facevate a quest'ora in campagna
e perchè ci avete dato l'_alt, chi va là!_
— Ho difeso il nostro grano — rispose il conte Polpetta.
— Il vostro grano?... E dov'è?... Avete dei poderi, voi?
— Io no; ma la comunità...
— E che cos'è la comunità?
— Sono i nobili dell'_Isola Felice_!
— E voi siete il loro amministratore? — domandò Mostardo.
— Io, sì!
— E... scusate se non vi capisco... da chi volevate difenderlo il
vostro grano?
— Dai socialisti.
— Bene. Ma, col coraggio che avete, che cosa pretendevate fare, se
fossero venuti i rossi?
— Ero deciso a tutto!
— Infatti si è visto! Ma non importa; questo riguarda solamente voi.
Ora ditemi un'altra cosa. Con quali macchine volete battere voi? Con le
macchine _gialle_?
— No.
— E allora?
— Noi vogliamo battere coi coreggiati.
Il Cavalier Mostardo spalancò gli occhi e chiese curvandosi un poco per
intender meglio:
— Che cosa?...
— Sì, i coreggiati che sono poi le vostre _cerchie_...
— Volete battere con le _cerchie_? E come si chiamano i vostri
contadini? E quanto grano raccogliete?
— Tre staia!
Povero modesto conte Polpetta, con le sue tre staia di grano!...
Un'altra tempesta di risa lo stordì.
Ma il Cavalier Mostardo non rise più, d'improvviso avvertì la tragica
miseria di quel povero uomo che si condannava, nonostante la sua
tremenda paura, a passar le notti all'aperto a guardia della sua
poca sementa, la quale gli rappresentava forse lo scarso pane di
tutto l'anno; che sfidava le ire dei rossi e dei gialli e fermava i
pattuglioni, da solo, raccogliendone le belle conseguenze che stava
esperimentando, e non volle che nessuno più si prendesse giuoco di
lui. Divenne implacabile; sentì che aggiungere la beffa e lo scherno
a quella povertà che tentava coprirsi degnamente con gli ultimi suoi
cenci, era vile, e da assalitore si tramutò in protettore. Il senso
di giustizia che regolava ogni sua azione non poteva consentirgli
di veder maltrattato un povero e un debole, si chiamasse pure conte
Polpetta. No, si doveva rispettare la misera creatura a guardia di un
mucchietto di grano e, per far valere la volontà sua cisa, incominciò
con l'afferrare il Cieco di Civitella, il quale accostatosi al povero
conte, si divertiva a punzecchiarlo e a fargli paura, e, afferrato che
l'ebbe, a gettarlo lungo disteso in mezzo alla strada.
Il silenzio fu immediato. Allora Mostardo parlò.
— Se non foste figli di _buone donne_ e se aveste un cuore, dovreste
fare di volontà vostra quello che farò io e cioè prendere sotto la
vostra tutela il poco grano di questo magro galantuomo. Se non lo
farete vi mantenete pezzi da forca come siete sempre stati fino ad
oggi. Avete capito?... Perchè qui non c'è più partito, qui c'è solo un
cacume! A me non importa sapere come si chiami questo signore: è un
povero diavolo! Volevate _farlo Papa_! Guai a chi si proverà! Dovete
sapere che, da oggi, il conte Polpetta è sotto la mia protezione. E
basta!
— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
— Sicuro che ho ragione! Che cosa sono tre staia di grano? Non
rappresentano neppure il pane per un anno! Poi guardatelo!... Questo è
il coraggio del Papa!... Ti crea un nobile e lo fa morir di fame!...
In così dire, il Cavalier Mostardo aveva tolta la lanterna cieca di
mano al Secco e, rivoltala sul pover'uomo, lo illuminò in pieno.
Il conte Polpetta abbassò gli occhi.
Allora lo si vide tutto quanto. Vestiva una palandrana rossigna,
tutta a congegnati rammendi, striminzita, slabbrata, sfilacciata ai
bordi, con due bottoni mancanti. E camicia non ne aveva, ma portava,
con dignitosa cura, un colletto di gomma e un fazzoletto nero che gli
teneva ufficio di cravatta e di camicia coprendo quel poco di sparato
che la palandrana non poteva coprire. Naturalmente tale colletto, non
avendo nessun punto di presa, gli saliva verso la nuca e il povero
conte era costretto, a quando a quando, a rimetterlo a posto. I
pantaloni avevan le frangie e, per quanto tentassero raggiungere le
scarpe, non vi riuscivano, tantochè fra il loro finire e il cominciar
della scarpa rimaneva lo stinco ignudo perchè di calze il povero conte
non ne aveva. Aveva però le scarpe che erano una rovina veneranda non
serbando intatti se non i tiranti che sporgevano come due speroni fuori
posto.
Compiva l'abbigliamento una vecchia paglietta rosicchiata dai topi.
Sulla lunga e spettrale magrezza di codest'uomo non erano altri
indumenti.
La sua povera faccia rossigna e scarnita non era contrassegnata che
da un lunghissimo naso e da un pizzo grigio tenuto con ogni cura.
Due occhietti affondati nell'orbita, sotto due folte sopracciglia
caratterizzavano quel suo volto fra malinconico e spaurito, con lampi
di vecchio orgoglio, soggiogato ormai dalla troppa povertà e dal troppo
timor della vita.
Tale era il conte Ildebrando Poldi, detto altrimenti il conte Polpetta.
— L'avete veduto? — domandò il Cavalier Mostardo. — E vi pare sia
giusto maltrattare quest'uomo?
— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
— Sicuro che ho ragione! — Poi, rivolto al conte Ildebrando, domandò: —
Dove sono le vostre terre?
— Sono qui.
— Quanti campi sono?
— Un campo e mezzo.
— Chi lo lavora?
— Siamo in quattro!
— E vi dividete tre staia di grano in quattro?
— No, in venticinque!...
— Hai capito? — gridò Mostardo. — E siete in venticinque a mangiare,
solo con questo po' di roba?
— Sì... ma ci si _arrangia_.
— Vivete insieme?
— Sì. Nel teatro.
— Nel teatro?...
— Non lo sapete? — domandò il conte Ildebrando, pieno di meraviglia. —
Come?... Se è un'invenzione mia!
— Un'invenzione? — domandò Mostardo.
Ma la parte lesa continuava a dolorare al povero Ildebrando il quale,
senza pur mai distaccarne la mano, usciva a quando a quando in un
appenato:
— Oh Dio... Ahiahi!...
Però non era tanto schiavo del dolore che, posto di fronte a quella
che egli chiamava «_la sua invenzione_», non si risentisse tutto,
inalberandosi come un cavallo di buon sangue.
— Voi sapete — riprese il conte Polpetta di fronte alla masnada
che ascoltava muta — sapete come _la borghesia abbia creato i suoi
becchini_; questo l'ha detto Marx. E Proudhon che cosa chiede al
proletariato?... Di avere un'idea e di saperla _realizzare_. Ecco
il fulcro!... Per cui... Realizzare un'idea vuol dire far camminare
il popolo. Il popolo è contro alle caste, e il popolo è la verginità
della natura... Ebbene noi, discendenti dell'aristocrazia, diseredati
e paria, ritorniamo in seno al popolo; noi portiamo il nostro tesoro
mentale ad ausilio del popolo, noi prendiamo la luminosa idea e ne
facciamo una realtà contingente. Nobili di nascita, teniamo alla
nostra nobiltà la quale si rinverginizza in un principio di comun
bene. La nostra idea non è nuova: è nata da trenta secoli!... Ma
questo non monta. Trenta secoli per un'idea sono come cinquecentomila
anni nella storia della terra! Un sospiro... Per cui!... I più bei
genii dell'umanità, da Minosse a Pitagora; da Campanella a Owen sono
con noi. L'inevitabile palingenesi sarà nel comunismo. Con la scuola
del Lussemburgo noi ci dichiariamo contro qualsiasi «_aristocrazia
delle capacità_» sempre dannosa come certissima fontana di nuove
disuguaglianze. Noi, pur serbando l'avita nobiltà come ultima innocua
tradizione, anzi come segno di novella aurora, ci schieriamo coi
Platoni, coi Cabet, coi Sismondi, coi Saint-Simon, infine con il
prodigioso insuperabile Carlo Fourier... per cui!... Carlo Fourier ha
ideato il _falansterio_ ma gli uomini, al suo tempo, non erano maturi
per la realizzazione di questa divina trovata. Noi siamo maturi! Noi
abbiamo il nostro _falansterio_ e, da dieci anni, viviamo avendo tutto
in comune... Sì, anche la donna!... Anche la donna!...
Il Cavalier Mostardo stava gonfiando le gote, però, volendo serbarsi
nella linea pura del suo dispregio per tutto ciò che non riusciva a
intender bene, mormorò:
— Ho capito. Anche voi siete uno della Cattedra!
— Io sono un innovatore! — ribattè il conte Ildebrando.
— Ma scusa, che cosa rinnovi, se hai detto che da trenta secoli le tue
idee passeggiano per le piazze?
— Sì da trenta secoli e Cristo è con noi!
— Quale Cristo?
— Gesù di Galilea. Uno dei Santi Padri del comunismo.
Il Cavalier Mostardo si limitò a stringersi fra le spalle e a
rispondere:
— Avrai anche ragione, ma siamo sempre fra le quisquilie della Cattedra.
— Ecco l'esempio — riprese il conte Ildebrando. — Eravamo tutti poveri;
ora abbiamo fondata l'_Isola Felice_. Con le nostre forze unite diamo
insegnamento. L'idea fu mia. La contessa Penelope Tompinelli possedeva
un vecchio teatro chiuso al pubblico da una trentina d'anni: il teatro
dei Battuti verdi; e la contessa non aveva altro e _con quello_ non
poteva vivere. Allora io pensai: — Ebbene _vivrà su quello_ e con lei
vivremo quanti siamo, paria della classe nobiliare. Detto teatro era
affittato come magazzino. Lanciai l'idea fra i miei consimili nel nome
di Carlo Fourier e per la Grande Idea. Fummo molti ben presto. Ciascuno
portò ciò che aveva: danaro, terre, oggetti. Ora siamo venticinque e
possediamo un campo e mezzo e molte altre cose. Cioè non possediamo
niente. Noi si scompare nella Comunità. E il Teatro dei Battuti verdi
è stato ribattezzato l'_Isola Felice_. Cavaliere, io vi prego, in nome
mio e de' miei compagni, di volerci onorare della vostra presenza.
— Va bene. Verrò, — rispose Mostardo. Poi fu ripreso dalla sua
spensierata gaiezza e soggiunse: — E, di grazia, il vostro pudore non
vi fa più male?
— Mi fa male, sì — disse il conte Polpetta; — ma, per me, è una gloria!
— Sarà una gloria; ma non diremo abbia scelto un bel soggiorno!
— I miei compagni potranno vedere che ho difeso i beni della
comunità... per cui...
— Ben detto, caro conte!... Allora qua la mano e... senza rancore, non
è vero?
— Senza rancore!...
— E... se qualche giorno... che so... non mi sembrate proprio grasso
come un parroco!... Se qualche giorno aveste bisogno del Cavalier
Mostardo, ricordate che Mostardo ha un debito con voi.
— Un debito? E quale debito?...
— Sì, quello di avervi offeso nelle parti vereconde, salvo sempre il
vostro pudore! Dunque se può occorrervi qualche cosa, sapete dove sto.
— Grazie! — rispose Ildebrando dei conti Poldi. — Tante grazie.
— Ed ora addio. E state attento, con la gente che batte in queste notti
le campagne! Volete un mio consiglio disinteressato?
— Dite.
— Prendete su il vostro trent'uno e filate verso casa. E cercate di
seguire le vie traverse perchè, e Dio non voglia, se vi incontrate con
la compagnia di Bucalosso o con quella di Borgnini, possono essere guai
seri. Un Cavalier Mostardo non lo trovate mica dappertutto!
— Lo so.
— Allora vi saluto e... prudenza!
— Buonanotte.
Prima fu Mostardo a salire in bicicletta poi gli altri si avviarono
dietro il duce, non senza prima aver lanciato un saluto al conte
Ildebrando.
Questi per un attimo restò solo, la mano sulla sua ferita, fermo
sul margine di un fosso; poi, come udì sopraggiungere, da non molto
lontano, un suon di voci, non seppe nè più volle saper niente nè
di terre, nè di grano, nè di comunismo; ma, trovata una inconsueta
agilità, saltò il fosso di un solo balzo, e, forzata la siepe, fuggì a
tutta corsa pei campi come se avesse alle calcagna una muda di molossi.
Conchiuso che fu l'incidente col conte Ildebrando e cessati i commenti
varii sull'impallinatura che aveva convertito il didietro del campione
comunista in una rosa di tiro, la comitiva proseguì in silenzio per
la sua destinata strada e il Cavalier Mostardo battè il passo alla
virtuosa canaglia.
Si erano dilungati dalla città del Capricorno e avevan sentito giungere
sul vento i tocchi della campana della Torre del Comune. Suonava la
mezzanotte.
— Giungeremo in tempo — disse Mostardo.
— Sì, ma saranno tutti a letto! — ribattè il Cieco di Civitella.
— Magari!... Ma non aver paura, chè li troveremo a guardia dell'aia.
La campagna odorava forte. La brezza notturna aumentava la lena dei
pedalatori. Sarebbe stato un bell'andare così, per le strade dei campi,
nella dolce notte di giugno, se il cuore fosse stato in pace, se non si
fosse dovuto pensare ad altro che a godersi quelle ore di vita placida
fra stelle e grilli, in un disteso riposo. Ma era ben altro il compito
di Mostardo ed egli doveva porre, nel suo preventivo di battaglia,
anche la possibilità di buscarsi una bella schioppettata nel petto
e di andarsene via rantolando, verso un qualsiasi fosso ad esalarvi
l'animaccia sua. Quella sua animaccia che aveva sfidato tante volte
la morte nell'America del Sud, in Grecia, in Albania sempre fedele
all'Idea, alla Santa Carabina, all'Umanitarismo.
Libertà, libertà per tutti e abbasso i Troni e gli Altari!
Ah, giovinezza su metereolitica, per le atmosfere delle varie
terre! E perchè aveva voluto combattere per gli altri, perchè si era
offerto disinteressatamente solo per il trionfo dell'Idea, era stato
maltrattato da coloro che avrebber dovuto accoglierlo come un fratello.
Mondo cane! E una volta, sì, aveva steso di traverso due greci, e aveva
stretto la mano a un turco (c'era anche Rigaglia!), ma il turco era un
galantuomo e i due greci avevan preso Mostardo per qualche insensato di
alta montagna.
Be', ma quelli erano altri tempi, altre vicende erano, e si partiva per
morire. Che cosa importava la pelle?... Anche la morte poteva entrare
nella piazza del cuore, allora, ma vestita di bianco, la moscardina! e
avvolta nella bandiera rossa.
Erano i giorni in cui si andava sotto al muso ai questurini a cantare:
_Trento, Trieste!..._
_vogliam marciar!..._
_Trento, Trieste!..._
_vogliam marciar!..._
_Con il focilo!..._
E si marciava, per Bios!... E come si marciava!... Lui si era buscato
tre ferite di prim'ordine e a Rigaglia mancavano due dita della mano
sinistra, un orecchio e un accessorio di cui si farà parola in seguito.
Non occorreva indagare come Rigaglia avesse perduto tali parti della
sua degna persona; il fatto si era che non le aveva più. Aveva seminato
un po' del suo corpo dall'America del Sud alla Albania, sempre a
contraggenio; ma l'aveva seminato. Solo dopo i trent'anni era diventato
quello sporco versipelle che si manteneva tuttavia!
Bene... ma adesso?... I Casaròtt... lo sapeva ben lui che razza di
gente fossero i Casaròtt! Si erano buttati con la _Camera rossa_;
erano socialisti anarcoidi. Bei mezzadri, che non capivano neppure la
necessità economica di rompere il blocco e di separarsi dai braccianti!
— Vuoi stare coi _rossi_? Te ne accorgerai nel dormire!
E fra poco, certo, avrebber dovuto fare un bel fumo perchè erano
schioppettate immancabili.
Alla fin delle fini poi, gli sarebbe importato ben poco; ma Spadarella?
Povera la sua lodoletta, in fondo al bianco giardino fra le torri
medioevali!
Perchè nei punti culminanti della sua vita, quando si avvicinavano le
ore che potevano essere anche quelle che segnano il punto fermo e per
sempre, egli ridiventava lo zio Giovanni, il grande e buono e semplice
zio Giovanni nel giardino della sua piccola bella.
— Bene, se la scamperò — si disse — e se la lotta politica mi darà un
po' di respiro, questo agosto voglio condurla per quindici giorni a
Rimini, chè faccia un po' di bagni di mare, povero uccellino!... E che
canti per la contentezza!... Anzi domani voglio dirglielo... domani
voglio fare colazione con lei...
Frattanto pedalava senza sapere ormai più dove andasse, quando una
voce venne a toglierlo dal suo sognare e a ricondurlo alla dura realtà
dell'ora.
— Mostardo, ci siamo!... — Era il Giovinaccio che aveva parlato.
Il Cavalier Mostardo si riscosse e scese dalla bicicletta.
— Dov'è la casa?
— È laggiù, fra le roveri.
— Va bene. — E rimase un attimo sospeso, chè pensava a un piano di
attacco.
Gli sarebbe convenuto più assalire o parlamentare?
Optò subito per la seconda misura, giudicandola più civile, pur
disponendo gli uomini in modo da esser pronti all'assalto, se il
parlamentare non avesse ottenuto il risultato che si era proposto e
cioè l'intimidazione.
Chiamò i sozii e dette loro l'ordine di appostarsi vicino all'entrata
dell'aia e lungo le siepi della medesima; poi avanzò solo ed entrò
risolutamente non senza guardarsi intorno e tenersi pronto a sparare.
Un gran silenzio. Pareva, in verità, che la famiglia dei Casaròtt fosse
immersa nel sonno più profondo. Muta la casa e buia; neppure il cane
abbaiava. Ciò lo insospettì. Egli sapeva che i Casaròtt avevano un can
da pastore che era una bestia feroce; sapeva che dovevano tenerlo quasi
sempre alla catena per evitare serii guai: ora dov'era il famigerato
Reno, il quadrupede mordace? Era possibile se ne fossero disfatti nei
giorni in cui poteva esser loro più utile? Allora, invece di procedere,
retrocesse tenendosi sempre pronto a sparare e, come fu sull'entrata
dell'aia, gridò:
— O gente?... Uomini della casa?...
Sulle prime non udì risposta; udì ad un tratto, il sordo mugolìo di
Reno e vide gli occhi fosforescenti del cane, fra verdastri e rossigni,
a cinque passi di distanza.
— Va alla cuccia!
Reno gli girava intorno senza abbaiare.
— Uomini della casa?... Chiamate il cane o l'ammazzo!...
Nessuno rispose. Allora Mostardo puntò gli occhi rossi e sparò. Come
era di intesa, al primo risposero gli spari dei sozii. Il fuoco di
fucileria durò qualche secondo. Nonostante tutto l'aia rimase deserta;
la casa muta.
— Per Bios! — pensò Mostardo — Qui vogliono farcela grossa!
Mandò un fischio di intesa; susurrò un:
— Attenti ragazzi!
Ed appena ebbe il tempo di acquattarsi dentro un fosso, che una diecina
di schioppettate gli miaularono intorno. Li avevano presi alle spalle.
Infatti i colpi non arrivavan dall'aia, ma dai campi opposti.
— _Burdell i sl'ha fata!..._ — urlò. — _Dasii sota!_ (Ragazzi ce
l'hanno fatta!... Dateci sotto!).
E incominciò un nutritissimo fuoco di fucileria.
Fu in una pausa che il Cavalier Mostardo udì gridare dalla parte
opposta:
— _L'è Burgnini c'ut saluta_ (È Borgnini che ti saluta!).
Borgnini? E dov'era Bucalosso? E quanti uomini aveva Borgnini a sua
disposizione?
Così pensava, senza interrompere il fuoco di fila, quando la già
ingarbugliata matassa si arruffò ancor più: i Casaròtt incominciarono
a sparare dall'aia. Si trovarono fra due fuochi. Il Cavalier Mostardo
aveva, da parte sua, un uomo fuori combattimento: Giovinaccio, che
era ferito a una spalla. Vide subito il pericolo e prese una decisione
repentina: ritirarsi lungo il fosso in modo da non essere circondato.
Si gettò innanzi per primo.
— Venitemi dietro e non sparate più!
Ma il Giovinaccio non poteva camminare. Se lo caricò sulle spalle. E
via!... In due salti furon lontani un cento metri dalla casa.
— Alt! — comandò Mostardo. — Non vogliamo farci prendere in trappola,
ma non si deve dire che siamo scappati!
Frattanto gli altri continuavano a sparare.
— Si tirano contro! — disse il Cieco di Civitella.
Infatti non poteva essere altrimenti. Il fuoco di fucileria continuava
più nutrito che mai.
— Bene! — gridò Mostardo. — La fortuna ci aiuta. Buttiamoci per i
campi. Il Giovinaccio lo lascieremo qui e verremo a prenderlo dopo. Ti
par di morire? — domandò rivolto al Giovinaccio.
— Morire, no; ma mi brucia!
— Abbi pazienza! Adesso non possiamo curarti. Buttati in fondo al
fosso. Ti hanno fatto un buco?
— Mi hanno ridotto come un setaccio!
— Va là, che non è niente! Aspetta ancora un poco e poi ti curerò io
che sono bravo! Ragazzi andiamo!
Saltarono sulla strada ad uno ad uno, l'attraversaron di corsa, si
gettarono nel fosso opposto, forzarono la siepe ed eccoli nei campi.
C'era un basso filare di viti e di gelsi; vi si ficcaron sotto. Gli
altri sparavano sempre.
— Si ammazzano com'è vero Dio! — disse il Mosca.
Di un subito Mostardo gridò:
— Sono qua! — e si acquattò dietro un gelso. I compagni lo imitarono.
Si vedevano alcune ombre venir innanzi pian piano, quatte quatte,
dietro un filare di olmi e di viti.
Poi si fermarono.
Trascorse qualche minuto nell'incertezza, poi una voce gridò,
dall'altra parte:
— _Ripobblica!_
E Mostardo rispose:
— _Ripobblica!_
Tutti furono in piedi e vicini, in un battibaleno. Era Bucalosso con
i figli suoi. Avevano smarrite le traccie di Borgnini, attraverso ai
campi; ora accorrevano al rumore degli spari. Il Cavalier Mostardo,
a sua volta, raccontò quello che gli era toccato; poi, con Mazzini,
combinarono un nuovo piano di attacco.
Si lanciarono via per le terre arate e le stoppie. Bucalosso cadde e se
la prese con le undicimila vergini del martirologio. I figli lo trasser
su di peso.
— Andiamo, andiamo!
— Fermi tutti! — comandò Mazzini a voce spenta.
Il Cavalier Mostardo ansava forte.
— Te, Libero, e te, Garibaldo, venite con me!
— E noi? — domandò Mostardo.
— Lasciatemi fare.
I tre scomparvero nel buio, agili e presti. Si udiva un sommesso
parlucchiare e qualche lamento. Erano i feriti della parte rossa che si
era mitragliata a poche diecine di metri: da una siepe a un'aia.
Ora i sozii attendevano l'esito dell'iniziativa di Mazzini e una certa
ansietà era in tutti. Non sapevano come la faccenda si sarebbe risolta
e si tenevano, comunque fosse, pronti all'offesa o alla difesa.
— Che cosa vorrà fare? — domandò Mostardo.
In quel punto si udì un urlo, uno sparo e un busso di piedi che si
allontanavano in corsa. Poi la voce di Mazzini gridò:
— Correte a darmi mano, ragazzi!
In un impeto subitaneo la massa si lanciò innanzi e superò di un balzo
la breve distanza. Allora si vide un uomo dibattersi nella stretta
poderosa di Mazzini. Le forze non erano pari ma anche il sopraffatto
non era tale da lasciarsi vincere a facil giuoco e, quantunque fosse
prono e abbattuto, tempestava tuttavia in una furia scomposta tentando
disperatamente di resistere alla serrata morsa.
— Presto, datemi mano!
Tre uomini si lanciarono sul riverso e n'ebber ragione in un baleno.
Fu trovata una corda; fu legato a doppie ritorte, poi lo levarono e lo
posero sui suoi piedi.
Allora Mostardo e Bucalosso lo riconobbero: era Borgnini!
Ora l'uomo vinto si attendeva forse il dileggio e la beffa, ma i
_gialli_ voller mostrarsi civili; lo guardarono e non dissero niente;
solo Bucalosso si limitò a sputare.
— Dove sono Libero e Garibaldo?
— Eccoli! — rispose una voce dall'ombra e i due molossi comparvero.
— Che cosa avete fatto?
— Li abbiam fatti scappare.
— Senza _sacrifizi_?
— Io non lo so... — rispose Libero.
E Garibaldo:
— Sì, uno!
— Porco Dacco!... — gridò Mostardo. — Lo sapevo. È morto?
— È laggiù! — soggiunse Libero.
— Andiamo a vedere, per Bios!... Lo sapevo!... Me ne dovevate fare una
delle vostre!... E ti avevo pregato, Mazzini!...
Mazzini si strinse nelle spalle. Il Cavaliere riprese, rivolto al Secco:
— Dammi la lanterna.
Se l'ebbe, l'accese e se ne andò per le stoppie. Ed ecco, fra le
stoppie, un uomo riverso che rantolava.
— Porco Dacco, l'hai ammazzato!
Il Cavalier Mostardo si chinò sul ferito e, con lui, Bucalosso che se
ne intendeva. Questi stette un bel po' intento a considerar la cosa,
poi, come ebbe compiuto l'esame, si levò e, passandosi una mano dalla
fronte alla nuca, esclamò, rivolto ai suoi figli:
— _Burdéll, vni a vdè ch'bela curtlè!_ (Ragazzi venite a vedere che
bella coltellata!...).
Così Bucalosso impartiva, ai molossi della sua famiglia, i principi di
una nuova estetica.
Ora dovevano mettere a posto i Casaròtt. Era la cosa principale, nè
Mostardo poteva rinunziarvi. Dalla casa, al di là della strada, non
arrivava voce. Questa volta il Cavaliere non si sarebbe fermato sul
limitare dell'aia: aveva con sè la muda dei molossi.
— Andiamo!
Mazzini gli si pose alle costole e Bucalosso.
Disse al Mosca e al Secco:
— Voi rimanete qui con questo galantuomo — e indicava l'impacchettato
Borgnini. — Se urla mettetegli uno spino nel sedere.
Disse quest'ultima cosa ridendo come se avesse avuto una bella trovata
di nessuna importanza e se ne andò.
Eccoli all'uscio della casa dei Casaròtt. Ormai Reno non poteva più
far paura. Aveva raggiunto Cerbero nel lontanissimo paese delle larve.
Mostardo picchiò ben forte all'uscio.
— Ehi, dalla casa?
Si udì un tramestìo al piano superiore e voci dispente di donne
impaurite.
— Volete aprire o no?
— Volete che vi bruciamo i pagliai? — soggiunse Bucalosso.
— _Vo' stasi zett, babb!_ (Voi state zitto, babbo!) — Ammonì Mazzini.
Una rossa imposta, al piano superiore, si aprì.
— Cosa c'è? — domandò una voce maschia.
— Venite di sotto che vogliamo parlarvi — disse Mostardo.
— Ma che cos'è che volete?
— È meglio veniate di sotto!
L'altro si ritirò e chiuse la finestra bestemmiando.
— Sì, fa il cattivo e poi _vidarai_! — esclamò Bucalosso.
— State zitto, babbo! — riprese Mazzini.
Si udì un passo per le scale, poi i serrami dell'uscio venner rimossi.
Giungeva sempre, dall'interno, il fiottìo delle femmine terrorizzate.
L'uscio si aprì e apparve Giuseppe di Casaròtt, il capoccio.
Era un omone nero e squadrato a disgrazia, con certe mani scimmiesche
ed irsute da sembrar arnesi da fucina.
Egli non appariva nè turbato, nè intimidito. Sostava da padrone sulla
soglia di casa sua, guardando i sopraggiunti più con aria di sfida che
con remissione. Fu il primo a parlare.
— Be' che cosa volete?... Che cosa avete da dirmi?
— Non ci conoscete? — domandò a sua volta Mostardo.
— C'è poco da conoscere!... Che cos'è che volete?
— Non importa alziate la voce. Sarà meglio per voi se vorrete ragionare.
— Allora ragioniamo!
— _Jusèf_, voi non siete dei nostri e avete torto... — riprese Mostardo.
— Che cosa vuol dir questo? — fece l'irsuto.
— Vuol dire che siete un contadino e che non lavorate per il vostro
bene.
— Perchè?
— Perchè state coi _rossi_ e i _rossi_ non possono fare il vostro
interesse. Scusate, Jusèf, voi non siete nato ieri, non è vero? E
allora perchè non voler capire che i socialisti vogliono distruggere la
classe dei contadini?
— Questo lo dite voi!
— Lo dice chi ne capisce più di te e di me che siamo due ignoranti.
_Povr'insansé!_ Povero insensato, ma non vedi che vogliono distruggere
la mezzadria per avervi in mano tutti quanti?... Non lo vedi?... Domani
se dai retta ai _rossi_ perderai il _fondo_ e diventerai un bracciante
come tutti gli altri, un salariato!
— Non è vero!
— Bella risposta! Cosa vuol dir — non è vero? — Vuoi saperne più di me,
tu che hai tenuta sempre la zappa fra le mani?
— Verrà anche la mia volta!
— Sicuro! Che cosa ti credi di poter fare, il vescovo, domani?
— Farò quello che devo fare contro i signori!
— Questa è un'altra faccenda! Tu adesso parli di giustizia. Per i
signori siamo d'accordo tutti quanti. Ma oggi come oggi...
L'irsuto lo interruppe bruscamente:
— Ma vorreste forse farmi cambiare gabbana?
— Si parla per il vostro bene — fece Mazzini.
— Al mio bene ci penso io.
— Ma non capisci niente! — replicò Mostardo.
— Peggio per me. Avete finito?
— Dammi retta, Giuseppe... — ora non lo chiamava più dialettalmente,
per dare alle parole un valore più cattedratico — non fare il
testardo...
— O volete saperla?... — scattò a dire l'irsuto — Io faccio quel che mi
pare e batterò il mio grano con le macchine _rosse_!
— Ah, è così che parli? — ribattè Mostardo pien di veleno — E allora
vedremo se ci riuscirai!
— Nella mia aia comando io!
— _Bum!_ — fece in coro la compagnia dei molossi!
— Ed io ti dico — riprese Mostardo — che se una macchina rossa entra
nella tua aia, tu vai a ridere con le lucertole nel camposanto.
— State attento di non arrivarci prima voi!
— Non aver paura, galantuomo!
— _Vói, burdèll!_... (Ehi, ragazzo!...) — gridò Bucalosso e si era
già scagliato all'assalto; ma l'altro fu pronto a serrare la porta
e a barricarsi dentro. Si levò un coro di contumelie all'indirizzo
di Jusèf. Bucalosso propose di appiccare il fuoco a tutti i pagliai.
Mostardo non volle. Attraversarono l'aia; ritornarono dove li
attendevano gli altri sozii. Come ebbero superata la siepe, furono
colpiti da un lamento sommesso; però chi vi pose mente fu Mostardo.
Arrivato al punto di sosta della brigata, non tardò ad accorgersi
che chi si lamentava non era altri che l'impacchettato e cioè il suo
avversario politico e nemico acerrimo Epaminonda Borgnini. Gli si
accostò e chiese ai presenti:
— Che cos'ha fatto?... Perchè si lamenta?