— Oh, buongiorno, padron Giovanni!
Gerolamo si terse le mani ai panni. Disse:
— Molto presto?... Si è levato a buon'ora, stamattina!...
— Avete visto Spadarella? — domandò Mostardo.
— Era là adesso — fece Stefano. — Però non so se sia uscita.
— E Spina Rosa?...
— È alla messa — rispose Gerolamo.
Mostardo guardò per il giardino; chiamò ancora:
— Spadarella?...
Due rondini sfiorarono i roseti e si udì il loro strido.
— Vada a vedere se è in casa — disse Gerolamo.
— Credo sia uscita. Era là adesso — fece Stefano. E ripresero il
lavoro, vicino alle serre, nella grande zona azzurra dell'ombra
mattinale.
Mostardo si diresse alla casa bianca e guardava le aiuole ben tenute
e i garofani e i gerani rossi. Come giunse innanzi alla casa vide,
presso la porta, una sedia e, sopravi, un libro aperto. Certo si era
levata come avevano detto i due vecchi. Entrò, sbirciò per le porte.
Sul tavolo della cucina c'era una provvista di ortaggi e di frutta e la
brace, fra gli alari.
— E dove sarà? — fece Mostardo.
Ma ecco una corsa nel giardino e la voce di lei:
— Zio?... Zio?...
Perchè quando si hanno cinquantacinque anni, e non si è vecchi ancora,
due cose entran nel core con gran furia gioiosa: il mattino e la
giovinezza. Le strade si abbreviano allora; ogni giorno reca il segno
del confine, ed anche la più grossolana materialità non supera la
malinconia, talvolta, e l'ombra della inutilità.
Ed ecco, se ancora c'è un usciuolo ed un pertugio per un occhio di
sole, la buia stanza si illumina, s'empie di vastità, fa gran festa.
Oh, campane di gioia nelle contrade del mattino! I giovani non sono con
voi, strepitano e sognano le lunghe strade... voi cantate per colui che
discende l'opposta riva.
L'uomo compiuto! Per nessuno, come per lui, ridono i ruscelli
e s'illumina il mondo; nessuno, in tanta dolcezza d'amore vive
e compenetra. Egli è fermo... aspetta!... Ormai ha saputo... ma
niente!... Niente più di un silenzio. Ed ecco che può ascoltarvi,
campane e giovinezze! E sostare come un pellegrino innanzi alla purità
vostra.
Il gigante si fermò sulla porta come un fanciullo contento, che ride.
Ella correva nel giardino. Una nube attraverso alle foglie.
Sentì i baci di Spadarella e le sue braccia che gli cingevano il collo.
— Dove sei stata?
— Ero nella strada. Aspettavo Spina Rosa. E tu zio?... Rimani con
noi?... Pranzi con noi?...
— Ne parleremo.
— Hai molto da fare, zio?...
Egli non era veramente nè zio nè parente di lei, ma l'affetto aveva
creata la parentela e il piccolo nome dolce. Perchè Mostardo tramutava
vicino alla piccola, ed era solamente Giovanni: un Casadei fra i tanti
nati da nessuno.
La sua Romagna battagliera, eccessiva, strepitosa si rifugiava fra le
cose serie, svaniva per un piccolo lume. Egli doventava un uomo con la
sua bambina: lo zio Giovanni!
— Vuoi una tazza di caffè, zio?
— Grazie.
Entrarono nella cucina.
— Qui, no!... Aspettami in salotto.
— Va'... non fare storie, Spadarella!... Qui si sta bene!
Entrò Girolamo.
— Signorina... c'è gente in giardino.
— Che gente?...
— Vogliono dei fiori...
— Servili.
— Stefano dice che Spina Rosa ha detto...
— Be'?
— Sa?... le ghirlande per don Petronio?... Fiori non ce n'è...
— Allora non ce n'è!...
Girolamo ristette incerto come se la cosa non gli sembrasse risoluta,
poi si volse e uscì senza aggiungere altro.
— Si è convinto! — fece Spadarella e rise. — Sai che ce ne vuole,
zio, a far entrare qualcosa in quelle teste!... E sono uguali come
due fratelli. Non sanno le vie spiccie. Stanno a parlare per ore, di
niente, non si decidono mai. Tu li sentissi con Spina Rosa... Quanto
zucchero, zio?
— Poco...
— E tu hai deciso?...
— Che cosa?
— Rimani?
— A questo penseremo. Adesso va a vestirti.
Spadarella si accostò. Gli occhi suoi si fecer più grandi; la sua
giovinezza vi si raccolse, risplendè della sua gioia.
— Dove andiamo?...
— Vedrai!
— Debbo vestirmi bene?...
Mostardo posò la tazza, guardò la giovinetta.
— Sì... fatti bella!...
Ella non disse niente, gli dette un gran bacio, fuggì.
Eccola di sopra, nelle sue stanze chiare. Pesticchiava su e giù.
Correva; forse dall'armadio allo specchio.
I pensieri di lui, i gravi pensieri vestiti di nero, se ne andavano
ad aspettarlo altrove. La trebbiatura, i manigoldi fatti venir di
lontano, i pattuglioni, le difese, l'onorevole, il compito politico, la
candidatura, il potere, tutto era scialbo ed inutile in quel mattino.
Egli era lo zio Giovanni, in casa della sua bambina. Ed anche la sua
larga faccia e i mustacchi avevano un'aria diversa: avevano la rotonda
beatitudine del nido... per due occhi in pace!
Il sole e un pesco pensavano alla finestra ch'egli aveva innanzi. Sulla
tavola e sul muro bianco tremavano ombre di foglie... Su, nella stanza
chiara, Spadarella cantava.
_Viveva un tempo, in Normandia,_
_un prénce illustre pel suo valor..._
Un motivo vecchio come gli anni di lui; un'opera ormai dimenticata.
Che bella, che fresca voce!... Anche Girolamo e Lorenzo si levarono sul
torso nodoso, un po' gobbi, e Lorenzo disse:
— È lei!...
Girolamo si asciugò la fronte e disse:
— Mi pare un angelo!
Poi piegaron la testa, silenziosi, appoggiati alla vanga come se una
preghiera senza nome scendesse in loro dal cuor del mattino.
Spina Rosa entrò in cucina senza far rumore e trovò Mostardo seduto
contro la tavola, la faccia fra le mani e gli occhi smarriti contro la
finestra. Il canto continuava tuttavia.
Quando Mostardo intravide Spina Rosa, non si mosse ma sussurrò:
— La sentite?...
— È un angelo!... — disse Spina Rosa. E si tolse lo scialle nero entro
il quale si era nascosta la testa e la fronte come in un'ombra mistica.
— Chi l'ha sentita — riprese —, si meraviglia perchè non la fate
studiare. Con la voce che ha, padron Giovanni, con la voce che ha!...
Pensate!...
— E siete voi che dite questo?... — fece Mostardo senza muoversi.
— Anche lei si strugge. Vorrebbe dirvelo e non si azzarda.
— Ma non sta bene così?... Perchè cantare?... Ha il suo giardino... la
sua casa... non le manca niente...
— E quando noi saremo morti?...
— Eh!... di qui a allora!... Poi non prenderà marito?...
— Non ne vuole.
— Sicuro!... A quest'ora avrà già l'amoroso!...
— Non lo dite, padron Giovanni!... Una figliola così...
— Ma cosa volete chiacchierare!... Una figliola così non ne avrà
uno, ne avrà dieci!... È troppo bella. Li vorreste aver voi che siete
vecchia?... Intendiamoci bene — soggiunse — del male non ne farà... ne
son troppo sicuro.
— Non ci mancherebbe altro! — fece Spina Rosa.
— ... del male non ne farà!... La conosco bene. Però... mandarla sul
teatro... no... non mi entra in testa!
— E se fosse la sua vocazione?...
— Se proprio fosse la sua vocazione. Ma scommetto che siete voi,
vecchia matta, che le mettete in mente certe idee.
— Non è un tesoro che si perde? — domandò Spina Rosa rivolgendosi. —
Non potrebbe diventare una signora?... Guardate quelli che cantano,
quanti soldi si sono messi da parte.
— Sì, ma il resto lo perdono!... Specialmente le donne.
— Per la mia Spadarella sarei sicura!
— Sicuri non si può essere mai, vecchia! Le occasioni sono le occasioni
e... una bambina come quella!... Cosa ne dite voi, Spina Rosa?... Siete
stata giovane anche voi!...
— Io non ho conosciuto che il mio povero uomo...
— Va bene, ma intanto l'avete conosciuto. E basta incominciarle
certe conoscenze!... Poi voi eravate brutta, mi ricordo, e Spadarella
potrebbe stare sugli altari... potrebbe stare!... Mi minchionate?...
Farla cantare!...
— Le darete un gran dispiacere, padron Giovanni!...
Mostardo non rispose. Si volse a guardar la finestra, pensoso.
Soggiunse come parlasse a sè stesso:
— Poi bisognerebbe mandarla via...
Spina Rosa non rispose.
— Qui non si studia... — continuò. — Bisognerebbe mandarla a Pesaro...
sola... e noi potremmo star tranquilli che non la vedremmo più...
— Perchè?... — fece timidamente Spina Rosa.
Mostardo alzò la voce questa volta, irritato:
— Perchè?... Ma vorreste andarle dietro voi, forse? O io?... Vorreste
proprio finire i vostri giorni sul teatro, vecchia matta?...
Spina Rosa si spaventò, si fece il segno della croce e disse:
— Dio me ne guardi!
— Vedete che ho ragione?... — soggiunse Mostardo. E tacque, ma non era
soddisfatto. Combattuto fra i dubbi, le gambe accavallate, batteva con
un piede il ritmo a una sua solfa interiore.
— Già... facevo meglio a non venire!... — borbottò. Ma Spadarella era
entrata e aveva udito. Domandò accostandosi:
— Perchè, zio?...
— Ah, siete qui! — fece Mostardo. — Allora avrete sentito quello che
abbiamo detto.
Spadarella allargò gli occhi in volto a Spina Rosa in una domanda muta.
L'essere trattata col voi le indicava una burrasca nell'animo dello zio
Giovanni. Spina Rosa, timorata, le fe' cenno di tacere.
— Non fatevi tanti segni! Io vedo tutto! — disse Mostardo. Poi come
vide un poco impallidire il viso della sua piccola, si levò, se la
trasse fra le braccia.
— E adesso che cosa avete ancora?... Perchè fate quegli occhi?... Vi
ho sentita cantare... Vi ho sentita!... Avete una bella voce e... so
tutto!
— Che cosa sai, zio?... — e l'ansia era in quegli occhi mattutini.
— Non fatemi inquietare ancora! Ma bisognerà parlarne!
— Di che? — domandò Spadarella e guardava Spina Rosa, ostinatamente
muta presso i suoi fornelli.
— A Pesaro, no! Ve lo dico subito; a Pesaro no!... Ma cercheremo di
trovarvi un maestro qui!...
Poco dopo se ne andarono attraverso il giardino e passarono dalle
vecchie serre, sotto il nido delle rondini.
Invece di uno, le comprò tre vestiti e anche voleva comprarle tre
ombrelli da sole se Spadarella non si fosse opposta.
La gente li salutava; la gente si fermava a guardarli, e i giovani
potevan dire:
— Come si è fatta bella!... — ma niente più perchè c'era Mostardo. E
si sapeva che il Cavaliere, quand'era con Spadarella, non ammetteva
complimenti, apprezzamenti e investigazioni. Una volta aveva scrollato
un giovinetto e un'altra volta un uomo. Sempre senza dir niente. Una
scrollatina contro il muro e i galanti se ne erano iti malconci e
pesti. La sua forza era prodigiosa e lo si sapeva. Chiacchiere nessuna.
Si prende l'impertinente e lo si accosta al muro con una certa violenza
poi lo si lascia andare pel suo destino. Così s'impara a vivere. Questo
lo si fa per tre volte forse. Dopo non ce n'è più bisogno. Perchè la
gente è ragionevole e si convince.
Quando passava Mostardo con Spadarella, gli occhi sì, parlavano, ma gli
occhi solamente.
Spadarella guardava sempre diritto.
E bella, era, come la luna nuova fra i giovani peschi e come una
fontanella nell'agosto bruciato. Pareva muovesse la frescura come il
mattino. Pari a una nuvola sola, bianchissima. Attraversa il cielo
sopra la terra che guarda.
Sottile e forte. Tipo certo di Romagna. La sua castità era ridente.
Vergine consapevole senza stolte finzioni.
Spadarella, il gladïolo dei grani. _Gladïolus vulgaris_ dice la
scienza; ma i nostri uomini dei campi presero il nome dalla sua forma:
_spadarell_.
Così ella si chiamò come il piccolo gladïolo e un po' selvatica era con
coloro che non le andavano a genio.
Un grande amore per lo zio Giovanni e fasci di speranze proiettati
nell'avvenire. Gioia piena e costumanze semplici. Come le piante del
suo giardino. Non poteva amare perchè non s'era ferma a un porto.
C'era, negli occhi suoi, la lusinga delle belle creature. E se cantava,
il fondo passionale della sua razza metteva nella bella voce un fascino
caldo e avvincente, una malia di indefinibili sogni e di amore. Questo,
in Romagna, si apprezza più che un tesoro, più che danaro contante.
La gente rude e battagliera, la gente pratica ama e si esalta nel
canto, nel canto coglie il suo sogno e il suo amore, vuole questo ed
apre i forzieri e gli entusiasmi travolgenti per una bianca gola di
rosignolo. Morire non importa: cantare bisogna! E anche dal fondo
malinconico della razza nasce tale passione come un ponte verso un
oblio. Al di là di tutto!
Spadarella sapeva la sua virtù grande; non per niente vedeva anche
i due vecchi levarsi dal lavoro per ascoltare tutti curvi finch'ella
cantasse. E la loro fronte era più serena.
Ripassarono nel giardino, presso le vecchie serre, sotto il nido delle
rondini.
Spadarella era carica di doni e a Mostardo pareva di non averle dato
niente.
A mezzo il giardino videro una signora bionda che conversava con Spina
Rosa.
Il Cavalier Mostardo ebbe un moto di sorpresa e fece un profondo saluto.
— Chi è quella signora?...
— Ah... niente!...
— La conosci?
— Sì.
— E non sai come si chiama?...
— Mi pare di non ricordarmi...
— Si chiama Ninon Fauvétte.
— Guarda!...
— Ed è dama di compagnia...
— ... della marchesa Alerama, lo so! Bella donna, è vero?...
— Ma è vecchia!...
— Vecchia?... Cosa dici?... Al massimo avrà trentacinque anni!...
Sì, ma Spadarella ne aveva diciassette! Non era possibile
l'apprezzamento da parte sua.
Non dissero altro; ma il Cavalier Mostardo era pensieroso.
La signora bionda non aveva comprato fiori. Che era venuta a fare nel
giardino?... e che cosa aveva detto a Spina Rosa?...