CAPITOLO V.

_Ed ecco che il buon gigante ridiventa lo zio Giovanni, nel giardino di

Spadarella._

Rigaglia passeggiava nel cortile.

_Tok... tok... tok... tok!..._

Il Cavalier Mostardo non aprì gli occhi ma vide il lume dell'alba e il

suo nemico domestico. Ecco un tonfo sordo di scarponi ferrati, giù,

nel cortile: la sua sveglia quotidiana. E pensare che egli poteva

dirsi ormai una persona perbene e aveva tuttavia alle costole quel

giannizzero!... E disfarsene non poteva.

Il passo si avvicinò. Rigaglia bussava alla porta.

— Chi è?

— Io.

— Che cosa vuoi?...

— Oggi è lunedì. Andiamo al mercato?

— Ma va all'inferno!...

Rigaglia non parlò più. Ristette un poco e poi si udì ancora, e questa

volta per l'entrata, un:

_Tok... tok... tok... tok!... _ Il suono dei suoi scarponi fenati.

Tornò il silenzio. Mostardo volle saper l'ora. Erano le quattro e il

sole era sui tetti. Da uomo sollecito non pensò a riprender sonno,

pensò:

— Ora vado da Spadarella! O la trovo nel giardino o la desto.

Volle cominciare serenamente; dimenticare, per un mattino, la lotta che

doveva sostenere.

Aveva nel pollaio (anzi era Rigaglia che lo manteneva) un maledetto

gallo; un gallo rosso con due occhi da straniero. Mostardo aveva visto

una volta, nel patrio zuccherificio, uno straniero che aveva gli occhi

del suo gallo. Tondi e impertinenti. Per quell'uomo il mondo era un

pollaio. L'uovo gli apparteneva ancora più della gallina.

Era disceso da un paese lontano a insegnar l'arte di cavar zucchero

dalle barbabietole e trattava gli operai della Città del Capricorno

come ottentotti e bassi zulù. E quest'uomo tuonava nella sua parlata

da raffreddore. Tuonava e camminava con gli stessi piedi di Rigaglia,

molto grandi e solidi. Ma il passo dello straniero era vasto. Fra gamba

e gamba ci passava il mondo.

Se ne era andato presto perchè, in Romagna, non faceva fortuna; ma a

Mostardo era rimasto, a ricordarglielo, il gallo rosso. E cantava con

gola da fliscorno in tutte le ore del giorno. Nel mondo c'era solamente

lui, il gallo, il divin tabernacolo del seme!...

Anche l'invitta bestia era una passione di Rigaglia tanto che al

Cavaliere non era riuscito mai di farle fare la nobile fine che spetta

ad ogni domestico volatile.

Ed ecco che cantava. Mostardo aprì la finestra. Era là impalato,

con quel suo petto da vecchia tartana, la cresta a parafulmini e i

bargigli... due enormi bargigli come se portasse il suo sesso sotto la

gola!... Si arrotò gli speroni e raspò.

— Va là, brutta bestia — gridò Mostardo. — Te la farò fare io la fine

che ti meriti!...

E si ritrasse.

Ora questo gallo si chiamava Francesco.

Il giardino di Spadarella.

La porticciuola si apriva nel muro di cinta, vicina a una torre

medioevale.

Siccome le case digradavano intorno ed erano, le più prossime, a un

solo piano, una corona di torri e di campanili campeggiava nel cielo.

Al centro il giardino con la sua casa bianca.

Mostardo entrò e si accorse alla prima occhiata che Spadarella non

c'era.

— Spadarella?...

Nessuno rispose, ma la casa era aperta. Vicino alle serre lavoravano

due uomini: Gerolamo e Stefano, i vecchi giardinieri. Mostardo si

diresse a loro:

— Buongiorno, gente!...

Il Cavalier Mostardo · 第 14 / 72 题