CAPITOLO VI.

_Qui si vede Bucalosso, dragon di Romagna._

Bucalosso non era di nobile origine; ci duole per i cuori adorni, ma la

colpa non era sua nè nostra. D'altra parte lo stesso nome lo rivela:

Bucalosso. Dal qual nome si potrebbe anche arguire ch'egli avesse

non ignobile parte in qualche sala anatomica; ed infatti di anatomia

si intendeva, ma alla pratica, per le quotidiane contingenze. Era un

sezionatore di gran vaglia, ma non si esercitava sui bipedi, preferiva

i quadrupedi.

Quaranta, de' suoi cinquant'anni, li aveva spesi al macello: ecco

tutto. Tale professione necessaria, perchè l'umanità nobilissima tanto

più si eleva nello spirito del mondo quanto più si sazia di carne, lo

aveva fatto torvo. Quadrato e muscoloso, anche, come tutti gli uomini

dell'arte sua.

Ora nella Città del Capricorno, Bucalosso era una istituzione, insieme

ai figli. Ne aveva sei: Libero di Bucalosso, Alvaro detto Tripoli,

il Cagnaccio, Mazzini detto la Vigna, Danton detto il Pantalone e

Garibaldo. Quest'ultimo era biondo mentre tutti gli altri erano neri.

Strano! Il figlio biondo di Bucalosso aveva anche, nelle fattezze,

qualcosa del Cavaliere dell'Umanità. Si spiegava il fatto col dire che

la madre di lui, Angelica (oh, povera fante nel covo dei molossi!),

avesse avuto, durante la lunga e laboriosa gestazione, sempre innanzi

agli occhi una oleografia del Duce leonino. Il figlio nascituro si

era venuto foggiando su tale immagine per un misterioso processo di

assorbimento quotidiano. Cosa ammissibile anche questa. Così si possono

riprodurre i grandi uomini.

Però la cosa non era indiscussa. Le donnacole petulanti avevano

un'altra versione molto meno originale, nella quale il processo di

assorbimento subiva una lieve sfumatura. Si sarebbe trattato di una

facezia sentimentale della povera fante Angelica, dimessa madre. Questa

_avrebbe fatto uno sbaglio_. Lo sbaglio di un'ora solamente, come un

pisolino. Ma Garibaldo aspettava appunto quel pisolino perchè Angelica

era feconda. Quando si dice la fatalità!... Ella conosceva un uomo;

quest'uomo un giorno di agosto, era entrato da lei per dissetarsi e si

era dissetato come è umano che avvenga. Poi aveva varcata la soglia

per sempre; ma, dietro di lui, era rimasto il germe di un fantolino.

Naturalmente Bucalosso non aveva mai sospettato neppur l'ombra di

una simile facezia chè, altrimenti, la povera Angelica, umilissima

fante, avrebbe saputo le vie senza ritorno. Bucalosso era di coscienza

intemerata e bastava dicesse: — Voi siete una donna!... — per aver

detto tutto. Ora, nonostante la deviazione di Garibaldo, il biondo,

Bucalosso era ugualmente una istituzione e a nessuno sarebbe mai

passato per la mente di fargli osservare che fra i suoi figli c'era

un dubbio. Guai al maligno!... Bucalosso aveva la tempra delle sue

coltella e ricamava, il virtuoso anatomico! Si diceva ch'egli avesse

dispensato venti _occhielli_ fra amici e nemici e sempre l'aveva

passata liscia. I giudici si lamentavano dell'omertà romagnola, ma

bisogna pensare che Bucalosso aveva, ne' suoi figli, sei aiutanti.

Il solo che avesse potuto affrontarlo ed accusarlo era il Cavalier

Mostardo, ma Bucalosso, con ogni mezzo, aveva tentato e tentava di

farselo amico. Poi erano repubblicani ambidue.

Vestito per bene: la camicia nera e molle, una gran sciarpa rossa,

il cappelluccio a cencio (_sgumarlîn_ si chiama pittorescamente in

Romagna) lanciato fra la nuca e l'orecchio come un accessorio birbante,

una giacchettina a scacchi, rossa e marrone, un nerbo di bue e cinque

anelli nelle grosse dita, senza considerare la catena dell'orologio,

tutta d'oro massiccio, Bucalosso si presentò alla casa di Mostardo.

La porta era aperta. Entrò e attraversò il cortile. Trovò Rigaglia

sulle scale.

— Dove andate?

— Dal _patrone_.

— Mi ha detto di non far passare nessuno.

— _Chévat di lè!_ (Togliti di lì!).

Nel gesto che fece Bucalosso per scansare Rigaglia, tutti i cinque

anelli mandarono un bagliore vivissimo. Erano brillanti. Migliaia

di lire sulle dita di un uomo. Linguaggio chiaro; manifestazione

imperativa di ricchezza. Ed anche di questo, Bucalosso, era

soddisfatto.

Rigaglia notò lo scintillìo e si ritrasse.

— _Orco, ch' fugarèna!_... (Caspita, che fiammata!...) — disse fra sè.

E Bucalosso salì le scale.

Non bisogna creder ch'egli, a quando a quando, non si guardasse le

dita. I suoi brillanti erano come il vino e la paprica al suo cuore e

li adorava pensando alla gente. Infatti la maggior parte degli uomini

ha le dita disadorne.

— Si può?

Mostardo rispose male dal di dentro, ma credeva fosse Rigaglia.

— No... sono io... Bucalosso!...

Mostardo aprì e riempì di sè stesso il vano della porta.

— Ah!... siete voi, Bucalosso!... Venite avanti.

L'uno qui e l'altro là, seduti in differenti pose: il primo da signore,

l'altro da così così.

Si guardarono.

— _As truvên sémpar par la ripobblica!_ — incominciò Bucalosso in

dialetto. Poi si corresse: — _Si truviame sempri per la ripobblica!_...

— Cosa c'è di nuovo?... — domandò Mostardo senza concedersi all'ospite.

— _Av'e' dmand a vo'!... Lu domando a vogli!_ — rispose Bucalosso

riprendendosi in correttissimo italiano, come al solito.

— A me?

— Sicuro! Ieri sera Mazzini... _mo sé, la Vegna!_... La Vigna, il mio

_bastardo_!...[2] (_Un's ciáma Mazzini?_... Non si _ciama_ Mazzini?...)

Ieri viene a casa _e fa e dice_: — _Bab, uv zerca Zvan_... _vi

zierca Giuvàni_... _A' fazz me_... _fazzo_ io: — L'hai _viduto_?...

— _Mo inveci l'era il depotato_ che gli aveva detto che _vinissi a

ciaccarare_ con voi.

Mostardo aggrottò la faccia.

— Dite sul serio?...

— Altro!...

Francesco cantava nel cortile, il gallo Francesco.

— Io credo che la Vigna avesse bevuto! — fece Mostardo.

— Mazzini non beve!... _L'è innamuré int' l'acqua_... è innamorato

dell'acqua.

Poi siccome Mostardo dimostrava di non gradire troppo la presenza

dell'ospite policromo, questi soggiunse:

— Del resto _anca me_ sono buono a _quaicosa_!

— Siete buono a troppa roba, voi!

La frase risoluta fu scagliata come una pietra sul capo dell'assalitore.

— E siete anche un guastamestieri! — aggiunse Mostardo.

— Perchè?... — Bucalosso faceva gli occhi piccini della umiltà curiosa.

— A fidarsi di voi, c'è da andare diritti in Corte d'Assise!

— Ci sono stato mai? — domandò Bucalosso.

— Avete avuto fortuna.

— Ma ci sono stato mai?... — ribattè il cocciuto. — _Bsogna guardér a

quest!_ Bisogna guardare a questo!...

— Bé!... Ma io non ho niente da farvi fare!...

Bucalosso aveva la fronte ampia come un righello; qualche centimetro

quadro, senza contare il cuoio capelluto, ragion per la quale le

sue sensazioni si perdevano nel medesimo e tardavano a manifestarsi

nell'indice dell'umana nobiltà. Questa volta però il dolore del reciso

rifiuto uscì dalla zona dei capelli e apparve fra le tre grosse rughe

che attraversavano la fronte in tutta la latitudine sua.

— Va bene — disse. — Vuol dire che, se non mi volete, _am srandèll cun

i ross_! Mi _srandello_ coi rossi!...

— Ci ricorderemo anche di questo! — rispose Mostardo e si levò.

Bucalosso afferrò il suo cappelluccio che aveva posato con bel garbo

proprio sulla cima di un ginocchio; lo afferrò e lo fece scomparire nel

gran pugno, sotto l'origemmante filza dei tozzi anelli.

— _Angua d'... mio!_... — Questa volta non tradusse.

Non conveniva spiegare una bestemmia, fermata a mezzo d'altra parte.

Ben altro ribolliva nell'angusta oscurità della sua anima gialla.

Giunse alla porta, la piccola testa quasi sepolta fra le smisurate

spalle in una muscolatura di mostro. Le maniche della giacchettina

scoppiavano pel soverchio contenuto, ma ciò metteva in maggior risalto

gli scacchettini rossi e marroni.

Ah, policrome fantasie birbone!... E vestiti galeotti alle domenicali

condiscendenze!...

Sulla porta si fermò guardandosi le scarpe dalle stringhe verdi. Infilò

il cappelluccio (_e' sgumarlin_) sul nerbo di bue (un bel nerbo alla

copale nera e diritto... Domine giusto!...) e ancora guardò Mostardo.

— Del resto voi non sapete quello che so io!...

— Cosa sapete?...

Bucalosso ritornò.

— _Me a ve dégh parchè a só lièl!_ (Ve lo dico perchè sono leale!)

— Avanti.

— _Al cnusiv Burgnini_... conoscete Borgnini Epaminonda?... _Quel dla

seda?_...

— Il mercante di seta?

— Sicuro. _Hai savùto_ che questa notte Borgnini _mandirà_ in giro _i

suoi vuomini_ a far _pavura_ ai _cuntadèn_!...

— No!...

— _C'an véga piò la faza di mi burdèll!_... Che non _vèga piò la

fazzia_ dei miei _bordelli_!

— E dove li manderà?

— Dalla collina alla valle.

— Troppa roba.

— Sono in _biciacletta_ e _hano_ la _schioppa_!...

Il Cavalier Mostardo si concentrò. La lotta si delineava sempre più

aspra. Ora si ricorreva all'intimidazione. I contadini, presi ad uno

alla volta, non avrebbero certo resistito, si sarebbero compromessi

e Mostardo voleva salvarne sopra tutto la compagine. Non ch'egli

avesse soverchia fede in quella massa statica, ma era questione di

principio. Il principio!... L'idea!... E sebbene nel suo remoto fondo

di uomo onesto e idealista sentisse che anche la nuova battaglia poco

aveva a che fare con le pure fonti alle quali aveva abbeverata la sua

giovinezza, sebbene fosse convinto che _gli uomini della Cattedra_, i

nuovissimi dirigenti del partito facessero quotidiano strazio di quella

repubblica vagheggiata già negli anni come fine supremo, egli non

abbandonava il campo. Taceva ed agiva. Intanto si trattava di rompere

l'odiosa alleanza dei partiti popolari.

L'unione annegava la repubblica nel socialismo.

— Tutto per loro e niente per noi, quei versipelle!... Sì, fratelli!...

Fratelli un corno!... Egli era per le vie separate.

Comunque fosse, bisognava dimostrarsi, data l'occasione, più abili, più

pronti e più forti.

— Va bene — riprese. — E voi dove sarete questa notte?...

Finalmente Bucalosso si sentì fiero e contento.

— Sarò _indove_ mi _mandirete_.

— Mi promettete di non far sciocchezze?...

— _Zvan al savì_... lo sapete... basta la parola!

— Quanti uomini potete avere con voi?

— I miei _bastardi_. Siamo in sette...

— Basteranno?...

— Giovanni!!! — fece Bucalosso.

— Avete la bicicletta?

— Tutti!

— E lo schioppo?

— _Abbiame la schioppa e la biciacletta!_

— Allora ci pensate voi?

— _Quà la mân!_... — esclamò Bucalosso tendendo la sua ceppaia

inanellata.

— Badate che non venga morto qualcuno. È troppo presto, adesso!...

— _A me dsì cun me?_... Me lo _dicete con io_?

— Con voi, sì! Non vi ho detto che non voglio sciocchezze?

Allora Mostardo si levò per accompagnare Bucalosso. Quando furono sulla

porta il Cavaliere disse:

— Vi aspetto domattina, all'alba, quando tornerete dal giro. Prudenza,

eh?...

— Sì, _prudenzia_!... _Mo si l'averano_ loro, _pardio_!...

E si strinsero l'enorme mano dabbene, con relativi anelli.

Il Cavalier Mostardo · 第 16 / 72 题