la Maria gli stava attenta con gli occhi, con gli orecchi, con tutti i
sensi del corpo e dell’anima sua.
— Mio padre è effettivamente, come stavate per dirlo allorchè
v’interruppi, quell’Antonio Grifone, già consigliere....
— Del nostro re Federico morto in Francia sei anni fa. Lo conobbi altra
volta.
— Se lo avete conosciuto, vi sarà anche noto ch’egli fu valente in
campo come ne’ consigli, che in pregi d’ingegno e di cuore non cedeva
al suo sovrano, ch’egli lo amò quanto mai fedel suddito possa amare il
proprio signore. Questa fedeltà serbata costantemente al più sventurato
dei principi fu l’origine d’ogni sciagura del povero padre mio. La è
pure una trista condizione esser fatto consigliere d’un re alla cui
perdita tutte le potenze e piccole e grandi congiurano! Minacciava il
trono de’ nostri monarchi Luigi XII di Francia che, non contento di
riacquistare il ducato di Milano, retaggio di quella tanto rinomata
sua avola Valentina Visconti, volea di più impadronirsi, come fece, del
regno di Napoli, benchè in fin dei conti non abbia saputo conservarsi
nè una cosa nè l’altra. Altre sorde minacce venivano da Ferdinando il
Cattolico che, vagheggiando queste belle contrade, poco si curava di
esterminare un principe aragonese suo congiunto. Chi gli si fingeva
amico non aveva migliori intenzioni per lui. Papa Alessandro VI.... voi
sapete chi era papa Alessandro VI! —
Qui il buon minimo sospirò, poi soggiunse:
— Tirate innanzi, figliuolo, e limitatevi ai fatti senza metterci
riflessioni del vostro.
— Ebbene! papa Alessandro VI, che aveva incoronato Federico nella
chiesa cattedrale di Capua e che lo consigliava a tener fermo contro al
re di Francia, questo papa Alessandro gli chiedeva nel tempo stesso la
mano della sua primogenita per il duca Valentino ch’egli divisava far
re di Napoli mentre l’erede legittimo della corona era tuttavia vivo e
sano.... ci sarebbe rimasto poco, lo so... Sul duca Valentino almeno si
potrà dir qualche cosa?
— Si potrebbe forse, ma capite che non abbiamo tempo da perdere?
— Anche quel volpone di Lodovico il Moro, duca di Milano, consigliava
queste nozze perchè nelle sue cose che piegavano male vedeva una
sponda più sicura nei Borgia che nel povero re Federico. Ah! mio padre,
affezionato alla famiglia de’ suoi naturali sovrani quasi tanto quanto
se ne fosse stato un parente, cui parea quasi che il loro sangue fosse
il suo sangue stesso, se lo sentiva gelar nelle vene alla sola idea che
andasse a confondersi con quello della prostituta Vanozza! —
Qui pure il timorato monaco volse certe occhiate espressive all’insù.
Che cosa esprimessero lo lascio pensare a voi.
— _Piuttosto perdere mille volte la corona_, era mio padre che diceva
così al suo padrone, _che soffrire una tal macchia sul vostro stemma
reale. Piuttosto, maestà, giacchè vedo che non potete nemmeno fidarvi
del vostro parente, più prossimo, il re di Spagna, chiamate in vostro
aiuto il Turco!_ —
Che smorfia fu fatta allora dal povero padre Venanzio! e per dirla
schietta anche senza essere un minimo di san Francesco di Paola
e con tutta la civiltà e la gentilezza che oggidì ha introdotta,
dicono, ne’ suoi dominii il sultano Mahmoud II, chi ne proponesse il
bell’espediente di condurre i Turchi in casa nostra farebbe fare una
smorfia anche a noi.
Avvedutosi Luigi del mal umore suscitato nell’animo del padre Venanzio,
fu presto a citare l’esempio d’altri re di Napoli e del più eroico
di tutti, Manfredi, che avevano adottato in più d’un caso lo stesso
temperamento.
Più dì questa scusa la gran necessità di non perdere il tempo tornò
serena la fronte del minimo che ascoltò il rimanente della narrazione
di Luigi senza interromperla.
La sostanza di essa si riduceva a ciò: che le insinuazioni date dal
padre di Luigi al suo re, saputesi dai grandi personaggi contro ai
quali erano dirette, li voltarono tutti, o tristi o buoni che fossero,
contro del consigliere, perchè la taccia d’avere proposto il partito
di un’alleanza co’ Turchi, oltre all’essere un ottimo pretesto per
perderlo a quegli stessi che ad un caso avrebbero fatto lega ancor col
demonio, era tale da non essere al certo perdonata dal cattolico re di
Spagna nè dal cristianissimo re di Francia. O il re Federico all’atto
di rassegnar la corona dimenticasse il suo fedel servo, o gliel
facessero dimenticare, Antonio Grifone non ebbe più in nessun paese
della cristianità un palmo di terreno ove potesse sicuramente nominarsi
col proprio nome. Quasi non bastassero alla rovina di quello sfortunato
le possenti inimicizie che si era concitate contro, si unirono ad
accusarlo, ad ordir calunnie, ad inventar colpe da lui non immaginate
giammai coloro stessi ch’egli avea beneficati, circostanza che spiega
com’egli fosse divenuto un odiator de’ suoi simili. Fattosi pertanto
credere morto fin da suo figlio, che non avendo in allora maggiore età
di quattordici anni all’incirca veniva educato in un collegio, vagò
qua e là nascondendo il suo vero nome ad ognuno, fuorchè a quel noto
banchiere cui andava consegnando danari per il suo Luigi che li credè
per sì lungo tempo di buon acquisto.
Nel nuovo corso di vita intrapreso il padre di Luigi non credè nè ebbe
l’intenzione di mettersi a capo di una banda d’aggressori. Nei momenti
delle tempeste politiche vi sono sempre stati e vi saranno sempre
ed uomini fanatici ed uomini che, cercando di pescare nel torbido,
fanno lega coi primi. Fu pretesto di una di queste leghe segrete la
chimerica impresa di liberare il duca di Calabria, figlio primogenito
del re Federico, divenuto ostaggio, e ostaggio ben guardato a Madrid,
di Ferdinando il Cattolico già padrone di tutto il reame delle due
Sicilie. In questa congiura entrò gente di tutte le razze e, come
accade sempre, gl’ingannati di buona fede furono in minor numero.
Fu nella classe degli ultimi Antonio Grifone quando entrò capo di
sì sconsigliata lega, che in fine si ridusse ad essere soltanto una
lega di masnadieri, perchè in generale chi non era se non traviato
dall’entusiasmo, vergognato di vedersi associato con uomini scellerati,
battè alla meglio la sua ritirata. Il solo Antonio vi si mantenne,
spinto in parte dal desiderio di esercitar vendette contro ai propri
nemici che erano tanti, in parte dall’ambizione, perchè non furono rari
in que’ giorni gli esempi di capi di scorridori divenuti condottieri
d’eserciti ed onorati dai più alti monarchi; vel rattennero soprattutto
l’odio concetto per gli uomini, l’amore sviscerato del figlio e la
colpevole speranza di arricchirlo con quanto egli chiamava le confische
delle sostanze de’ propri nemici; calcolo tanto più reo ed insensato
che, se bene egli facesse con una certa premura questa distinzione
nelle depredazioni che commetteva, gl’infami suoi seguaci certamente
non la facevano. Era questa la banda di masnadieri che infestava pochi
dì prima la Calabria e contro alla quale valorosamente combatteano e
Luigi e le milizie comandate da lui.
— Io avrei continuato a credermi orfano — così questi proseguiva il suo
racconto — io avrei continuato ad inseguire la banda dei masnadieri
senza immaginarmi mai di portar l’armi contro a mio padre, se una
sera, nel tornarmene dalla casa di Maria, non fossi stato assalito
improvvisamente da un di coloro e se non mi salvava la vita un vecchio
che fu pronto a stender morto a’ miei piedi il mio aggressore. Quel
vecchio, non fu già un mio servo, come ho lasciato credere, quel
vecchio.... ah padre Venanzio!
— Indovino, era vostro padre.
— Egli non potè ristarsi dall’abbracciarmi, dal chiamarmi con que’
cari nomi ond’era solito vezzeggiarmi nell’infanzia, nè io potei non
riconoscerlo ad onta degli anni trascorsi da che non lo avea riveduto.
Ma, oh Dio! perchè non potei in quel punto sbandire da me l’altro
orrido convincimento che mi si affacciò? La figura di lui, le sue
vesti, portavano tutti i tremendi segnali additati nella grida che fu
pubblicata contro al Leone, grida che non si dipartiva da me. Non credo
che lo sdegno celeste possa percuotere più tremendamente uno sciagurato
che col fargli riconoscere in sì orribil momento l’autor de’ suoi
giorni.
— Ma perchè — sclamò tosto il padre Venanzio compreso dal fremito
che una tal considerazione eccitava — perchè non cercar subito di
persuaderlo a quella risoluzione che, da quanto mi apparisce, egli
voleva abbracciare di poi?
— Ah padre! tutti que’ mezzi di persuasione che l’amor di figlio
e l’onore e la disperazione possono suggerire li posi in opera
in quell’istante fatale, e già ero sul punto.... quali trionfi
non riporta un amoroso figlio su la tenerezza paterna?... ero sul
punto di trionfare del cuor di mio padre, quand’egli, accortosi
che sopravvenivano alcuni de’ suoi compagni, mi disse: _Va! fuggi!
continuerò a vegliare per la tua sicurezza. Ti giuro innanzi a Dio che
ci torneremo a vedere._ Il giorno in cui lo rividi fu quello stesso
in cui recitaste il panegirico della Vergine nella valle del Sila. Voi
partiste per Paola. Venni a cercarvi il dì appresso. Il rimanente vi è
noto.
— Basta così, figliuol mio. Voi non cessate intanto di raccomandarvi al
cielo. Quanto a ciò che può dipendere da un uomo....
— Sperate, padre? — si faceva a domandar la Maria.
— Dio è grande, Dio è giusto; dunque si può sperar tutto da lui.
Pregatelo anche voi, buona figliuola; ma per adesso lasciatemi pensare,
lasciatemi fare; quello che mi bisognava sapere lo ho saputo. —
Il padre Venanzio, men guardato a vista degli altri, si ritirò a
scrivere alcune cose, fu veduto dirne altre di sfuggita all’orecchio
della Concezione, tornò a trovarsi co’ due sposi nel momento appunto
in cui tutto era allestito pel viaggio che dovea farsi alla volta di
Cosenza e mentre il luogotenente Quinzio, già in piede, attribuiva
lo svenimento onde fu preso all’essersi partito fin la mattina con la
febbre in dosso, come se nessuno si fosse avveduto de’ suoi stravizzi.
Si posero in uno stesso calesse ben fiancheggiato d’alabardieri i due
sposi, il padre Venanzio ed il luogotenente. Parte perchè la Maria
aveva incolpato soltanto sè medesima d’aver cooperato al travestimento
del Leone, parte perchè l’affaruccio occorso a Quinzio avea sconvolto
alcun poco l’ordine di quell’atto giudiziario, nessuno pensò nè alla
Concezione i cui congedi dalla sua figlia di latte furono teneri sì
ma abbreviati possibilmente dal padre Venanzio, il quale avrà saputo
sicuramente quel che facea, nè a nessun altro individuo di quella casa
rimasta affatto libera dalla presenza molestissima d’ogni e qualunque
individuo spettante al tribunale.
XI.
IL GRAN CAPITANO.
Intantochè i due sposi ed il minimo son costretti ad assaporarsi
tutte le noie d’un viaggio così poco desiderato e fatto nella trista
compagnia di un quarto individuo desiderato anche meno, il leggitore
potrà fare una gita assai più piacevole trasportandosi insieme con
noi nella ridente metropoli del regno delle due Sicilie. Egli non
si aspetti però che lo conduciamo su la maestosa strada di Toledo
e a quella magnifica piazza ove, rimpetto ad un sontuoso tempio
intitolato a san Francesco di Paola, sta la porta maggiore del _Regio
Palazzo_ abbellito nel suo frontispizio da colonnati di granito che
ne sostengono i balconi, da tre ordini di pilastri dorici, ionici e
corinzii posti gli uni su gli altri, da una grande loggia vagamente
ornata di vasi e piramidi che corona l’ultimo di tali ordini e donde
l’occhio estatico può contemplare or quel vasto piano di scintillanti
onde placide sempre e le più care e soavi fra quante ne offra verun
mare dell’universo, or quella formidabile montagna ond’è accarezzato e
minacciato a vicenda il più bel giardino della natura, il più ridente
suolo del mondo. Questa deliziosissima reggia era ancora nella mente
di Dio all’epoca della nostra storia, e il grande personaggio di cui
andiamo ora in traccia avea per sua residenza quello stesso palazzo
di cui si contentarono e il re Federico qui più volte commemorato e
gli Aragonesi suoi predecessori; vale a dire la così detta _Vicaría_,
edifizio vasto del certo e famoso per l’ampiezza e ricchezza delle
sue sale, ma atto ad inspirare malinconia solo a chi pensi che i
sotterranei di esso servivano alle prigioni di stato; laonde le
regali mense s’imbandivano, le cortigianesche brigate s’interteneano
lietamente, le danze dei sovrani s’intrecciavano su le teste di miseri
destinati per la maggior parte all’estremo supplizio.
In una di queste sale stava al termine del suo convito in compagnia
di scelti amici il Gran Capitano, don Gonzalvo di Cordova, vicerè
di Napoli da lui governata a nome di Ferdinando il Cattolico. Della
popolarità, del valore, della saggezza e rettitudine di questo celebre
personaggio abbiamo già fatta menzione; d’altronde i pregi di lui son
troppo autenticati dalla storia perchè accada molto il ripeterli.
Il tramonto della giornata che or descriviamo fu altrettanto lieto per
lui quanto ne era stato tempestoso il mattino; poichè si svegliava
appena quando gli era annunziata una sommossa di tutta la numerosa
guarnigione spagnuola posta sotto i suoi ordini in Napoli. Gli vien
riferito che questa s’innoltra a bandiere spiegate ostilmente alla
volta della _Vicaría_; che vuole investirla, prenderla d’assalto. Solo,
imperterrito, senza chiedere o accettar suggerimento da alcuno, con
quella intrepida prontezza di mente che è la sola consigliera dei forti
nel momento dell’estremo pericolo e che è posseduta unicamente da chi
per altissime imprese giunse a stordire ed a signoreggiare gli animi
della moltitudine, esce di casa, sol cinto della sua spada; s’affaccia
alla massa degli ammutinati. Il più ardito di costoro osa farsegli
incontro con la punta della sua picca voltatagli al petto. Il Gran
Capitano gli ferma il braccio col proprio in atto amichevole e, come se
costui si fosse intertenuto giocherellando sbadatamente, gli dice:
— Amico, non v’addimesticate troppo con quest’arma, chè potreste, non
volendolo, farmi del male. —
Vinti da tanta fiducia, nessun di costoro sa più che cosa dire o che
cosa fare.
— In somma, che avete di bello a contarmi, i miei camerati? — si fa
placidamente ad interrogarli Gonzalvo.
— Gran Capitano, è un mese da che siamo senza paga!
— È un mese da che siamo senza paga! — molt’altre voci in un subito ed
in una volta gridarono.
— Ah! adesso vi siete spiegati — soggiunse con aspetto di tutta
piacevolezza il Gran Capitano. — Io veramente non ci ho colpa e non
ce ne ha nemmeno il vostro e mio buon re che tanto vi ama ed apprezza;
ma capite bene ch’egli non può far tutto da sè, egli che non vede mai
tramontare il sole nella vastità dei dominii a lui conquistati da’ suoi
guerrieri de’ quali voi siete il fiore. Una passeggiera dimenticanza
di qualche suo subalterno avrà ritardato l’arrivo in Napoli di que’
capitali che doveano servire.... Ma non è giusto che voi ne portiate
più a lungo la pena. Posso meglio soffrirla io. Là in quel palazzo,
ove già vi vedo avviati, possedo suppellettili più di quante bastano
per la vostra paga d’un mese. Continuate dunque il vostro cammino; vi
prometto che non vi sarà opposta la menoma resistenza; pagatevi da voi
medesimi, e con questa facoltà che vi concedo sì di buon grado, perchè
si tratta solo d’un mio sagrificio, vi libero dal pericolo di macchiare
i vostri allori con un atto della più nera, della più obbrobriosa
ribellione. —
Le quali ultime parole furono profferite con un aggrottar di fronte
e con tutta la severa energia che sarebbesi addetta a chi avesse
contrapposto a quella masnada un esercito tre volte maggiore di essa.
Nessuno ardì più movere un passo; tutti rimasero svergognati, tutti
abbassarono l’armi.
— Ah lo vedo! — soggiunse allora Gonzalvo con una piacevolezza e,
aggiungiamo, con una tenerezza che non erano punto artefatte — ah
lo vedo! Voi siete sempre gli uomini di Granata e di Taranto, voi
siete sempre i miei eletti, e il punto d’onore è più forte in voi di
qualsiasi patimento. Non soffrirò ciò non ostante che questo patimento
vada più oltre, nè scoccherà il mezzogiorno che la mia cassa privata
non abbia saldato il conto de’ vostri stipendi. —
Fra mille grida di _Viva il Gran Capitano!_ ne furono sino udite altre
di _Ciò non sia mai!_ Ma ciò fu, e i soldati, come potete credere, non
si ribellarono una seconda volta per non voler lasciarsi pagare. Così
ogni tumulto fu dissipato. Con tali arti Gonzalvo manteneva e soldati
e popoli affezionati al suo signore che, per dire la schietta verità,
non se ne mostrò a lui molto grato in appresso. Già non è meraviglia se
il conquistator di Granata non si vide trattato meglio di quanto il fu
quel Cristoforo Colombo che aveva aggiunto un nuovo mondo alla corona
del re cattolico. Ma tiriamo innanzi, chè ciò nella nostra storia non
entra.
Intanto questa giornata terminava giocondissimamente per Gonzalvo che
stava a desco parlando degli eventi di essa co’ suoi amici quando
gli venne annunziata una vecchia spagnuola vestita piuttosto bene,
ancorchè bizzarramente, che facea le più fervide istanze per essere
ammessa ad udienza dal Gran Capitano. Se aggiugnete alla consueta
popolarità di Gonzalvo il buon umore che lo dominava in quel punto, non
penerete a persuadervi ch’egli diede ordine perchè fosse immediatamente
introdotta.
Questa vecchia non mancava di un certo discernimento naturale, ma era
ben poco avvezza a parlare coi grandi, nè si era trovata a petto del
Gran Capitano se non una volta, diciott’anni addietro, in occasione
di una festa battesimale. Pertanto, senza il bisogno urgentissimo che
la stimolava, non avrebbe mai osato chiedere di presentarsi al vicerè
di Napoli, e se bene una pronta ammissione fosse tutto quello ch’ella
poteva e doveva desiderare in quel punto, l’ottenerla più subitanea di
quanto mai si aspettava la scompigliò, perchè ciò non le diede tempo
bastante ad ordinare in sua testa le cose che aveva a dire.
Fra i sorrisi adunque della servitù e dei commensali venne avanti
facendo riverenze per tutti i versi la nostra vecchia che, al suo abito
antico di drappo di seta ornato di merletti non meno antichi, avreste
presa per la statua di una santa in giorno di processione.
— Qual è fra questi signori — ella chiese — sua eccellenza.... o sua
altezza che gli dicano... in somma il vicerè?
— Il vicerè, signora, si dice che sia io. In che cosa posso giovarvi?
— Gli è perchè — rispose la vecchia facendo, nel suo imbarazzo, prime
le cose che avrebbero dovuto esser l’ultime — gli è perchè.... già
vostra altezza saprà che hanno messo dentro il gran capitano.... cioè,
oh perdono, eccellenza! — Sarebbesi detto che la povera donna avesse
udito e inteso sul serio quel certo sarcasmo del Bargilone.
E qui tutti a ridere!
— Eh! già, la mia creatura — soggiunse sorridendo Gonzalvo — io non mi
credea d’esser grande e sapea di non essere stato, come dite voi, messo
dentro.
— Ma io parlo di quel capo d’assassini.
— Oh! nemmen capo d’assassini poi mi credevo.
— Che però non può dirsi nemmen del tutto assassino.
— Ma di costui, che non capisco ora chi sia, sareste per vostra
disgrazia una parente?
— Oh signor no! Lo è ben diventata quella povera ragazza.
— Che ragazza? — domandò il gran contestabile che, credendo omai
d’essersi fatta venire innanzi una pazza fuggita dallo spedale,
cominciava a perdere la pazienza.
— La Maria Solis che vostra eccellenza deve conoscere.
— Aspettate! La figlia forse del mio buon defunto cornetta?
— Quella proprio!
— Ch’io ho tenuta al sacro fonte?
— Ma sicuro!
— E voi.... direi che la vostra fisonomia non mi arriva nuova.
— Non sono la Concezione io, la nudrice della Maria?
— E come se la passa questa mia figlioccia? Ha ad esser venuta ben
grande...
— Grande, bella, buona, brava, spiritosa, e se la passerebbe bene,
ma!... come dicevo poco fa a vostra altezza, la disgrazia di questo
parentado.... Per ciò solo vostra eccellenza mi vede qui.
— Vi vedo, la mia donna, ma finora v’intendo sì poco!
— Santo Dio! Per altro questa lettera del padre Venanzio almeno vostra
altezza l’intenderà.
— Del padre Venanzio! Parlereste mai di quel buon frate che fu
indivisibile compagno ed amico del glorioso Francesco di Paola?
— Di chi altri mai?
— Perchè non darmi questa lettera alla prima?
— È vero; ma nella confusione me n’ero scordata. Bisogna poi compatire,
altezza, una povera vecchia che non ha l’uso di parlare con gran
signori, e di più tribolata dalla più amara delle afflizioni. Ah chi sa
se sono arrivata in tempo! —
Qui la vecchia si diede a piangere a cald’occhi, e il dolore di lei
apparve sì vero e una lettera del padre Venanzio dava tanto peso al suo
messaggio che, dopo aver fatto ridere l’intera brigata, ella divenne
oggetto d’interesse per tutti e principalmente pel Gran Capitano, il
quale, fattala tosto sedere e ordinato che le fossero recati tutti i
ristori di cui potesse abbisognare, si diede a leggere con profonda
attenzione la lettera che il virtuoso minimo gli scrivea.
Dopo aver letto e ponderato quel foglio si alzò in piedi e si mise
a passeggiare su e giù per la sala con due o tre suoi consiglieri
statigli commensali in tal giorno e ne’ quali ponea maggior confidenza.
In questo mezzo la vecchia non fiatava e guardava con tanto d’occhi
ogni gesto, ogni alzare o chiudersi di palpebra, ogni moto delle
labbra del Gran Capitano di cui non potea sentire (e quanto gliene
rincrescea!) le parole.
Poichè Gonzalvo ebbe terminato di deliberare e discutere, tornò alla
vecchia.
— Eccomi a voi, la mia donna.
— Adesso vostra altezza ha ben inteso? — domandò la Concezione che,
confortata da una così cortese accoglienza, avea già ripreso tutto quel
coraggio di cui si sentiva capace.
— Un po’ meglio che dalla vostra esposizione, mia cara creatura.
— E così?
— E così.... questa notte alloggerete qui in casa mia....
— Oh! — la Concezione esclamò.
— Poi domani mattina per tempo vi lascerete vedere da me, e tutto
dipenderà in gran parte dalla prontezza con cui porterete a Cosenza le
lettere che vi consegnerò.
— Madonna santissima! se dipende solo da questo....
— D’altra parte vi fornirò io i mezzi del viaggio perchè possiate farlo
più prestamente.
— Ah quanta carità! ma vostra altezza ha detto una parola che non
finisce di piacermi; ha detto, se non mi sbaglio, _in gran parte_. Per
quei due poveri ragazzi almeno posso stare col mio cuore in pace?
— Per quei due poveri ragazzi spererei potervi fare sicura, semprechè
però arriviate in tempo....
— Ah Signore Iddio, Signore Iddio! perchè non mi fate esser là in
questo momento? Io son pronta a partire anche subito.
— Bisognerà almeno che mi diate il tempo di scrivere.
— E per il vecchio? è ben vero che ha la cattiva guardatura, come
diceva l’astrologa; ma è divenuto il suocero della mia Maria. Per il
vecchio dunque? —
Senza curarsi certo di chiedere schiarimenti nè su la _cattiva
guardatura_ nè su l’_astrologa_, il vicerè le rispose:
— Voi vorreste saper troppo, buona donna. Quando sarete là non
rimarrete più all’oscuro d’alcuna cosa. Intanto vi basti esser certa
che farò di tutto affinchè questo affare imbrogliato si sciolga il
men male che sarà possibile, perchè in fine il re non son io. Intanto
dunque potete ritirarvi; vedete bene che finchè state qui parlando io
non fo nulla.
— Dice pur bene vostra altezza! — e qui, dopo molte genuflessioni,
dirette un po’ più a segno delle prime, la Concezione venne
accompagnata, con tutti i riguardi che le intenzioni manifestate da sì
grande personaggio imponevano, alla stanza assegnatale per alloggio.
Lasceremo che qui ella preghi Dio e che il Gran Capitano disponga
le lettere da consegnarle, e ci trasferiremo a Cosenza ove in questo
intervallo accadono scene d’altra natura.
XII.
CONCLUSIONE.
Giunta al suo destino la nota carovana che vedemmo partirsi dalla valle
del Sila, diverse circostanze erano emerse che, se non migliorarono,
mitigarono alquanto la condizione così del vero reo come de’ due poveri
innocenti che si vedevano implicati sì tremendamente nel suo processo.