società?
— Li fa morire, come io in altri tempi.... se non ho potuto
altrimenti.... le ho fatto morire i suoi. Quanto a me, non cerco
migliore intento. Ma vi prego che ciò sia presto.
— Su l’una delle due cose mi arbitro a dirvi che ci potete contare.
Circa poi al più presto o al men presto, finora, da galantuomo, non
vi posso assicurar nulla. Ma ditemi, signor prigioniero di guerra...
giacchè vi piace essere considerato così.... finchè eravate in tempo
di scegliere, non avreste mo potuto seguire una bandiera un tantino più
accreditata? —
A questa domanda il reo sospirò; si fece anche più pallido nell’aspetto
e il suo volto, disdegnoso poc’anzi, si compose ad un’espressione
affatto patetica quando rispose:
— Io stava per seguire la più nobile di tutte quando i vostri
guardacoste me ne hanno impedito.... ma che dico io i vostri
guardacoste? Io era indegno di Lui ed Egli non mi ha voluto.
— Di chi parlate adesso?
— Signore, io vaneggiava in questo momento; un certo amore della
dignità di me stesso.... Oh sì, sì, vaneggiavo da vero. Chi è nel caso
mio non può più parlare della dignità di sè stesso.
— Pare veramente. Si è detto, galantuomo mio, che possediate certo
anello magico....
— Magico! — sogghignando ripetè il prigioniero.
— Coll’aiuto del quale vi sapete rendere invisibile.
— Se possedessi un anello di tanta virtù potete credere che non
mi vedreste e non mi avreste or nelle mani. Portai lungo tempo, è
vero, entro un anello tale specifico che ad ogni voler mio m’avrebbe
sottratto per sempre al potere di tutti gli uomini; ma lo specifico
e l’anello che lo conteneva andarono in fondo al mare quando credei
d’aggregarmi ad un altro vessillo.
— È ben fatto che non vi siate reso nè invisibile nè impalpabile perchè
potrete or darci alcuni schiarimenti di cui il tribunale abbisogna. Fa
d’uopo che ora ne diciate i nomi di tutti i vostri compagni.
— Fui preso che ero solo nel mio palischermo.
— Galantuomo, vi consiglio risparmiare le vostre sottigliezze che qui
non vi giovano a nulla. Intendo dire i nomi dei compagni dai quali vi
allontanavate quando siete stato preso.
— Non ne saprete uno solo dalla mia bocca.
— Diavolo! si sono già fatti conoscer tanto!
— Allora è inutile che ve li dica io.
— Ma avrei sentiti volentieri i loro nomi anche da voi; anzi su ciò
devo consigliarvi a non fare lo scompiacente.
— Vi ho risposto.
— Perchè poi, amico mio, abbiamo qui poco lontani — e nel dir ciò
accennava la stanza della tortura — abbiamo qui poco lontani certi
esortatori che hanno fatto parlare bocche più tacite della vostra.
— Non so se la forza di questi esortatori vincerà la mia nel sopportare
il dolore.
— Lo credete? Anche una volta; volete risparmiarmi la necessità di
valermi dell’opera loro?
— La mia risposta ve l’ho data; fate quello che credete. —
Allora ad un cenno del presidente il reo fu condotto nella fatale
stanza dei tormenti ove tutti i giudici si trasferirono.
VI.
FAZIONI DI BARBARIE INTERROTTE.
Nè amo di trasferirmi io nè d’invitare a trasportarsi in quell’orrida
stanza i miei leggitori che da troppe storie e da troppi romanzi
storici hanno imparato quali atrocità sieno state commesse a nome
della giustizia in que’ giorni malaugurosi. Mi limiterò a dire che
tutto quanto di crudele poteva immaginarsi fu praticato a strazio
dello sciagurato fin da quest’ora fattosi per noi oggetto soltanto di
compassione; che la costanza di lui non fu smossa; che forse sarebbe
morto tacendo sotto i tormenti, se un nuovo avvenimento non avesse
intimata una tregua all’inumana demenza de’ suoi carnefici. La folla
rimaneva al di fuori immobile ed ansiosa di conoscere quali scoperte
avrebbe portate questa barbara quanto sciocca ed inutile prova,
allorchè venne annunciata ai giudici, tutti accaniti contro ad una
vittima sola, un’altra nidiata di vittime sorprese dalle guardie della
giustizia.
Nella notte successiva alla festa già per noi descritta della Natività
della Vergine, il capo de’ masnadieri si era recato, forse senza
triste intenzioni in quel punto, nel suo covo della Bocca del Lupo ove
trovavasi il rimanente della sua banda. Tenuto di vista da un drappello
di milizia comunale, venne seguíto, e, investita dalla soldatesca la
sua caverna, s’impegnò tal combattimento che costrinse i masnadieri
ad una sortita funesta per gli assaliti, poichè molti di loro furono
tagliati a pezzi e gli altri rimasero affatto scorati nell’accorgersi
che il lor condottiero era rimasto seriamente ferito. I sopravvissuti
allora si sbandarono e dopo aver vagato per diversi giorni fra i più
inaccessibili e sconosciuti burroni si ridussero ad un luogo detto la
_Caverna di Totila_ poco distante da Rossano. Quivi, per quell’istinto
forse che hanno in comune gli scorridori di saper discernere in un
batter d’occhio il ricovero alla diversità delle contingenze più
accomodato, convenne pure il loro capo vestito in foggia diversa dalla
precedente e riavutosi alquanto dopo le riportate ferite. Accadde che
stando in quest’antro egli ricevesse una lettera di cui fe’ mistero ai
propri compagni e, letta la quale, uscì della caverna soletto a chiaro
di luna. La cosa venne notata da due fra costoro soliti a vivergli
maggiormente in confidenza. Seguitolo alla lontana, lo videro in lungo
convegno con uno straniero che si separò poscia da lui lasciandogli
il pastrano onde l’abbiamo veduto coperto. Di ritorno ai compagni, il
Leone non fe’ ai medesimi alcun cenno del colloquio avuto, ma si limitò
a congedarsi da essi per tutto il giorno successivo, promettendo di
additar loro in appresso una più utile spedizione.
Nella sera i due compagni che gli aveano tenuto dietro la notte
innanzi, e che nol vedeano ritornare, uscirono soli per consigliarsi
fra l’ombre e nel silenzio delle foreste. Quivi, oltre al sospetto
in cui lo presero per quel modo suo misterioso, adescati anche dalla
ghiotta taglia promessa a chi consegnerebbe nelle mani della giustizia
il capo de’ masnadieri, adottarono entrambi il partito di andare a
denunziare il nascondiglio di lui e de’ suoi compagni alla giudicatura
di Rossano; il qual tradimento non appena ebbero concepito, si posero
in cammino per mandarlo ad effetto.
Era già l’alba quando, scontratisi in una squadra del tribunale
stesso cui s’avviavano preceduta da due bargelli, si presentarono
coraggiosamente a questi i due mascalzoni con la grida alla mano che li
facea certi della promessa mercede.
— Seguiteci tosto, miei signori — lor dissero — e vi consegniamo prima
di giorno il Leone ed i suoi compagni.
— Dove? — chiesero a costoro i bargelli.
— Alla Caverna di Totila.
— Infatti ne è stato detto che i compagni del Leone possano esser colà,
e le vostre vite ce la pagheranno se non ci sono — fu risposto alle due
spie che nell’atto stesso vennero leggiadramente legate; — ma quanto al
Leone, son corse di belle ore, figliuoli cari, da che è stato sorpreso
sul Mediterraneo e condotto alla corte di giustizia di Cosenza ove fra
poco farete la vostra bella comparsa anche voi. —
Come rimanessero scornati e atterriti que’ due ribaldi è inutile il
dirlo perchè il fatto parla da sè; era soltanto necessario l’indicare
il caso occorso a costoro per far noto come tutta quanta la carovana
de’ masnadieri si trovasse ora al tribunale di Cosenza, ove i due più
vigliacchi della ciurma dovettero accorgersi di avere ordito il più
nero ed inutile dei tradimenti all’infelice che, per non palesare i lor
nomi, avea sopportati con coraggio i più orrendi tormenti.
Apparecchiatosi dunque a sollazzi di nuovo genere, il Bargilone eccitò
i giudici a trasferirsi nuovamente alle lor sedi; poi si fece venire
innanzi tutti i prigionieri condotti poc’anzi al tribunale ed il misero
Leone ridotto dopo i sofferti strazi allo stato di moribondo.
Non lasciata ignorare alla miseranda sua vittima l’atrocia de’ due
traditori compagni, con trionfante ironia soggiunse:
— Vedete che non vi mancano buoni amici!
— Non avevo fatto conto su l’amicizia loro nè su quella omai di nessuno
sopra la terra — rispose con voce fioca il paziente.
— E voi — si volse il capitano di giustizia a tutti gli altri colpevoli
— vi farete pregare come lui per dire quello che sapete e meritarvi
così qualche maggior commiserazione dalla giustizia?
— Quanto a me — saltò su il più traditore di quegli scellerati — son
pronto a dire tutto quello che so.
— Se si tratta di me — disse lo sfortunato reo principale — ero già
pronto a dir tutto io medesimo.
— Non tutto, camerata — soggiunse il gaglioffo che aveva parlato
dianzi. — Voi non v’immaginate forse quello che possa dir io. Nella
vostra fretta di abbandonarci per sempre vi lasciaste cadere, senza
accorgervene, la lettera di quel tal vostro amico misterioso.... —
L’infelice cui questi detti furono vôlti divenne pallido come la morte.
Il capitano di giustizia spalancò due occhi avidi sul malvagio
denunziatore.
— Fatevi coraggio; dite, dite, figliuolo! A me subito la lettera di cui
parlate! —
La lettera fu consegnata a chi la chiedea. Rimasto com’uom percosso
dalla folgore, lo sciagurato Leone cadde privo affatto dei sensi.
Se tale deliquio fosse prodotto dal presentimento delle cose che tale
lettera avrebbe svelate o dalle vitali facoltà del Leone esauste sotto
i tormenti o dall’una e dall’altra di queste cagioni, gli è quanto
sapremo dappoi. Per allora l’adunanza fu sciolta; il semivivo venne
portato in un letto dello spedale delle prigioni. Racchiuso in un
carcere a parte colui che consegnò la lettera misteriosa, gli altri
furono condotti nelle carceri comuni dei malfattori.
VII.
L’ESPETTAZIONE E L’ARRIVO.
Intanto la giovinetta Solis ha passato di ben tristi giorni da che
Luigi si partì da essa in un modo che dava così da pensare. L’amante
le avea promesso di tornare il più presto, ma, in vece di comparir egli
in persona, le scrisse alla domane questo biglietto che da più giorni è
tema di variate angosciose meditazioni per la solitaria Maria.
«Mia cara Maria.
«Un affare premuroso altrettanto quanto l’amore che ti ho
eternamente giurato mi obbliga a partire immantinente per Paola.
Senza questa istantanea necessità sarei venuto io stesso a
congedarmi da te. Non posso prevedere io medesimo per quanti
giorni dovrò privarmi dell’unica felicità ch’io m’abbia al mondo,
quella di essere dove sei, di respirare l’aria che tu respiri, di
contemplare in te la più bell’opera della natura e del cielo. Ciò
ti dice abbastanza come solo la più aspra fatalità, non mai il
voler mio, possano farmi acconsentire ancor per istanti alla più
amara, all’unica vera privazione che il tuo Luigi possa soffrire.
Il bisogno d’affrettare il mio viaggio non mi permette scriverti
di più. Non dubitare mai della sincerità del mio affetto. Se mi
sentissi capace di far torto alla purezza di questo sentimento
crederei di poter volontariamente oltraggiare la divinità di cui
sei la più somigliante immagine sopra la terra.»
A malgrado della tenera passione che traspirava da ogni frase di questa
lettera, a malgrado della persuasione di essere sinceramente amata,
durevole nella Maria e mantenuta in essa dalla nudrice, ancorchè,
come vedemmo, fosse nato in cuore della Concezione un lontano timore
di essersi ingannata, a malgrado di tutto ciò quella lettera fu un
colpo mortale alla tranquillità della misera donzella cui venne
recata. Dopo essere rimasta poco meno che instupidita, la Maria
faceva ora un’inchiesta or l’altra a sè stessa: — Un affare premuroso
altrettanto quanto il suo amore! Dunque ha degli altri affari premurosi
egualmente? Anzi questo lo è di più; senza ciò non me ne farebbe un
mistero. — E via e via venivano altre perplessità della stessa natura
che per dir vero ella ripetè, or in un modo, ora nell’altro, a sè e
alla Concezione, finchè la lontananza di Luigi continuò, e che per
conseguenza non ripeteremo noi ai leggitori.
L’amore trovava sempre soluzioni plausibili a questi quesiti, poi in
un subito l’amore stesso le distruggeva, onde la povera amante avea
già perduto l’appetito ed il sonno; frequenti lagrime le appannavano
gli occhi stanchi omai di guardare per traverso ai boschi e alle
montagne se mai qualche cavalcatura riconducesse il sospirato Luigi a
quella volta; i colori vividi della sua carnagione erano spariti; non
soffriva meno di lei l’amorosa nudrice; le ore forse più fortunate
per la giovinetta erano quelle in cui, gettandosi a’ piedi della
Vergine e facendo quasi un tutto del proprio amore e della propria fede
religiosa, credeva esauditi i suoi voti e in una pia estasi vedea già
ritornato il suo amante che, sempre fedele, sempre degno di lei, le
porgesse la mano di sposo.
Rinveniva un giorno da una di queste estasi deliziose quando vide
dinanzi a sè il padre Venanzio che giungeva allora allora da Paola.
Ciò che in altri tempi le avrebbe recato diletto, perchè certamente
dovea piacerle il trovarsi col buon minimo che cercato, com’ella avea
motivo di credere, da Luigi poteva essere meglio al caso di darne
a lei le sospirate notizie, or le rincrebbe. Il sol uomo che Maria
avrebbe voluto vedere in quel punto era Luigi e la presenza di un
tutt’altr’uomo la spaventò.
— Ah, padre Venanzio! sicuramente è occorsa qualche disgrazia al mio
Luigi.
— No, figliuola — disse il buon religioso. — Luigi Grifone è vivo, sano
e poco lontano di qui.
— E perchè non viene subito?
— Ma bisogna che prima abbiate la compiacenza di fare un poco di
conversazione con questo povero vecchio. —
La Maria s’arrese al desiderio del padre Venanzio portandogli ella
stessa una sedia, con quale curiosità, con quale palpitazione, con
quale trepidazione di cuore, i leggitori sel penseranno da sè. Seduti
entrambi nella stanza dal famoso balcone, il religioso di Paola già
s’accingeva a parlare, ma nemmen questa volta la Maria gli lasciò aprir
bocca, chè gridò tosto:
— Ah ho capito! Luigi non mi ama più; non mi vuol più.
— Adagio, la mia Maria! queste cose non ve le ho anche dette.
— Ma ci son dunque andata vicina!
— Figliuola, se non mi lasciate parlare non ci anderete nè vicino
nè lontano e perderò io stesso il filo di quello che devo dirvi per
adempiere le parti di un cristiano e di un religioso. Buona cristiana
lo siete pure anche voi?
— Oh sì, padre! parlate, parlate, non v’interrompo più.
— Quando Luigi vi promise di sposarvi credeva d’essere un giovine ricco
e di poter formare d’indi in poi la vostra felicità.... —
La Maria non permise al monaco di procedere nel discorso perchè si
diede a chiamar forte:
— Concezione, Concezione!
— Che cosa c’entra adesso la Concezione?
— Oh! come c’entri lo vedrete. Eccola qui. Già so a che tende il vostro
discorso. Gli affari economici di Luigi vanno male.
— Tutto il male che possono andare, la mia creatura! — disse sospirando
il padre Venanzio.
— La Concezione vi dirà che dal più al meno era quello ch’io m’era
immaginata. N’è vero, Concezione, che io al vedere da alcuni giorni il
mio Luigi sì pensieroso, ne diedi subito colpa ad un disordinamento di
sue sostanze e che ti dissi: _Ne ho più del bisogno per lui e per me.
Metto fra le sue mani quanto posseggo?_ Tu, come unica mia tutrice, me
ne desti in oltre la permissione; a che prezzo lo sai. —
Qui sorrise la giovinetta ed anche la nudrice che, voltasi al padre
Venanzio, esclamò:
— Padre, ditelo voi se si può negar nulla a questa cara ragazza. Quanto
ella vi ha raccontato è la pura verità. —
Il frate minimo, intenerito dalla bontà ingenua di queste angeliche
creature, soggiunse:
— Gli è bene il saper ciò; è un passo innanzi per il povero Luigi che
veramente è un ottimo giovine. Ma resta a sapersi se il sentimento
della propria dignità, grandissimo in lui, gli lascerebbe consentire di
vivere a spese di una moglie.
— Se non ce lo mettete in testa voi! — disse nella vivacità della sua
passione la Maria.
Il padre Venanzio qui assunse un tuono di severità.
— Signorina, se il vostro amore è fondato su la stima che avete per
Luigi dovete giudicarlo abbastanza compreso della propria dignità
perchè non abbia bisogno che frate Venanzio gliene inspiri il
sentimento. Credevo più nobile il vostro amore.
— Ah perdonatemi buon padre! perdonatemi! Noi donne non sappiamo alle
volte che cosa ci diciamo, massime nell’impeto della passione. Per
altro.... ma prima di tutto mi avete perdonato?
— Oh di tutto cuore, figliuola mia! _Per altro_.... che cosa volevate
dire?
— Non sarebbe mai vero che, dando io la mano di sposa a Luigi, mi
sposassi con un uomo sprovveduto di tutto. Non possedè egli tale
ingegno che può fruttargli in mille maniere? Oh! non la consumerebbe no
egli la dote di sua moglie.
— Qui parlate più ragionevolmente, perchè ho un gran concetto anch’io
di Luigi.
— Che siate benedetto! ma fatelo venir subito e che quest’affare si
combini presto; ho penato abbastanza.
— Prima ch’egli risponda... chè, vi ripeto, non mi fo guarante della
sua risposta.... è necessario che sappiate come da tanta sua ricchezza
egli sia caduto a non posseder nulla sopra la terra.
— Che mi fa questo?
— Fa molto, figliuola mia, e bisogna che sappiate tutto dalla mia bocca.
— Ah! dite presto quello che volete dire!
— È presto detto, figliuola mia. I danari che gli vedevamo spendere
e che gli venivano rimessi puntualmente da un banchiere di Napoli
il povero Luigi li credea frutti della eredità di sua madre. Un caso
singolare gli ha fatto scoprire come in vece questi danari gli fossero
spediti per segreto ordine di un suo parente che illegittimamente
li possedea. Giovine di coscienza qual è, non solo non ha voluto
ricevere più altre rimesse, ma ha pensato per prima cosa al modo di
riparare i danni che cagionò innocentemente a chi avea diritto su
quelle somme. Sapete che ha fiducia in me, onde è venuto a cercarmi
al mio convento di Paola e per consultarmi su ciò e perchè lo aiutassi
ancora, in quanto dipendeva da me, a ritornare su la miglior via questo
parente, il quale.... Luigi non me lo ha nominato, e non me lo dovea
nominare.... il quale dunque gli pare su la strada del ravvedimento.
Dio voglia che sia così! Voi conoscete adesso lo stato presente di
Luigi ed il motivo per cui ci si trova ridotto. Ma venire egli in
persona a farvi una tale confessione!... capite bene... In somma è
questa la ragione per cui mi vedete ora qui.
— Avea forse paura di mostrarsi insieme con voi? Diffidava egli a tal
segno de’ miei sentimenti?
— No, Maria, non ne ho mai diffidato un istante — fu udita allora
la voce di un nuovo personaggio la cui presenza fe’ trasalire la
giovinetta ed anche in altro senso il padre Venanzio che non si
aspettava sicuramente questa sorpresa.
E qui perdoneremo alla passione fervida di Luigi e alla stranezza
delle circostanze sotto le quali vivea se, avendo seguíto da presso
il virtuoso monaco ed introdottosi poco dopo di lui in casa della sua
amante, stette da un uscio ad ascoltare tutto il dialogo che abbiamo
narrato. Convien credere che i motivi stessi gli meritassero indulgenza
dal suo egregio proteggitore che si limitò a rimproverarnelo con questa
esclamazione non disgiunta da una specie di paterno sorriso:
— Ah gioventù! gioventù!
— Ah Luigi! — esclamò tutta giubilante la giovinetta — tu qui! Dovevi
lasciarti vedere un po’ prima e m’avresti risparmiato il torto di
sospettare che tu diffidassi di me.
— Giovinetta adorabile, sarebbe stato in realtà un farmi il maggiore
dei torti il non credermi persuaso della sublimità de’ tuoi sentimenti.
In quelli che hai svelati al buon padre Venanzio nulla vi è stato che
fosse nuovo per me. Ma non è men vera la luttuosa storia che hai udita
da lui e che ha posta a nuova prova la tua fedeltà, la tua costanza.
Sarei nondimeno il più vile degli uomini se, non potendo più far nulla
per te, io permettessi un tanto sagrifizio di te medesima.
— Chi ti dice che non puoi far più nulla per me?
— Maria, ti ho già ascoltata ancorchè tu non sapessi di essere udita.
Permetti ora che parli io. Tutte le ragioni inventate dall’ingegnoso
amor tuo non mi salverebbero mai dalla taccia d’uom senza onore s’io,
rimasto privo di tutto, facessi compagna della miserabile mia fortuna
una ricca erede, dotata d’ogni bellezza d’animo e di forme e desiderata
ed ambita dai più facoltosi giovani di questi paesi.
— Ecco dunque — disse con amarezza la Maria — a che si riducono le
proteste d’eterno amore che il signor Luigi mi rinovava anche pochi
giorni fa in questa lettera! Il signor Luigi conoscerà la propria
scrittura!
— Maria, so quello che vi ho scritto e giurato, e ve lo manterrò.
Posso amarvi eternamente, anzi non potrei fare altrimenti; fin qui
non danneggio nessuno. Se mai potrà esservi assicurato che il povero
Luigi volga un giorno i suoi pensieri ad un’altra donna, allora vi do
il diritto di versare su lui tutti gli obbrobri dovuti ai traditori,
agl’infami. Io son libero di collocare ove credo il mio amore e, dopo
averlo collocato in voi, mi digraderei se potessi collocarlo altrove.
Ma voi, voi dovete dar conto delle opere vostre ad altre persone.
— A chi mai? Ma prima di tutto, Luigi, questo giuramento d’amarmi
eternamente lo avete voi profferito col cuore?
— Il sommo Dio mi punisca se non l’ho espresso con tutta la pienezza
dell’anima!
— In tal caso ascoltatemi. Gli esseri ai quali devo dar conto delle
mie azioni si riducono sopra la terra a questa mia buona nudrice. Il
cielo glie lo perdoni! ma quello che voglio io lo vuol lei. Più alto
ci stanno Dio e quella santa mia consigliera. Or bene, que’ giuramenti
che voi avete fatti per me io gli avea già fatti per voi a questi due
enti immortali. Bel servigio che mi fareste col rendermi la mia fede e
serbarmi intatta la vostra!.... se pur, come spero, ho da credere alle
vostre parole. Per far dunque a modo vostro dovrei forzare me stessa
a non amarvi più, sapere che mi amate, promettere ad un altro il mio
amore, promessa che già non potrei mai mantenere, e vivere una vita da
disperata. Padre Venanzio, il vostro protetto mi darebbe di gran belli
suggerimenti! —
Lievemente sorrise il monaco, ma tacque e guardò il cielo. Il punto
era troppo dilicato perchè egli ardisse interporre un suo consiglio, e
l’argomento della Maria era tanto calzante che ogni saggezza umana nel
volerlo combattere ci naufragava. La povera Concezione non faceva altro
che abbracciare e baciare la sua allieva. Ci volea ben meno perchè il
coraggio eroico dell’innamorato Luigi rimanesse indebolito; pure questi
tentò ancora una resistenza.
— Maria, il padre Venanzio vi ha già detto come io abbia la sfortuna
d’avere un parente che mi fa torto..... è vero che mentre parliamo non
potrà farmene più.... ma ad ogni modo perchè dovrei io regalarvi tal
parentela?
— I nostri parenti possiamo forse sceglierceli noi? — rispose la Maria.
— Delle nostre azioni dobbiamo dar conto, non di quelle degli altri.
Quel grande san Luigi di Francia è meno un santo del paradiso perchè
suo fratello Carlo d’Angiò fu il carnefice di un nostro legittimo re,
di quel misero Corradino? Vedete, Luigi, come io mi ricordi le storie
che m’avete insegnate? —
Le obbiezioni di Luigi divenivano a mano a mano più deboli e in
proporzione più forti gli argomenti della Maria, fra i quali il
vittorioso fu allor quando, guardandosi di sfuggita nello specchio,
ella disse quasi piangendo alla Concezione:
— Ah da vero non mi credevo far paura al segno di dover supplicar un
uomo ad accettar la mia mano! —
Luigi e la Maria si fecero a guardare in aria patetica il padre
Venanzio intantochè la Concezione si alzò da sedere come per dar sesto
ad alcune faccende di casa. Le occhiate di Luigi diceano: _Padre, non
mi rimproverate di troppa debolezza se mi arrendo alle proposte della
Maria_. Le occhiate in vece della Maria diceano: _Padre, inducete Luigi
ad arrendersi_.
Il buon religioso tacea tuttavia. Finalmente ruppe il silenzio.
— Figliuoli, son cose queste nelle quali la prudenza dell’uomo perde la
tramontana. Fate a mio modo, raccomandatevi al Signore e alla sua madre
santissima perchè v’inspirino. Intanto io termino di dire compieta e
nelle mie preghiere non mancherò di raccomandarvi fervorosamente alla
divina misericordia. —
VIII.
LE NOZZE.