VIRTÙ E DELITTO
[Illustrazione: _ — Ah! non temete alcun male da me. Del male
a voi!_ — _Virtù e delitto, ecc. pag. 31_.]
Virtù e Delitto
O LA FAMIGLIA
DEL MASNADIERO
_NOVELLA STORICA DEL SECOLO XVI_
DI
GAETANO BARBIERI
MILANO
PRESSO LA DITTA ANGELO BONFANTI
_Contr. della Passarella, n. 488._
I.
LA MAGRA FIERA.
Chi nel secolo decimosesto avesse attraversata agli otto di settembre
quella catena di Apennini sgombra di nevi dal principio di aprile sino
alla metà di novembre, piaggia incantevole per ogni sorta di produzioni
della natura che ne ammantano i molti gioghi e le poche pianure, oggidì
Calabria Citeriore, giunto al piè delle montagne del Sila, là donde
sgorgando il Crati va a fecondare un’amena valletta, avrebbe veduto
quivi apparata in tutta solennità una chiesa intitolata alla Natività
della Vergine e dinanzi a questa una piazza, o piuttosto anfiteatro
animato da immensa folla di terrazzani e stranieri, circondato di tende
sotto cui stavano esposti in vendita non solo aranci e melegrane, non
solo tutte le merci di cui abbonda quel fertilissimo suolo, ma quante
ricchezze esotiche in oltre dal vicinissimo Mediterraneo venivano colà
trasportate.
Nondimeno il desiderio di godere della totalità di una cotanto bella
prospettiva gli sarebbe andato a vuoto nel 1510. Avrebbe udito sì
lo squillo delle campane festive, veduti i padiglioni della chiesa
addobbata da festa ed anche qualche baracca di venditori di vino;
avrebbe veduti alcuni contadini e benestanti delle più vicine campagne
oziare in sagrato e infilzar ragionamenti alla propria maniera,
intantochè le loro donne stavano entro la chiesa intonando con le
bellissime loro voci meridionali cantici alla Vergine sul metro che
inspirò due secoli appresso que’ leggiadrissimi di messer Trionello[1]
Tu dunque nasci, celeste angioletta?
Deh quanto tempo è che il mondo ti aspetta!
Se’ tu colei che su l’arpa dorata
Lo re profeta n’avea cantata? ecc. ecc.
ma non sarebbesi incontrato in estranei, tratti ivi dalla curiosità o
dalla brama di comprare o di vendere. Tutt’al più gli sarebbe apparso
uno o due di quei palchetti posti quasi a livello della testa di un
uomo su cui nelle fiere stanno seduti gravemente con la loro tromba
divinatoria sempre apparecchiata l’astrologo o l’astrologa che danno
per danaro a chi la cerca la buona o anche talvolta la trista ventura;
perchè, per una di quelle anomalie non insolite ad incontrarsi nelle
teste umane, mentre la popolazione del regno di Napoli è forse l’unica
fra le nazioni cattoliche presso cui nè sovrani nativi nè stranieri nè
pontefici arrivarono mai ad introdurre il tribunale dell’inquisizione,
questa popolazione ha forse superate per lungo tempo tutte l’altre
nelle superstiziose credenze. Ed avrebbe ancora vedute schierate in
bella mostra, benchè non in divisa a quei tempi, le milizie comunali
della città e della campagna che, avendo nella maggior parte delle loro
attribuzioni ceduto il luogo alle assoldate bande straniere, erano
scadute assai dal primitivo lustro, nè serbavano altre incumbenze
fuor quelle di far gli spari nelle sagre all’ora della benedizione,
di assicurare il buon ordine nelle fiere e in generale di mantenere il
paese all’intorno possibilmente difeso dagli aggressori.
Qual era il motivo di una sì spiacevole novità? Si potrà raccapezzarlo
dai propositi che si faceano da una brigata d’individui convenuti
quivi nell’ora del vespro, i quali, simili ai contadini della nostra
Lombardia, e per dir vero di tutta la cristianità, nell’aver paura
che lor caschi addosso la soffitta del tempio se ci rimangono qualche
minuto oltre ai lor conti, stavano aspettando quel tocco di campanella
che li facea gettarsi tutti in una volta entro la chiesa ove,
inginocchiati e seduti ad un tempo su le proprie calcagne, coi capi che
toccavano terra e con una divozione non mentita, chè bisogna render
loro questa giustizia, riceveano la benedizione dell’augustissimo
Sacramento.
— Da che mondo è mondo non c’è mai stata una festa della Madonna così
malinconica — diceva un giovinotto che però potea men degli altri della
brigata sapere per esperienza da quanto tempo il mondo fosse mondo.
— Che cosa vuol dire, Gennariello mio, non esserci più il nostro buon
re Federico! — soggiunse un vecchio massaio di comune che si dava una
grand’aria d’importanza.
Contemporaneo a tale osservazione fu il mesto sorriso d’altro
vecchio in poveri panni che, senza far parte di quella brigata, le
stava ronzando attorno. Nessuno allora ci badò, eccetto il giovine
Gennariello. Intanto saltò su un uomo di mezzana età volgendosi al
massaio di comune:
— Per altro, compare, non vedo come c’entri il re Federico con la
banda d’assassini della Bocca del Lupo che guasta tutti i nostri
divertimenti e in grazia della quale soltanto abbiamo questa magrissima
fiera. Quand’anche adesso vivesse sarebbe in Francia ove si ritirò
per mangiar bene e bever meglio e non ci pensare ad altro. Oh sì ve’,
lui che non fu buono di mantenersi nostro re e che ci donò via senza
preveder nemmeno a chi ci donava, lui sì voleva esserci d’un grande
aiuto! —
Qui il vecchio che avea sorriso prima mise un sospiro di cui altri
s’accorsero; poi come sbadatamente si allontanò.
— Perchè ha sospirato quel baggeo che avea l’aria di starci ascoltando?
— disse l’uomo di mezzana età.
— E un momento prima l’ho veduto sorridere — rispose Gennariello.
— Sapete, compare Gervasio, che colui è una figura curiosa! Mi ci
ero trovato vicino un’altra volta quest’oggi quando stavo guardando
l’arrivo delle nostre milizie che si disponeano su la piazza, e quel
galantuomo, guardando il giovine comandante che dava i suoi ordini,
facea la stessa funzione; or sospirava, or ridea. Ci avete indovinato
a chiamarlo un baggeo; senza dubbio un idiota abitante de’ più alti
greppi dell’Apennino, un di coloro che vanno all’impazzata ove li
portano le gambe e che ridono e sospirano agli angeli. Guardatelo là;
è tornato adesso a bearsi nella contemplazione delle nostre guardie
comunali. Del resto, Gervasio, parlaste benissimo quando, al proposito
del defunto re Federico, diceste: _Lui sì voleva esserci d’un grande
aiuto!_ Non ci riesce il vicerè attuale, il magnifico don Gonzalvo
di Cordova, che non è, per Dio! uno stupido, a liberarne da questo
flagello!
— E certo — replicò Gervasio — fa di tutto a tal fine. La dite una
bagattella l’ultima grida che mette sì grossa taglia su la testa
dell’uomo, nominato da chi il _Leone_, da chi il _Gran capitano
degli Apennini_, vero e primario capo degli assassini? Lo dite poco
l’articolo V di tale grida: _Chiunque sarà convinto d’aver prestato
soccorso al malfattore o di essersi trovato o d’aver solamente potuto
sospettare di essere stato in compagnia di esso senza portarne denunzia
ai tribunali, fosse anche suo stretto congiunto, verrà assoggettato
alle pene decretate contro ai suoi complici?_ Poi c’è gente appostata
per tutta la Calabria a fine di sorprenderlo.
— Contatemi di agguati tesi e di taglie! — tornava a dire il massaio. —
Il Leone mette le sue taglie anche lui, mette anche lui i suoi agguati
e fa ogni giorno reclute, perchè i suoi soldati non hanno mica bisogno
di certificati di moralità affinchè costui gli ammetta; va a trarseli
fuori sin dalle galere di Taranto. Contro alla forza aperta ci vuol
forza aperta.
— Zitti, zitti! — esclamò il giovinotto. — C’è qualche cosa or di
meglio che chiama la nostra attenzione. Entra in chiesa adesso la
fidanzata del comandante delle nostre milizie, la ricca figlia ed erede
del cornetta Solis tanto beneficato sino che visse dal nostro attuale
vicerè. Che bellissima creatura! Come ha fatto presto a girar gli occhi
su l’amante e come subito si sono intesi! Per dir vero il sorriso
del secondo è stato d’una gravità a lui insolita.... posso dirlo io
che, come suo coetaneo, conosco il fare del signor Luigi Grifone....
ma comanda a gente più vecchia di lui e ha bisogno di tenersi in
sussiego. —
Di fatto dinanzi alla porta maggiore della chiesa scendeva allora dal
suo leggiadro e ben mansuefatto palafreno su cui era stata in groppa
insieme con la nudrice e consegnava la sua cavalcatura ai propri
famigli la bellissima Maria Solis, giovinetta di circa diciotto anni,
di media statura, ma di leggiadrissime forme e dotata della più soave
fisonomia, la cui carnagione bruna meridionale ricevea risalto dalle
sue chiome nere vagamente inanellate, da due bei nerissimi occhi e
dai più freschi e vividi colori della gioventù. Appena il giovine
comandante ebbe contraccambiato lo sguardo espressivo che quella gli
volse fu veduto dare alcune istruzioni ai suoi aiutanti, poscia entrare
in chiesa egli pure. Ancorchè, come si è detto, i soldati comunali
non avessero allora il distintivo di una divisa, i lor comandanti ben
discerneansi a certe armadure più leggiere delle antiche e divenute
piuttosto di lusso dopo introdotto l’uso dell’armi da fuoco. Quella del
capitano Luigi Grifone era elegantissima e adatta quanto mai alle sue
belle forme che il faceano apparire cotanto degno della promessa sua
sposa.
— Come corre quel nostro Luigi! — notò il giovinotto. — Ha forse paura
ch’ella gli scappi dalla porta di sagristia?
— Già la calamita ha sempre tirato il ferro — disse il massaio
d’importanza assaporandosi, come se avesse il pregio della più rara
novità, questo suo fiore di comparazione rettorica.
— Volete ridere? — soggiunse Gennariello — entra in chiesa anche il
galantuomo dai sorrisi e dai sospiri. Ah! adesso si capisce tutto —
aggiunse con vivace gaiezza. — È un rivale del capitano Luigi, e per
questo lo ha squadrato sì a lungo. Aspettatevi una disfida! —
Certamente chi avesse veduto l’inconcludente affaccendarsi di quel
vecchio che era or qua, or là, che appena tornato fuor di chiesa il
capitano Luigi per mettersi a capo della sua soldatesca tornò fuori
anch’egli; chi avesse veduto il suo frequente ridere e sospirare che
pareva a credenza, avrebbe potuto giudicarlo come lo giudicò il nostro
giovinotto. Però non sarebbe corso tanto nel sentenziarlo se avesse
fatto mente all’espressione malinconica del volto smunto e sparuto del
medesimo, alla sua fronte meditabonda e aggrottata, alla sua guardatura
torva, non però truce, che potea sembrar forse piuttosto d’un uomo
soggetto ad accessi di mania che d’uno scimunito.
Ma Gennariello la pensava così, ed il vecchio massaio gli disse:
— Voi vi perdete in frascherie e vi scordate delle mie giuste
riflessioni di poco fa.
— Guardate se me le scordo; ve le ripeto: _Contro alla, forza aperta ci
vuol forza aperta_. Non potrete però dirmi che questa milizia comunale
stia con le mani alla cintola. Quante volte si è battuta valorosamente
contro agli assassini! e quanti ne ha fatti freddi! soprattutto il
bravo giovine che la comanda!
— Ma una notte mentre veniva dalla casa della sua fidanzata rischiò di
essere fatto freddo anche lui, se qualche suo dipendente capitato a tal
ora, può dirsi miracolosamente, per quelle foreste non lo salvava da
chi lo assalì all’improvviso.
— Non verrò a dirvi — soggiunse il massaio di comune — che questa
nostra milizia non si presti assai bene al suo dovere, ma i fatti
son fatti; ammazzamenti se ne odono ogni giorno; nessun possidente
è omai sicuro nelle sue case di campagna o andando pe’ fatti suoi;
tutta la nostra Calabria, vi dico io, è posta nei triboli da questo
saccheggiatore. —
Qualcuno allora notò come generalmente nelle più atroci fra le
aggressioni che avvenivano il Leone non si lasciasse vedere.
— Venga poi egli in persona — ripetè il massaio, nè sembra che
dicesse male — o mandi le sue bande a scannarmi, dico che per me tanto
fa. —
Un famiglio del curato di San Giovanni in Fiore che non avea parlato
sin allora aperse la bocca per dir anch’egli la sua sentenza.
— Bisogna confessarlo per altro, questo Leone ha di gran belle maniere
per farsi degli amici.
— Caro voi — sclamò l’assennato massaio — insegnatemene una di tali
belle maniere.
— Sol questa. Fu a pranzo giorni fa dal mio padrone. Dopo aver desinato
si ritirarono insieme in una stanza; di lì a poco il Leone si congedò,
e a me, solamente per averlo servito a tavola, mi regalò un bel ducato.
— E nella camera ove si ritirarono sai tu che cosa facessero? — chiese
Gervasio.
— Io non cerco i fatti de’ miei padroni.
— Io scommetto che il tuo onestissimo Leone avrà pregato con la pistola
alla gola il povero prete a dargli qualche centinaio di ducati. Il tuo
padrone non te lo avrà forse detto per non pubblicare la cosa prima di
fare le sue denunzie.
— Io poi non cerco tanto in là, e le centinaia di ducati e la pistola
alla gola, se non gli ho veduti io, non gli avete veduti per dinci
nemmeno voi.
— E quest’è una verità sacrosanta! — sclamò Gennariello.
— So che mi donò un ducato; questo lo so.
— Digli — saltò su un garzone di muratore — che anch’io sono stato
beneficato dal Leone e questi certamente non ce ne aveva interesse.
M’incontrò su la via di Paola che piangevo perchè alcuni della sua
banda mi avevano portati via i pochi soldi della mia settimana. Mi
costrinse ad andare con lui, chè li raggiunse presto i suoi, volle
verificare la cosa perchè è un uomo giusto, ma quando fu sicuro di non
avermi trovato in bugia non solo mi fece restituire i miei danari ma,
indovinate mo! ci aggiunse tre volte tanto del proprio. —
Altri fecero coro al famiglio del curato e al garzone di muratore
raccontando altri simili tratti di magnanimità attribuiti al Leone.
— A che tempi viviamo! — esclamò il massaio. — Sul sagrato della chiesa
della beatissima Vergine, nel giorno d’una delle sue primarie feste, si
ha ad udir gente che fa gli elogi d’un assassino come se facessero il
panegirico d’un santo!
— Non v’inquietate, buon papà — disse Gervasio; — non può negarsi che
il Leone nella vita d’assassino che fa ha presi i modi cavallereschi
di certi condottieri de’ tempi andati che i nostri vecchi ci vanno
tuttavia ricordando e che, a dare il giusto loro nome alle cose, erano
ancor essi belli e buoni assassini. Non meno di quelli il Leone fa la
guerra ai ricchi e protegge i poverelli. Insegnate mo a questa gente
a parlarne male, ancorchè io convenga per il primo che ha torto chi ne
parla bene!
— Io dico che non c’è più religione — gridava il compare massaio.
— Anche questa, cred’io, è una lamentanza vecchia — notò Gennariello.
Intanto la campana della benedizione chiamò tutti in chiesa, onde
non rimasero nel sagrato e nella piazza se non le milizie che fecero
i loro spari quando ne fu il tempo, qualche garzone vinaio restato a
guardar la sua bettola, finalmente un’astrologa che, posta per allora
da un lato la sua tromba magica, contava da star sul proprio palchetto
ed intascava i danari raccolti nel suo piattello, o parlava a quando
a quando con alcun suo alleato segreto che, venendole a confidare
quel passato di cui fu testimonio, le ingrossava il capitale de’ suoi
pronostici dell’avvenire.
II.
LA MALA PREDIZIONE.
Data la benedizione, la maschile brigata descritta dianzi nell’uscire
di chiesa si fermò sul sagrato a far ala per vedere venir fuori le
donne, come i nostri giovani eleganti si fermano sotto gli atrii del
grande teatro per passare in rassegna le belle della giornata.
Nè fra quelle che il luogo ed il tempo attuale potevano offrire alla
vista andò certamente inosservata la vezzosissima Maria Solis che, dopo
dati ai suoi famigli alcuni ordini in forza de’ quali la cavalcatura
allestita per lei andò ad aspettarla altrove, disse come rispondendo ad
una rimostranza fattale dalla nudrice:
— Intanto ch’egli congeda le sue milizie per accompagnarsi indi con noi
bisogna bene ch’io mi faccia passare il tempo.
— Ma in tutt’altro modo io direi, cara mia. Se vi prendete su uno
spavento!...
— Sapete bene, Concezione — tale era il nome della nudrice — ch’io non
sono la figlia della paura. Se non volete farvi astrologar voi siete
padrona. —
E così dicendo si trasse per mano la nudrice verso il luogo ove
l’astrologa s’era tornata a mettere più fervidamente che prima
nell’esercizio della mistica sua professione. Sia in grazia della
bizzarra loro acconciatura, oppure conseguenza della vita stentata che
fanno, le fisonomie delle zingare o astrologhe non appariscono per
solito molto simpatiche, e fra cento consorelle della Meg Merrilies
del _Guido Mannering_ si troverà per prodigio, se pure è vero, una
Esmeralda. L’astrologa di cui parliamo qui apparteneva alla classe
delle cento; vi lascio pensare se non era una brutta serva di Dio!
Accortasi costei della buona clientela che stava per capitarle, si
sbrigò tosto degli avventori che avea per volgersi alla vezzosa Maria
Solis di questo tenore:
— Indovino subito che quella bella signorina vuol ch’io le dica la sua
ventura.
— Comare, se tutto il vostro indovinare sta qui, è ben poca cosa. Mi
vedete venirvi direttamente in verso. Per qual altro fine vorreste
ch’io lo facessi?
— Se lo dico io che si consuma il tempo! — soggiugneva la povera
Concezione che stava su le spine, ma che d’altra parte non sapea mai
contraddir nulla alla sua diletta figlia di latte.
L’astrologa intanto, postasi in fazione, non mancò di esaminare una
palma e l’altra della mano che la giovinetta non ricusò di sporgerle e
di fare i suoi calcoli e borbottamenti segreti; indi, cinta secondo il
solito d’un fazzoletto, che diceasi bianco, l’imboccatura della tromba
onde la sua voce fatidica giugnesse a chi soltanto doveva ascoltarla,
intimò alla sua neofita di avvicinar l’orecchio alla estremità più
ampia della tuba misteriosa mentre ella avrebbe consegnate le sue
parole all’estremità superiore di essa.
Convien credere che l’astrologa su le prime non raccontasse altro
alla sua consulente se non il nome del casato di essa, quello del suo
giovine amante, dell’amore che entrambi si portavano scambievolmente,
perchè la Maria esclamò con vivacità:
— Comare benedetta, se non mi dite altre cose fuor delle presenti ch’io
sapea prima di venire da voi, era inutile ch’io vi consultassi.
— Ma volete proprio saper le cose avvenire? — esclamò senza valersi
della tromba la maligna donna presa da un momento di stizza nel vedersi
alquanto dileggiata da una giovinetta.
— E di che altro volete ch’io sia curiosa?
— Bene, bene, vi servirò come a voi piace. — E qui le confidò
all’orecchio altre cose col ministerio della terribile tromba.
— Oh! oh! oh! — sclamò la Maria senza rispettar punto il segreto del
fidatole arcano. — Io per dir vero ci ho badato appena che un vecchio
smunto e mal vestito, quale me lo descrivete voi, sia entrato in chiesa
e abbia guardato fiso ora il capitano di questa milizia or me....
— Ci ho ben badato tanto io! — soggiunse la Concezione.
— Ma ci siamo, cara comare, mi raccontate sempre delle cose presenti.
— Or bene, giacchè mi ci costringete — disse l’irritata maga — vi dirò
alla presenza di tutti che l’uomo al quale dite di non aver badato ha
la mala guardatura e vi ha portata la vostra fatale disdetta.
— Madonna! Madonna! ve lo diceva tanto io di non venir a destare questo
vespaio! — gridò alla Maria la povera Concezione.
Ma la buona Maria che, come ne occorrerà l’occasione di farlo vedere
in appresso, aveva nel suo retto discernimento e nella purezza del
proprio cuore i migliori talismani contro a qualunque fascino del
mal occhio[2], si diede a ridere di tutto cuore. Ed il suo riso ed il
suo attuale trastullo sarebbero durati più lungamente se non vedeva
venire a sè un aiutante a lei ben noto del suo fidanzato; chè allora,
premurosa di sapere qual messaggio le recasse a nome dell’amante, gettò
in fretta una moneta d’argento sul piattello dell’astrologa che in quel
punto forse sentì qualche rimorso di essersi tanto lasciata vincere da
uno stizzoso zelo del decoro di sua professione.
Intanto i nostri curiosi si erano avvicinati al palchetto della
sibilla per veder meglio che cosa facesse e non facesse la Maria, e
continuavano a parlare alla rinfusa di lei, del suo amante, ed anche
del Leone.
— Dite, Gennariello, chè voi lo saprete, è propriamente nativo di
Napoli quel capitano Luigi?
— Sì e di nobil casato. Le passate vicende politiche, dicesi, fecero
morire di crepacuore il consigliere Grifone suo padre che nondimeno gli
ha lasciata una buona sostanza. I suoi danari gli vengono sempre pagati
da un banchiere di Napoli.
— E quanti ne ha! e come se li fa godere dagli amici! — Gervasio dicea.
— Fa anche di grand’atti di beneficenza — soggiunse il giovinotto. —
E non è solo un buon soldato, ma istrutto di tutte le cose; la dà ad
intendere fino ai nostri preti; basta dire che sa perfettamente il
latino ed il greco!
— A proposito di greco e latino — soggiunse Gervasio — sapete chi parla
anche queste lingue come un libro aperto?
— Chi?
— Il Leone.
— Ecco almeno una citazione venuta a tempo — sclamò sogghignando
Gennariello.
— C’è mo dubbio — soggiunse il massaio — che quel Leone, giacchè mi
dite che sa il latino ed il greco, si sia dato in potere del demonio? —
e nel domandar questo si fece il segno della croce.
— Chi sa? — disse il giovinotto ridendo.
— Eh! la mia creatura — saltò su Gervasio — non c’è tanto da ridere.
Porta sempre un certo anello con sè ch’egli chiama il suo estremo
rifugio. Può benissimo essere un anello magico.
— Padre Venanzio, lo credete voi? —
Tale interrogazione fu vôlta da Gennariello ad un vecchio frate
dell’ordine dei minimi che passava di lì uscendo allor della chiesa,
ove avea fatto il panegirico della Madonna, per tornarsene al suo
convento di Paola. Questo religioso, spettabile per costumi e saggezza
come per affabili modi che gli si leggevano in viso, avea ricevuti tre
anni prima gli ultimi aneliti del fondatore del suo ordine, morto a
Plessis in Francia.
— Che cosa ho da credere? — richiese il buon frate volgendosi addietro.
— Che l’assassino detto il Leone sia posseduto dal demonio.
— Figliuolo, son cose queste che la mia povera testa non arriva a
conoscere; ne so una solamente, ed è che, se è vero che l’uom nominato
da voi sia un assassino, non è posseduto dallo spirito del Signore. Ah!
le nostre passioni sono peggiori di tutti i demoni; preghiamo il cielo
che nessuna di esse ne dia il tracollo, perchè siamo vestiti tutti di
questa carne e tutti fallibili se Dio non ci tiene la sua santa mano
sopra. Buona sera, figliuolo!
— Sta a vedere — disse il vecchio massaio — che anche un religioso
del glorioso Francesco di Paola[3] diventa l’avvocato degli
assassini! —
Il padre Venanzio, che avea già continuato per la sua strada, trovò
la Maria che stava per montare a cavallo insieme con la nudrice. La
notizia che le avea portata l’aiutante del capitano Luigi si era che
per affari della sua milizia egli non poteva accompagnarla, come erano
rimasti d’intelligenza, nel ritorno di lei a casa, ma che non avrebbe
mancato di visitarla nella sera medesima.
Alla vista del buon padre Venanzio la Maria si rattenne dal mettere il
piè nella staffa e s’affrettò con volto ilare a dirgli:
— Padre, la vostra benedizione!
— Volentieri, figliuola.
— Ce ne è ben di bisogno — sclamò la Concezione — dopo il pronostico!...
— Che pronostico? — domandò il padre Venanzio.
— Niente, niente, buon padre — soggiunse la Maria. — La mia buona
Concezione ha paura della sua ombra, ed io qualche volta... io qualche
volta ho poco giudizio. Vi racconterò tutto se verrete a trovarmi.
Son cose da ridere solamente. Ma venite un po’ più spesso a vedermi.
Volevate tanto bene al mio povero padre!
— E ne voglio anche a voi, la mia creatura. Ma a noi poveri frati tocca
più spesso il dovere di andare nelle case ove ci sono delle disgrazie.
La vostra finora, Dio voglia che si possa sempre dirlo, è la casa della
felicità.
— Ah parlate pur bene! — gridò la Concezione. — _Dio voglia che si
possa sempre dirlo!_
— Nonostante — continuò il padre Venanzio — la prima volta che torno da
queste parti verrò a vedervi.
— E perchè non questa sera? — replicò la Maria.
— Perchè gli affari del mio convento mi vogliono domani a Paola. Addio,
buona Maria. Salutate a mio nome il vostro fidanzato. —
In questa guisa si separarono e a poco a poco la piazza fu sgombra.
III.
L’APPARIZIONE.
Sopra una delle più alte punte del Sila sorgeva una casa, nè umile
tanto che si potesse chiamarla rustica, nè sfarzosa sì da qualificarla
per signorile, ma più deliziosa di una villa reale veniva fatta
dalla felicità di sua situazione. Fiori ed erbe d’ogni soave odore ne
imbalsamavano l’aere all’intorno, mentre tempravano l’estiva arsura,
spesso sensibile in quei climi anche nel principio di settembre, alte
foreste di castagni, di abeti e di frassini che verso il declivo del
monte cedevano il luogo agli ulivi e alle viti. Il maggior balcone di
tale casa signoreggiava sì il Mediterraneo che da esso vedevate e il
capo della Scalea e il golfo di Taranto e la foce del Crati. Era questa
la casa della giovinetta Maria Solis che abbiamo imparata a conoscere
ieri sera. Di buon mattino ella stava lavorando all’ago presso
l’indicata finestra, ma nè le foreste nè il Mediterraneo nè il golfo di
Taranto nè la foce del Crati avevano i pensieri di quella donzella.
Una considerazione grave per lei le avea fatta passare inquieta la
notte e la tenea tuttavia assorta in serii pensieri. Il suo Luigi
le avea bensì serbata parola col visitarla la sera innanzi appena
sdebitatosi de’ protratti obblighi militari che allegò siccome
impedimento dell’accompagnarla a casa, ma oltre all’avere tenuta
assai corta quella sua visita sembrò alla Maria che si sforzasse
nascondere una certa tetraggine divenutagli abituale da qualche tempo
e che s’accrebbe quand’ella gli fece il racconto della scena avuta con
la zingara e delle predizioni fattele da colei su l’uomo dalla mala
guardatura. In oltre la Maria non sapea spiegare a sè stessa i motivi
di una premura mostrata da Luigi a fine di sapere se il padre Venanzio
era stato o verrebbe a visitarla, come solea quando si trasferiva alla
valle del Sila, e della fretta onde congedossi da lei appena inteso che
il buon minimo avea già ripresa la strada di Paola.
Ancorchè a prima vista la nostra giovinetta ne sia apparsa d’una
vivacità capricciosa, talvolta persin leggiera e poco meno che
inconsiderata, ella diventava la persona più meditativa del mondo ove
le occorressero all’animo argomenti che si riferissero al suo amore
per Luigi, o che ancora in qualsiasi modo fossero atti ad esercitare
l’alto di lei carattere; nel che una cosa aiutava a spiegare l’altra.
Ella amava in Luigi Grifone non solamente il bel giovine e il giovine
coraggioso, prerogative già onnipotenti di per sè stesse sul cuor
di una donna, ma in oltre ravvisava in esso, può dirsi, il suo unico
educatore, colui che, dotato d’un ingegno superiore quasi agli anni
suoi, sviluppava in lei i germi d’un discernimento naturalmente
rettissimo; onde non è a stupire se vedemmo la Maria religiosa sì per
indole e per educazione ma scevra in uno de’ volgari pregiudizi di
que’ tempi, come non è meraviglia ch’ella sortisse un amante di mente
non ordinaria nei giorni contemporanei al gran segretario fiorentino e
forieri della fortunata epoca di Leone X.
Di questo umor non bellissimo della sua figlia di latte si accorse la
Concezione che stava allora rinnovellando le ampolle di fiori freschi
su la mensola della Madonna; ma vedete un po’ come bene la buona
vecchia ne indovinasse il motivo!
— Affè che mi parete pensierosa questa mattina. Direi quasi _vostro
danno!_ Ci voleste andar di legge a sentir quella mala astrologa!
— Ah! avete ben ragione — disse con dolce e mesta ironia la giovinetta.
— Non ci sono altre cose che possano dar da pensar su la terra fuor
delle predizioni di una zingara pazza.
— Che altro mai può darvi fastidio?
— Che altro mai! Non vi avvedeste ieri sera come avesse la fronte
annuvolata Luigi?
— Ci badai poco; doveva essere stanco delle sue fazioni della giornata.
— Si è trovato in simil caso altre volte, e il suo buon umore non lo
abbandonava per ciò. Oh! questo buon umore è ben alterato da quindici
giorni fa!
— Eh! son quindici giorni appunto da che corse quel brutto pericolo
di essere scannato da un assassino. Mi par bene un buon motivo di non
essere più allegro.
— Oh! Luigi non è l’uomo da pensare al pericolo quando è passato.
Poi un’idea adesso me ne richiama un’altra. Non vi siete accorta che
da quindici giorni non mi parla più della speranza di veder presto
effettuate le nostre nozze? E sì per l’addietro era il suo discorso
favorito d’ogni minuto!
— Questo, se volete, lo ho notato, e ho notato ancora che non vi dà
più conto dei lavori che fa fare nella casa da lui comprata di fresco
per alloggiarci la sua sposa. In oltre ha venduti que’ suoi due più
bei cavalli da sella che gli erano tanto cari. C’è mai dubbio che i
suoi affari domestici non andassero più bene come una volta? Egli è,
come voi, orfano di padre e di madre. Le sue sostanze le amministra un
tutore, quel banchiere che gli va rimettendo danari da Napoli. Tutti
i tutori non son fedeli, la mia Maria, come questa povera vecchia
spagnuola che vi tien luogo di madre!
— In questa parte certo devo ringraziar Dio, cara la mia Concezione. Ma
me fortunata se il mio Luigi non avesse altre afflizioni oltre quelle
che potessero derivargli da uno sbilancio economico!
— Bella fortuna da vero!
— Me fortunata! l’ho detto e lo ripeto. In tal caso gli direi subito:
_Luigi, se qualche circostanza non preveduta ti ponesse in una
posizione più difficile.... se, per mettere il caso più disperato, ti
privasse perfino d’ogni modo di sussistenza, pensa che la tua Maria ha
una sostanza sufficiente per vivere lei e per far vivere te._
— Ma, signorina — disse la Concezione facendosi ritta ritta — non vi
ricordate più che la buon’anima di vostro padre Francesco Solis vi ha
lasciata sotto la tutela della Concezione Rustegos vostra seconda madre
e che per conseguenza non potete disporre nè delle vostre sostanze nè
della vostra mano senza il consenso di questa vostra tutrice?
— Il consenso di questa mia tutrice! vi mostro io subito come fo ad
ottenerlo. — E nel dir ciò la cara giovinetta, alzatasi dalla sua
scranna, corse ad abbracciare la Concezione e le impresse fervidamente
un bacio per guancia e un su la bocca.
— Ah, briccona! mi conosci troppo — esclamò la vecchia che, strettasi
al seno la sua prediletta, contraccambiò le tre e le quattro volte i
ricevutine baci.
— Aveva io torto, mamma, quando ponevo ogni mia fiducia nell’amor che
mi porti e che è tanto contraccambiato dalla tua figlia? —
Venne indi un succedersi di scambievoli e cordialissime carezze cui
impose fine la nudrice con una sensatissima riflessione, perchè, se
prescindiamo da certe superstizioncelle che la buona vecchia spagnuola
aveva nell’osso, la nostra Concezione, quando era fuor di tutte le
suggezioni e a quattr’occhi con la sua allieva, parlava proprio da
donna di proposito.
— Orsù, figlia mia, quello che si ha a fare si faccia subito. Così
nella mia Spagna nativa come in questa parte d’Italia il tempo di
maritarsi per le ragazze arriva presto e vola anche più presto. Quando
viene oggi il tuo Luigi hai da spiegargli alla libera questa intenzione
che dicesti a me. L’eccesso del tuo amore non raffredderà il suo,
perchè quel buon giovine t’ama da vero; me ne sono avveduta io in più
d’una circostanza, e noi vecchi ce ne intendiamo di queste cose!
— Ma e se ci fossimo ingannate voi ed io sul motivo del suo turbamento?
— E se ci fossimo ingannate non gli dài mica una sassata con lo
spiegargli quello che saresti pronta a fare per lui? Ne trarrà una
maggior confidenza a sceglierti in tutti i casi d’angustia per sua
amica, per sua consigliera. A te poi non mancano le belle maniere di
far nascere un discorso.
— M’ingegnerò, mamma. Già non dovrebbe tardar molto a capitare. —
Non aveva ancor terminato di profferire queste parole la giovinetta
quando d’improvviso si spalanca l’uscio della stanza e si presenta
alle due donne tale visione che avrebbe atterrite persone anche più
intrepide. Poco men che ignudo, ma armato, grondante sangue, ansante,
con una fisonomia stralunata, atta per altro ad indicare più forse
un infelice che un delinquente, entra un uomo di circa sessant’anni.
Trasalisce la Maria, la Concezione grida tosto:
— Vergine Santissima! Vergine Santissima! l’uomo dalla mala guardatura!
— nè ha forza di profferire un accento di più.
L’uom sopraggiunto dice con voce patetica alle due donne tratte troppo
fuor de’ lor sensi per udirne le parole:
— Ah! non temete alcun male da me. Del male a voi! cerco soltanto
mettere in salvo la mia vita che si vuol togliermi. —
Come si è notato, era impossibile che il suono di questi accenti
arrivasse all’orecchio delle due povere spaventate creature. Pure
l’imminenza di un pericolo, o temuto o reale, ne guida più presto,
e come per forza d’istinto, a quella freddezza di mente necessaria
onde misurar meglio lo stesso pericolo e meditare i modi di trarci
il men male d’impaccio; e ciò sarà accaduto tanto alla giovine Maria
quanto alla sua buona nudrice, le quali udirono l’inchiesta dello
straordinario personaggio quando questi la ripetè, non però senza aver
prima posto in disparte il suo moschetto e ciò a fine di rassicurarle
meglio su le proprie intenzioni.
— E qual disgrazia vi è occorsa e che cosa possiamo fare per voi, noi
povere donne? — disse la Maria.
— Qual disgrazia, buona signorina? col dirvi che mi vogliono morto
vi ho detto tutto. Che cosa potete fare? darmi il tempo di ristagnare
il sangue che mandano le mie ferite e, se aveste alcuni panni vecchi
entro cui potessi avvolgermi... vedete in che stato mi hanno ridotto...
datemeli in carità, poi abbandono subito la vostra casa. Per vostra
quiete nessuno mi ha veduto ad entrarci. —
Già l’abbattimento della paura, grazie a queste sole parole, avea fatto
luogo nel cuore della sensibile Maria a tutte le emozioni della pietà.
Essa lacera tosto una gran falda della tela su cui stava lavorando.
— Servitevi di questo per le fasciature di che abbisognate. Concezione,
guardate fra i rimasti abiti del povero padre mio se ve ne sia qualcuno
che s’adatti a questo povero nostro ospite. —
Gli occhi inumiditi del personaggio misterioso provarono che per lo
meno non gli era ignota la gratitudine.
— Ma la mia cara Maria, sappiamo noi bene a che ci esponiamo? spero
che questo uomo non ci vorrà compromettere.... ma pensate a ieri
sera!... —
— La mia intenzione non è al certo di compromettervi — soggiunse
tosto lo sconosciuto — però se avete delle paure su ciò.... questa
buona giovinetta, sotto il cui tetto mi ha portato un caso ch’io non
prevedeva giammai, m’intenerisce troppo.... torno a gettarmi fra le
mani de’ miei persecutori.
— No, no, buon uomo! — esclamò la Maria — non fate un simile torto alla
nostra ospitalità. Questa benedetta Concezione mi ama tanto che alle
volte.....
— Vi amo certo e questo amor mio mi scolpisce meglio nella memoria e la
figura di quest’uomo e le parole profferite dalla zingara.
— Concezione, non bado ad un’astrologa di piazza io. La mia consigliera
vedila là! — e accennava col dito l’immagine della Vergine — quella là
innanzi alla quale rinovavi i fiori poc’anzi. Oh! mi son volta a lei
prima di risolvermi; l’ho guardata; mi è sembrato fin vederle mover
gli occhi, mi è sembrato udire dalle sue labbra divine queste parole:
_Quando vedi un infelice non cercare perchè lo sia ma soccorrilo!_ La
chiamano madre degli sfortunati per questo. —
La Concezione, in cui taceva ogni riguardo di umana cautela quando
vedea la figlia sua volere una cosa, e in parte ancora persuasa da quei
detti profferiti dal labbro d’un angelo, andò in cerca delle cose che
la Maria le accennò.
Nell’intervallo in cui ella rimase sola con l’uom misterioso, questi,
guardandola con volto sempre più commosso, le disse:
— Oh! voi arrivereste a riconciliarmi con gli uomini.
— Vi compiango se avete bisogno di chi vi riconcilii co’ vostri simili
— gli rispose la virtuosa Maria più assai contristata del certo che
lusingata da un tal complimento. — Ma lo stato in cui vi vedo è in
parte la vostra scusa. Amico mio, pensate or solo a voi stesso e a
tutto ciò che la mia casa vi può somministrare. Vado a sollecitare la
Concezione. —
Poc’altri discorsi passarono in appresso tra le soccorritrici e l’uom
soccorso che, ben accortosi e del far guardingo della Concezione e
compreso d’affettuoso rispetto per la Maria cui s’avvide parimente
d’aver dato disgusto col mostrarsi nemico degli uomini, affrettò la
sua fasciatura ed il suo travestimento. Non ci volle più d’una mezz’ora
perchè fosse terminato. Colmando di benedizioni la Maria il misterioso
personaggio se ne andò per una porta segreta affatto lontana da quella
donde entrò, accompagnato dalla Concezione che suggerì ella stessa
questa cautela.
IV.
NUOVI MOTIVI DI AGITAZIONE E STUPORE.
Rimaste sole le due donne si trovarono per dir vero sollevate di un
gran peso e di conserto ringraziarono il cielo nella fiducia che un
tal fatto non avrebbe conseguenze peggiori. Ma non ebbero il tempo
di abbandonarsi fra loro a que’ parlari cui siamo soliti dopo essere
stati spettatori ed attori d’uno strano avvenimento perchè non tardò
ad arrivare Luigi. Mise un’esclamazione di gioia la Maria, tanto più
che le sembrò scorgere in esso una cera più allegra di quella con cui
l’aveva lasciata.
— Perchè non siete arrivato un po’ prima? — gli disse la Concezione. —
Ci avreste trovate....
— Un affare di grande premura — rispose Luigi interrompendo il discorso
alla nudrice — mi ha trattenuto, al certo contra ogni mia voglia. Mi
stava troppo a cuore che la mia cara Maria non mi credesse dimentico
delle mie promesse. Sì, mia diletta, le ricordo sempre e spero
finalmente non lontano il momento in cui io non abbia a distrarre un
solo istante i miei pensieri da voi.
— Se ciò è — rispose la Maria — non v’è sagrifizio passeggiero ch’io
non veda compensato da una sì bella speranza.
— Bisogna bene — soggiunse la Concezione — che i vostri pensieri sieno
gravi assai se non vi hanno dato il tempo nemmen di ascoltare quelli
che hanno agitate noi povere donne.
— Oh Dio! che cosa è stato? — chiese ansiosamente Luigi.
— Nient’altro se non che abbiamo avuto qui l’uomo dalla mala
guardatura! — fu presta a rispondere la Concezione.
— Come? — domandò Luigi con uno stupore che sentiva d’atterrimento.
— Cioè — soggiunse sorridendo la Maria — l’uomo cui attribuiva questa
leggiadra prerogativa l’astrologa. Vi ricordate bene il racconto che vi
ho fatto ier sera?
— Proseguite! proseguite! — disse Luigi con una voce che potea credersi
fatta tremante dalla sola idea di disturbi, qualunque ne fosse la
natura, sofferti dall’arbitra del suo cuore.
— Ma il mal occhio — continuava tuttavia sorridente la Maria — quel
poveretto non lo ha fatto a noi che abbiamo saldato il tutto con un po’
di timore. Glielo hanno piuttosto fatto i suoi persecutori dai quali si
è campato a stento rifuggendosi in casa mia mal concio dalle ferite ed
in uno stato che bisognava non aver cuore per non sentirne pietà.
— Non comprendo — diceva Luigi pallido in volto e con una confusione
che continuava ad apparire bastantemente giustificata dalla spiacevole
stranezza del caso in cui la Maria si era trovata — non comprendo......
perchè nessuno mi ha detto che gli aggressori si fossero vôlti da
questa banda...
— Ma non vi parlo d’aggressori; l’uomo rifuggitosi qui lo avrei detto
piuttosto assalito che assalitore — la Maria soggiugneva.
— Per dir la verità poteva essere più la seconda cosa che la prima; era
carico d’armi!
— Se non gli ho veduto altr’arma che un moschetto! ma cara
Concezione!....
— Per altra parte io non ho dato ordini.... forse uno de’ miei
aiutanti.... — susurrava a fior di labbro Luigi.
Tra le interruzioni che non potea starsi dall’intromettere Luigi, il
quale si mostrava affannato forse più che le narratrici nol fossero,
e tra quelle che per forza del suo carattere andava introducendo la
Concezione, fu terminato dalla Maria più placida in aspetto degli altri
il racconto dell’avvenimento di cui siamo stati or or testimoni.
Luigi allora rimase sì tacito, sì sopra pensieri che giustificò questa
inchiesta della Maria:
— Ma dove sei or con la mente, Luigi? Io di questo fatto omai non me
ne ricordo più. Tu dovresti esser contento poichè vedi che non me ne è
venuto alcun danno. Perchè non ripigli quella giocondità che mostravi
appena giunto?
— Mia cara, puoi immaginarti s’io non goda al vedere che non ti è
occorso nulla di sinistro, s’io non ammiri la tua intrepidezza; ma il
sapere che questa è stata posta a tal prova... poi.... tu lo vedi,
il grado che occupo nelle milizie non mi permette di starmi dal far
ricerche su ciò che sento ora accaduto. Più presto ch’io lo potrò sarò
nuovamente da te. Maria! — e qui mise un sospiro e la voce di lui prese
un accento soavemente patetico mentre baciandole con tenerezza la mano
continuava: — Ah Maria! tu sei un angelo del paradiso! — e fu in un
subito fuor della stanza.
— Sono _un angelo del paradiso_, e mi fugge via più che se fossi un
demonio dell’inferno! Che ne pensi, Concezione?
— Ma, cara mia, egli ti ha pur data una ragione della sua istantanea
partenza.
— Sì, ma non arrivo a spiegare a me stessa la confusione che dominava
ne’ suoi discorsi e che appannava, per così esprimermi, gli accenti
della sua tenerezza. Il solo momento in cui mi è sembrato leggergli
negli occhi e nella fisonomia la forza del solo amore è stato quando mi
ha lasciata. Ah sono ben infelice! —
La Concezione le avrebbe pur ripetuto volentieri che tutto le derivava
dall’aver voluto farsi astrologar dalla zingara; ma vedea troppo reale
il dolore della Maria per non temere di tribolarla di più, oltrechè era
nata in lei stessa un’altra paura.
— È vero — ella pensava; — si scorgeva più la confusione che l’amore
in que’ suoi discorsi. Parea che non vedesse l’ora d’andarsene. C’è mai
pericolo ch’io mi sia ingannata nel credere Luigi innamorato da vero di
lei e ch’io l’abbia innocentemente tratta a perdizione mantenendola in
questo errore? Ah, Signore! non lo permettete! —
Povero Luigi! che torto gli si facea!
V.
LA CORTE DI GIUSTIZIA.
Era scorsa una buona settimana dopo il pauroso caso avvenuto
nell’abitazione della Maria quando, in una certa mattina, tutta
Cosenza, città capoluogo della Calabria Citeriore, era in moto. Non
credo si sarebbe trovato un solo abitante nella propria casa. Tutta
la strada grande ringorgava di cittadini e di campagnuoli accorsi da
ciascuna porta della città. Il maggior concorso per altro di chi andava
e veniva era a quella che guida al mare.
— È lui! — Non è lui! — È proprio lui il Leone. — L’armatetta dei
guardacoste lo ha sorpreso solo entro un palischermo che correa con
tutto il vento in sua via verso il faro di Messina. — Lo conducono
adesso al tribunale ove stanno già uniti i giudici per isbrigarlo. —
Erano questi i varii discorsi che l’uno teneva all’altro e che davano
la ragione di tanto subuglio.
Il tribunale di fatto è adunato nella grande sala della giustizia. Ne
è presidente certo capitano di giustizia Bargilone, uom perfettamente
concorde co’ suoi compagni nella massima di riguardare i delitti
umani come campo di ricca messe a chi li giudica, con che davano
l’aspetto d’inique alle cause anche le più giuste, e questa certamente
ne era una, poichè trattavasi in fin del conto di giudicare un capo
d’aggressori ravvisato ai più convincenti indizi per tale. Ma qual
santa causa non si trasforma in orribile se vengono a sostenerla i
tormentatori patentati, le strappate di corda, le gabbie, le tanaglie,
la ruota, i roghi, le caldaie per bollirci gli uomini dentro e tutte
le enormi suppellettili di quel Tristano d’esecrata memoria che dai
dominii di Luigi XI si dilatarono con tanto fatale rapidità in tutto il
rimanente dell’Europa!
Il vicerè del regno di Napoli, il gran contestabile don Gonzalvo
di Cordova, uom grande nella guerra come negli affari di stato, non
avea certamente risparmiate cure per render gradita ai popoli da lui
governati la dominazione di Ferdinando il Cattolico; e per vero dire
la cosa pubblica veniva in allora amministrata senza lamenti, sia
rispetto agli affari civili, sia rispetto agl’interni regolamenti ed
al riparto dei pubblici pesi. Ma non poteva dirsi altrettanto in ciò
che spettava ai tribunali criminali, pupilla dell’occhio d’un monarca
che portò bensì alla più inaudita grandezza i suoi dominii, ma che fu
ad un tempo il fondatore della inquisizione, e che, desideroso (nella
qual cosa nè egli nè i suoi successori, come si è detto, riuscirono
mai) d’introdurla nel regno di Napoli, non sol tollerava ma favoriva
tutti i barbari odiosi privilegi dei tribunali di que’ giorni affinchè
divenissero come l’impalcamento del più orrido tribunale ch’egli,
Ferdinando, e l’atroce Torquemada, allora ottuagenario, voleano
fosse la corte suprema di giustizia del Nuovo Mondo e del Vecchio. Ad
impedire pertanto e a correggere gli abusi giudiciali in quel tempo
esistenti ben poco poteva il gran Gonzalvo, costretto talvolta a
premersi entro sè stesso i cordogli che non dalla giustizia ma dalla
giustizia inumanamente esercitata gli derivavano.
Dinanzi a questo tribunale pertanto composto com’era e come sol
potea sfortunatamente esserlo allora, in mezzo a sedici alabardieri,
strettamente incatenato, arrivò finalmente lo sciagurato che era stato
sorpreso nel palischermo. Tutta Cosenza allora fu in quella sala; non
avreste più veduto un uomo girar per le strade e tutti coloro che non
capivano nella sala erano aggruppati negli anditi, ne’ corritoi, lungo
le scale del palazzo della giustizia. Cosa strana! ognuno s’aspettava
di vedere nel prigioniero tutto quel di peggio che la faccia d’un capo
d’assassini può presentare. Vedevano in vece sopra un volto, solcato
dai patimenti, l’espressione soltanto della mansuetudine e della
rassegnazione. Parea quasi incredibile (se il volgo fosse molto avvezzo
ad istituire tal genere di confronti) che con quella fisonomia si
fossero conciliati gli enormi delitti onde il Leone veniva accusato.
Sotto un pastrano nuovo portava un giubbettino verde che, come se
fosse qualche cosa spettante a divisa, avea rivolture di panno rosso,
ma che le fenditure del pastrano stesso lasciavano a stento vedere. Il
capitano Bargilone, la cui nequizia era placida e l’accento del quale
sinistramente blando andava accompagnato da un sogghigno che non lo
abbandonava mai nemmen quando le sue misere vittime mandavano grida tra
le fiamme o sotto lo strazio de’ più spaventosi tormenti, si fece tosto
ad interrogarlo:
Come vi chiamate?
— Non mi chiamo più nulla; mi chiamarono il Leone, e talvolta il gran
capitano degli Apennini.
— Oh! oh! — sclamò ghignando il capitano di giustizia. — Badate a non
cozzarvi per questo titolo col vicerè di Napoli.[4] —
E questo sarcasmo ed altri successivi ancor più amari del Bargilone
andarono molto a sangue di quella platea composta d’individui che
non erano al certo altrettanti Filangeri o altrettanti Beccaria per
comprendere come il reo caduto in mano della giustizia, e durante
l’esame e nell’atto della sentenza e fin sul palco di morte, debba
divenire un sacro oggetto di dignitoso riguardo pel giudice. Chi fra
i presenti avrebbe potuto aggradir meno simili scherzi sarebbero stati
uomini del far di coloro che nel sagrato della Madonna del Sila udimmo
lodarsi di alcune beneficenze del Leone; ma, oltrechè la plebaglia ama
ridere di tutto e su tutto, la sua interessata gratitudine non dura
più del potere di essere benefico in chi se la conciliò. Lo sgraziato
Leone, stretto di catene e su l’orlo del suo patibolo, non era più che
un vile assassino agli occhi d’ognuno.
— Per coraggio almeno e per fermezza d’animo non cedo a Gonzalvo di
Cordova — così il Leone rispose al sarcasmo del Bargilone.
— Bravo! va bene! — ripigliò a dire costui — potreste averne bisogno di
queste virtù. Per altro son persuaso non garberebbe gran che al signor
Gonzalvo questo parallelo che fate tra lui.... scusate se chiamo le
cose come le chiamano gli altri... ed un assassino. —
Qui la rassegnazione serbata finora dal reo diede luogo alcun poco ad
un impeto d’irritazione.
— Davanti a Dio fui un peccatore; ma non è vero che gli uomini avessero
diritto di chiamarmi assassino.
— Ah! contatemi mo con che bel nome volevate che vi chiamassero?
— Ora non cerco più che mi chiamino con nessun nome. In buona giustizia
dovrei esser chiamato un uomo che fece guerra alla società dopo che
tutta la società avea mossa la guerra a lui.