«Sappiate, dice egli, che nell'India sono molte navi, ch'elle sono d'un

legno chiamato abete e di sapino; elle hanno una coverta e in su questa

coverta hae bene 40 camere, ove in ciascuna puote istare un mercatante

agiatamente; e hanno un timone e quattro alberi, e molte vi giungono due

alberi che si levano e pongono. Queste navi vogliono bene duecento

marinai; ma elle sono tali che portano bene cinquemila isporte di pepe,

e di datteli seimila. E' vogano co' remi, che a ciascuno remo vogliono

essere quattro marinai, e hanno queste navi tali barche, che porta l'una

bene mille isporte di pepe. E sì vi dico che questa barca mena bene

quaranta marinai, e vanno a remi, e molte volte aiutano tirare la gran

nave; ancora mena la nave dieci battelli per prendere pesci.» La

relazione del Polo fornisce notizie assai dettagliate ed interessanti

sull'isola di Cipango, nome applicato al gruppo d'isole che compongono

il Giappone, ch'era allora un paese rinomato per le sue ricchezze.[34]

«Zipagu, dice il nostro esploratore, è un'isola in levante, ch'è

nell'alto mare millecinquecento miglia. L'isola è molto grande, le genti

sono bianche, di bella maniera e belle, e sono idolatri, e non

obbediscono ad alcuno. Qui si trova l'oro, però n'hanno assai; niuno

uomo non vi va, e niuno mercante non leva di questo oro; perciò n'hanno

eglino cotanto. Il palagio del signore dell'isola è molto grande, ed è

coperto d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo; e tutto lo

spazzo delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita, e tutte

le finestre e mura e ogni cosa e anche le sale sono coperte d'oro; e non

si potrebbe dire la sua valuta. E gli hanno perle assai, e sono rosse e

tonde e grosse, e sono più care che le bianche; ancora v'ha molte pietre

preziose, e non si potrebbe contare la ricchezza di questa isola.»

La fama delle ricchezze del Giappone era giunta sino in China, ed aveva

risvegliata la cupidigia di Kublai-Kan, che, verso il 1264, pochi anni

prima della venuta di Marco Polo alla corte tartara, aveva tentato

d'impadronirsi di quell'isola. La sua flotta, comandata da due baroni,

approdò felicemente a Cipango, s'impadronì d'una cittadella, i cui

difensori furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le

navi tartare, e la spedizione non ebbe risultato. I due baroni che

avevano condotta quella sciagurata impresa vennero, d'ordine

dell'imperatore, decapitati. Marco Polo racconta circostanziatamente

questo tentativo, e cita varî particolari intorno ai costumi dei

Giapponesi.

«Sappiate, dice il Veneziano, che quando alcuno di questa isola prende

alcuno uomo, che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e i suoi

compagni, e fallo cuocere, e dàllo mangiare a costoro, e dicono ch'è la

migliore carne che si mangi.»

Secondo il Polo, all'epoca in cui egli visitò la China, i Giapponesi

sarebbero stati antropofaghi, come lo sono ancora oggidì gl'indigeni di

molte isole dell'oceano Pacifico.

Intanto Marco Polo, suo zio Matteo e suo padre Niccolò, trovavansi da

ben diciassette anni al servizio dell'imperatore, senza contare gli anni

spesi nel viaggio dall'Europa alla Cina. Avevano vivo desiderio di

rivedere la patria; ma Kublai-Kan, che era loro affezionatissimo, e ne

apprezzava i meriti, non sapeva risolversi a lasciarli partire. Tutto

tentò egli per vincere la loro risoluzione, ed offerse loro immense

ricchezze se acconsentivano a non più abbandonarlo. I tre Veneziani

persistettero nel disegno di tornare in Europa, ma l'imperatore rifiutò

loro assolutamente la licenza di partire. Marco Polo non sapeva come

deludere la vigilanza dell'imperatore, quando un avvenimento mutò la

determinazione di Kublai-Kan.

Un principe mongollo, Arghum, che regnava in Persia, avea mandato

un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in matrimonio una

principessa del sangue reale. Kublai-Kan accordò al principe Arghum la

mano di sua figlia Cogatra, e la fece partire accompagnata d'un seguito

numeroso.

Ma le contrade che la scorta volle traversare per recarsi in Persia non

erano sicure; turbolenze, ribellioni, l'arrestarono ben presto, e la

carovana dovè ritornare, dopo alcuni mesi, alla residenza di Kublai-Kan.

Allora gli ambasciatori persiani, avendo sentito parlare di Marco Polo

come d'un valente navigatore che aveva conoscenza del mare Indiano,

supplicarono l'imperatore di confidare a lui la principessa Cogatra,

affinchè la conducesse al suo fidanzato, traversando quei mari meno

pericolosi del continente.

Kublai-Kan cedè, non senza difficoltà, a quella domanda. Egli fece

allestire una flotta di quattordici navi a quattro alberi, ed

approvigionolla per un viaggio di due anni. Qualcuna di quelle navi

contava persino duecentocinquanta uomini di equipaggio. Come si vede,

era una spedizione importante, e degna dell'opulento sovrano dell'impero

chinese.

Matteo, Niccolò e Marco Polo s'imbarcarono colla principessa Cogatra e

cogli ambasciatori persiani. Fu in quel tragitto, che durò non meno di

diciotto mesi, che Marco Polo visitò le isole della Sonda e dell'India,

di cui fa una descrizione tanto completa? Noi possiam fino ad un certo

punto ammetterlo, sopratutto per quanto riguarda Ceylan ed il litorale

della penisola indiana. Lo seguiremo quindi durante la sua navigazione,

e riferiremo le descrizioni ch'egli dà di quei paesi, fino allora

imperfettamente conosciuti.

Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il

porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso

le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse

direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i

commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia

della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già

visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una

missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.

«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton

e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi (_garbino_, ossia

_libeccio_) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome

Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono

idoli (_idolatri_); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20

leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono

trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli

anni Domini 1278.»

Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che

lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui

centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava

maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva

disporne a suo talento.

Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta

di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di

Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo

pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede

grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed

altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome

di _Java_ intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni

dànno infatti il nome di _Jana Java_ (paese di Giava) e _Nusa Java_

(isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo

non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca

di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto

sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole

di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco

Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang,

posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso

l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.

«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana

(_l'Orsa_) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola

hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami

ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care

ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo,

ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici

e rinoceronti, che Marco Polo chiama _unicorni_, e scimmie che vanno a

frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella

costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per

visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong

Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi;

Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo

altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo

l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i

cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e

quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì

e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.»

È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che

in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono

quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu

(probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi;

di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono

moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè

l'isola di Pauchor, ove cresce il _cicade_, da cui si trae una farina

buona per pane, che noi chiamiamo _sagù_. Finalmente i venti permisero

alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di

Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman,

i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la

flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle

coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via

maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì

forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa

tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate,

continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e

non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e

topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il

re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del

mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che

un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo,

egli è piue ispredente (_splendente_) cosa del mondo, egli non ha niuna

tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si

potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene

voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe

per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»

A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran

provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla

costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto

nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di

Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi

incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie

d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco

Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte

dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui

suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che

il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane,

di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a

diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli

astrologhi ed indovini.

Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco

Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al

territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte

una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa

per le sue miniere di diamante.

«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase

vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che

giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo

regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora

in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae

grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per

queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è

ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne

trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi

si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi,

che gli uomeni vivono a grande dottanza (_timore_), e sono molto

velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli

serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo,

ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote

andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi

fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella

carne. E in su queste montagne istanno aguglie (_aquile_) bianche che

stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in

questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di

questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie

fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed

ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti

colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio

dell'aguglia, e trovano coll'uscita (_escrementi_) loro di questi

diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in

luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo

reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli

cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di

quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»

Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune

miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni)

degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso

degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S.

Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più

particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i

«Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo

la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza;

alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non

mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento

vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma

lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue,

che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per

un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli

viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»

Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284

Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute

reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari;

giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo

padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il

punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco

di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail,

porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano

allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste

dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della

penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII

era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti

sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si

raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante

e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del

Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni

tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più

grossi dei loro congeneri d'Europa.

La flotta, lasciato Coilum, seguì verso il nord la costa del Malabar, e

giunse sulle sponde del reame di Ely, che sembra corrispondere a

Mangalore, nell'antico regno di Samorin. «Qui, dice il Veneziano, nasce

pepe, giengiavo (_ginepro_) e molte altre ispezierie.»

Al nord di quel regno stendevasi quella contrada che il viaggiatore

veneziano chiama Melibar, e che è situata al nord del Malabar

propriamente detto. Le navi dei negozianti del Mangi venivano spesso a

trafficare cogli indigeni di questa parte dell'India, che loro fornivano

carichi di droghe eccellenti, bugrani preziosi ed altre mercanzie di

gran valore; ma i loro vascelli erano troppo sovente saccheggiati dai

pirati della costa, che avevano fama di terribili uomini di mare. Quei

pirati abitavano più particolarmente la penisola di Gohurat, oggi

Gudgiarate, verso la quale la flottiglia si diresse dopo aver veduto

Tanat, contrada ove si raccoglie l'incenso bruno, Kambaget, città che fa

gran traffico di cuoio. Visitato che ebbero Sumenat, città della

penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, e poi

Kesmacoram, probabilmente l'attuale Kedge, ultima città delle Indie tra

occidente e settentrione, Marco Polo, in luogo di risalire verso la

Persia, ove l'attendeva il fidanzato della principessa tartara,

s'inoltrò verso occidente, traverso il vasto mare d'Oman.

La sua insaziabile passione d'esploratore lo trascinò così per

cinquecento miglia sino alle rive dell'Arabia, ove gettò l'áncora alle

isole Maschio e Femmina, così chiamate perchè una è unicamente abitata

da uomini, l'altra da donne, che vengono visitate da quelli durante i

mesi di marzo, aprile e maggio. «Questi uomini, dice il nostro

esploratore, sono cristiani battezzati e non hanno signore, salvo che

hanno un vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara.» Lasciate quelle

isolette, la flotta fece vela a mezzodì verso l'isola di Scara, ch'è

veramente Socotora, l'antica _Dioscorides Insula_ dei Greci, ch'è posta

all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco Polo riconobbe diverse

parti. Egli parla degli abitanti di Socotora come di abili incantatori,

che con le loro arti ottengono quanto vogliono e comandano agli uragani

ed alle tempeste. Poi, discendendo ancora di miglio in miglio verso il

sud, spinse la sua flotta sino alle coste del Madagascar.

Agli occhi del nostro viaggiatore, Madagascar è una delle più grandi e

più nobili isole del mondo, d'un circuito di ben quattromila miglia. Gli

abitanti sono per la maggior parte maomettani, e vivono sotto la

signoria di dodici governatori. Sono molto dediti al commercio, e

particolarmente al traffico dei denti di elefanti e dell'ambra. Si

nutrono specialmente di carne di cammello, che è migliore e più sana di

qualsiasi altra. I negozianti che vengono dalle coste dell'India non

impiegano più di venti giorni a traversare il mar d'Oman; ma nel ritorno

ci spendono non meno di tre mesi, in causa delle correnti contrarie che

tendono sempre a respingerli verso il sud. Nondimeno, frequentano

quell'isola perchè fornisce loro il legno di sandalo, di cui sonvi

intere foreste, e l'ambra, ch'essi scambiano con drappi d'oro e di seta,

con grande guadagno e profitto. Secondo Marco Polo, non mancano in quel

reame le fiere e la cacciagione: leopardi, leoni, orsi, cervi,

cinghiali, giraffe, asini selvaggi, caprioli, daini, bestie da pascolo

vi si incontrano a mandre numerose; ma ciò che gli parve meraviglioso fu

l'uccello grifone, ossia il _roc_, di cui si parla tanto nelle _Mille ed

una notte_. «Questi uccelli, dic'egli, non sono fatti com'e' si dice di

qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie

(_aquile_) e sono capaci di sollevare un elefante negli artigli.»

Quest'uccello meraviglioso è probabilmente l'_epyornis maximus_, di cui

si trovano ancora delle uova al Madagascar.

Da quell'isola Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest, venne a

riconoscere Zanzibar e la costa africana, ch'egli prese per un'isola.

Gli abitanti gli sembrarono smisuratamente robusti e capaci di portare

il carico di quattro uomini, «e questo non è maraviglia, chè mangia

l'uno bene per cinque persone.» Quegli indigeni erano negri e

camminavano nudi; avevano la bocca grande, il naso «rabbuffato in suso,»

le labbra e gli occhi grossi; descrizione esattissima, che s'adatta

ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Quegli Africani vivono

di riso, latte, carne e datteri, e fabbricano il vino con riso, zuccaro

e droghe. Sono valenti guerrieri, nè temono la morte; combattono sopra

cammelli o elefanti, armati di scudi di cuojo, di spade e di lancie, ed

eccitano le loro cavalcature inebbriandole di bevande spiritose. «Qui,

soggiunge il nostro viaggiatore, si hanno le più sozze femmine del

mondo, ch'elle hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le

mani grosse quattro cotanti che l'altre.»

Ai tempi di Marco Polo, secondo l'osservazione del Charton, i paesi

compresi sotto la denominazione d'India si dividevano in tre parti:

l'India Maggiore, cioè l'Indostan e tutto il paese posto fra il Gange e

l'Indo; l'India Minore, cioè la contrada al di là del Gange, dalla costa

occidentale della penisola fino alla costa della Cocincina; finalmente

l'India Media, cioè l'Abissinia e le rive arabe fino al golfo Persico.

Lasciando Zanzibar, Marco Polo si diresse verso quest'India Media,

ch'egli chiama Nabasce (_Abissinia_), risalendo verso il nord ed

esplorando il litorale di quel paese fertilissimo. «Nabasce, dice il

nostro viaggiatore, è una grandissima provincia; e sappiate che 'l

maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti gli altri re

della provincia sono sottoposti a lui, i quali sono sei re, tre

cristiani e tre saracini. Il re maggiore dimora nel mezzo della

provincia, e i saracini dimorano verso Edenti (_Aden_), nella quale

contrada messer San Tomaso convertì molta gente, poscia se ne partío, e

andonne a Nabar, colà dove fu morto.» Parlando della vita degli abitanti

e della fauna del paese, dice che «la vita loro si è riso e carne, e

hanno leonfanti, e non ch'egli vi naschino, ma vengono d'altri paesi.

Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime

galline, e sì hanno istruzzoli (_struzzi_) grandi come asini, o poco

meno; e sì hanno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe

troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno assai, e si hanno

pappagalli bellissimi e di più fatte, e si hanno gatti mamoni e iscimmie

assai.»

Lasciato il litorale dell'Abissinia, la flotta toccò Edenti, la moderna

Aden, vicino all'imboccatura del Mar Rosso. Aden era a quel tempo una

città importantissima pel traffico dell'Oriente, e nel suo porto

convenivano tutti i navigli che commerciavano coll'India e colla China.

La flotta visitò quindi Icier (la moderna Schehr nell'Hadzamauth, sulla

costa meridionale dell'Arabia), «grande città, dice il Veneziano, la

quale è sotto il soldano d'Edenti ed ha un porto eccellente, al quale

càpitano molte navi, le quali vengono dall'India con molta mercatanzia;»

Dufar (Dafur, sulla costa arabica meridionale), che produce un incenso

di prima qualità; Chalatu (Kalhat, sulla costa arabica orientale),

«città posta sulla bocca del golfo di Chalatu, sì che veruna nave vi può

passare nè usare senza la volontà di questa città;» e per ultimo Curmaso

(Hormuz), che Marco Polo aveva già visitata, quando da Venezia si recò

alla corte del re tartaro.

È a quel porto del golfo Persico che terminò la traversata della flotta

allestita dall'imperatore mongollo. La principessa era finalmente giunta

ai confini della Persia, dopo una navigazione che aveva durato non meno

di diciotto mesi. Ma nel frattempo il principe Arghum, suo fidanzato,

era morto, ed il regno era straziato dalla guerra civile. La principessa

fu dunque consegnata al figlio d'Arghum, il principe Ghazan, che salì al

trono nel 1295, dopo che l'usurpatore, fratello d'Arghum, fu

strangolato. Non si sa che avvenisse della principessa; ma prima di

separarsi da Marco, Matteo e Niccolò Polo, ella lasciò loro segni

dell'alto favore in cui li teneva.

Fu probabilmente durante il suo soggiorno in Persia che Marco Polo

raccolse documenti interessanti sulla Gran Turchia; sono documenti

staccati ch'egli dà al termine della sua relazione, vera storia dei kan

mongolli della Persia. Ma i suoi viaggi d'esplorazione erano terminati.

Preso commiato dalla principessa tartara, i tre Veneziani, bene

scortati, presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a

Trebisonda e Costantinopoli, da Costantinopoli a Negroponte, ed ivi

s'imbarcarono per Venezia.

I Viaggi di Marco Polo Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice magliabeccano e sulle opere di Charton · 第 4 / 6 段