avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un
unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in
un boccone.
La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e
che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono
parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri.
«Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e
spendono per moneta _porcellane bianche_, che si truovano nel mare.» È
questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di
_Cyproea moneta_, che gli Indiani chiamano _Cooris_, usata anche ai dì
nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie.
Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli
indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori
che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi
anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro
la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]
A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora
verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale,
Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli
abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con
laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella
provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare
a caccia od andare in oste (_in guerra_)»: i lavori faticosi sono
riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno
idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia;
cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di
sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno
tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà;
quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra
metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori,
che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e
quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.
Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco
Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e
l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un
gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver
cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti,
liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte
dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama
Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava,
chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau,
situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica;
erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta
da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una
lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel
reame cadesse in potere del Kan.
Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a
Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni
dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora
a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a
conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da
zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti.
Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu,
nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome
abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di
Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante
aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle
gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di
queste dipinture più si tiene gentile e bello.»
Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo
viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese
d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero
Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma,
oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini,
bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli
fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie.
«Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono
ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e
fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non
puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta
la _porcellana_, ossia quella conchiglia (_Cyproea moneta_) di cui
abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e
di spezie.
Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si
allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del
Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo
seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive
sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che
si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì,
che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del
Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,--e si ha
ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente
cacciatore,--fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le
montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i
leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni
nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se
neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E
chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi
dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e
piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne
sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi
dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono
questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E
dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani,
come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e
l'altro di dietro, ma sono sie (_sì_) ammaestrati e leggieri che 'l
lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il
lione si mette a partire per trovare albore (_albero_), ove ponga le
reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle
coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo
seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade
morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni
cani.»
Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai,
che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.»
Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo
a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di
Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel
Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso
Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione
nell'Indo-China.
Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore
d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca
e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel
lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il
secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.»
Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco
Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la
moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di
là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva
esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa
che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive
dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a
Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di
Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu
era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle
contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi
giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate
di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la città di Siugni, che credesi
corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran
canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano
nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è
maraviglia a credere.»
[Illustrazione: Quel paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di
datteri e d'altri alberi fruttiferi.... Cap. II, _pag._ 22]
Otto giorni dopo traversava Lingni, che sembra corrispondere all'odierna
città di Lin-tching-hien; quindi passava per Pigni, oggidì Pi-tcheou;
Cigni, che si crede sia la moderna Sut-zi-hien, e giungeva al Caramera o
Fiume Giallo, che aveva già traversato nel suo corso superiore, mentre
dirigevasi verso l'Indo-China.
Parlando dell'importanza di questo fiume nella navigazione e nel
commercio dell'impero, ecco le parole testuali del Polo: «Sappiate che
il gran fiume di Caramera, che viene dalla terra del Prete Gianni, è
largo un miglio; ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran
nave; egli ha questo fiume bene quindicimila navi, che tutti sono del
Gran Cane, per portare sue cose, quando fa oste (_guerra_), all'isole
del mare, che 'l mare è presso a una giornata. E ciascuna di queste navi
vuole bene quindici marinari, e portano in ognuna quindici cavagli
cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande.»
Il nostro viaggiatore attraversò quel fiume, e si trovò nella provincia
di Mangi, un tempo distinta col nome d'Impero dei Song, e sottomesso da
Kublai solo dal 1278.
Questo impero, prima di appartenere a Kublai-Kan, era governato da un re
pacifico, che abborriva la guerra, ed era pietoso verso gl'infelici. Il
testo francese dei viaggi di Marco Polo parla di lui alquanto
diffusamente nei termini, seguenti, che traduciamo: «Quell'ultimo
imperatore della dinastia dei Song poteva spendere tanto, che era un
prodigio; vi racconterò di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno egli
faceva allattare ben ventimila bambini; dacchè è costume in quei paesi,
che le povere donne gettino via i figli appena nati, quando non possono
nutrirli. Il re li faceva raccoglier tutti, faceva inscrivere sotto qual
segno e sotto qual pianeta erano nati, poi li dava a nutrire in diversi
luoghi, perchè manteneva nutrici in quantità[32]. Quando un ricco
non aveva figli, andava dal re e si faceva dare quanti bambini
voleva, e quelli che voleva; poi il re, quando i giovani e le fanciulle
erano in età da unirsi in matrimonio, li sposava fra loro, e dava loro
da vivere; in tal modo ogni anno ne allevava ben ventimila tra maschi e
femmine. Se passando in qualche strada vedeva una casa piccola fra due
grandi, domandava perchè quella casetta non era grande come le altre, e
se gli dicevano ciò essere perchè apparteneva ad un povero, tosto la
faceva ridurre bella ed alta come le altre. Quel re si faceva sempre
servire da mille paggi e da mille damigelle. Manteneva nel suo regno una
giustizia così severa, che non vi si commetteva nessun delitto; durante
la notte le case del mercanti rimanevano aperte, nè alcuno vi prendeva
nulla; si poteva viaggiare di notte come di giorno.»
Entrando nella città di Mangi, Marco Polo trovò Chygiagni, oggidì
Hoai-gnan-fou, nella provincia di Kiang-nan, città posta sulle rive del
fiume Giallo, la cui principale industria è la fabbricazione del sale,
che si cava da alcune paludi salmastre. Ad una giornata da quella città,
seguendo una strada lastricata di belle pietre, il viaggiatore giunse
alla città di Pauchi, oggidì Pao-yng, rinomata pe' drappi d'oro, Chayu o
Kac-yeou, i cui abitanti sono cacciatori e pescatori valenti, poi a
Tai-tcheou, ove approdano navigli in gran numero; ed arrivò finalmente a
Yangui.
Questa città di Yangui è l'odierna Yang-tsceu, di cui Marco Polo fu
governatore durante tre anni. È città popolatissima e molto
commerciante, ed ha non meno di due leghe di circuito. Marco Polo partì
da Yangui per diverse esplorazioni, che gli permisero di studiare
minutamente le città del litorale e dell'interno.
Dapprima il viaggiatore si diresse verso ponente e giunse a Nangi (da
non confondersi colla moderna Nan-king), città posta in una provincia
fertilissima, i cui abitanti, dice il Polo, «vivono di mercatanzie e
d'arti, e hanno seta assai e uccellazioni e cacciagioni, e ogni cosa da
vivere, e hanno lioni assai.» Proseguendo il suo viaggio, visitò
Saianfu, oggidì Siang-yang-fou, nella provincia Hon-quang. Fu questa
l'ultima città del Mangi che resistette alla dominazione di Kublai-Kan.
L'imperatore vi tenne l'assedio per tre anni, e se ne impadronì da
ultimo mercè i tre Polo, i quali costrussero potenti baliste che
schiacciarono gli assediati sotto una grandine di sassi, alcuni dei
quali pesavano fin trecento libbre.
Da Saianfu Marco Polo tornò sui suoi passi per esplorare le città del
litorale. Egli rientrò senza dubbio a Yang-tcheou; visitò Sigui, città
posta sul fiume Yang-tse-kiang, che nel suo corso superiore è chiamato
Kin-scia-kiang. Questa città di Sigui (da non confondersi con quella di
cui il Polo ha parlato indietro) di cui non sanno che congetturare i
commentatori, sorge in un punto ove il fiume è largo più d'una lega, e
riceve più di mille navigli in una volta. Da Sigui si portò a Chiagui
(la moderna Chua-tcheou), posta nel luogo ove il canale imperiale entra
nel Yang-tse-kiang. È questa la città che fornisce di biade la massima
parte della corte imperiale. Visitò Cinghiafu (Tching-kian-fou) di
faccia a Chua-tcheou, ov'erano due chiese di cristiani nestoriani;
Cinghingiu (Tchang-tcheou-fou), presso il Canale, città commerciale ed
industriale, e Su-tcheu o Sut-sen, grande città di sei leghe di
circuito, che, secondo la relazione esageratissima del viaggiatore
veneziano, possedeva allora non meno di seimila ponti. Soggiornò qualche
tempo a Ingiu, città posta ad una giornata da Su-tcheu, e che credesi
corrisponda alla moderna Ho-tcheu; indi a Cianghi (Kia-hing); per ultimo
entrò nella nobile città di Quinsay, l'antica e famosa Hang-tcheu,
capitale della provincia di Tche-kiang, che divenne sede degli
imperatori quando i Song, incalzati da Nu-tché, vi si rifugiarono, nel
1132, e allora essa fu chiamata King-se, onde la Quinsay del Polo, la
King-sai di Rascideddin, e la Cansa d'Ihn-Batuta; che a torto alcuni
arguirono significasse la _città del cielo_.
Quinsay, che corrisponde alla moderna Hang-tcheou-fou, ha cento miglia
di circuito, ed è traversata dal fiume Tsientang-kiang, che, diramandosi
all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia. Quell'antica capitale dei
Song è popolosa quasi quanto Pekino; le vie sono selciate di pietre e
mattoni: si contano, secondo Marco Polo, «dodicimila ponti di pietra, e
sotto la maggior parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto
l'arco, una gran nave, e per gli altri bene mezza nave.» In quella città
vivono i più ricchi negozianti del mondo, le cui mogli «stanno così
delicatamente come se fossero cose angeliche.» Quivi è la residenza d'un
vicerè che governa per l'imperatore più di centoquaranta città. Vi si
vedeva ancora il palagio dell'antico sovrano del Mangi, circondato da
bei giardini, con laghi, fontane, e contenente più di mille camere. Il
Gran Kan ricava da quella città e dalla provincia rendite immense, fra
cui va contato il prodotto del sale, dello zuccaro, delle spezie e della
seta, che costituiscono la principale produzione del paese.
«A quindici miglia da Quinsay, tra greco e levante, dice il Polo, è il
mare Oceano, e quine (_quivi_) è una città che ha nome Giafu, ove ha
molto buon porto, e havvi molte navi che vengono d'India e d'altri
paesi. E da questa città al mare hae un gran fiume, onde le navi possono
venire infino alla terra.» Questa Giafu credesi dai commentatori sia la
moderna città di Kuang-teheu o Canton, una delle più grandi e più
ricche città commerciali della China.
«Quando l'uomo si parte di Quinsay, dice il Veneziano, e' vae una
giornata verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti
belli, ove si truova tutte cose da vivere; di capo di questa giornata si
truova questa città, c'ha nome Tapigni, molto bella e grande, ed è
disotto a Quinsay.» Qualche commentatore ha ravvisato nella Tapigni del
Polo la moderna Fu-yang; altri invece Chao-hing-fou.
In seguito il nostro viaggiatore visitò: Nugui (Hon-tcheou), Chegui
(Tchu-ki, o, secondo altri, Yen-tcheou-fou), Ciafia (Kin-tcheou), e
finalmente Chagu (Kiang-chan-fu), l'ultima città del reame del Quinsay.
Marco Polo entrò quindi nel regno di Fugui. Secondo la sua relazione,
gli abitanti di questa contrada sarebbero gente crudele, antropofaghi,
«che tutto dì vanno uccidendo gli uomeni e bevendo il sangue, e poscia
gli mangiano tutti, e altro non procacciano.» Visitò Quellafu
(Kien-ning-fou) sulle rive del Min, bellissima città che ha ponti di
pietra lunghi un miglio; e dove «avvi galline che non hanno penni ma
peli come gatte, e tutte nere, e fanno uove come le nostre, e sono molto
buone da mangiare;» Ungue, città che i commentatori non hanno saputo
trovare, ma che si suppone sia la moderna Mingtsing, sebbene non siavi
veruna somiglianza di nome.
Poco dopo il Veneziano entrò nella città di Fugui, capitale del regno di
Cancha; nella quale i commentatori hanno ravvisato Fu-ceu, capitale del
Fu-chian, che giace a breve distanza dal mare, sopra un braccio del
Niao-tung-chiang (Min). Ivi gli abitanti sono idolatri e dediti al
commercio delle pietre preziose, dello zucchero e d'altre mercanzie che
vengono per mare dall'India.
Da Fugui, dopo aver viaggiato per cinque giornate verso sud-ovest,
attraversando valli e pianure seminate di città e castelli, raggiunse
Zarton, nella quale i commentatori hanno riconosciuto l'odierna
Tsiuan-ceu, celebre porto della China meridionale, nella provincia di
Fu-chian, detto eziandio volgarmente Tseu-tung, che anche sotto la
dominazione dei Ming era assai frequentato dagli Arabi, dai Persiani e
dagli Indiani.
Dopo di aver parlato dei tesori che trae il Gran Kan da questa città,
pel commercio importante ch'ivi si esercita in spezie e prodotti d'ogni
genere dell'India, Marco Polo dice che in questa provincia havvi una
città per nome Tenugnise (Ting-tcheou, nella parte occidentale del
Fo-kien) ove si fabbricano le migliori scodelle di porcellana del mondo,
ad un prezzo veramente tenuissimo.
Il Polo rimase qualche tempo nella città di Zarton, che i commentatori
ritengono l'estremo punto da lui visitato in questo viaggio nella China
sud-orientale.[33]
NOTE:
[27] I Chinesi dànno a questo fiume il nome di: Hoang-ho.
(_Nota del Trad._)
[28] Pari a L. 20,220.--Il _Bisante_ è un antica moneta d'oro,
coll'impronta di due santi, così appellata da Bisanzio, ora
Costantinopoli, ove questa moneta coniavasi primamente. Equivaleva a
lire 20 e cent. 22 di nostra moneta. (_N. del Trad._)
[29] Il _Bambu_ comune (_Arundo Bambos_) ha sovente l'altezza di 20
metri. (_N. del Trad._)
[30] Qualche commentatore crede che questi terribili mostri di cui parla
il Polo, sieno boa (_boa constrictor_), frequentissimi nella China
Meridionale, massime nell'Yun-nan, e che sono spesso lunghi da 25 a 30
piedi. Essi inghiottono gli animali, come i caprioli ed altri. La carne
di questi boa è squisita a mangiarsi; il fiele estrattone vendesi caro
per medicina; della pelle si fanno tamburi e vagine di pugnali e spade.
[31] Confucio (_Khung-fu-tseu_ o _Khung-tseu_), nato verso il 551 av.
Cristo nella città di Tsi-nan-fu, di cui suo padre era governatore,
discendeva, dicesi, da _Hoang-ti_, legislatore della Cina. Fino dalla
prima gioventù sostenne uffici governativi; a 24 anni, dopo la morte
della madre, si consacrò alla meditazione e formò il disegno di
riformare i costumi della sua patria. Percorse parecchie provincie e si
vide in breve circondato da un gran numero di discepoli. Il re di
Tsi-nan-fu lo nominò suo primo ministro. Corresse i costumi, riformò la
giustizia e fece prosperare l'agricoltura ed il commercio, ma ben presto
fu costretto a ritirarsi. Dopo aver di nuovo percorso le provincie per
predicare la morale, scrisse i libri che lo resero immortale, e morì
verso il 479 av. Cristo, circondato dai suoi discepoli, che gli resero
una specie di culto. I suoi discendenti esistono ancora nella Cina e vi
godono di parecchi privilegi.--Confucio rivide i _Kings_, libri sacri
dei Cinesi, riorganizzò il culto e divenne così il capo o restauratore
della religione, o piuttosto della setta filosofica religiosa che vige
tuttodì nella Cina. Scrisse l'_Yih-King_ (libro delle Trasformazioni),
lo _Sciu-King_ (Libro per eccellenza), che contiene un sunto storico
sulla storia della Cina fino al 770 av. C.; il _Sci-King_ (Libro dei
versi), raccolta di canti popolari, nazionali e religiosi: il _Li-Ki_
(Rituale), sul quale poggia tutto il sistema religioso; lo _Sciun-Sieu_
(primavera ed autunno), storia del reame di Lu; il _Hiao-King_ (dialogo
sulla pietà filiale), che contiene gli apoftegmi di Confucio; e ciò che
precede il _Ta-hio_ (la grande scienza), uno dei quattro libri scritti
dai suoi discepoli. (_Nota del Trad._)
[32] Oggidì la carità dei missionari cristiani si è sostituita a quella
del buon principe, là ove madri snaturate abbandonano per le vie i
proprî nati, che, non di rado, divengono pasto ai porci od ai cani.
(_Nota del Trad._)
[33] Qui finisce la seconda parte dei Viaggi, nella quale descrivesi la
China.
CAPITOLO IV.
L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla
figlia dell'imperatore e gli ambasciatori
persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I
Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il
mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa
africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il
Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo
prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi
discendenti.--Ricordi della famiglia Polo.
Marco Polo, terminata felicemente quell'esplorazione, ritornò senza
dubbio alla corte di Kublai-Kan. Egli fu ancora incaricato di varie
missioni, che gli furono agevolate e dalla sua conoscenza della lingua
mongolla, della turca, della cinese e della mantchou. Pare ch'egli
facesse parte d'una spedizione intrapresa nelle isole dell'India, ed al
suo ritorno stese un rapporto particolareggiato sulla navigazione di
quei mari ancora poco conosciuti.