rientrò nella sua città natale. I tre viaggiatori, abbronzati dal sole,
vestiti grossolanamente di stoffe tartare, avendo conservato nei loro
modi e nel linguaggio le abitudini mongolle, disavvezzi al dialetto
veneto, non furono neppure riconosciuti dai loro più prossimi parenti.
Inoltre, da gran tempo era corsa voce della loro morte, e non si
sperava più di rivederli. Si recarono alla loro casa nel quartiere di
San Giovanni Grisostomo, e la trovarono occupata da varî individui della
famiglia Polo. Questi accolsero i viaggiatori con diffidenza,
giustificata certo dalla loro deplorabile apparenza, e prestarono poca
fede al racconto, alquanto straordinario infatti, che fece loro Marco
Polo. Tuttavia, dietro le loro istanze, li ammisero in quella casa, di
cui erano veramente i legittimi possessori. Alcuni giorni dopo, Niccolò,
Matteo e Marco, volendo distruggere il più piccolo dubbio circa la loro
identità, diedero a tutti i loro parenti uno splendido convito. E quì
lasceremo la parola al Veneziano Ramusio, che dice d'averlo saputo per
tradizione:
«.....Invitati molti suoi parenti ad un convito, il quale volsero che
fosse preparato onoratissimo con molta magnificenza, nella detta sua
casa, e venuta l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti
tre vestiti di raso cremosino in vesti lunghe fino in terra, come
solevano, standosi in casa, usare in quei tempi, e data l'acqua alle
mani e fatto seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero
altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in
pezzi e divise fra li servitori. Da poi mangiate alcune vivande,
tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino, e posti di nuovo a
tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori, ed in fine del
convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti
nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri.
«Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti
gl'invitati; ma tolti via li mantelli, e fatti andar fuori della sala
tutti i servitori, Messer Marco, come il più giovane, levatosi dalla
tavola, andò in una delle camere, e portò fuori le tre vesti di panno
grosso consumate, con le quali erano venuti a casa, e quivi con alcuni
coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture
doppie, e cavar fuori gioje preziosissime in gran quantità, cioè rubini,
zafiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti
erano stati cuciti con molto artificio, ed in maniera ch'alcuno non si
averia potuto imaginare che ivi fussero state. Perchè al partir del Gran
Kan tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti
rubini, smeraldi ed altre gioje, sapendo certo che s'altrimente avessero
fatto per sì lungo, difficile ed estremo cammino, non saria mai stato
possibile che seco avessero potuto portare tanto oro.
«Or questa dimostrazione di così grande ed infinito tesoro di gioje e
pietre preziose che furono poste sopra la tavola riempiè di nuovo gli
astanti di così fatta maraviglia, che restarono come stupidi e fuori di
sè stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi
gentil'uomini da Ca' Polo di che prima dubitavano, e fecero loro
grandissimo onore e riverenzia.
«Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sì de'
nobili che de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte
quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che
si potessero immaginare; e Messer Maffio, ch'era il più vecchio,
onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta
autorità; e tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a
visitare e trattare M. Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli
domandavano delle cose del Cataio e del Kan; il quale rispondeva con
tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in un certo modo
obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva più e più
volte della grandezza del Gran Kan, dicendo l'entrate di quello essere
da 10 in 15 milioni d'oro; e così di molt'altre ricchezze di quelli
paesi riferiva tutte a milioni, lo cognominarono Messer Marco Milioni,
che così ancora ne' libri pubblici di questa repubblica, dove si fa
menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a San Giovan
Grisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata la Corte
dei Milioni.»
E per questo, anche il libro de' suoi viaggi ebbe l'appellativo di
_Milione_, _Liber Milionis_, come leggesi nel Codice Ambrosiano.
Un uomo celebre come Marco Polo non poteva certamente sfuggire agli
onori civili; ed infatti si vide chiamato alle prime magistrature di
Venezia.
Fu verso quell'epoca, nel 1296, che scoppiò una guerra tra Venezia e
Genova. Una flotta genovese, comandata da Lampa Doria, solcava
l'Adriatico, minacciando il litorale. L'ammiraglio veneziano, Andrea
Dandolo, armò tosto una flotta superiore in numero alla genovese, ed
affidò il comando d'una galera a Marco Polo, che, a ragione, era in fama
di valentissimo navigatore.
Tuttavia, in quella battaglia navale dell'8 settembre 1296, i Veneziani
furono battuti, e Marco Polo, gravemente ferito, cadde in potere dei
Genovesi. I vincitori, conoscendo ed apprezzando il valore del loro
prigioniero, lo trattarono con molti riguardi. Fu condotto a Genova, ove
le primarie famiglie, avide di ascoltare la sua storia, gli fecero le
più graziose accoglienze. Ma se gli altri non si stancavano
d'ascoltarlo, Marco Polo alla perfine si stancò di raccontare, ed avendo
fatto nel 1298, durante la sua cattività, la conoscenza del Pisano
Rusticano, gli dettò il racconto de' suoi viaggi.
Restituitosi a Venezia, dopo la pace del 1299, Marco Polo prese in
moglie una Donata, e n'ebbe tre figliuole: Fantina, Bellela e Moretta.
Suo padre Niccolò morì nel 1300, e fu da lui fatto seppellire
nell'angiporto della chiesa di S. Lorenzo. Nell'anno 1323, a lui
settantaduesimo, Marco fece il suo testamento; e sebbene resti ignoto
(dice il Ramusio) l'anno della morte, può congetturarsi che non fosse di
molto posteriore. Fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo.
Tale fu la vita del celebre viaggiatore, le cui relazioni ebbero molta
influenza sul progresso delle scienze geografiche; e dovevano un secolo
dopo schiudere a Colombo la via al Nuovo Mondo. Egli possedeva in sommo
grado il genio d'osservazione; sapeva vedere, come sapeva narrare; e le
scoperte, le esplorazioni posteriori, non fecero che confermare la
veracità del suo racconto. Sino alla metà del secolo XVIII i documenti
tratti dalla relazione di Marco Polo servirono di base agli studî
geografici, come alle spedizioni commerciali fatte nella Cina,
nell'India e nel centro dell'Asia.
* * * * *
La famiglia Polo si estinse nel 1418 in Marco Polo, castellano a Verona,
essendo rimasta erede di tutta la sostanza Polo, Maria vedova di Zuanne
Bon e rimaritata nel 1424 in Azzo Trevisan; dalla quale discendenza
nacque Marcantonio Trevisan.
Nel secolo XVII una famiglia patrizia onorò la memoria dell'illustre
viaggiatore con una statua di pietra d'Istria di poco maggiore del
naturale, che oggi si vede nell'atrio del palazzo Morosini a Santo
Stefano. Più tardi, la modesta carità dell'abate Zenier segnò d'una
lapide la casa abitata dall'immortale viaggiatore, di fianco alla chiesa
di San Grisostomo. Nella corte attigua si vede ancora una porta, il cui
arco, di forma decisamente orientale, è adorno di leggiadre sculture, ed
una parte dell'antica cornice non meno ornata ed elegante. La corte
portò, fino all'epoca del Ramusio, lo storico nome di «_Corte del
Milione_.»
NOTE:
[34] _Cipango_ o _Zipagu_ è il Giappone, che il Polo fu il primo a far
conoscere all'Europa; ed il nome da lui datogli è probabilmente la
corruzione del chinese _Sci-pen-cuo_, regno dell'oriente, trovandosi
all'est della China. Gl'indigeni del Giappone chiamano il loro paese
Nipon o Nifon, che ha lo stesso significato. (_N. del Trad._)
[35] Questa provincia, conosciuta anche sotto il nome di Saïgon,
appartiene oggidì alla Francia.
APPENDICE
_Togliamo dall'edizione Le-Monnier del Codice Magliabeccano alcuni
documenti interessanti risguardanti la storia della Gran Turchia, che,
come già abbiamo detto a pag. 110, vennero raccolti da Marco Polo
durante il suo soggiorno in Persia._
I.
Della Gran Turchia.
Turchia si ha un re c'ha nome Chaidu, lo quale è nipote del Gran Cane,
che fu figliolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono tarteri, valentri
uomeni d'arme, perchè sempre istanno in guerra e in brighe. Questa Gran
Turchia è verso maestro. Quando l'uomo si parte da Curmaso, e passa per
lo fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre del Gran
Cane, sappiate ch'e' truova Chaidu. E tra questo Chaidu e lo Gran Cane
sì ha grandissima guerra, perchè Chaidu vorebbe conquistare parte delle
terre del Chattai e de' Magi; ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì
come fanno gli altri che tengono terra da lui: questi nol vuol fare,
perchè non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si
fa questo re Chaidu bene C mila cavalieri; e più volte hae isconfitto i
baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che questo re Chaidu è molto
prode dell'arme, egli, e sua gente. Or sappiate, che questo re Chaidu
avea una sua figliuola, la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne,
cioè viene a dire in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte,
che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova; lo re
suo padre si la volle maritare: quella disse, che mai non si mariterebbe
s'ella non trovasse un gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra
pruova. Lo re si le avea largito ch'ella si potesse maritare a sua
volontà. Quando la donzella ebbe questo dal re, si ne fu molto allegra;
e allora mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse,
che si volesse provare colla figliuola del re Caidu, si andasse a sua
corte, sappiendo, che qual fosse quegli che la vincesse, ella il
torrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa per ogni parte
eccoti venire molti gentili uomeni alla corte del re; or fu ordinata la
pruova in questo modo. Nella mastra sala del palagio si era lo re e la
reina con molti cavalieri e con molte donne e donzelle: ed ecco venire
la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta acconcia.
La donzella era molto bella e ben fatta di tutte bellezze. Or conveniva
che si levasse il donzello, che si voleva provare con lei, a questi
patti com'io vi dirò: che se 'l donzello vincesse la donzella, ella lo
dovea prendere per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e
se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo
desse a lei C cavalli; e in questo modo avea la donzella guadagnati bene
X mila cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, che questa
donzella era sì ben fatta e sì informata, ch'ella pareva pure una
gigantessa. Eravi venuto un donzello, lo quale era figliuolo del re di
Pumar per provarsi con questa donzella; e menò seco molta bella e nobile
compagnia, e si menò M cavagli per mettere alla pruova: ma 'l cuore li
stava molto franco di vincere, di ciò gli pareva essere troppo bene
sicuro: e questo fu nel MCCLXXX anni. Quando il re Caidu vidde venire
questo donzello, sì ne fu molto allegro, e molto disiderava nel suo
cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli era bel giovane e
figliuolo di un gran re: e allora si fece pregare la figliuola che si
lasciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre, che
per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e ragione. Or
eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova, tutta la gente che
stava a vedere, pregavano che desse a perdere alla donzella, acciò che
così bella coppia fossero accompagnati insieme. E sappiate che questo
donzello era forte e prode, e non trovava uomo che 'l vincesse, nè che
si potesse con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la
donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e feciono una
molto bella incominciata, ma poco durò, che convenne pure che il
donzello perdesse la prova. Allora si levò in sulla sala il maggior
duolo del mondo, perchè il donzello avea così perduto, ch'era uno de'
piue belli uomeni che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e
allotta ebbe la donzella questi M cavalli, e 'l donzello si partío, ed
andossene in sua contrada molto vergognoso. E voglio che voi sappiate
che lo re Caidu menò questa sua figliola in più battaglie, e quando ella
era alla battaglia, ella si gittava tra' nemici sì fieramente, che non
era cavaliere sie ardito nè si forte ch'ella nol prendesse per forza, e
menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo di questa
materia, e udirete d'una battaglia che fu tra lo re Caidu ed Argo
figliuolo dello re Abagha signore del Levante.
II.
D'una battaglia.
Sappiate che lo re Abagha, signore del Levante, si tiene molte terre e
molte provincie, e confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè,
dalla parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamiamo l'Albero Secco. Lo
re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue,
si mandò il suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede
nelle contrade dell'Albero Solo infino al fiume di Geon, perchè
guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu
si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale avea nome
Barac, con molta gente, per fare danno alle terre, ove questo Argo era.
Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente, e
venne incontro a nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra,
e gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'altra,
allora fu cominciata la più crudele battaglia, che mai fosse veduta al
mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare; sì che
Argo gli sconfisse, e cacciogli di là dal fiume. Da che n'abbiamo
cominciato a dire d'Argo, dirovvi com'egli fu preso, e com'egli
signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.
Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli novelle come lo padre
era passato di questa vita. Quand'egli intese questa novella, funne
molto cruccioso, e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli
era di lungi bene XL giornate. Ora avenne che il fratello che fu
d'Abagha, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, si vi giunse
prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e
riformò la terra per sè, e si vi trovò sì grandissimo tesoro, che a pena
si potrebbe credere: e si ne donò sì largamente a' baroni e a' cavalieri
della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore.
Questo soldano faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora quando il
soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con
tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa
gente per amore del soldano andavano molto volentieri contro ad Argo,
per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere.
Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono
incontro ad Argo, e quando fu presso a lui sì si attendò in un molto bel
piano, e disse alla sua gente: signori, e' ci conviene essere prodi
uomeni, però che noi difendiamo la ragione, chè questo regno fu del mio
padre, il mio fratello Abagha si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita,
ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia, si gliele lasciai. Ora
da ch'egli è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io si vi dico,
ch'io non voglio altro che l'onore della signoria, e vostro sia tutto il
frutto. Questo soldano avea bene XL mila cavalieri e grande quantità di
pedoni. La gente rispuosono e dissero tutti, che andrebbono con lui
insino alla morte.
Argo, quando seppe che 'l soldano era attendato apresso di lui, ebbe sua
gente, e disse così: signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene
che 'l mio padre insino ch'egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli
e per figliuoli, e sapete bene come voi e vostri padri siete istati con
lui in molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete bene
come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed io ancora si
v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ragione che voi m'atiate
riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch'è contro colui
che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre, e
cacciar via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene, ch'egli non
è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come
sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli
cristiani: dacchè voi vedete bene ch'egli è così, ben dovete essere
prodi e valentri. Sì come buoni fratelli m'aitate in difendere lo
nostro, ed io hoe isperanza in Dio, che noi il metteremo a morte, sì
come egli è degno; perciò si vi prego catuno che facciate più che suo
podere non porta, sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li
cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento, che avea fatto Argo,
tutti rispuosono e dissono, ch'egli avea detto bene e saviamente: e
fermarono tutti comunemente, che volevano innanzi morire con lui, che
vivere senza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un
barone, e disse ad Argo: messere, ciò che avete detto èe tutta verità,
ma si voglio dir questo, che a me si parebbe, che si mandassono
ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa, e per
sapere quello che vuole: e cosie fue fermato di fare. E quando egliono
ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al
soldano ed isponessongli queste cose, come in tra loro non dovea essere
battaglia, perciò ch'erano una cosa; e che 'l soldano dovesse lasciare
la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e
disse: andate ad Argo, e ditegli ch'io il voglio tenere per nipote e per
figliolo, sì com'io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si
venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore; e
se così non vuol fare, si gli dite che si apparecchi della battaglia.
Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira, e disse: non
ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al
campo, ove dovea essere la battaglia; e quando furono apparecchiati
l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a suonare da
ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto
crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza,
egli e sua gente, ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si
fu preso, e perdè allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo
molto lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare
molte belle donne che v'erano; allora si partío, e lasciò un suo vicaro
nell'oste che avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e così
se ne andò alla terra, e Melichi rimase.
Ora avenne che uno barone tartero, lo quale era aguale sotto il soldano,
vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione: vennegli un
gran pensiero al quore, e l'animo gli cominciò a gonfiare; e diceva
infra sè stesso, che male gli pareva che 'l suo signore fosse preso, e
pensò di fare suo podere, sì che gli fosse lasciato; e allora cominciò a
parlare con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e
in buono animo di volersi pentere di ciò e ch'avevano fatto. E quando
furono bene accordati, un barone ch'avea nome Baga si fue cominciatore,
e levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era
preso, e dissongli, com'egli s'erano riconosciuti, e che aveano fatto
male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e
lui tenere per signore; e così s'acordarono; e Argo perdonò loro tutto
ciò ch'aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti
questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melichi lo vicaro del
soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell'oste si
confermarono Argo per loro diritto signore.
Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto era istato, e
come Milichi suo vicaro era morto. Quando ebbe inteso questo, si ebbe
gran paura, e pensossi di fuggire in Bambellonia, e missesi a partire
con quella gente che avea. Un barone lo quale era grande amico d'Argo,
si stava ad un passo, e quando lo soldano passava, sì l'ebbe conosciuto,
e incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per forza, e
menollo preso dinanzi ad Argo alla città, che v'era già giunto di tre
dì. E Argo, quando il vidde, sì ne fu molto allegro, e incontanente
comandò che gli fosse dato la morte, si come a traditore. Quando fu così
fatto, ed Argo mandò un suo figliuolo a guardare le terre dell'Albero
Solo, e mandò con lui trenta mila cavalieri. A questo tempo che Argo
entrò nella signoria corre anni MCCLXXXV, e regnò signore VI anni, e fu
avelenato, e cosie morìo. E morto che egli fu Argo, un suo zio entrò
nella signoria (perchè il figliuolo d'Argo era molto di lungi), e tenne
la signoria due anni, e in capo di due anni fue anche morto di
beveraggio. Or vi lascio qui, che non ci hae altro da dire, e dirovvi un
poco delle parti di verso tramontana.
III.
Delle parti di verso tramontana.
In tramontana si ha uno re ch'è chiamato lo re Chonci, e sono tarteri, e
sono genti molto bestiali. Costoro si hanno un loro domenedio fatto di
feltro, e chiamanlo Fattighai, e fannogli anche la moglie, e dicono che
sono l'iddii terreni, che guardano tutti i loro beni terreni, e così li
dànno mangiare, e fanno a questo cotale iddio, secondo che fanno gli
altri tarteri, de' quali v'abbiamo contato adrietro. Questo re Chonci è
della ischiatta di Cinghy Cane, ed è parente del Gran Cane. Questa gente
non hanno città nè castella, anzi si stanno sempre o in piani o in
montagne, e sono grande gente delle persone; vivono di latte di bestie
e di carne; biada non hanno, e non son gente che mai facciano guerra ad
altrui, anzi istanno tutti in grande pace, e hanno molte bestie, ed
hanno orsi che sono tutti bianchi, e sono lunghi XX palmi, ed hanno
volpi che sono tutte nere, e asini salvatichi assai, e hanno
giambelline, cioè, quelle di che si fanno le care pelle, che una pelle,
da uomo, val bene M bisanti; e vaj hanno assai. Questo re si e di quella
contrada, dove i cavagli non possono andare, perciò che v'ha grandi
laghi e molte fontane, e sonvi i ghiacci sì grandi, che non vi si può
menare cavallo; e dura questa mala contrada XIII giornate; ed in capo di
ciascuna giornata si ha una posta, ove albergano i messi, che passano e
che vengono. E a catuna di queste poste istanno XL cani, gli quali
istanno per portare gli messaggi dall'una posta all'altra, sì com'io vi
dirò. Sappiate che queste XIII giornate si sono due montagne, e tra
queste due montagne si ha una valle, e in questa valle è si grande il
fango e il ghiaccio, che cavallo non vi potrebbe andare; e fanno
ordinare tregge senza ruote, che le ruote non vi potrebbono andare, però
ch'elle si ficcherebbono tutte nel fango, e per lo ghiaccio
correrebbono troppo. In su questa treggia pongono un cuoio d'orso, e
vannovi suso questi cotali messaggi, e questa treggia mena sei di questi
cani, e questi cani sanno bene la via, e vanno infine all'altra posta, e
così vanno di posta in posta tutte queste XIII giornate di quella mala
via, e quegli che guarda la posta si monta in su 'n una altra treggia, e
menangli per la migliore via. E si vi dico, che gli uomeni che stanno su
per queste montagne sono buoni cacciatori, e pigliano di molte buone
bestiole, e fannone molto grande guadagno, sì come sono giambellini e
vaj ed ermellini e coccolini e volpi nere e altre bestie assai, onde si
fanno le care pelli; e piglianle in questo modo, ch'e' fanno loro reti,
che non ve ne può campare veruna. Qui si ha grandissima freddura.
Andiamo più innanzi, e udirete quello che noi troviamo, ciò fu la Valle
Iscura.
IV.
Della Valle Iscura.