[9] _Melic_ è voce araba, usata anche nella lingua mongolla, e significa

_re_.

[10] Gli indigeni credono che Alessandro Magno fondasse la città di

Derbend, e facesse erigere quella gran muraglia che corre sino al Mar

Nero, per proteggere la Persia dalle invasioni degli Sciti.

[11] _Califfo_, titolo assunto dai luogotenenti e successori di

Maometto, nel nuovo imperio temporale e spirituale fondato dal grande

legislatore. (_Nota del Trad._)

[12] Ecco quanto riferisce il Polo intorno alla presa di Bagdad:

«Egli è vero che negli anni Domini 1258 lo Gran Tartero, ch'avea nome

Alau, fratello del signore che in quel tempo regnava, ragunò grande

oste, e venne sopra lo califfo in Baudac (_Bagdad_), e presela per

forza. E questo fu grande fatto, imperocchè in Baudac aveva piue di

cento mila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò

al califfo piena una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che

giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro,

molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sì gli

disse: _califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne volevi tu fare? E

quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e

gente per difendere te e la terra tua e la tua gente?_ Lo califfo non li

seppe rispondere. Allotta (_allora_) disse Alau: _califfo, da che tue

ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare_. E fecelo mettere in

quella torre, e comandò che non gli fosse dato nè bere nè mangiare, e

disse: _Ora ti satolla del tuo tesoro._ E quattro dì vivette, e poscia

si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per

difendere sua terra.»

[13] Ecco la storia meravigliosa citata dal Polo:

«Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac (Bagdad) e a Mosul.

Negli anni MCCLXXV era uno califfo in Baudac che molto odiava gli

cristiani; e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare

gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e a questo aveva suoi

consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti i cristiani

ch'erano di là, e misse loro dinanzi questo punto; che egli trovava in

uno vasello iscritto, che se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto

un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farebbe giungere

due montagne insieme; e mostrò loro il vasello. Gli cristiani dissero

che bene era vero.--Dunque, disse il califfo, tra voi tutti dee essere

tanta fede, quanto un granello di senape; or dunque fate rimuovere

quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, chè

chi non ha fede dee essere morto.--E di questo fare diede loro termine

dieci dì. Quando gli cristiani udirono ciò che il califfo avea detto,

ebbono grandissima paura; e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti,

piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'l vescovo, e

pregarono assai Iddio; e istettono otto dì tutti in orazione, pregando

che Iddio loro aitasse, e guardassegli da sì crudele morte. La nona

notte apparve l'angiolo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e dissegli

che andasse la mattina al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la

montagna si muterebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì

buona vita, che un dì una femmina venne a sua bottega, molto bella,

nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si

percosse, sicchè mai non ne vidde; sicchè egli era santo e buono uomo.

Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea

mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani, e disse loro la

visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che

mutasse la montagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a

ciò: tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si misse in

orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani

n'andarono alla chiesa, e feciono cantare la messa, pregando Iddio che

gli aiutasse; poscia tolsero la croce e andarono nel piano dinanzi a

questa montagna, e quivi era, tra maschi e femmine, piccoli e grandi,

bene centomila. E 'l califfo vi venne con molti saracini armati per

uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse.

Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e

pregando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a

mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto, e il califfo

si convertì con molti saracini; e quando lo califfo morìo, si trovò una

croce a collo, e gli saracini vedendo questo nol sotterrarono nel

monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro

luogo.»

[14] L'Oasi di Kabis era un giorno asilo delle carovane, florida sede di

commercio e d'industria, e governata da un luogotenente del principe di

Seiestan.

[15] Crediamo opportuno di riprodurre integralmente dal Codice

Magliabeccano, questo interessante capitolo:

«Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna soleva dimorare

anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo che messer Marco intese

da più uomini. Lo Veglio è chiamato in lor lingua Aloodyn. Egli aveva

fatto fare fra due montagne, in una valle, lo più bello giardino, e 'l

più grande del mondo; quivi avea tutti frutti, e li più belli palagi del

mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti:

per tale veniva acqua e per tale miele e per tale vino. Quivi era

donzelli e donzelle, gli più belli del mondo, e che meglio sapevano

cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che

quello era lo paradiso. E perciò il fece, perchè Malcometto disse, che

chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse,

quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece

simile a quello che avea detto Malcometto. E gli saracini di quella

contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo

giardino non entrava se non colui, cui egli voleva fare assassino.

All'entrata del giardino avea un castello sì forte, che non temeva niuno

uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di 12 anni,

li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne

faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva loro dare bere

oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli portare nel giardino,

e al tempo gli faceva isvegliare.

«Quando gli giovani si svegliavano, e gli si trovavano là entro, e

vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso; e

queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi;

donde egli aveano sì quello che volevano, che mai per loro volere non si

sarebbono partiti di quello giardino. Il Veglio tiene bella corte e

ricca, e fa credere a quegli di quella montagna, che così sia com'io

v'ho detto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli giovani, in

niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare

fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliano,

trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono molto tristi, chè si

trovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al

Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli

domanda: _Onde venite?_ Rispondono: _Dal paradiso_, e contangli quello

che v'hanno veduto entro, e hanno gran voglia di ritornarvi. E quando il

Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa tôrre quello lo quale

sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno

volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scampano, ritornano al loro

signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E

quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice:

_Va', fa tal cosa: e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al

paradiso._ E gli assassini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa

maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui

egli lo vuole fare: e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella

paura. Egli è vero che negli anni 1277, Alau signore dei Tartari del

levante, che sapeva tutte queste malvagità, pensò tra sè medesimo di

volerlo distruggere, e mandò e' suoi baroni a questo giardino, e

istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono; nè mai non

lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta per fame fu preso, e fu

morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non vi fu più

Veglio niuno: in lui fu finita tutta la signoria.»

[16] Ecco il testo preciso delle parole del Polo, secondo il Codice

Magliabeccano:

«E quivi si trova tale maraviglia: quando l'uomo cavalca di notte per lo

deserto, egli avviene questo, che se alcuno rimane addietro delli

compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giungere

li compagni, ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano li suoi

compagni, e più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è fatto

disviare talvolta in tal modo che mai non si trova; e molti ne sono già

perduti; e molte volte ode l'uomo molti stromenti in aria, e

propriamente tamburi.»

Qualche commentatore ha trovato ragioni per credere che il passare delle

carovane sia accompagnato, in questo deserto, da un suono speciale,

prodotto dalla sabbia messa in movimento da molti animali.

[17] La falsa credenza popolare che la _salamandra_ possa resistere al

fuoco, indusse probabilmente il Veneziano a dare questo nome a quella

pietra che noi conosciamo sotto il nome di _amianto_, minerale che si

presenta in filamenti sottili bianchi alquanto madreperlacei, morbidi

come seta, infusibili, _incombustibili_. Nelle Alpi del Piemonte

l'amianto è comune; la sua quantità non è però tale da farne grandi

applicazioni: si adopera a mo' di lucignolo per le lampade ad alcool; si

è pensato pure a farne filacce per gli usi della chirurgia. Pei chimici,

l'amianto è un _silicato di magnesia_. (_Nota del Trad._)

[18] La moderna Su-ceu, nella provincia di Can-su, al termine

occidentale della grande muraglia.

[19] Nel testo francese si legge: «_il prenent le cousines por feme, et

prenent la feme sun pere._»

[20] Rubruquis, o Ruysbroeck (Guglielmo di), frate cordeliere celebre

pei suoi viaggi, nato nel Brabante verso il 1215, fu inviato nel 1253 da

S. Luigi, re di Francia, ad un capo dei Tartari che aveva, dicesi,

abbracciato il cristianesimo. Accompagnato dal cordeliere Bartolomeo da

Cremona, traversò il Mar Nero, ed incontrò Sortach presso il Volga; ma

questo capo non era cristiano, e Rubruquis fu spogliato di tutto quel

che possedeva. Ei riconobbe il Mar Caspio, visitò il Khan Batu, andò a

Carakorum, presso Mangu, successore di Gengis-Khan, e tornò per

l'Armenia. Da San Giovanni d'Acri rese conto della sua missione a S.

Luigi; la sua narrazione, scritta in buona fede, è piena di particolari

curiosi sui Tartari e si trova nelle raccolte Hakluyt e Purchas.

(_Nota del Trad._)

[21] Verso la metà del secolo XII, si sparse in Europa la vaga notizia

dell'esistenza in Asia di un sovrano, spirituale e temporale ad un

tempo, chiamato Prete Gianni. Dalle ricerche fatte dagli storici

risulterebbe in fatti che al tempo della presa d'Antiochia era re del

Cara-Catay, Coir-can, e che dopo la sua morte usurpò il trono un prete

nestoriano, capo dei Naimans, generalmente chiamato il Prete Giovanni.

[22] Specie di tessuto di peli di cammello, molto compatto e molto

solido, che un giorno si fabbricava in Oriente, ed oggi si fabbrica

anche da noi con peli di capra. Ai nostri dì il _cambellotto_ è pure una

stoffa di lana pura, o mista di lana e seta, che si prepara tanto in

Francia che in Italia. (_Nota del Trad._)

[23] Cioè, è condannato a morte dalla giustizia. (_J. V._)

[24] Cinghis Cane, figlio maggiore dell'imperatore, essendo venuto a

morte, l'eredità del trono spettava di diritto al primogenito del

defunto. Come ognuno vede, questa legge è la stessa che regola le

successioni delle monarchie europee. (_Nota del Trad._)

[25] _Morus papyrifera._ Parlando di queste specie di gelso, il Capitano

Mayne-Reid così si esprime: «Il _morus papyrifera_ è originario della

China, del Giappone o delle isole dell'Oceano Pacifico: ma come gli

altri gelsi, venne portato in Europa ed in America, ove lo si coltiva

oggidì a titolo d'ornamento. Il suo frutto, di colore scarlatto, è

sferico, in luogo d'essere oblungo come quelli dei gelsi propriamente

detti. È per questa ragione che i botanici fanno un genere a parte, di

cui è l'unico campione: le sue foglie non servono di cibo al baco da

seta, ma costituiscono, in cambio, un eccellente foraggio pel bestiame.

Però la parte più interessante del _gelso-papiro_ è senza dubbio la

corteccia, che serve a fabbricare la carta nella China e nel Giappone. È

appunto con questa sostanza che si fabbrica la magnifica carta della

China, che serve nell'incisione, ed è con questa stessa corteccia che i

naturali delle isole della Società tessono quella superba stoffa bianca,

che causò tanta sorpresa agli Europei allorchè la videro per la prima

volta.» (_Nota del Trad._)

[26] Malgrado la pomposa dissertazione che fa il Polo intorno ai meriti

ed i vantaggi della _carta monetata_, diremo che questa istituzione, di

cui i Chinesi avevano già sperimentato tutti i beni e tutti i mali,

essendo stata introdotta in China (secondo le dotte ricerche del

Klapreth) sino dall'807 dell'èra volgare, regnando Ian-tsunh, della

dinastia dei Tang, fu causa di gravissimi scompigli nelle finanze

chinesi, sia per la spaventosa falsificazione di quelle carte, sia pei

fallimenti delle banche autorizzate all'emissione di questi cenci

rappresentativi delle ricchezze. Nel 1287 Kublai-Khan, adottando il

progetto del ministro Lusci-iung, piantò il credito sulla base fallace

della violenza: la rovina del commercio, il depauperamento de' privati,

la perdita d'ogni fiducia nel principe, furono gli effetti inevitabili

di questo pericoloso sistema. Invano la dinastia dei Ming cercò di

sostenere il credito periclitante: il governo passava da un fallimento

all'altro; e verso la metà del secolo XV^o una crisi finale fece

scomparire nella China, per sempre, la carta monetata.

Vorremmo ingannarci, ma tale è pure la sorte serbata alla circolazione

cartacea presso le nazioni europee. (_Nota del Trad._)

CAPITOLO III.

Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu.

--Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu.

--Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping.

--Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu.

--Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou.

--Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian.

Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan

incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla

capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò

il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò

sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento

passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di

là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei

viaggiatori, ed ove si lavora specialmente in legno di sandalo, tessuti

di seta e d'oro.

A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che

fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli

parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era

allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette

giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu,

tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver

visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo,

ch'egli chiama Charamera, ossia _fiume nero_, forse a causa delle sue

acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad

una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori

ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla

riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più

ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide

nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella

contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di

cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di

Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia

dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala,

principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della

città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura

merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città

presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed

armature d'ogni genere.

Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet,

attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che

probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha

per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di

loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono

molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi

cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno

grande utilità.»

Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa

pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di

produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la

provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un

viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi

all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura

era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del

terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai

cacciatori una preda facile ed abbondante.

Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella

provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la

moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000

abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era

divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro

particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne

impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo

questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo

miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da

ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»

Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China

da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo

troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.

«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai,

e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e

v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una

grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non

fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di

pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per

quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte;

e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di

belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e

favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera

si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran

Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel

ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille

bisanti[28].»

Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo

cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia

del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da

Mogut-Kan.»

La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o

Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i

viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in

gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi

chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono

quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande

iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura

e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E

questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne

iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e

fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono

dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile

cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran

paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che

rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte.

E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno

incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare

gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così

campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.»

Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade

che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle

fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio.

Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una

vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella,

bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae

oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il

Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa _fiume dall'aurea

sabbia_, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e

malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti

della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno,

per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella

provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del

Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote

dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti

adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli.

Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest.

Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al

territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella

montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata

da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del

braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva

ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide

anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute

sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre

spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti.

Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come

moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non

conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle

proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la

contrada.

Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato

Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo

tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia,

regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata

tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e

ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai.

Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti

cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei

bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta

d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi

serpenti orribili a vedersi.

I Viaggi di Marco Polo Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice magliabeccano e sulle opere di Charton · 第 2 / 6 段