Da Chingitalas, Marco Polo ritornò a Chatcheou e riprese la

I VIAGGI DI MARCO POLO

[Illustrazione: MARCO POLO (_Da un dipinto della Scuola Veneta

contemporanea del grande viaggiatore_)]

GIULIO VERNE

I VIAGGI DI MARCO POLO

UNICA VERSIONE ORIGINALE

FEDELMENTE RISCONTRATA SUL CODICE MAGLIABECCANO

E SULLE OPERE DI CHARTON

_per cura_

DI

EZIO COLOMBO

Volume Unico

MILANO

SERAFINO MUGGIANI e COMP.

Via Unione, N. 11, 13.

1878

Proprietà Letteraria

Tip. Guigoni.

I VIAGGI DI MARCO POLO[1]

CAPITOLO I.

Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle

esplorazioni nel centro dell'Asia.--Condizione della famiglia Polo a

Venezia.--I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.--Vanno da

Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.--Loro

ricevimento alla corte di Kublai-Kan.--L'Imperatore li nomina suoi

ambasciatori presso il papa.--Loro ritorno a Venezia.--Marco

Polo.--Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re

tartaro.--Il nuovo papa Gregorio X.--La relazione di Marco Polo scritta

in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al

1324).

I mercanti genovesi e veneziani non potevano rimanere indifferenti alle

esplorazioni che arditi viaggiatori tentavano nell'Asia centrale,

l'India e la China. Essi comprendevano che queste contrade offrirebbero

in breve un nuovo sfogo ai loro prodotti, e che, d'altra parte, utili

immensi si ricaverebbero dall'importazione in Occidente di mercanzie di

fabbricazione orientale. Gl'interessi del commercio dovevano quindi

lanciare dei nuovi cercatori sulle vie delle scoperte. Queste furono le

ragioni che decisero due nobili veneziani ad abbandonare la loro patria

ed a sfidare tutte le fatiche e tutti i pericoli di quei perigliosi

viaggi, allo scopo d'estendere le loro relazioni commerciali.

Questi due Veneziani appartenevano alla famiglia Polo, la quale traeva

origine da Sebenico, in Dalmazia, ed erasi stabilita sino dal 1033 in

Venezia. È nel secolo XIII che noi troviamo questa famiglia divisa in

due rami; uno dei quali abitava nella contrada di San Felice, l'altro in

quella di San Geremia.

I Polo di San Felice, datisi già da più anni al commercio, avevano in

esso trovata larghissima fonte di ricchezze, che aveanli posti a livello

delle famiglie patrizie di Venezia.

Nel 1260, i fratelli Niccolò e Matteo o Maffio, figliuoli di Andrea, che

già prima del 1250 avevano stabilito un banco a Costantinopoli, terra

più veneziana che greca dopo l'impresa del Dandolo[2], si recarono con

una paccotiglia considerevole di gioielli nel Sudac, in Crimea, ove la

loro casa possedeva un altro banco diretto da un loro fratello maggiore,

Andrea Polo. Da quel punto, risalendo verso il nord-est, e traversando

il paese di Comania, giunsero sul Volga, ove teneva il suo campo

Berke-Kan signore dei Tartari occidentali. Questo principe mongollo

accolse benissimo i due negozianti di Venezia, e comperò i gioielli che

gli offersero pel doppio del valore, facendo inoltre ad essi ricchissimi

doni.

Niccolò e Matteo rimasero un anno nel campo mongollo; finchè, nel 1262,

scoppiò una guerra tra Berke ed il principe Ulagù o Alau, signore dei

Tartari di Levante, e conquistatore della Persia. I due fratelli, non

volendo avventurarsi in mezzo a contrade battute dai Tartari,

preferirono recarsi a Boukhara, che era la principale residenza di

Berke, e colà rimasero tre anni e mezzo. Ma quando Berke fu vinto, e

presa la sua capitale, un'ambasciata d'Ulagù invitò i due Veneziani a

seguirli verso la residenza del Gran Kan[3] dei Tartari, che avrebbe

fatto loro ottima accoglienza. Kublai-Kan, quarto figlio di Gengis-Kan,

era imperatore della China, e teneva allora la residenza d'estate in

Mongolia, a Cai-ping-fu, sulla frontiera dell'impero Chinese.

I due mercanti veneziani partirono, e spesero un anno intero nel

traversare quell'immensa estensione di paese che divide Boukhara dai

confini settentrionali della China. Kublai-Kan fu lietissimo di ricevere

quegli stranieri, venuti da paesi occidentali. Fece loro molte feste,

e li interrogò con premura sugli avvenimenti che accadevano in

Europa, chiedendo molti particolari intorno agli imperatori e re, alla

loro amministrazione, ai loro metodi di guerra; poscia li intrattenne

lungo tempo del pontefice e degli affari della Chiesa latina.

Matteo e Niccolò, già pratici degli usi tartareschi e della lingua,

risposero francamente a tutte le domande dell'imperatore, al quale tanto

piacquero i due Veneziani, che pensò d'inviarli come suoi ambasciatori a

Sua Santità. I mercanti accettarono con riconoscenza, giacchè in tale

alta condizione il loro ritorno doveva effettuarsi in condizioni

vantaggiosissime.

Kublai-Kan fece stendere lettere in lingua turca, nelle quali chiedeva a

Sua Santità Clemente IV, d'inviargli cento missionari per convertire

gl'idolatri al cristianesimo; poscia licenziò i due Veneziani, dando ad

essi per compagno di viaggio uno de' suoi baroni, chiamato Cogatal, ed

incaricandoli di riportargli un vasetto dell'olio della lampada sacra

che arde continuamente sulla tomba di Gesù Cristo a Gerusalemme.

I due fratelli, muniti di passaporto su tavoletta d'oro, che metteva a

loro disposizione uomini e cavalli in tutta l'estensione dell'impero,

presero congedo dal Gran Kan e si misero in viaggio nel 1266. In breve

però il barone Cogatal cadde ammalato. I Veneziani, costretti a

separarsi da lui, proseguirono il loro cammino, e, malgrado gli aiuti

che ricevettero, impiegarono non meno di tre anni per giungere a

Giazza[4], porto dell'Armenia Minore. Da Giazza si portarono ad Acri,

ove arrivarono verso la fine dell'anno 1269. Colà seppero della morte di

papa Clemente IV, verso il quale erano diretti. Ma il legato apostolico

Tebaldo risiedeva in quella città; egli accolse i due Veneziani, e

sentendo quale fosse la missione di cui il Gran Kan li aveva incaricati,

li esortò ad attendere l'elezione del nuovo papa.

Matteo e Niccolò, assenti dalla loro patria da ben diciannove anni,

pensarono, intanto che il nuovo pontefice fosse eletto, di rivedere

Venezia e la famiglia. Si recarono a Negroponte, ove s'imbarcarono sopra

una nave, che li condusse direttamente alla loro città natale.

Sbarcando, Niccolò apprese la morte di sua moglie e la nascita di un

figlio, nato pochi mesi dopo la sua partenza, nel 1251. Quel figlio si

chiamava Marco. Egli è ben da credere che al dolore del marito dovesse

recare grande conforto la gioia del padre che trovava questo figliuolo,

quasi a tenergli luogo della donna perduta. Durante due anni i fratelli

Polo, cui stava a cuore di adempiere la loro missione, aspettarono a

Venezia l'elezione del nuovo papa. Ma poichè questa tardava, parve loro

di non poter più oltre differire il loro ritorno presso l'imperatore dei

Mongolli; partirono quindi per Acri, nell'aprile 1271, conducendo seco

il giovane Marco, che contava allora ben 19 anni. Ad Acri ritrovarono il

legato Tebaldo, che li autorizzò a recarsi a Gerusalemme a prendere

l'olio della lampada del Santo Sepolcro. Compiuta quella missione, i

Veneziani fecero ritorno ad Acri, e mancando ancora il pontefice,

chiesero al legato lettere per Kublai-Kan, nelle quali sembra fosse

accennata la morte di Clemente IV. Tebaldo consegnò le lettere, ed i due

fratelli tornarono a Giazza. Ivi, con grandissima gioja, seppero che il

legato Tebaldo era stato consacrato papa, sotto il nome di Gregorio X,

il 1 settembre 1271. Il nuovo pontefice li richiamò immediatamente, ed

il re d'Armenia pose una galera a loro disposizione, perchè potessero

recarsi più rapidamente ad Acri. Il papa li accolse con premura,

consegnò loro lettere per l'imperatore della China, diè loro la

compagnia di due frati predicatori, Niccolò da Vicenza[5] e Guglielmo da

Tripoli, e la sua benedizione.

Gli ambasciatori, accommiatatisi da Sua Santità, fecero ritorno ad Acri;

ma appena giunti in quella città, poco mancò non cadessero prigionieri

nelle mani di Boibar Bundoctari, Sultano mamelucco del Cairo, che

infestava allora l'Armenia. Spaventati i due frati predicatori di quel

brutto principio, rinunciarono a recarsi nella China, e lasciarono ai

Veneziani la cura di consegnare all'imperatore mongollo le lettere del

pontefice.

È qui che incominciano i grandi viaggi descritti da Marco Polo, dei

quali noi parleremo in progresso. Ha egli realmente visitato tutti i

paesi e tutte le città ch'egli descrive? No, senza dubbio; e nella sua

narrazione, scritta in francese sotto suo dettato da Rusticano da

Pisa[6], è formalmente dichiarato che «Marco Polo, savio e nobile

cittadino di Venezia, vide tutto co' propri occhi, e quello che non vide

lo seppe dalla bocca di uomini degni di fede.» Ma aggiungiamo che la

maggior parte delle città e paesi descritti da Marco Polo vennero

realmente da lui percorse. Seguiremo quindi l'itinerario com'è tracciato

nel suo racconto, indicando soltanto ciò che il celebre viaggiatore

seppe da altri durante le importanti missioni di cui lo incaricò

l'imperatore Kublai-Kan. In questo secondo viaggio i Veneziani non

seguirono esattamente la medesima strada che Matteo e Niccolò avevano

presa recandosi la prima volta verso l'imperatore della China. Essi

erano passati a settentrione dei monti Celesti, che sono i monti

Thiânscian-pe-lu; il che aveva allungato il loro cammino. Questa volta

piegarono a mezzodì pei monti stessi; eppure, benchè quella strada fosse

più corta dell'altra, impiegarono non meno di tre anni a percorrerla, a

cagione delle pioggie e degli straripamenti dei grandi fiumi. Sarà

facile seguire questo itinerario sopra una carta dell'Asia, dacchè ai

nomi antichi della storia di Marco Polo, non facili ad intendersi nel

suo libro, nel quale non è seguíto l'ordine del viaggio, ed è fatta

confusione delle cose udite e delle vedute, abbiamo sostituito

dappertutto i nomi esatti della cartografia moderna.

NOTE:

[1] Sarà nostra cura il dare a questi viaggi il maggior sviluppo

possibile, confrontando il lavoro di G. Verne colla lezione del Codice

Magliabeccano pubblicato a cura del Bartoli; nonchè coi lavori del

Francese Charton; giacchè gl'Italiani hanno diritto di pretendere in una

nuova edizione dei viaggi del grande Veneziano tutta quella estensione

che ben s'addice al più illustre viaggiatore di quel secolo.

(_N. del Trad._)

[2] Enrico Dandolo, eletto doge di Venezia nel 1192, benchè ottuagenario

e cieco divenne celebre alla quarta crociata, durante la quale domò

Zara, nel 1202. Conquistò Costantinopoli, il 17 luglio 1203, facendo a

Venezia importantissimi acquisti marittimi sulle coste del Mar di

Marmara e Mar Nero; s'impadronì di Candia e d'altre isole del

Mediterraneo, e portò a Venezia i famosi cavalli di S. Marco. Dopo

l'assassinio dell'imperatore Alessio, eresse l'impero latino col conte

Baldovino a imperatore. Morì a Costantinopoli il 1^o giugno 1205, al

ritorno d'una spedizione infelice contro gli abitanti ribellatisi di

Adrianopoli. (_N. del Trad._)

[3] Gran Signore. (_N. del Trad._)

[4] Questo porto, conosciuto oggidì sotto il nome d'Isso, è posto in

fondo al golfo Issico.

[5] Il codice Magliabeccano dice _da Vinegia_ (Venezia), ma il testo

francese, il Ramusiano ed il Riccardiano, _da Vicenza_. Nell'opera di

Verne, per un errore certamente di tipografia, leggiamo: _de Vienne!_

(_Nota del Trad._)

[6] È nelle carceri di Genova che Marco Polo dettò il racconto de' suoi

viaggi a Rusticano da Pisa suo compagno di prigionia. (_Nota del Trad._)

CAPITOLO II.

L'Armenia Minore.--La Turcomania.--L'Armenia Maggiore.--Il monte

Ararat.--La Georgia.--Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.--La Persia.--La

Provincia di Kirman.--Comadi.--Ormuz.--Il Vecchio della

Montagna.--Cheburgan.--Balk.--Il

Balacian.--Cascemir.--Casceegar.--Samarcanda.--Cotan.--Il

deserto.--Tangut.--Caracorum.--Signan-fu.--Tenduc.--La grande Muraglia

della China.--Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.--La residenza di

Kublai-Kan.--Cambaluc, attualmente Pekino.--Le feste

dell'Imperatore.--Sue caccie.--Descrizione di Pekino.--La zecca ed i

biglietti di banca chinesi.--Le poste dell'Impero.

Nel lasciare la città di Isso, Marco Polo parla dell'Armenia Minore come

d'un paese assai insalubre, i cui abitanti, un tempo valorosi, ora sono

divenuti vili e molto tristi, nè sanno far altro che ubbriacarsi. Questa

provincia, ch'è retta da un governatore in nome del Gran-Kan, ha molte

città e castella, abbonda d'ogni cosa ed in ispecial modo di

cacciagione. In quanto al porto d'Isso, dice ch'è il deposito delle

preziose mercanzie dell'Asia, ed il ritrovo dei mercanti d'ogni paese.

Dall'Armenia Minore Marco Polo passa alla Turcomania, ove annovera tre

generazioni di popoli: i Turcomanni propriamente detti, seguaci di

Maometto, le cui tribù, semplici e alquanto selvagge, posseggono pascoli

eccellenti ed allevano cavalli e muli di gran valore; gli Armeni ed i

Greci, che dimorano in ville e castelli e sono abilissimi nel fabbricare

tappeti e stoffe di seta. L'Armenia Maggiore, che Marco Polo visitò in

seguito, è una vasta provincia che ha per capitale Arzinga[7], città

ove, al dire del Veneziano, si fabbrica il miglior boccassino del mondo.

Questa provincia offre, durante l'estate, un accampamento favorevole ai

Tartari del levante, pei pascoli eccellenti che vi si trovano. Ivi il

viaggiatore vide il monte Ararat, sul quale, a seconda delle tradizioni

bibliche, posò l'Arca di Noè dopo il diluvio; egli accenna alle terre

confinanti col mar Caspio, ove dice trovarsi una fontana dalla quale

sgorga dell'olio di nafta (petrolio) in tanta abbondanza,

che cento navi se ne caricherebbero alla volta. Queste sorgenti sono

oggetto d'un importantissimo commercio[8].

Marco Polo, lasciando l'Armenia Maggiore, si diresse pel nord-est verso

la Georgia, reame che si stende sul versante meridionale del Caucaso,

governato da un re, tributario ai Tartari di levante, per nome David

Melic, ch'è quanto dire, Davide re[9]. Secondo una tradizione, gli

antichi re di questo paese nascevano «con una figura d'aquila disegnata

sotto la spalla destra.» I Georgiani, dice il Polo, sono bella gente,

prodi in arme e valentissimi arcieri. Sono cristiani e vivono a mo' dei

Greci. Gli operai del paese fabbricano magnifiche stoffe di seta e

d'oro. Là si vede quella celebre gola lunga quattro leghe, posta tra il

piede del Caucaso ed il mar Caspio, che i Turchi chiamano la porta di

Ferro, e gli Europei il Passo di Derbend[10]. È là che si vede anche il

monastero di S. Leonardo, ai piedi del quale si stende quel lago

miracoloso in cui dicono si trovi pesce soltanto in quaresima.

Da questo punto, i viaggiatori discesero verso il reame di Mussul e

guadagnarono la città di questo nome, posta sulla riva destra del Tigri;

poscia Bagdad, residenza del califfo di tutt'i Saraceni del mondo[11].

Qui Marco Polo racconta la presa di Bagdad, fatta dai Tartari nel 1258,

capitanati da Hulakù o Ulagù, figlio di Taulai e fratello di

Mangu-Kan[12]; e cita una storia maravigliosa in appoggio a quella

massima cristiana di fede che solleva le montagne[13]; poscia indica ai

mercanti la via che corre da questa città al golfo Persico, e che si fa

in diciotto giorni discendendo il fiume, attraversando Bassora ed il

paese dei datteri.

Da Bagdad a Tauris, città persiana della provincia d'Adzerbaidjan,

l'itinerario di Marco Polo sembra interrotto.--Checchè ne sia, lo

ritroviamo a Tauris, città vasta e commerciale, costrutta in mezzo a bei

giardini, che fa commercio di pietre preziose e d'altre merci di valore;

ma i suoi abitanti, saraceni, sono malvagi e sleali. È in questo punto

che Marco stabilisce la divisione della Persia in otto provincie.

Secondo lui, gli indigeni persiani sono nemici molestissimi pei

negozianti, i quali non possono viaggiare senza essere armati d'archi e

di freccie. Il principale commercio del paese è quello dei cavalli e

degli asini che vengono inviati al mercato di Kis o di Ormuz, e di là

alle Indie. In quanto alle produzioni del suolo, consistono in frumento,

in orzo, in miglio ed in uve, che crescono in abbondanza.

Marco Polo discese al sud sino a Yezd, la città più orientale della

Persia propriamente detta; buona città, nobile ed industriale. Allorchè

ne uscirono, i viaggiatori dovettero cavalcare per sette giorni

attraverso magnifiche foreste piene di selvaggina, per giungere alla

provincia di Kirman. Ivi i minatori raccolgono nelle montagne delle

turchesi, ferro ed antimonio. I ricami ad ago, la fabbricazione di

bardature ed armi, l'allevamento dei falchi da caccia, occupano gran

numero di abitanti.--Lasciata Kirman, Marco Polo ed i suoi due compagni

impiegarono nove giorni a traversare un paese ricco e popoloso, e

giunsero alla città di Comadi, che si crede sia la moderna Memaum,

allora già molto decaduta. La campagna era bellissima; dovunque bei

montoni grossi e pingui, buoi bianchi come la neve, con corna corte e

grosse; starne ed altri uccelli a migliaia; alberi magnifici,

specialmente datteri, aranci e pistacchi.

Dopo cinque giorni di viaggio verso il mezzodì, i tre viaggiatori

entrarono nella bella pianura di Formosa, oggidì conosciuta sotto il

nome di Ormuz, bagnata da belle riviere. Dopo due giorni ancora di

viaggio, Marco Polo si trovò alle rive del golfo Persico, e presso la

città di Ormuz, che forma il porto marittimo del regno di Kirman. Quel

paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di datteri e d'altri

alberi fruttiferi, di gemme, stoffe di seta e d'oro, denti d'elefante e

vino di palme. Il porto era frequentato da molte navi ad un albero e ad

una sol vela, le cui tavole erano unite con fili di corteccia e non

inchiodate; laonde molte perivano nell'attraversare il mare indiano.

Da Ormuz, Marco Polo, risalendo verso il nord-est, tornò a Kirman;

quindi si avventurò, per sentieri pericolosi, attraverso un arido

deserto, ove non si trova che acqua salmastra; quello stesso deserto

che, 1500 anni prima, Alessandro superò col suo esercito, tornando dalle

bocche dell'Indo, per raggiungere l'ammiraglio Nearco. Sette giorni

dopo, Marco Polo entrò nella città di Kabis, sulla frazione del regno di

Kirman[14]. Traversò poi un altro deserto, ed in otto giorni risalì sino

a Tonocain, che dev'essere l'attuale capitale della provincia di Kumis,

cioè Damaghan. Qui Marco Polo dà alcune notizie intorno al Vecchio della

Montagna, il capo degli Hashishins (donde venne il nome di _assassino_),

setta maomettana che si segnalò pel suo fanatismo religioso e per le sue

crudeltà spaventevoli[15]. Dopo sei giorni di cammino, entrò in Supunga

(la Shibbergam dei moderni), la città per eccellenza, ove i poponi sono

più dolci del miele, e nella nobile città di Balkh, verso le sorgenti

dell'Oxo. Quindi, traversato un paese ove s'incontrano non di rado

leoni, giunse a Taikan, gran mercato di sale, che attira gran numero di

trafficanti, ed a Scasem, che alcuni commentatori ritengono sia la

moderna Koondooz. In quella contrada si trovavano molti porcispini, e

quando si dava loro la caccia, dice Marco, quegli animali, unendosi

tutti, lanciavano contro i cani i dardi che portano sul dorso e sui

fianchi. È noto ora che questa pretesa facoltà difensiva del porcospino

è da porsi nel novero delle favole.

I viaggiatori entrarono quindi sul territorio montuoso di Balacian,

contrada fredda, che produce buoni cavalli, gran corridori, falchi dal

lungo volo, ed ogni specie di selvaggina. Ivi esistono miniere di

rubini, che il re fa scavare a suo profitto in una montagna chiamata

Sighinan, sulla quale nessuno può metter piede sotto pena di morte. Si

raccoglie pure, in altri luoghi, argento, ed altre pietre colle quali si

fa «l'azzurro migliore e più fino del mondo,» cioè il lapislazzuli. A

dieci giornate da Balacian s'incontra una provincia, che dev'essere la

moderna Paishore, i cui abitanti idolatri hanno la pelle scurissima e

vivono di carne e riso; poi, verso mezzodì, il regno di Cascemire, paese

temperato, che ha molte città e villaggi, ed il cui territorio,

frastagliato da gole di monti, è facile a difendere. Giunto a questo

punto, se Marco Polo avesse proseguito più oltre nella stessa direzione,

sarebbe entrato nel territorio dell'India; ma egli risalì invece verso

il nord, e dopo dodici giorni si trovò sul territorio di Vaccan, in

mezzo a magnifici pascoli, ove erravano sterminate greggie di montoni

selvatici chiamati mufloni. Di là, attraversando le contrade di Pamer e

di Belor, territorî montuosi tra i sistemi orografici dell'Altai e

dell'Imalaia, giunsero, dopo quaranta giorni di faticose marcie, alla

provincia di Kaschgar.

È là che Marco raggiunse l'itinerario di Matteo e Niccolò Polo durante

il loro primo viaggio, quando da Boukhara furono condotti alla residenza

del Gran-Kan. Da Kaschgar Marco Polo si avanzò all'ovest, fino a

Samarcanda, grande città, abitata da cristiani e da saraceni; quindi

toccò Yarkund, città frequentata dalle carovane che fanno il commercio

tra l'India e l'Asia settentrionale; traversando quindi Cotam, Pein,

città che i moderni commentatori non si accordano nello stabilire a

quale corrisponda, posta in una contrada ove si raccoglie in abbondanza

il diaspro ed il calcedonio, giunse ad un certo regno di Ciarcian, che

alcuni commentatori ritengono sia la città detta Karashehr, che

significa _città nera_, descritta come posta sopra un gran fiume

navigabile, formato dalla congiunzione dei due fiumi che vengono

rispettivamente dal Koten e dal Yarkand; poi, dopo un cammino di cinque

giorni attraverso sabbiose pianure prive d'acqua potabile, venne a

riposarsi per otto giorni nella città di Lob, ora distrutta. Ivi fece i

suoi preparativi per attraversare il deserto che si stende verso

Oriente, «deserto sì grande, dice egli, che occorrerebbe un anno per

attraversarlo; deserto popolato da spiriti, ed in mezzo al quale

risuonano tamburi invisibili, ed altri instrumenti»[16].

Dopo un mese impiegato nel traversare quel deserto nella sua larghezza,

i tre viaggiatori giunsero nella provincia di Tangut, alla città di

Cha-tcheou, posta al limite occidentale dell'impero chinese. Questa

provincia ha pochi commercianti, chè gli abitanti, la maggior parte

idolatri, vivono dei prodotti dell'agricoltura. Fra i costumi di Tangut,

che fecero maggiore impressione su Marco Polo, dobbiamo citare quello di

non ardere i cadaveri dei morti se non nei giorni fissati dagli

astrologi; «e tutto il tempo che il morto resta in casa, quegli della

casa fanno mettere una tavola dinanzi alla cassa dov'è il morto, con

vino, pane e vivande, com'egli fosse vivo; e questo fanno ogni dì,

infino a che si dee ardere.»

Verso il nord-ovest, all'uscir dal deserto, Marco Polo ed i suoi

compagni fecero un'escursione sino a Kamil (l'Hamil dei Chinesi), città

fondata in mezzo a due deserti, abitata da idolatri che non conoscono

alcun vincolo di matrimonio. Da Kamil si spinsero sino a Chingitalas,

città sulla quale non sono ancora riusciti ad accordarsi i commentatori,

abitata da idolatri, maomettani e cristiani nestoriani. «Quivi, dice il

Polo, ha montagne ove sono buone vene d'acciaio e d'andanico, e in

questa montagna è un'altra vena, della quale si fa salamandra.»[17]

Da Chingitalas, Marco Polo ritornò a Chatcheou e riprese la sua via

verso l'est, traverso il Tangut, per la città di Succiur[18], sopra un

territorio coltivato a rabarbaro. «E quivi, dice Marco, si truova il

rebarbero in grande abbondanza, e quivi lo comperano i mercatanti, e

portanlo per tutto il mondo.» Da Succiur passò a Champicion, la

Kam-ceu-fu dei Chinesi, allora capitale di tutto il Tangut. Era una

città importante, popolata da ricchi capi idolatri, che erano poligami,

e sposavano per lo più le loro cugine o le zie[19]. I tre Veneziani

rimasero un anno in quella città. Queste lunghe fermate, e le frequenti

deviazioni dal loro cammino, spiegano perchè il loro viaggio traverso

l'Asia centrale durò più di tre anni. Uscito da Kam-ceu-fu, dopo aver

viaggiato per dodici giornate, a cavallo, Marco Polo giunse sul limite

d'un deserto di sabbia alla città d'Etzina; era un'altra deviazione,

giacchè egli saliva direttamente al nord; ma al viaggiatore stava a

cuore di visitare la celebre città di Caracorum, questa capitale tartara

che Rubruquis aveva visitata nel 1254[20].

Marco Polo aveva certo gl'istinti dell'esploratore, e non badava a

fatiche quando si trattava di completare i suoi studî geografici. In

quella circostanza, per giungere alla città tartara, dovette camminare

quaranta giorni in un deserto senza abitazioni e senza arbusti.

Giunse finalmente a Caracorum. Era una città di tre miglia di

circonferenza. Dopo essere stata per lungo tempo la capitale dell'impero

mongollo, fu conquistata da Gengis-Kan, avo dell'imperatore allora

regnante. Qui Marco Polo fa una digressione storica, in cui narra la

ribellione e le gesta dell'eroe tartaro contro quel famoso Prete Gianni,

che teneva tutto il paese sotto la sua dominazione[21].

Marco Polo, tornato a Kam-ceu-fu, viaggiò verso l'est, ed arrivò alla

città d'Erginul, che è probabilmente la città di Liang-ceu, i cui

abitanti si dividono in idolatri, cristiani nestoriani e maomettani. Di

là si spinse alquanto verso il sud, per visitare Si-gnan-fu; passò

traverso un territorio ove pascevano buoi selvaggi grossi come elefanti,

ed il prezioso capretto che fu poi chiamato portamuschio. Ritornati a

Liang-ceu, in otto giorni i viaggiatori si portarono verso l'est a

Cialis, ove si fabbricano i migliori cambellotti[22] di pelo di

cammello; quindi nella provincia di Tenduc, nella città dello stesso

nome, ove regnava un discendente del Prete Gianni, per nome Giorgio,

tributario però del Gran Kan. Era una città industriale e commerciante,

ove, al dire di Marco Polo, «sonvi gli più bianchi uomeni del paese e

più belli, e i più savi, e più uomeni mercatanti.» Di là, facendo un

angolo verso il nord, i Veneziani s'innalzarono per Sinda-cheu, al di là

della gran Muraglia della China, sino a Ciagannor, che dev'essere

Tsaan-Balgassa, bella città sul lago Ciagan-noor, ove risiede volentieri

l'imperatore quando desidera divertirsi alla caccia del girifalco,

giacchè abbondano su quel territorio le gru, le cicogne, i fagiani e le

pernici.

Finalmente, tre giorni dopo aver lasciato Ciagannor, Marco Polo, col

padre e lo zio, giunse a Giandu, l'attuale Chang-tou o Sciang-tu, ch'è

la stessa città chiamata dal Polo anche Cle-men-fu. Ivi gl'inviati del

pontefice furono ricevuti da Kublai-Kan, che allora abitava quella

residenza d'estate, posta al di là della gran Muraglia, al nord di

Cambaluc, ora Pekino, capitale dell'impero. Il viaggiatore parla poco

dell'accoglienza che gli venne fatta, ma descrive con minuziosa cura il

palagio del Kan, grande edifizio di pietre e di marmo, le cui camere

sono interamente dorate.

Questo palazzo è costrutto in mezzo ad un parco cinto da mura, ove si

vedono serragli di bestie e fontane, ed inoltre un edificio costrutto

con canne così ben intrecciate, che sono impenetrabili all'acqua: era

una specie di padiglione che si poteva smontare, nel quale il Kan

abitava nei mesi di giugno, luglio ed agosto, cioè nella buona stagione.

Tale stagione doveva esser buona infatti, giacchè, a quanto scrive Marco

Polo, degli astrologi addetti alla persona del Kan erano incaricati di

dissipare coi loro sortilegi qualunque pioggia, nebbia o intemperie.

Sembra che il Veneziano non mettesse in dubbio il potere di quei maghi.

«Questi savi uomini sono chiamati Tebot e Quesmur, e sanno più d'arte

del diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che

questo avviene per santità. E questa gente medesima, ch'io v'ho detto,

hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la

signoria[23], egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua

morte; e sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Kan mangia in

sulla mastra sala, gli coppi pieni di vino e di latte e di altre loro

bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire senza

che altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Gran Kan, e questo vegiono

bene X mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo ben si

può fare per negromazia.»

Il Veneziano parla anche di altri monaci che menano una vita di continue

privazioni, cibandosi di crusca bagnata nell'acqua, digiunando buona

parte dell'anno, e tenendosi molte ore in adorazione innanzi agli idoli

ed al fuoco. «Egli hanno badie o monisteri (così il Polo); e si vi dico,

che v'ha una piccola città che hae uno monistero che hanno piue di cc

monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente.»

Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente

degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo

in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse

un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra,

dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono

l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo

provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie

dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla

testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto

trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro

lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla

sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la

battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte,

che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e

Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e

menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l

sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo

Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò

trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne

poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi

a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni

nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio

dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi

togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza

di quel sovrano mongollo:

«Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è

chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio,

e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è

fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su

ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si

tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e

freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E

ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che

in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni

d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la

faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima

porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa,

cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da

ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae

un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente,

cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno

attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi

stae gli arnesi del Gran Cane.»

Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le

armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di

arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli

bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era

esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale.

Marco Polo continua in questi termini:--«Nella faccia verso mezzodie ha

cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il

palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore

che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che

l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura

delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi

iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie

e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi

si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga,

che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una

maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia

e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che

luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo

palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a

quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi

molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e

daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle

bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di

queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte

verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di

pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì

ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte

generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro.

Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha

fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio;

lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono

foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan

di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta

terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole,

ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto

coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì

che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte

verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a

guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne

prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran

Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di

questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote

del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di

Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur

che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla

d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.»

Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere

la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro

miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che

è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna

Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile

osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore.

Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di

dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del

signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per

paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa

etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al

nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i

figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno

cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo

loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore

s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la

tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando

della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro

femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo,

ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione,

dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate

imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste

donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento

donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e

femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille

persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha

venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora

dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli

sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro

regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran

Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua

nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno

al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente

centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle;

mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla

seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo _la bianca festa_,

l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi,

perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta

al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe

preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di

magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero

ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude

con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il

Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno.

Durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il Gran Kan passa

nella sua città d'inverno, tutti i signori, entro un raggio di sessanta

giornate di cammino, sono obbligati a provvederlo di cinghiali, cervi,

daini, caprioli ed orsi. Inoltre Kublai stesso è gran cacciatore, ed il

suo servizio da caccia è veramente superbo. Egli ha leopardi, lupi

cervieri, grandi leoni addestrati a prendere fiere, aquile abbastanza

forti per cacciare i lupi, volpi, daini, caprioli; e finalmente cani che

si contano a migliaia. È verso il mese di marzo che l'imperatore

incomincia le sue grandi caccie, dirigendosi verso il mare, ed è

accompagnato almeno da diecimila falconieri con cinquecento girofalchi,

una quantità innumerevole di astori, falchi pellegrini e falchi sacri.

Durante quella gita il re tartaro, che si compiace di tutto il lusso

della pompa orientale, è seguíto da un palazzo portatile posto su

quattro elefanti accoppiati, coperto da pelli di leoni, e foderato da

drappo d'oro. Egli procede così fino al campo di Chakiri-Mondu, alle

sorgenti del fiume Usuri, nella Manciuria, ed ivi rizza la sua tenda,

abbastanza vasta da capire diecimila cavalieri o baroni. Ivi è la sua

sala da ricevimento; ivi dà le sue udienze. Quando vuole ritirarsi o

dormire, trova in un'altra tenda una sala meravigliosa tappezzata da

pelliccie d'ermellino e di zibetto, di cui ciascuna vale duemila bisanti

d'oro, circa ventimila franchi. L'imperatore rimane così fino a Pasqua,

cacciando gru, cigni, lepri, daini, caprioli, quindi ritorna verso la

sua metropoli di Cambalu. Parlando delle leggi che regolano la caccia,

il Polo così si esprime: «Ancora sappiate, che in tutte le parti ove il

Gran Cane ha signoria, niuno nè barone nè alcuno altro uomo non può

prendere, nè cacciare nè lepre nè daini nè cavriuoli nè cierbi, nè di

niuna bestia che moltiplichi, dal mese di marzo infino all'ottobre. E

chi contra ciò facesse, sarebbe bene punito. E si vi dico ch'egli è sì

bene ubbidito, che le lepre e daini e cavriuoli e l'altre bestie, ch'io

v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo, e non le tocca, e non

le fa male.»

Marco Polo completa in questo punto la descrizione di questa magnifica

città. Egli enumera i dodici sobborghi che la compongono, nei quali i

più ricchi mercanti fanno fabbricare magnifici palagi. Questa città è

commerciale al massimo grado: vi affluiscono le più preziose mercanzie

come in nessun' altra città del mondo. Mille carri carichi di seta vi

entrano ogni giorno; è il deposito ed il mercato dei più ricchi prodotti

dell'India, come le perle e le pietre preziose, e vi accorre gente a

comperare da oltre duecento leghe tutto all'intorno. Per provvedere ai

bisogni del commercio, il Gran Khan ha stabilito quindi una zecca, ch'è

per lui una sorgente perenne di ricchezze. Aggiungeremo che questa

moneta non è altro che un biglietto di banca, lo stesso di cui oggidì

ogni nazione ha portato il proprio contingente sui mercati europei. Ma

qui lasciamo ancora la parola al Veneziano: «Il Gran Kan fa prendere

iscorza d'uno albore ch'à nome gelso[25]; è l'albore, le cui foglie

mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia sottile,

ch'è tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di

quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quando

queste carte sono fatte così, egli ne fa delle piccole, che vagliono una

medaglia di tornesello piccolo, e l'altra vale un tornesello, e l'altra

vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra due

grossi, e l'altra cinque, e l'altra dieci, e l'altra un bisante d'oro, e

l'altra due, e l'altra tre: e così va infino in dieci bisanti. E tutte

queste carte sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte

fare tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte

son fatte, egli ne fa fare tutti i pagamenti, e fagli ispendere per

tutte le provincie e regni e terre dov'egli ha signoria; e nessuno gli

osa rifiutare, a pena della vita. E sì vi dico, che tutte le genti e

regni che sono sotto sua signoria si pagano di questa moneta, d'ogni

mercatanzia di perle, d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e

generalmente d'ogni altra cosa, e sì vi dico che la carta che si mette

per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le

più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre cose rare. E

molte volte è recato al Gran Sire per gli mercatanti tanta mercatanzia

in oro e in ariento che vale quattrocentomila di bisanti; e 'l Gran Sire

fa tutto pagare di quelle carte; e' mercatanti le pigliano volentieri,

perchè le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran

Cane, che ogni uomo che ha oro e ariento, perle o pietre preziose o

alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata

alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto

gliene viene di questa mercatanzia, ch'è un miracolo. E quando ad alcuno

si rompe o guastasi niuna di quelle carte, egli va alla tavola del Gran

Sire, e incontanente gliene cambia, ed ègli data bella e nuova ma si

gliene lascia tre per cento. Ancora sappiate, che se alcuno vuol fare

vasellamenta d'ariento o cinture, egli va alla tavola del Gran Sire, ed

ègli dato per queste carte ariento quant'e' ne vuole, contandosi le

carte secondo che si ispendono. E questa è la ragione perchè il Gran

Sire dee avere più oro e più ariento, che signore del mondo.[26]»

Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale riposa sopra una

centralizzazione eccessiva. Il reame, diviso in 34 provincie, è

amministrato da dodici nobilissimi baroni, che abitano nella stessa

città di Cambalu; ivi, nel palazzo di questi baroni, dimorano gli

intendenti e gli impiegati tutti che trattano gli affari d'ogni singola

provincia. Intorno alla città si diramano molte strade ben tenute, che

metton capo ai diversi punti del regno. Su queste strade, ad ogni

ventidue miglia, sorgono stazioni postali; ed in essa duecentomila

cavalli sono sempre pronti a trasportare i messaggieri dell'imperatore.

Più, fra le stazioni, ad ogni tre miglia, trovasi un villaggio composto

di circa quaranta case, in cui abitano i corrieri che portano a piedi i

messaggi del Gran Kan. Questi uomini, con cinghie al ventre, col capo

compresso da una benda, hanno una cintura munita di campanelli che li fa

udire da lontano; partono al galoppo, fanno rapidamente le tre miglia,

rimettono il messaggio al corriere che li attende, e per tal modo

l'imperatore riceve in un giorno ed una notte le notizie da dieci

giornate di distanza. Questo mezzo di comunicazione costa ben poco a

Kublai-Kan, perchè egli si limita, per retribuzione, ad esentuare dalle

imposte i corrieri; in quanto ai cavalli delle stazioni, sono

somministrati gratuitamente dagli abitanti delle provincie.

Ma se il re tartaro usa in maniera così assoluta del suo potere, se fa

pesare sì gravi imposte sui propri sudditi, d'altra parte s'occupa

attivamente dei loro bisogni, e sovente viene loro in aiuto. Quando la

grandine ha devastato le messi, non solo egli non esige l'usato tributo,

ma fa distribuire grano ai suoi sudditi, tolto ai suoi granai. Quando

una mortalità accidentale ha colpito i bestiami d'una provincia, egli ne

la riprovvede a sue spese. Ha cura, nelle buone annate, di mettere nei

granai un'enorme quantità d'orzo, di miglio, di frumento, di riso ed

altre derrate, in modo da mantener i grani ad un prezzo mite in tutto

l'impero. Inoltre, porta particolare affetto ai poveri della sua buona

città di Cambalu. «Ora vi conterò, dice il Polo, come il Gran Cane fa

carità alli poveri che stanno a Cambulù. A tutte le famiglie povere

della città, che sono in famiglia sei o sette, o più o meno, che non

hanno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada: e questo fa

fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del

signore a niuna persona che voglia andare per esso. E sappiate che ve ne

vanno più di trenta mila; e questo fa fare tutto l'anno: e questo è gran

bontà di signore; e per questo è adorato come Iddio dal popolo.»

Aggiungeremo che tutto l'impero è amministrato con somma cura; le vie

ben tenute e piantate ad alberi magnifici, che servono sopratutto a

farle riconoscere al viaggiatore, nei paesi deserti. La legna è quindi

abbondantissima dappertutto; «senza contare, dice il Veneziano, che per

tutta la provincia del Catai hae una maniera di pietre nere che si

cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce, e tengono più lo

fuoco che non fanno la legna.» Queste pietre nere non sono altro che il

carbone fossile, che in grandissima quantità trovasi nelle montagne

delle provincie di Cheu-sì e di Pe-che-li.

Marco Polo soggiornò lungo tempo nella città di Cambalu. È certo che,

grazie alla sua vivace intelligenza, al suo spirito, alla facilità di

apprendere gl'idiomi dell'impero, venne molto in grazia all'imperatore.

Incaricato da lui di diverse missioni, non solo nella China, ma nei mari

dell'India, a Ceylan, sulle coste del Coromandel e del Malabar, e nella

parte della Cocincina presso il Cambodge; fu nominato, probabilmente tra

il 1277 ed il 1280, governatore della città di Yang-tsceu e di

ventisette altre città, comprese nella giurisdizione di questa. Grazie a

queste missioni, egli percorse un bel tratto di paese e ne riportò utili

documenti, tanto geografici, che etnologici. Noi lo seguiremo

facilmente, colla carta geografica alla mano, in quei viaggi dai quali

la scienza doveva trarre immenso profitto.

NOTE:

[7] L'_Jerzenga_ dei moderni.

[8] La _nafta_ propriamente detta è un bitume liquido,

infiammabilissimo, incoloro, della stessa origine del petrolio; è

volatile, di odore speciale fortissimo e penetrantissimo. La _nafta_ si

trova raramente pura in natura. S'incontra in Persia, in Media, sulle

sponde del mar Caspio, in Sicilia ed in Calabria. Il petrolio distillato

le somiglia perfettamente. Il territorio di Bacu e tutta la penisola di

Apsercon sul Caspio sono sparsi di sorgenti di _nafta_, cinerea e

bianca. La _nafta bianca_ arde benissimo, ma n'è scarsa la quantità;

all'incontro la _cinerea_ è abbondantissima, e sgorga talora in piccoli

ruscelli. La _nafta_, in medicina, è stata adoperata, come il petrolio,

come vermifuga e antispasmodica. (_Nota del Trad._)

I Viaggi di Marco Polo Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice magliabeccano e sulle opere di Charton · 第 1 / 6 段