Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto fosse vivo il

suo desiderio di condurre egli stesso il popolo che tanto amava alla

conquista della Palestina; e quante preghiere indirizzasse a Dio a tale

uopo. Ma pei suoi imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e:

«Ti basti, gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa; perocchè

non passerai questo Giordano». Volendo però soddisfare, in parte, il

nobilissimo desiderio del suo servo fedele lo invitò a portarsi alla

cima della collina, da dove per una virtù prodigiosa concessa alla sua

vista, gli sarebbe stato possibile di vedere «la terra buona che

estendevasi al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando

Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò ai divini

voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè costituendolo suo

successore, salì sulla vetta del Nebo da dove potè effettivamente

ammirare la terra in cui sperava il suo popolo lungamente felice, e che

non v’ha dubbio lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua

legge. Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo

consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla sua perpetua

meditazione una cantica sublime (_aasínu_) che secondo il suo detto «non

avrebbe dovuto venire mai dimenticata dalla bocca della sua posterità»,

perchè era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute da Dio

di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del dovere che

imprescindibile incombeva su lui di restare fedele al patto conchiuso su

tale base tra lui e Dio, benedisse particolarmente ogni tribù; e «senza

che il suo occhio si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi

umori vitali» rese l’anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di trenta

giorni. L’elogio funebre che per bocca di Dio si scrisse Mosè di suo

vivente, secondo il Nacmanide, o che come credono altri aggiunse il suo

successore negli ultimi versetti del Pentateuco, è un brevissimo

compendio delle sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità

ammirabile: «E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale il

Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l’eguagliò), in quanto a tutti

i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a operare nella terra d’Egitto a

Faraone ed a tutti i suoi servi, a tutto il suo paese. E in quanto a

tutti gli atti di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili,

che Mosè fece alla vista di tutto Israele».

Iddio stesso raccolse quell’anima santa e fece sparire i purissimi resti

mortali di quell’uomo maraviglioso¹⁰².

¹⁰² I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono

sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare

il concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su

questo fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio

da un’opera di misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed

Eva col coprirne la nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò

dal Paradiso terrestre; e termini con un’altra opera di

misericordia compiuta parimenti da Dio verso Mosè col seppellirne

il cadavere.

Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani lettori,

privandoli del racconto leggendario che sulla morte di Mosè trovasi in

un antico libro di parafrasi al Pentateuco, chiamato _medrass rabà_

(grande commento), e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato

nel Talmud. Ecco il primo:

Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra legge, Mosè erasi

arrestato alla scrittura del nome infallibile di Dio, e in quel punto

del tempo era giunto il momento designato alla sua morte.

Il Signore chiama a sè l’angelo Gabriele, e così gli dice: «Va e porta

in cielo l’anima di Mosè».

E l’angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come oserò io dare la

morte all’uomo di cui tutte le umane generazioni non vantano pari?»

E il Signore chiama a sè l’angelo Michele: «Va e porta in cielo l’anima

di Mosè».

E l’angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli fui maestro: ei

mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta il cuore di vederne la

morte».

E il Signore chiama a sè Samaele, l’angelo della distruzione e della

morte, e gli dice: «Va e porta in cielo l’anima di Mosè».

L’angelo della morte esultante di una gioia che non sa nascondere si

veste d’ira, e tutto chiuso nelle sue armi sanguigne piomba ratto qual

folgore innanzi all’uomo santo e trovandolo coll’ineffabile nome divino

sotto la penna trema in tutta la persona. Lo guarda, e il raggio di

divina luce che sfavilla sul volto di Mosè lo abbarbaglia, e gli fa

torcere il guardo truce. Ei pensa tra sè: «È un angelo costui, e niuno

degli angeli potrà dargli la morte».

Intanto Mosè si accorse di aversi un testimonio innanzi e a lui

rivolgendosi gli grida: «Che vuoi tu, che cosa cerchi qui?»

«Io son mandato per darti la morte, risponde l’angelo ancora tutto

tremante. Tutti i mortali sono soggetti al mio impero».

«Tutti gli altri mortali sì, risponde Mosè sicuro di se stesso, ma non

io. Consacrato prima di nascere, ministro dei portenti celesti,

banditore a tutta la terra della legge della verità, io non affiderò mai

a te l’anima mia».

Samaele tutto confuso rivolò in cielo.

Ma una voce misteriosa allora suono dall’alto, e diceva: «Mosè, Mosè; la

tua ora è giunta, tu devi morire».

«Signore! Signore! gridava Mosè piangendo, io fui accolto nelle celesti

sfere da te, io fui altre volte ammesso al tuo bacio divino, perchè

vorrai affidare l’anima mia all’angelo della morte?»

E la voce, gli rispose: «Datti pace, io stesso adempierò all’ufficio

della tua morte e della tua sepoltura».

E allora Mosè si prepara a morire puro come un Serafino, e il Signore

scende dagli altissimi cieli, e tre angeli, Michele, Gabriele, Zagaele,

gli fanno corona.

L’angelo Michele scava la tomba, Gabriele stende un bianchissimo lino al

capo, e Zagaele ai piedi, e l’angelo Michele sta immoto da un lato a

Mosè, e l’angelo Gabriele immoto dall’altro lato.

E il Signore dice a Mosè: «chiudi le pupille,» e Mosè le chiudeva,

«stringi le mani al cuore,» e Mosè stringeva al cuore la mano, «accosta

i piedi» e Mosè accostava i piedi.

«Anima santa! fanciulla mia! diceva il Signore: da cento vent’anni tu

animi questa creta intemerata. Ma è giunta l’ora, esci e vola in cielo».

E l’anima tutta dolorosa rispondeva: «Su questo corpo intemerato e puro

io ho posto tutto il mio amore, e non ho il coraggio d’abbandonarlo».

«Fanciulla mia! esci. Io ti accoglierò negli altissimi cieli, sotto al

mio trono immortale, coi Serafini e Cherubini».

E l’anima esitava.

Il Signore allora impresse un bacio sulla fronte a Mosè e con quel bacio

l’anima volò in cielo.

E una nube di mestizia velava il cielo dove suonavano, queste parole:

«Chi resta ora a combattere l’empietà e l’errore?»

E una voce rispondeva; «Egual profeta non sorse mai».

E la terra piangeva: «Ho perduto il santo». E Israele piangeva: «Abbiamo

perduto il pastore». E gli angeli in coro cantavano: «Venga il santo,

venga in pace all’amplesso divino».

Il sepolcro di Mosè.

Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad ogni occhio mortale

il sepolcro dell’uomo di Dio.

La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d’Israello stavano già

innanzi d’allora, al previdente consiglio di Dio.

Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando di pianto

quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la potente intercessione

del santo uomo presso la Divina Giustizia, affinchè il tremendo destino

fosse mutato, come avrebbe potuto la stessa Divina Giustizia respingere

quel santo intercessore?

Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina aveva

decretato l’abbandono e la morte, solo Mosè bastò a disarmarne la

collera.

E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari in morte.

L’empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro del grande

Legislatore.

Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte cerca, fruga,

sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.

Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte e gettando in giù

lo sguardo, s’immaginarono d’avere laggiù in fondo scoperto il cercato

sepolcro.

Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo sguardo

intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore! il sepolcro di Mosè si

presenta ai loro occhi in sull’alta vetta.

Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui l’una si ferma

ai piedi, l’altra alla cima del colle.

«Eccolo, gridano dall’alto, eccolo, l’avete a voi vicino». Perocchè il

sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro presso la schiera

disotto.

«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna; voi ci siete

presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava ai loro occhi presso

la schiera che era in alto.

E il sepolcro non fu trovato mai.

Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello che diede

origine alla festa di _Purim_ (delle sorti), festa dedicata intieramente

all’allegria e al piacere. Ecco in breve il riassunto storico di tale

avvenimento.

Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta Neemia e della

parte importantissima da lui avuta nella rifabbricazione del secondo

tempio, come ebbimo pure a parlare di Alessandro Magno, delle sue

vittorie in Asia, della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze

usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa

venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad incontrarlo,

e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene tra la morte del primo

alle conquiste del secondo passò un periodo di circa un secolo; nel

corso del quale probabilmente non avvenne nulla di notevole agli ebrei;

perchè tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un’ampia lacuna, se

si esclude la così detta _meghilà_ (storia) di Ester.

Chi fosse l’Assuero (_Ahhassveross_ nome indubbiamente persiano) di cui

si parla in questo libro è disputa fra gli eruditi. Nella Scrittura

troviamo dato questo nome ad un re che è sicuramente Cambise, ad un

altro che debb’essere Astiage ed all’Assuero di Ester che non può essere

nè l’uno nè l’altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse Artaserse

Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare molte somiglianze

fra il carattere di Assuero e quello di Xerse celebre per l’infelice

esito della sua spedizione nella Grecia, altri ritengono che fosse un re

dei Medii, ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono

che fosse Dario Istaspe.

Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il dominio su uno

esteso impero di centoventisette provincie, cioè da _Oddu_ (l’India)

sino a _Cuss_ (l’Etiopia). Nel terzo anno del suo regno diede ai grandi

della sua corte una serie di festini per cento ottanta giorni

consecutivi, chiusa da sette altri giorni di festini continui dati a

tutti gli abitanti della Capitale (Susa).

Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva bevuto oltre il

convenevole, volendo presentare all’ammirazione dei suoi cortigiani la

regina Vasti, dotata, secondo lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad

invitarla al festino.

Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un naturale e lodevole

sentimento di pudore, la regina rifiutò d’intervenirvi. Il re oltremodo

adirato, chiese ai sette suoi principali ministri che lo circondavano

quale pena era dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la

proposta di un certo Memuhhan, Vasti _fu tolta da regina_ (uccisa o

relegata nell’Arem).

Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di fare la scelta

delle più belle ragazze dello stato per essere inviate all’Arem reale di

Susa. Fra le donzelle raccolte si trovava un’ebrea chiamata _Adassà_

(mirto) o _Ester_ (astro in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e

di madre era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo

della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester presentata al re seppe

conquistarne il cuore e fu assunta a regina nell’anno settimo del regno

di Assuero: senza che questi pensasse neanche d’informarsi di quale

famiglia essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo, che

sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo reale, potè

scoprire una congiura che erasi ordita da due eunuchi contro la vita di

Assuero: col mezzo di Ester il complotto fu sventato e puniti i

colpevoli.

Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più importante carica

di Corte ordinò che i sudditi avessero ad inginocchiarsi al suo

cospetto. Fosse per scrupoli religiosi o fosse per altri motivi, su cui

tace il testo, Mardocheo non volle mai piegare il ginocchio quando gli

avveniva d’incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito risolse

di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva. Presentatosi

pertanto al re disse che come il popolo ebreo, era distinto da tutti gli

altri per proprii costumi e leggi, così era insubbordinato verso i

magistrati e trasgressore delle leggi del regno; e dando cattivo esempio

agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente distruggere.

Il re senza informarsi di nulla diede il suo assenso, ed Amano

giubilante estrasse colla sorte il giorno da stabilirsi per la

distruzione degli Ebrei. Il numero estratto segnò il giorno tredicesimo

del mese duodecimo.

Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto portò la

costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne trasmise copia alla regina

Ester sollecitandola ad intercedere pel suo popolo presso il monarca.

Ester esitò dapprima ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a

certa morte presentandosi non chiamata nell’appartamento particolare del

re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare agli Ebrei di Susa un

digiuno di tre giorni. Al terzo giorno ella si presentò al re il quale

l’accolse con tutti i segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi

dovuti al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia di Amano

un pranzo nel di lei appartamento in quello stesso giorno. Il re vi

aderì; e a metà del banchetto domandò alla regina quale causa l’avesse

decisa a quell’insolito invito. La regina rimandando al giorno seguente

la manifestazione del suo desiderio, invitò nuovamente lui ed Amano a

pranzo presso di lei. Amano fiero del grande onore ricevuto dalla

regina, fu maggiormente ferito dal disdegno dimostratogli da Mardocheo

che ebbe ad incontrare sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla

propria moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l’autorizzazione

di fare appiccare Mardocheo l’indomani, al quale uopo fu nella notte

alzato un patibolo nel suo cortile istesso.

Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero non potendo dormire, si

fece leggere gli annali del suo regno; e ripresentatasi così l’occasione

di richiamarsi alla memoria il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò

se già gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta

negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in quel punto, e

gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad un uomo ch’egli desiderava

onorare pubblicamente. Nel suo sterminato orgoglio Amano suppose che il

re avesse l’intenzione di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di

fare vestire quell’uomo del manto reale, di farlo montare sul cavallo

che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione, e farlo quindi

girare per le vie della città col cavallo condotto a mano da un principe

obbligato a gridare di tratto in tratto «così si fa all’uomo che il re

desidera di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò

Amano stesso di eseguirlo alla lettera.

Questo fu il preludio della punizione dell’alterigia vincolata alla

tristizia e il trionfo dell’innocenza. Eseguito quello per lui ben

penoso incarico e intervenuto al festino della regina questa, lui

presente, chiese grazie al re per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi

che un eunuco certo _Hharvonà_, raccontò al re come Amano avesse fatto

alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo. A

quest’annunzio l’ira del re scoppiò terribile e ordinò che Amano venisse

immediatamente appeso a quello stesso patibolo.

Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano venire

revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo chiamato dalla fiducia del

re, a succedere nella carica d’Amano, con altro decreto reale dovette

autorizzare gli Ebrei a prendere le armi per difendersi dai loro nemici

nel giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale

autorizzazione egli sperava probabilmente di intimorire i mali

intenzionati e di risparmiare l’effusione del sangue; ma pochi nemici

acerrimi degli Ebrei non avendo voluto desistere dai loro sanguinarii

progetti a cui li autorizzava tuttavia il decreto d’Amano assalirono gli

Ebrei. Ma questi aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano

forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra dei nemici

uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata nel libro d’Ester sia

stata esagerata: quantunque non si debba obbliare l’ampiezza del regno

che constava, come dicemmo, di 127 provincie.

Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si esprime il testo:

«dall’afflizione al gaudio, dal lutto all’allegria» furono consacrati

alla gioia da Mardocheo e da Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai

contemporanei e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno

facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».

Archeologia.

_Rapporti esteriori—Guerra._

Completeremo il nostro studio sulle antichità politiche degli ebrei,

trattando ora dei rapporti che essi ebbero colle nazioni straniere.

Abbiamo già parlato altrove del trattamento degli ebrei verso lo

straniero.

La guerra, terribile necessità dei popoli, originata da contese tra gli

individui, da lotte tra le tribù per la malaugurata avidità negli uni di

usurpare quanto era di spettanza degli altri; flagello che

disgraziatamente la civiltà non ha ancora potuto rendere impossibile per

quanto ne abbia attenuati i disastrosi effetti, e che forse non isparirà

completamente dalla terra se non nei tempi messianici vaticinati dai

nostri profeti per un’êra di pace inalterata tra gli individui e fra le

nazioni, perchè allora «tutta la terra sarà piena della conoscenza di

Dio come il mare è pieno d’acque»; non poteva non richiamarsi alle

umanissime sollecitudini del Legislatore ebreo.

Abbiamo già detto altrove, e ripetiamo ora, che Mosè non voleva che il

suo popolo diventasse un popolo conquistatore: i limiti del territorio

che doveva occupare erano stati segnati precedentemente dal Signore

stesso. Dominato da tale lodevolissimo pensiero egli doveva mostrarsi,

come si mostrò effettivamente, avverso alla guerra offensiva. Abbiamo

già parlato sulla sorte riservata alle popolazioni della Palestina e dei

proclami di Giosuè al suo ingresso in essa. Relativamente alle nazioni

stabilite fuori di quel territorio egli le divise in diverse categorie.

Agli Amaleciti guerra eterna perchè tanto codardi quanto scellerati,

sorprendevano le donne e i fanciulli che nell’uscire dall’Egitto

restavano alla coda del popolo, e li trucidavano senza misericordia. Ai

Madianiti guerra d’esterminio, perchè colle loro infami astuzie spinsero

gli Ebrei ad abbracciare il loro sozzo culto e causarono così la morte a

ventiquattro mila persone. Agli Ammoniti e ai Moabiti nessuna guerra

aggressiva, ma neppure nessuna alleanza, nessun rapporto d’amicizia

perchè oltre al rifiutarsi di concedere agli ebrei il libero passaggio

nel loro territorio per portarsi alle rive del Giordano, passaggio

invocato da Mosè a titolo della parentela che esisteva tra le due

nazioni, diedero prova di una straordinaria malvagità verso gli stessi

ebrei perchè sibbene non minacciati da quelli, chiamarono presso di sè

con larghe promesse di onori e di premii il mago Balaamo per farli

maledire persuasi di poterli poscia combattere e vincere¹⁰³. Agli Idumei

discendenti di Esaù, obblio intiero del rifiuto dato al richiesto

passaggio sul loro territorio verso il Giordano. Lo stesso generoso

obblio verso gli Egiziani; pel merito di aver ospitato la famiglia del

patriarca Giacobbe. Riguardo poi altri popoli lasciò intera facoltà di

fare guerra o conchiudere alleanze. Egli raccomanda però che qualora

avessero dovuto attaccare una città fuori della Palestina si dovesse

cominciare per offrire agli abitanti una capitolazione. Se la città si

fosse resa volontariamente, gli ebrei dovevano contentarsi di renderla

tributaria, ma costretti ad ottenerla colla forza, allora la legge li

autorizzava ad uccidere gli uomini supposti di avere militato contro di

loro, e di menare in ischiavitù le donne e i fanciulli¹⁰⁴.

¹⁰³ Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle

maggiori nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi

diversi argomenti che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi

quando tali fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile

raccontare brevemente questo avvenimento, facendolo seguire dagli

opportuni schiarimenti che ci vengono somministrati da commentatori

tanto ortodossi quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe

vinto Sihhon re dell’Emoreo, e Og re del Bassan, il campo degli

ebrei venne trasportato nelle pianure di Moab. Non era affatto

nella intenzione di Mosè di aggredire Moab sia perchè gli era stato

ciò espressamente proibito da Dio per la parentela del loro

patriarca Loth con Abramo, e sia perchè il suo territorio non

s’estendeva in tale direzione da impedirgli la sua marcia verso il

Giordano. Ma per un sentimento d’invidia e di odio tanto più

biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo, Moab

desiderava l’eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d’accordo

colla tribù Madianita spedì un’ambasceria a Balaamo, ritenendo di

una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue

benedizioni, affine ch’egli si portasse presso di lui a maledire

quel popolo numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e

vincere. Balaamo esultante in cuor suo per l’insigne onoranza che

gli veniva impartita da un potente monarca, e perchè codesto invito

gli porgeva la desiderata occasione di cooperare alla distruzione

del popolo ebreo che egli odiava quanto altri mai, rispose agli

ambasciatori: «che attendessero il mattino onde interrogare Dio

nella notte sulla decisione da prendersi». Effettivamente Dio

essendoglisi rivelato gli ingiunse di non _andarvi_. Al mattino gli

ambasciatori vennero congedati, ma in modo da lasciare loro

indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che forse vi

avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per cui

gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior

numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e

promettitori di ricompense ben più laute. Come la prima, anche

questa ambasciata fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua

in attesa del permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a

Balaamo e gli permise di portarsi da Balak colla condizione di poi

dire soltanto ciò che Egli, Dio, _gli avrebbe imposto_. Appena

spuntata l’alba, Balaamo lietissimo monta sulla sua asina e in

compagnia degli ambasciatori si dirige verso il paese di Moab. Un

angelo inviato da Dio con una spada sfoderata in mano si presenta

all’asina: la spaventa, e per tre volte la fa deviare dal retto

sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte tutte e tre le

volte la sua montura, ma alla terza volta l’asina apre la bocca, e

con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le

immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu

abituata a comportarsi come in quel giorno.

Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l’angelo, e

riconoscendo il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire

Israele suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L’angelo vi

si oppone e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire

benedisse per tre volte Israele, motivo per cui fu costretto di

ritornarsene frettolosamente al suo paese.

Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in

questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo

popolo?—Balaamo non era che un sedicente _profeta_, un _mago_

(_kossem_) pieno di vanagloria e di petulanza. Dio gli apparve in

sogno, coll’ultimo grado della profezia e in quella sola occasione,

per l’onore d’Israele e per umiliarlo agli occhi dei suoi stessi

ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto e protetto da Dio quel

popolo che per odio e per interesse avrebbe volentieri annientato.

S’egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole orgogliosa e

malvagia non l’avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere che

«Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»;

e che avendo stretto un patto d’alleanza con Israele non l’avrebbe

rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di onori e

di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente

facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di

proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato

concesso lo andarvi, poichè ove l’avesse manifestata non gli

sarebbe sicuramente stata inviata la seconda ambasceria.

I mesi dell'anno ebraico · 第 18 / 19 段