dodici tribù, che certo erano gli uomini più distinti delle loro
rispettive tribù. La loro nomina era elettiva come quella dei capi delle
famiglie detti _ross-bethav_, i quali erano sotto gli ordini dei primi,
e tanto gli uni quanto gli altri erano incaricati della tutela degli
interessi particolari delle famiglie e delle tribù da essi
rappresentate.
Dobbiamo avvertire che tanto le cause giudiziarie quanto le
contrattazioni civili, si dibattevano sulla pubblica piazza alle porte
della città, nei luoghi cioè più frequentati onde il popolo vi potesse
assistere. Quest’uso non era particolare agli Ebrei, ma generale fra i
popoli antichi, e non v’ha dubbio che oltre ad essere una delle più
valide barriere contro la corruzione dei giudici, sostituiva la
redazione degli atti. Infatti è bensì vero che in Geremia si parla della
redazione d’un atto sottoscritto da testimonii, quando cioè quel profeta
comperò dallo zio _Hhanamél_ figlio di Salum un campo situato in
_Anadód_, ma ciò fu per dimostrare al popolo la propria fiducia nelle
divine promesse di ricostituire Israele a nazione indipendente; perchè
il profeta raccomanda a Baruch, suo segretario, di chiudere quel
documento in un vaso di creta onde potesse conservarsi a lungo: ma
veramente Mosè non parla della redazione di nessun atto giuridico tranne
quello relativo al divorzio, e in tutta l’epoca biblica non ne troviamo
altro cenno. Abramo compera la grotta di Macpelà per seppellire la
moglie, ne pattuisce e ne sborsa il prezzo alla presenza dei cittadini
d’Ebron; Sichem signore di Salem, desiderando di sposare Dina figlia di
Giacobbe, fa radunare i suoi cittadini alla porta della città e quivi li
arringa e li persuade della convenienza che essi avevano di farsi
circoncidere per potersi imparentare con quella potente e ricchissima
famiglia; Booz con dieci anziani della sua città sale nel fabbricato che
trovavasi presso la porta per fare valere i suoi diritti di parentela
con Noemi e colla vedova di Maclon.
§ 3—_I giudici._
Mosè ordinò al suo popolo di eleggersi giudici e soterim in tutte le
città. Nella scelta del giudice dovevasi badare anzitutto alla onestà
del carattere e alla sua posizione sociale che lo dovesse rendere
indipendente, imparziale ed incorruttibile.
Accadendo che un magistrato fosse dubbioso sul senso della legge o sulla
sua pratica applicazione, o che qualcuna delle parti contendenti non si
tenesse soddisfatta della sentenza da essi emanata, i primi erano
obbligati di ricorrere, e i secondi erano in facoltà di appellarsi al
Capo dello Stato, ai leviti e ai sacerdoti, o al tribunale supremo
sedente in Gerusalemme.
I giudici formavano una classe di cittadini che era tenuta in altissima
considerazione poichè il Pentateuco li designa col titolo di _Eloím_
(dii o uomini divini).
§ 4—_I Soterim._
Attaccati ai _nesíim_ stavano i _Soterím_, ovvero gli ufficiali del
potere esecutivo. Costoro sopraintendevano alla levata delle truppe; nel
fare le proclamazioni prescritte dalla legge prima dell’entrata in
campagna affine di fare uscire dalle file coloro che venivano da essa
esentati dal servigio⁹⁶ e nel fare conoscere all’armata gli ordini del
capitano nel corso della campagna.
⁹⁶ La legge esentava dal servizio militare:
1.º I fidanzati e i coniugi di un anno di matrimonio non ancora
compiuto.
2.º Coloro che avevano fabbricato una casa nuova e non ancora
abitata.
3.º Quelli che avevano piantato una vigna od un campo d’olivi e non
per anco raccoltine i frutti.
4.º I timidi ed i trepidanti all’appressarsi della pugna.
L’arte dello scrivere non essendo allora molto estesa fra gli ebrei, le
funzioni di Soter facendo supporre un alto grado d’istruzione, essi
venivano tenuti in un concetto assai onorevole, ed erano ammessi nelle
assemblee dei rappresentanti della nazione.
§ 5.—_Capo dello Stato._
Alla testa dei poteri summenzionati si trovava il Capo della repubblica
il quale era rivestito del potere esecutivo per tutto ciò che concerneva
l’interesse comune di tutte le tribù riunite in corpo di nazione, e
considerato quale luogotenente di Dio, il re invisibile. Questo capo
doveva essere nominato direttamente da Dio, per via di sorteggio come
avvenne per Saulle, o per mezzo di un suo profeta come per Davide e
parecchi altri, o eletto dalla volontà del popolo per organo dei suoi
legittimi rappresentanti. Era consacrato dal sommo pontefice colla
imposizione delle mani, o colla unzione dell’olio santo; e nelle gravi
circostanze doveva rivolgersi allo stesso pontefice per la sua qualità
di primo ministro del re supremo, Dio, per interrogarlo mercè gli Orim e
Tumim⁹⁷. Mosè non fissa veruna disposizione riguardo all’elezione di un
capo temporaneo che appella _Sofet_ nè riguardo all’ipotetica elezione e
successione dei re. Conviene però dire che non avendo appunto ammesso
che quale ipotesi la nomina di un re, si può pertanto ragionevolmente
conghietturare che il suo desiderio fosse che il popolo continuasse a
reggersi a repubblica; e che seguendo il suo esempio, ogni _Sofet_
nominasse egli stesso il proprio successore. I fatti ci provano che in
realtà l’organizzazione delle tribù era tanto semplice che, tranne in
casi eccezionali, lo stato poteva funzionare benissimo senza un capo
permanente. Così vediamo da una parte che senza alterare l’armonia dello
stato una tribù sola o associandosi ad altra faceva la guerra per
l’interesse suo proprio locale senza consultare la nazione; e d’altra
parte vediamo la nazione intiera commoversi all’annunzio dell’orrendo
misfatto commesso sul territorio della tribù di Beniamino, e senza
esservi obbligata dall’ordine espresso di un capo supremo sorgere «come
un solo uomo» per ottenerne la riparazione.
⁹⁷ In parecchi luoghi Mosè parlò di questa specie di Oracolo. La prima
volta quando ordinò la confezione dei diversi indumenti sacerdotali
colle seguenti parole: «E porrai dentro al pettorale della
decisione gli _Orim_ e i _Tumim_, e staranno sul petto di Aronne
quando entrerà innanzi al Signore, ed Aronne porterà sul petto
sempre, presentandosi innanzi al Signore, la decisione (l’Oracolo)
dei figli d’Israele»; la seconda volta quando passò in rassegna i
lavori ordinati; la terza volta quando Iddio incaricando lo stesso
Legislatore di imporre le sue mani nella testa di Giosuè per
costituirlo suo successore così si espresse: «Egli (Giosuè e il
Capo futuro) poi starà davanti di Eleazaro il sacerdote, il quale
consulterà per lui la decisione degli Orim, davanti al Signore e
secondo al suo detto (responso) uscirà ecc.»; la 4ª volta
allorquando benedicendo la tribù di Levi la proclamò meritevole di
portare gli Orim e Tumim divini.
Che cosa erano dunque questi Orim e Tumim? Mosè non ci dà sopra
verun altro schiarimento epperciò sono assai disparate le opinioni
dei diversi commentatori. Nella nostra impossibilità di farne
oggetto di discussione conchiuderemo col celebre Reggio il quale
amplificando l’opinione emessa dai nostri dottori dice: «che gli
Orim e Tumim erano una scrittura santa il cui secreto stava
unicamente tra Dio e Mosè, e che venivano appellati Orim dalla
radice Or (luce) perchè illuminavano di una luce divina il
Sacerdote che li indossava, e Tumim la cui radice vale perfezione
perchè davano un responso perfetto e sicuro».
La storia ci apprende come si sia ricorso a quest’oracolo in
parecchi casi straordinarii, e com’esso abbia sempre dato il
relativo responso tranne a Saulle dopochè ei venne riprovato da
Dio.
Fu dopo vent’anni dalla morte di Eli che il popolo minacciato da una
invasione dei Filistei, tutto tremante si rivolse a Samuele; il quale
presa la direzione del Governo, certo nell’interesse della nazione,
intendeva farne una dignità ereditaria nella sua propria famiglia. Ma i
suoi figli amarono i regali, commisero parzialità ed ingiustizie e
suscitarono nel popolo il desiderio di un re. Abbiamo accennato or ora
che questo caso fu preveduto dal Legislatore, il quale lo permise sotto
alcune condizioni che erano le seguenti: Il re eleggendo doveva essere
di origine ebrea, doveva serbare la semplicità dei costumi, non
insuperbire della sua autorità; non doveva accumulare ricchezze, non
doveva avere molte donne onde il suo cuore non fosse ammollito; non
doveva avere molti cavalli nè provvedersene dall’Egitto; doveva
considerare i suoi sudditi come altrettanti fratelli, e finalmente
doveva scriversi una copia della legge di Dio, tenerla costantemente
innanzi ai suoi occhi e leggerla di continuo, onde il suo cuore non
avesse ad isviare dal retto cammino in essa tracciato, e potessero così
prolungarsi i giorni del regno suo e di quello dei suoi figli nel mezzo
d’Israele.
Diremo di passaggio che disgraziatamente questi savissimi consigli,
furono in parte lettera morta anche pei re migliori, e che un lusso
immoderato sottentrò alla primitiva semplicità sino dai tempi di Davide,
perchè lo storico racconta che Adonia figlio dello stesso aveva «carri e
cavalieri e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui (al suo
carro)».
Ma se anche nei re Ebrei, l’amore del lusso e l’ambizione ebbero
attrative invincibili, dobbiamo però convenire che essi si diportavano
verso i loro sudditi, in modo ben diverso degli altri re Orientali.
Questi non intesi che ai sensuali piaceri si tenevano celati ai loro
sudditi, mentrecchè quelli giudicavano personalmente il loro popolo⁹⁸, e
si frammischiavano ad esso particolarmente in epoche di pubblica
letizia. Il re aveva il diritto di dichiarare la guerra, di conchiudere
trattati anche senza consultare il gran consiglio degli Anziani. La
successione al trono toccava di diritto al suo figlio primogenito: se
Davide non si uniformò a questa regola ciò fu per espresso ordine di Dio
che gli impose di dichiarare erede Salomone. Trattandosi di un
minorenne, la madre o l’avola del principe presuntivo governava quale
reggente sotto il titolo di _ghevirá_. Si può però ritenere come cosa
certa che la consacrazione sacerdotale non si praticava che pel capo
della dinastia o per motivi affatto speciali, poichè la troviamo
adoperata per soli quattro re (che furono) Saulle, Davide, Salomone
perchè i suoi diritti potevano venire contestati da Adonia che era il
primogenito e capo di un certo partito che lo preconizzava re d’Israele,
e finalmente Gioas (unico fra i reali di Giuda) perchè abbisognava di
questo prestigio onde potere con maggiori probabilità ricuperare il
trono usurpatogli sette anni prima da Atalia sua avola.
⁹⁸ L’assioma citato nella Misnà «il re non giudica nè viene giudicato»
si rapporta a una decisione presa negli ultimi tempi del secondo
Tempio, in seguito ad una contestazione nata tra il Presidente di
un tribunale che voleva mantenute inviolate le prerogative che la
legge sanciva a riguardo dei giudici, ed un re (citato a
testimonio) che abusando della sua alta posizione, si credette in
diritto di manometterle a suo vantaggio.
La persona del re era oggetto di profondo rispetto ed inviolabile;
poichè Davide si credette in diritto di mandare a morte il soldato che
avea messo fine all’agonia di Saulle, da lui stesso pregato, per la sola
ragione ch’egli aveva osato di porre la mano sull’unto di Dio.
I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono: _adón_ (signore)
_mélech_ (re) _mescíahh adonai_ (l’unto dell’Eterno). Dovendogli
dirigere il discorso lo si appellava semplicemente: _o re, il re_,
oppure _mio signore, il re_. Nulla si trova nella Bibbia relativamente
al trattamento o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale,
tranne due passi: il primo dei quali in Samuele che appella _Coaním_
(capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei Paralipòmeni nel
quale si legge: «che i figli di Davide erano i primi a fianco del re».
Nella Bibbia non troviamo nulla di preciso sull’appanaggio del re, ma
combinando tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro rendite
fossero assai considerevoli, e che derivassero dai cespiti seguenti: 1º
I doni volontarii dei sudditi; 2º Le greggie e le produzioni dei campi,
dei giardini, ecc. di loro esclusiva proprietà e che aumentavansi
continuamente per le conquiste e per le confische nei delitti di stato;
3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose dei popoli vinti
e i tributi loro imposti; 5º I diritti esatti sui negozianti indigeni e
stranieri.
I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano da tutte le
altre persone. Sulla mitra adattavano il loro diadema detto _nézer_ che
vale segno di distinzione, e la _atarà_ (ornamento cingente o corona)
che portavano in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti.
Il trono _chissé_ aveva precisamente la forma di un seggiolone, ma alto
in modo che i piedi bisognavano di un appoggio che chiamavasi _adóm_
(sgabello); lo scettro _scéveth_ (verga o bastone), viene spesso
adoperato dagli autori sacri per simbolo della dignità reale o
dell’esercizio del potere supremo.
§ 6—_Del Senato o Sinedrio._
«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi d’Israele, i quali tu
conosci che potranno essere gli anziani del popolo ed i suoi soterim,
disse Dio a Mosè, ed io separerò una porzione dello spirito ch’è sopra
di te; e lo compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare
il carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al tempo dei
Maccabei questo supremo tribunale della nazione sedente in Gerusalemme
fu appellato _Sanedrím_ (sinedrio) dal Greco _Synedrion_ che significa
un’assemblea di gente assisa.
Secondo i dottori l’assemblea eleggeva il suo membro più autorevole per
innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava Mosè. Alla sua destra
eravi l’ab-beth-din, e alla sua sinistra siedeva una specie di
vice-presidente detto _Ehhahham_ (il sapiente). Gli altri senatori si
siedevano in semicircolo secondo l’ordine della loro nomina. Gli scribi
o segretarii avevano i loro posti particolari.
I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta dal membro
più giovane, nell’intento che nessun senatore avesse ad influenzare sui
voti che dovevano essere motivati.
Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l’unanimità dei
voti, ma per le quistioni secondarie bastava la maggioranza d’un voto
solo.
————
SCEVATH (_Gennaio-Febbraio_).
Questo mese non presenta alla nostra meditazione oltre a due episodii e
di una semplice importanza morale. Il primo si rapporta a una visione
del profeta Zaccaria avuta verso la fine dei settant’anni della
cattività babilonese. Egli racconta di avere udito un angelo che
indirizzava a Dio una pietosa interrogazione sul quando egli si
moverebbe a misericordia degli infelici ebrei, già da circa settant’anni
gementi in terra estrania; e sin quando la loro antica patria resterebbe
covo di animali selvaggi. Iddio risponde all’angelo «parole buone,
parole di conforto». Egli si dice pieno di tenerezza verso il suo popolo
sconsolato, e fortemente adirato contro quelle nazioni che fatte
ministre di sue vendette oltrepassarono la misura del male. Che però era
appunto arrivato il tempo della redenzione d’Israele, e l’epoca da lui
stabilita per la riedificazione della sua casa in Gerusalemme, città di
sua eterna predilezione.
Il secondo episodio è quello della ripetizione della legge fatta da Mosè
stesso. Era il primo giorno dell’undicesimo mese dell’anno quarantesimo,
dall’uscita d’Egitto: il popolo d’Israele trova vasi nel paese
conquistato a Moab vicino al Giordano allorchè Mosè «si compiacque di
spiegare (ripetere) tutti i principali avvenimenti loro successi dalla
proclamazione del Decalogo, sino a quel giorno, e pressochè tutte le
prescrizioni e i riti i meglio importanti contenuti nei quattro libri
precedenti». Tale riassunto forma l’ultimo dei cinque libri di Mosè e
viene chiamato _séfer adevarím_ (Deuteronomio).
E posciachè l’argomento ce ne porge l’opportunità noi ci fermeremo
talpoco ad esaminare le varie parti di cui si compone la Bibbia e daremo
un brevissimo cenno sulla compilazione della Misnà e della Ghemarà di
cui ebbimo occasione di parlare tante volte in questo nostro lavoro.
La Bibbia si divide in tre grandi parti che sono: 1º La legge di Dio
(Thorà); 2º I profeti primi e secondi (Neviim); 3º Gli _Agiografi_
(Cheduvim).
La _Thorà_ è divisa in cinque libri. Il primo è chiamato Genesi
(_Berescid_) principio. In esso si racconta la storia della creazione
del mondo, quella dei primi uomini, delle prime invenzioni, dei primi
abitatori della Cananea, sino alla morte del patriarca Giacobbe avvenuta
in Egitto ove erasi recato colla famiglia⁹⁹.
⁹⁹ «Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice C.
Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della
scienza».
«Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo
scopo di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè».
Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona
delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si
studiano di conciliare la scienza della terra colle tradizioni
mosaiche, mediante una vasta e profonda cognizione dell’una e delle
altre; e questi sono degni di grandissima lode. Gli altri si
restringono fra i soli termini della geologia ecc. Ma vi sono
alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse sapere di
geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne, e
un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano
il millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far
ridere alle spese della religione ecc.».
«Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale
rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la
formazione del mattino, della sera, della notte, l’ampiezza delle
acque incarcerate in profondi abissi, la terra che vestesi d’erbe e
di piante, il sole posto nel centro dell’azzurro firmamento, la
luna e le stelle obbedienti alla voce che segna loro il cammino
attraverso lo spazio; gli animali che in loro infinita varietà,
piglian possesso dei mari, dei monti e delle pianure; infine
l’uomo, l’ultima e più bella opera di Dio, il quale nel: bel mezzo
del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano... Mosè
ci spiega in tre pagine l’universo e l’uomo. Sulle grandi cose da
Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in
ogni secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu
vero se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè.
Gli sforzi del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni
nelle viscere della terra, nelle più disparate regioni, e le
indagini fatte nelle più tenebrose memorie del genere umano, non
fecero che dare solenne ragione alla mosaica cosmogonia....».
«Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che
pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti
ad ammirare l’Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale
le antiche leggi di Persia, d’India, d’Egitto, di Grecia e di Roma
non sono che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto
suprema guida del genere umano; la morale politica e religiosa
organizzazione di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di
profonda saviezza, giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle
prescrizioni, quelle massime espresse con mirabile semplicità,
hanno per noi l’aspetto della verità che discende dal cielo in
terra a visitare l’uomo».
_Poujoulat_—_Histoire de Jerusalem._
Il secondo libro viene detto _scemod_ (Esodo o uscita). I principali
fatti che si narrano in questo libro sono: la schiavitù d’Egitto, la
liberazione d’Israele e la proclamazione del Sinai.
Il terzo _vaikrà_ o Levitico viene così chiamato perchè contiene più
particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti e dei leviti, e le norme
relative ai sacrifizii.
Il quarto _Bamidbár_ (numeri) viene così chiamato perchè comincia
coll’ordine dato da Dio a Mosè nell’anno secondo dopo l’uscita d’Egitto
di numerare il popolo che risultò composto di 603,550 uomini capaci alle
armi, ossia dalla età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne
compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè, come
dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del Tempio e
all’istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente essa diede la
cifra di 22 mila maschi da un mese in su. Questo libro finisce colla
esposizione delle vittorie riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i
cui paesi confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto
passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle loro
donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo strano e sconcio
culto di _Baal peór_ che causò la morte a 22 mila persone.
Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che finisce colla
benedizione di Mosè.
I _neviím_ comprendono tutta l’epoca storica del popolo nostro, dalla
morte di Mosè all’esilio babilonese; e constano del libro di Giosuè, di
quello dei giudici, dei due libri di Samuele, dei due Re, degli
immortali scritti dei tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele
vissuti alla fine del primo Tempio e al principio della cattività
babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori (così
chiamati per distinguerli dai primi).
I _Cheduvím_ (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I salmi di
Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono molti d’essi,
inspirano tutti tanto viva ed efficace pietà religiosa, contengono in sì
grande copia precetti morali che giustamente vennero adottati a far
parte di alcune nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose
circostanze; 2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta di
ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità e maestria, e
che dipingono con una ammirabile fedeltà e vivezza i danni della
ignoranza e di una sregolata condotta: e viceversa i pregi della
sapienza e i beni ch’essa procura a coloro che l’amano. Questo libro
finisce colla descrizione della donna forte (_ésced hhail_) che per una
pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì sera al ritorno
dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo lavoro che in seguito a
intelligentissimi studii venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei
Cantici _scir ascirím_ di Salomone, nel quale molti commentatori
credettero di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la nazione
d’Israele (la sposa), che si esprimono la loro ardente e reciproca
tenerezza; 5º Un frammento storico del Tempo dei Giudici (_Ruth_) che ci
descrive i pietosi avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e
dichiarato da Goeth il più bell’idilio che esista scritto; 6º
L’Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte oscure, e fors’anco
esagerate in parte, dei diletti materiali e delle improbe fatiche che
sostiene l’uomo per procurarseli, per quanto in realtà siano tutte
vanità delle vanità; 7º La storia d’Ester di cui parleremo nel mese
venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia che piange
sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi frammenti storici
di Daniele, di Esdra e di Neemia contemporanei della schiavitù
babilonese, e come dicemmo altrove i due ultimi d’essi strenui
propugnatori della riedificazione del secondo Tempio; 10º I due libri
delle cronache (_divrè aiamím_) rapido riassunto di tutti i libri santi.