⁹⁰ Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa

opinione: ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di

accettare la cortese offerta fattagli da Ebron l’Iteo di

concedergli gratuitamente la grotta di Macpelà per seppellire la

propria moglie, glie ne _pesò_ il prezzo convenuto in quattrocento

sicli d’argento correnti a mercanti. I fratelli di Giuseppe

riportando in Egitto il danaro ritrovato nell’imboccatura dei loro

sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato _dello

stesso peso_ di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo

da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci

monete d’argento in _peso_, e finalmente troviamo nel profeta Amos

che volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in

loro bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e

_pesiamo_ con false bilancie l’argento che ci viene dato».

Per l’esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare

riflettere che nella Bibbia troviamo altresì la parola _pesare_

adoperata all’epoca dei Persiani, epoca in cui senza dubbio tale

parola doveva avere il senso di _pagare_ poichè si aveva

sicuramente l’argento coniato. Bœkh nelle sue ricerche metrologiche

dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI, 127, che cioè Fidone

tiranno d’Argo abbia pel primo fatto battere moneta in Grecia

l’anno 750, avanti l’êra volgare, dietro un sistema di pesi e di

misure imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno

risalire l’invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne

attribuisca il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così

frequenti relazioni coi Fenicii non avranno forse creduto ancor più

che utile, indispensabile l’avere anch’essi moneta coniata?

Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua

Archeologia d’accordo con parecchi altri autori.

Non essendo state rinvenute monete ebree coniate, antecedenti al tempo

dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere che il primo a coniare moneta

fra loro sia stato Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete.

Di queste monete ne esistono ancora parecchie⁹¹. In certune d’esse si

trovano impresse figure di palme, di pigne, di spighe, di covoni di

grano; in certe altre si trova una foglia di vite, un grappolo d’uva, un

fiore o un vaso di quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle

figure di parecchie d’esse si leggono le leggende di _Séchel Israél_

(Siclo d’Israele), _Ierusalaim akedossà_ (Gerusalemme la santa).

⁹¹ Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali

monete, tre d’argento e tre di rame. Le prime tre d’argento sono le

seguenti: 1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra

un’_Alef_ (prima lettera dell’alfabeto) adoperata certo come cifra

significante 1º anno della liberazione—2º Un mezzo siclo che porta

un vaso eguale a quello del siclo con sopra le iniziali Anno 2º—3º

Una medaglia colla leggenda «_lehherud ierusaláim_» (per la libertà

di Gerusalemme) dall’uno lato, e dall’altro lato la parola

«_Simeone_»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone

principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in

una delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione

d’Israele»—5º Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º

Finalmente una terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto...

metà»—«della liberazione di Sionne».

Per avere un’idea se non esatta almeno approssimativa del valore dei

pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe confrontarli con

quegli dei Greci e dei Romani che successivamente dominarono

nell’Oriente; poscia ridurli ai pesi e alle misure nostrane, tenendo

calcolo delle differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo

lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei nostri lettori,

perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo nome con a fianco il

valore approssimativo in misure metriche, valendoci dei quadri combinati

dal celebre Munch già da noi citato.

Le misure di lunghezza dette _midóth_ sono le seguenti quattro:

1. _Esbán_ (dito o pollice) che misurava la lunghezza del dito mignolo e

vale m. 0,023.

2. _Tófahh_ o _téfahh_ valutato a m. 0,092.

3. _Zéretk_ che è lo spazio compreso tra il pollice e l’annulare

stendendo le dita il più che si può e vale m. 0,277.

4. _Ammà_ o _cubito_ che venne definito per l’intervallo tra il vertice

del gomito e l’estremità del dito medio e vale m. 0,555.

Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che dinotano le

distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie. Due sole misure di

questa specie troviamo menzionate nella Bibbia. La prima è quella detta

_chivrád-érez_ (spazio del paese) che forse misurava tre miglia

piemontesi; la seconda è quella detta _dérech-ióm_ ovvero sia il cammino

d’un giorno che può fare un uomo a piedi.

Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto pei solidi

quanto per le materie liquide, solamente che nel primo caso venivano

designate col nome particolare di _miskál_, e nel secondo caso con

quello di _messuród_.

Le misure che servivano per le materie liquide erano le seguenti:

1. Il _bath_ che secondo i Rabbini era della capacità di 432 uova di

gallina e calcolasi a l. 38,843.

2. Il _log_ che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.

3. Il _nébel_ misura grande che valeva tre _bath_.

4. L’_hin_ sesta parte del _bath_ l. 6,707.

5. Il _mezzohin_.

6. Il _bessà_ dei Rabbini la capacità d’un uovo o il sesto del _log_.

Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:

1. L’_efà_ che aveva la stessa capacità del _bath_.

2. Il _ómer_ o _issarón_ che era la decima parte dell’_efà_.

3. Lo _seà_ che valeva il terzo dell’_efà_.

4. Il _cab_ piccola misura che era la sesta parte del _seà_.

5. _hhómer_ o _cor_ che conteneva dieci _efà_.

6. Il _léthec_ che conteneva la metà del precedente.

Il peso detto _miskál_, si determinava come ora da noi col mezzo di

bilancie a coppe dette _mozenáim_, oppure d’una bilancia a braccio detta

_péless_. Pare che i contrappesi non fossero altro che pietre, che i

mercanti portavano entro un taschetto attaccato alla cintura, come si

usa tuttavia in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni

sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi colle parole: «Non

sarà a te nella tua _tasca_ pietra e pietra _éven vaáven_» (cioè) grande

(per comperare) e piccola (per vendere).

Le misure _monetarie_ erano le seguenti, alle quali noi mettiamo a

fianco il peso in grani (di grano), che erano la loro unità.

Relativamente al valore di ciascuna di esse si avrà facilmente prendendo

per base il _sékel_ che valeva L. 3,10.

1. _Chicár_ (talento) pesava 822000 grani.

2. _Manè_ che pesava 16440 grani.

3. Lo _sékel_ il cui peso era di 274 grani.

4. Il _bèca_ e pesava 137 grani.

5. La _gherà_ che pesava g. 13,7.

Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo ritorno dalla

Mesopotamia, comprò dallo stesso principe una pezza di campo per cento

_kessità_. I commentatori non si accordano nell’interpretazione di

questa parola, poichè taluni vogliono che si trattasse di monete su cui

fosse improntata una pecora, ed altri credono invece che si trattasse

veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe in cambio del

terreno.

————

TEVED (_Dicembre-Gennaio_).

L’unico avvenimento che si presenta al nostro esame in questo mese è

l’infausta ricorrenza che diede origine al digiuno del giorno decimo. La

caduta del regno d’Israele e l’esilio della grande maggioranza del

popolo ebreo nelle lontane provincie dell’Assiria, non fece rinsavire il

regno di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono nei

loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re può annoverarsi fra i

più virtuosi, perchè lo storico sacro, a massimo suo elogio, lo paragonò

a Davide. Mosso dal desiderio di indipendenza e affidato alla protezione

divina, si ribellò al Re d’Assiria di cui era tributario; e questi

raccolto un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani

Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest’ultimo d’origine ebrea secondo

certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme. L’oste

formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme, ove Rav-Sakè sperando

di farsi aprire le porte dal popolo tormentato dalla fame e di entrare

nella città senza colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere

quanto sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d’Assiria,

contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia atterrito

dall’imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale per mezzo del profeta

Isaia lo assicurò che i soldati del Re Assiro non avrebbero calpestato

la polvere della santa Città; inquantocchè «quell’orgoglioso monarca

briaco di sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte

abitatore del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato

ingiuriose parole contro il forte d’Israele». In quella stessa notte

Iddio mandò il suo angelo distruttore (un’epidemia) che spense

nell’accampamento Assiro cento ottantacinque mila uomini, per cui i

rimasti s’affrettarono a togliere l’assedio e a ritornarsene alla loro

patria.

Or bene! figlio e successore di quest’ottimo monarca fu Manasse il più

tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò tutti i suoi predecessori

nelle abbominevoli pratiche dell’idolatria, e sia perchè dimostrò una

crudeltà d’animo, una sete di sangue affatto insolita nei regnanti

ebrei. E lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio

indelebile d’infamia notando «che riempì Gerusalemme di sangue da una

estremità all’altra».

A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio degenere di un

tale genitore. Questi due ribaldi scettrati aprirono tali piaghe nel

regno di Giuda, che non fu possibile il rimarginarle neanche al virtuoso

e religiosissimo Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro

attesta: «che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto

fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono che pochi anni dopo

la morte di quest’uomo tanto più meritevole di lodi, quanto più seppe

staccarsi dagli esempi paterni e lottare indubbiamente contro una

corrente di corruzione per ricondurre il popolo, fors’anco suo malgrado,

alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva esteso il suo

dominio dal torrente d’Egitto fino al fiume Perath venne ad assediare

Gerusalemme in questo stesso decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa

due anni di assedio nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde

in potere dei Caldei e il popolo d’Israele fu totalmente allontanato dal

suo patrio suolo.

Terminando con questo l’annua rassegna dei digiuni, ci sia concesso di

esprimere la speranza che Dio voglia in un avvenire non lontano,

adempire la promessa ch’egli fece al popolo d’Israele per bocca del

profeta Zaccaria colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il

digiuno del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab), quello

del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo (del quale parlammo

ora) saranno per la famiglia di Giuda giorni di giubilo, di allegria e

di festa: amate però la verità e la pace»⁹².

⁹² Poichè ci si presenta l’opportunità rapportiamo la «teoria del

digiuno» data dai nostri Dottori.

«Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La

sacra legge impone un’espiazione al Nazareno perchè ha mancato

contro sè stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore

chi tribola sè stesso con questa sola astinenza, è doppiamente

peccatore chi si astiene dai doni celesti».

Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio».

«Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè

la forza di lavorare per la gloria del nome divino».

«Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo

pasto».

«Nei pubblici digiuni, il più venerabile della comunità s’alza e

dice: «Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio,

valgono ad impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere

buone. Nel perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non

fece caso dei loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro

pentimento».

E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che secondo noi certe

verità non sono mai abbastanza ripetute, sentiamo a quali cause egli

attribuisse la caduta di Gerusalemme ovverosia il compendio dei doveri

principali che Dio impose all’uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio

faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando essa sedeva

regina potente e gloriosa: amministrate una giustizia equa; abbiate l’un

per l’altro trattamento di pietà e di misericordia; non maltrattate, non

usate concussioni colla vedova, verso l’orfano, verso il forestiero e il

mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di desiderare l’altrui

male».

ARCHEOLOGIA

Antichità Politiche.

_Forma di Governo._

Dopo d’avere parlato nei mesi precedenti della società civile degli

antichi Ebrei, tratteremo in questo mese e nei seguenti delle loro

antichità politiche ovverosia della forma del loro governo, dei

magistrati, dei re, e finalmente delle leggi penali e della loro

applicazione.

La sola ragione basta ad insegnare che il governo paterno fu primo

d’ogni altro, posciachè la famiglia fu la primiera delle società.

L’aumento delle famiglie non isciolse dapprincipio l’autorità di quegli

che ne era il capo naturale; e alla morte del padre o in sua assenza il

maggior dei figli potè mantenere una certa autorità sui minori, ma poco

a poco questa dominazione dell’età e della esperienza dovette andare

menomando di forza, ed alcune famiglie cominciarono a dichiararsi

indipendenti. Tale stato di cose ingenerando anarchia e disordine fece

presto palese la necessità di un capo comune senza pregiudizio

all’autorità dei loro capi particolari. Ecco pertanto le autorità che

dovettero costituire il primitivo governo dei popoli; e che quantunque

fossero tutte indipendenti nei loro rispettivi uffizi, pure erano

insieme collegate da un interesse generale.

E questo sistema naturale di governo è quello appunto che noi scorgiamo

funzionante presso gli Ebrei, sin da quando essi trovavansi in Egitto:

poichè tutto ci lascia credere che quantunque essi fossero sotto la

dipendenza di quei re, nullameno erano pure governati dai loro proprii

capi. Le tribù, ch’erano in numero di dodici, secondo i nomi dei dodici

figli di Giacobbe, pare che fossero divise in famiglie le quali avevano

ciascuna il proprio _Zakén_ (anziano). A capo di ogni tribù vi era il

_Nassi_ (principe) che avevano ai loro ordini i _Soterim_. Quando Dio

incarica Mosè di presentarsi al re d’Egitto onde intimargli di lasciare

partire Israele dal suo paese gli impone di «fare radunare gli _anziani_

di Israele e di manifestare loro ch’era giunto il tempo in cui Dio stava

per adempire la promessa fatta ai loro patriarchi Abramo, Isacco e

Giacobbe, cioè di trarlo da quella dura schiavitù e condurlo in un paese

colante latte e miele». Mosè arrivato in Egitto comunica al fratello

Aronne l’alta missione di cui fu incaricato, e uniformandosi agli ordini

di Dio si affretta a fare radunare gli anziani, e accompagnato da questi

e dal fratello si presenta a Faraone. E allorquando costui respinse

sdegnosamente tale richiesta e furioso inveì contro gli Ebrei

appellandoli pigri, e con una dissennatezza pari alla crudeltà ordinò ai

suoi servi di aumentare la somma dei lavori di quei miseri schiavi e di

esigerne l’esecuzione col massimo rigore; noi troviamo menzionati certi

officiali ebrei sotto il titolo di _Soterim_⁹³ la cui autorità era

sicuramente sanzionata dal Governo Egiziano, verso il quale erano

personalmente responsabili dei carichi imposti alla colonia; perchè si

fecero interpreti delle lagnanze del popolo presso il re stesso per tale

rigore: e uscendo inesauditi dal suo cospetto e incontratisi con Mosè ed

Aronne, rivolsero loro acerbe parole perchè la loro missione aveva

sortito un effetto contrario a quello che avevano fatto sperare al

popolo.

⁹³ Il vocabolo _soter_ deriva da una radice araba che indica

_tracciare_, _scrivere_ e Michaelis presume che i _soterim_ fossero

incaricati di tenere le tavole genealogiche e i registri degli

officii e dei tributi a cui era chiamata a concorrere ciascuna

famiglia.

Quantunque noi non conosciamo precisamente le attribuzioni nè l’autorità

degli anziani e dei _soterim_, dobbiamo credere che tali primitive

instituzioni, che noi chiameremo patriarcali, presentassero molti

inconvenienti trattandosi di applicarli ad una nazione numerosa e che si

voleva unita e forte. Vediamo infatti che appena arriva Ietro suocero di

Mosè all’accampamento ebraico, si inizia immediatamente una riforma. Da

quanto si rileva Mosè solo giudicava allora il popolo, e Ietro trovando

un tale sistema faticoso per Mosè e incomodo pel popolo che doveva

attendere lungamente prima di essere giudicato, gli suggerisce di

dividere il popolo in migliaia, poscia suddividere queste in centinaia e

le centinaia in cinquantine e in decine. Uomini segnalati per dottrina e

per probità, dovevano essere posti a capo di ciascuna di queste

divisioni, incaricati di rendere giustizia al popolo e di consigliarlo

nelle cose meno gravi; riserbando a sè e dopo lui al capo della

repubblica, la decisione dei casi più difficili. E Mosè riconoscendo la

sapienza di tale consiglio lo attuò immediatamente lasciando alla

nazione stessa la nomina dei suoi capi.

Noi non ci fermeremo ad esaminare quale titolo convenga meglio al

governo instituito da Mosè: se cioè esso si debba definire per

aristocratico, democratico o teocratico, perchè ci impegnerebbe in una

quistione lunga, difficile e niente adattata all’indole del nostro

lavoro. Infatti quale importanza può avere il nome? Badiamo piuttosto

agli elementi di cui si componeva, e del modo pratico con cui funzionava

e se questo esame ci persuaderà che esso fosse, come era veramente, una

garanzia d’ordine e d’equità, una sicurezza per la persona, e la

sostanza d’ogni cittadino, che importa che gli si debba applicare un

nome piuttosto che un altro?

È probabilmente all’assemblea dei deputati della nazione che vanno

attribuiti i vocaboli _kaál_ o _edà_ (assemblea o adunanza) che con

tanta frequenza si riscontrano nel Pentateuco e i cui membri appellati

_keriè aedà_ o _keriè moéd_ venivano sì spesso convocati da Mosè per

trasmettere i suoi ordini al popolo, non potendosi ragionevolmente

ammettere ch’egli s’indirizzasse a poco meno d’un milione d’uomini alla

volta.

Il Dio vero ed unico, creatore e conservatore di tutte le cose, è il

Capo Supremo della repubblica ebraica, alla quale in segno di

compiacenza e di predilezione egli affida la sua religione e il suo

culto. Mosè e i suoi successori non erano che organi, luogotenenti e

mediatori tra questo Dio-re ed il suo popolo. Nè l’instituzione della

monarchia alterò questa disposizione, imperocchè l’elezione del primo re

si fece per via della sorte, onde Dio stesso indicasse il nome di colui

ch’egli voleva designare a suo luogotenente.

Si è per questa ragione che l’idolatria non era considerata empietà, ma

atto di ribellione contro il legittimo sovrano e punita di estremo

supplizio; che il tabernacolo non era considerato soltanto come un luogo

comune di preghiera, ma quale abitazione del re. Il suolo era di

assoluta proprietà del re; la tavola coi pani di proposizione era la

tavola reale: pertanto i sacerdoti ed i leviti ministri e servi del re

si cibavano di questo pane, riscuotevano le decime e le primizie delle

produzioni del suolo, il riscatto dei primogeniti degli uomini, e il

riscatto o i primi nati degli animali che erano devolute al

proprietario.

Soddisfatto per tal modo al primo bisogno che sente un popolo di avere

un Capo supremo a cui dirigersi in qualunque difficile emergenza,

vediamo ora l’esplicazione del sistema di governo e pel quale i

funzionanti che emanavano da questo centro quali raggi dal globo solare

erano chiamati a provvedere alla conservazione e al benessere della

nazione, alla esecuzione delle leggi e alla amministrazione della

giustizia. Non possiamo però esimerci dal notare precedentemente colle

parole dell’abate Guéné che «i pubblici impieghi non costituivano, fra

gli ebrei, titoli di esazioni nè posti di stipendi e propine, poichè

tutto si esercitava gratuitamente». A questa verità aggiungeremo noi che

fu col suo proprio esempio che Mosè dimostrò agli ebrei come il potere

debbasi usarsi al benessere del popolo e non rivolgersi a strumento di

tirannia, nè a fonte di lucro: poichè egli resse per quarantanni il suo

popolo colla stessa pazienza, collo stesso amore che non conosce

sacrifizi con cui «un aio porta in seno il bambino affidato alle sue

cure».

§ 1.—_Gli Anziani._

Presso gli Ebrei come presso tutti i popoli antichi gli Anziani

_zechenim_⁹⁴, esercitavano una grande autorità ed erano oggetto della

massima venerazione: «Alzati innanzi ad un capo canuto, disse il

Legislatore, e dimostra il più alto rispetto al volto d’un vecchio». Più

tardi il vocabolo anziano non fu più che un semplice titolo di riverenza

dato a coloro che per la loro nascita, per la fortuna, o per le doti

intellettuali seppero porsi alla testa della loro città o della loro

tribù.

⁹⁴ Non abbiamo dati sicuri per indicare l’età voluta per costituire

l’_Anziano_. Abbiamo però un fatto da cui possiamo argomentarla.

Roboamo figlio e successore del re sapientissimo, aveva circa

quaranta anni allorchè per rispondere alla domanda del popolo di

voler diminuite le esorbitanti imposizioni che doveva sopportare,

si consigliò coi suoi coetanei, che la storia appella _giovani_,

dando poi il titolo di _anziani_, ai consiglieri del defunto suo

genitore.

Noi abbiamo già notato l’importanza degli anziani presso gli Ebrei in

Egitto: noi li ritroviamo nel deserto al festino dato da Mosè a Ietro

suo suocero quando gli ricondusse la moglie e i figli: noi li troviamo

in tutte le epoche della storia nostra sempre circondati del più alto

rispetto e di una autorità incontestabile.

Pare che gli anziani delle città formassero una specie di Consiglio

municipale e talvolta anche un giurì per gli affari criminali; e gli

anziani della nazione, che forse erano scelti tra i principali fra gli

anziani delle diverse città del regno, formassero una specie di

Consiglio di Stato, un tribunale supremo della nazione, un moderatore

delle usurpazioni a cui poteva trascendere il potere supremo. Noi

troviamo spesso questo Corpo in diretti rapporti col Capo dello Stato,

al quale talvolta consiglia e tal’altra impone misure governative. Tanta

era la loro autorità che Mosè al momento di una ribellione vi fece

appello per sostenere la sua vacillante. Giosuè angosciato ed atterrito

da una disfatta che se era d’un’importanza si può dire di nessun conto

per se stessa, ne assumeva però un’altissima e suprema morale perchè

scoraggiava Israele, nel mentre che lo spogliava al cospetto delle

nazioni Cananee del prestigio della sua invincibilità per la protezione

divina, si prostra innanzi all’Arca in mezzo agli anziani del popolo⁹⁵.

Sono gli anziani che domandano a Samuele di rassegnare il suo potere ed

eleggere per loro un re, e sono anziani quelli che più tardi danno la

sovranità a Davide, e che lo ristabiliscono sul trono dopo la sua fuga

da Gerusalemme in seguito alla ribellione del figlio Assalonne.

⁹⁵ La sollevazione contro Mosè a cui si vuole alludere è quella di

Cora già da noi accennata. La disfatta subita da Giosuè sotto le

mura della piccola città di Ai, fu causata dal peccato di certo

Ahhán, il quale violando il giuramento fatto da Giosuè in nome del

popolo, di considerare quale scomunica (_hherem_) la città di

Gerico e tutto quanto vi si conteneva in essa, epperciò di sola

spettanza dei sacerdoti; avido e stolto si appropriò alcuni oggetti

di valore. Merita pure di essere ricordata la proibizione fatta da

Giosuè di rifabbricare la città medesima, sotto pena di vedersi

morire dal contravventore il figlio maggiore alla sua fondazione, e

il figlio minore all’istante che la si munisse delle porte. Per

tale motivo Gerico rimase rovinata sino ai tempi del re Acabbo, in

cui per l’affievolimento del sentimento religioso prodotto

dall’idolatria, venne in animo a certo Hhiél di rifabbricarla

tenendo in non cale la minaccia di Giosuè. Ma male gliene incolse,

perchè la minaccia ebbe il suo compimento: i due suoi figli, il

primogenito Abiram e l’ultimogenito Segov vi perdettero miseramente

la vita.

Questi esempi basteranno a farci capaci dell’alta influenza che gli

anziani dovevano avere sul popolo, e quale potente ausiliario o

avversario temuto potevano essere in gravi momenti, pel potere

esecutivo.

§ 2.—_I Capi delle tribù e delle famiglie._

I mesi dell'anno ebraico · 第 15 / 19 段