l’impresa, e dopo d’avere fatto incidere sovra un sasso queste
parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle
donne»; volse la sua marcia verso un paese dell’Africa. Il re di
quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di
Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo.
Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d’oro.
Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese:
«Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose
esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini,
dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese?
Io m’immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell’oro».
Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di
sterili deserti e d’inculti terreni, e capitò alfine presso un
ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e
tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle
rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito
invito, si sedette, bevve di quell’acqua che trovò di un sapore
delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era
provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente
maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese
fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell’uomo
singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell’animo, per
volerlo immediatamente compiuto.
Risalendo a ritroso dell’acqua giunse alla porta del Paradiso.
Picchiò, ma gli venne negato l’accesso. Alessandro ripigliò colla
sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch’io sono
Alessandro il Grande conquistatore dell’Asia»—«No, gli fu risposto,
questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli
giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro
impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi
che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi
alcuna cosa che mostri al mondo com’io son venuto colà, ove nessun
mortale giunse prima di me».
Una mano invisibile gettò allora disopra l’alta muraglia un piccolo
involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo
raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma
quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l’involto, vi trovò
racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo
savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare
questo dono, perchè se tu lo libri coll’oro e coll’argento vi
troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di
provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in
un guscio, l’oro nell’altro; e con grande meraviglia di tutti per
quanto oro vi si mettesse, l’occhio traboccava sempre. «Non v’è
dunque contrappeso che valga a rimettere l’equilibrio, esclamò
Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta
assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse
l’occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi,
spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a
soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest’occhio rappresenta la
cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell’occhio sta
aperto non v’è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a
soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la
vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii;
e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del
male che fecero ai popoli confidati al loro governo.
Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di
assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo
impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di
Lago s’impadronì dell’Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, mentre
che Seleuco Nicàtore ne fondò un’altra nella Siria. Queste due potenze
furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel
mezzo e palleggiata più volte dall’uno all’altro dominio ebbe molto a
soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di
governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d’oro, dovevano
fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti.
L’esacerbazione degli ebrei trovò un’occasione a sfogarsi. Antioco
Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che
vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si
era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto
ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste
congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.
Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll’esercito
vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e
l’abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono
massacrate ottantamila persone d’ogni età e sesso ed altrettante ne
furono vendute. Quell’iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei
porci; ne portò via il candeliere, l’altare, la mensa, lo spogliò di
ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso
bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e
severo.
Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l’illustre e che il
popolo per ischerzo chiamava Epímane o il pazzo, era veramente più degno
di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito
e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani
diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di
volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era
stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che
re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo
di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i
più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno
ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che
sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi,
la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro
prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l’odio
e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di
Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni
confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle
orecchie di un re già malamente disposto.
Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato
di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l’Egitto già
fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme.
Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi
anch’essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire
questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo,
mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di
sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un
giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe,
li fece assalire all’improvviso. Tutti gli uomini che non poterono
fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e
dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una
turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse
neppure il volto, deturpato da selvaggie passioni. Una terribile
cittadella detta l’Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il
Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti
vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.
E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse
ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo
Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si
obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con
lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per
convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a
Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto
di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di
estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l’astinenza dei
cibi vietati, l’osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il
delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e
la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l’altare degli
olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o
dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l’occulto coraggio di obbedire
più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge
non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui
residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu
trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e
circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo
delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte
passeggiare per la città, indi precipitate dall’alto; e furono altresì
uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso
rito⁸⁹.
⁸⁹ Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto
tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di
sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla
intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio
alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo
fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra
i luttuosi avvenimenti successi all’epoca della distruzione del
secondo Tempio.
Condotti questi sette fratelli al cospetto dell’Imperatore questi
invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo
idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti,
inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo
sono l’Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i
tormenti. Venne introdotto il secondo e all’identico invito fatto
al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio
al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il
terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non
inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia
«di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»;
il quinto col proclamare l’unità di Dio espressa nel primo versetto
del _Schemah_; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco
concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore
che l’Eterno è (l’unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra
dissotto e non ve n’ha altri» e come i due primi anche questi
spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui
gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno,
questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch’egli
dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti
un attestato di omaggio verso l’idolo la cui immagine stava
scolpita sull’anello. Ma l’eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e
dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra
Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele
alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente
Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch’esso era
condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch’io
abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le
si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e
lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al
Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un
solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome».
E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile
ambascia esalò l’eroica e desolata sua anima.
Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva
esempio, l’insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la
nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni
pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai
l’ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla sapienza, le
tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione
sulla virtù e la purezza?
La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle
forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa
rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro
il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s’era, se non
intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro
secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto
nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza
imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l’eroica
devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro
ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro
religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della
morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea
costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli
di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi
sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.
Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale
del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge,
come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche
l’ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la
rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in
pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero
seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle
montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di
Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di
Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e
Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi
dall’entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui
intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote,
diventato capo dell’opposizione si vide ben presto circondato da altri
zelanti. In quello stesso tempo, avvenne che un migliaio di altri Ebrei
fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano
ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma
inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi,
per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel
sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia
avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero
voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa
così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la
guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad
attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita
anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città
quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa
savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli
Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in
sabbato.
Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè
quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di
morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno
muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e
circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera
militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri,
sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel
comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i
vent’anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e
raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei
consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò
caldamente i suoi seguaci a resistere contro l’empietà dei figliuoli
della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio.
Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda
cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con
rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un regno ed una fama
immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi
padri.
Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all’entusiasmo
religioso che lo animava, univa l’attività e il vigore di una gioventù
bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè
imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede
consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il
sopranome di Macabeo _macabì_ (martello). All’ardimento di Giuda era
troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o
ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa
sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre
tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì
città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di
appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi
compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò
coraggiosamente l’un dopo l’altro due generali di Antioco: li battè, li
ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse
ovunque il terrore del suo nome.
Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da
disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza
di danaro, un’insurrezione nell’Armenia e la fede vacillante dei
Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito.
Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con
quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei
tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l’esercito onde
comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che
ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender
seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto
gli Ebrei, e di vendere all’incanto quanti fossero risparmiati dalla
spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche,
senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma
erano uomini d’animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la
patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi
convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le
purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed
efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto
Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di
recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che
gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in
Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le
mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più
debole, lo sbaragliò; e l’altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro
per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle
colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di
tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso
avvenimento; si smarrirono anch’essi d’animo, volsero le spalle e si
dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli
Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri
correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci
comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più
fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a
Betsura fortezza che era l’antimurale di Gerusalemme ai suoi confini
coll’Idumea.
A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d’Antioco
Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci
dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei
e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un
altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia
Eupatore.
Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a
Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme.
Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento
profanazioni, l’altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe
e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si
lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio,
rifece a nuovo l’altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo
ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e
fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni
e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale
e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai
posteri la memoria di questo avvenimento.
Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta
_hhanuchà_ (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll’accensione
di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.
Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera
degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da
Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da
Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare
i loro atti pubblici e a coniare monete.
Archeologia.
_Pesi e Misure._
Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato
nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè
in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo
pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle
diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare
nel corso di questo nostro lavoro.
La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un
semplice scambio d’oggetti. Uno dava altrui quell’oggetto che per sè era
inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli
necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che
presso l’uno non si trovasse quello di cui l’altro difettava, ed in
mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a
quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le
permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le
quali per via d’un valore arbitrario, ma convenuto, potessero
rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo
comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i
metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni
clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte
alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a
conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si _pesavano_⁹⁰
e che non fu che più tardi che essi s’improntarono di una figura
pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.