Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò

l’impresa, e dopo d’avere fatto incidere sovra un sasso queste

parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle

donne»; volse la sua marcia verso un paese dell’Africa. Il re di

quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di

Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo.

Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d’oro.

Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese:

«Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose

esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini,

dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese?

Io m’immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell’oro».

Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di

sterili deserti e d’inculti terreni, e capitò alfine presso un

ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e

tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle

rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito

invito, si sedette, bevve di quell’acqua che trovò di un sapore

delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era

provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente

maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese

fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell’uomo

singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell’animo, per

volerlo immediatamente compiuto.

Risalendo a ritroso dell’acqua giunse alla porta del Paradiso.

Picchiò, ma gli venne negato l’accesso. Alessandro ripigliò colla

sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch’io sono

Alessandro il Grande conquistatore dell’Asia»—«No, gli fu risposto,

questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli

giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro

impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi

che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi

alcuna cosa che mostri al mondo com’io son venuto colà, ove nessun

mortale giunse prima di me».

Una mano invisibile gettò allora disopra l’alta muraglia un piccolo

involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo

raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma

quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l’involto, vi trovò

racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo

savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare

questo dono, perchè se tu lo libri coll’oro e coll’argento vi

troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di

provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in

un guscio, l’oro nell’altro; e con grande meraviglia di tutti per

quanto oro vi si mettesse, l’occhio traboccava sempre. «Non v’è

dunque contrappeso che valga a rimettere l’equilibrio, esclamò

Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta

assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse

l’occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi,

spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a

soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest’occhio rappresenta la

cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell’occhio sta

aperto non v’è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a

soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la

vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii;

e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del

male che fecero ai popoli confidati al loro governo.

Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di

assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo

impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di

Lago s’impadronì dell’Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, mentre

che Seleuco Nicàtore ne fondò un’altra nella Siria. Queste due potenze

furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel

mezzo e palleggiata più volte dall’uno all’altro dominio ebbe molto a

soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di

governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d’oro, dovevano

fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti.

L’esacerbazione degli ebrei trovò un’occasione a sfogarsi. Antioco

Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che

vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si

era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto

ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste

congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.

Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll’esercito

vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e

l’abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono

massacrate ottantamila persone d’ogni età e sesso ed altrettante ne

furono vendute. Quell’iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei

porci; ne portò via il candeliere, l’altare, la mensa, lo spogliò di

ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso

bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e

severo.

Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l’illustre e che il

popolo per ischerzo chiamava Epímane o il pazzo, era veramente più degno

di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito

e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani

diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di

volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era

stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che

re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo

di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i

più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno

ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che

sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi,

la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro

prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l’odio

e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di

Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni

confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle

orecchie di un re già malamente disposto.

Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato

di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l’Egitto già

fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme.

Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi

anch’essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire

questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo,

mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di

sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un

giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe,

li fece assalire all’improvviso. Tutti gli uomini che non poterono

fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e

dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una

turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse

neppure il volto, deturpato da selvaggie passioni. Una terribile

cittadella detta l’Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il

Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti

vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.

E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse

ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo

Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si

obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con

lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per

convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a

Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto

di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di

estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l’astinenza dei

cibi vietati, l’osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il

delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e

la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l’altare degli

olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o

dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l’occulto coraggio di obbedire

più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge

non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui

residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu

trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e

circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo

delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte

passeggiare per la città, indi precipitate dall’alto; e furono altresì

uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso

rito⁸⁹.

⁸⁹ Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto

tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di

sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla

intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio

alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo

fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra

i luttuosi avvenimenti successi all’epoca della distruzione del

secondo Tempio.

Condotti questi sette fratelli al cospetto dell’Imperatore questi

invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo

idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti,

inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo

sono l’Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i

tormenti. Venne introdotto il secondo e all’identico invito fatto

al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio

al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il

terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non

inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia

«di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»;

il quinto col proclamare l’unità di Dio espressa nel primo versetto

del _Schemah_; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco

concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore

che l’Eterno è (l’unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra

dissotto e non ve n’ha altri» e come i due primi anche questi

spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui

gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno,

questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch’egli

dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti

un attestato di omaggio verso l’idolo la cui immagine stava

scolpita sull’anello. Ma l’eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e

dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra

Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele

alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente

Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch’esso era

condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch’io

abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le

si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e

lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al

Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un

solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome».

E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile

ambascia esalò l’eroica e desolata sua anima.

Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva

esempio, l’insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la

nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni

pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai

l’ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla sapienza, le

tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione

sulla virtù e la purezza?

La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle

forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa

rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro

il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s’era, se non

intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro

secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto

nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza

imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l’eroica

devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro

ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro

religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della

morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea

costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli

di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi

sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.

Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale

del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge,

come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche

l’ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la

rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in

pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero

seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle

montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di

Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di

Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e

Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi

dall’entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui

intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote,

diventato capo dell’opposizione si vide ben presto circondato da altri

zelanti. In quello stesso tempo, avvenne che un migliaio di altri Ebrei

fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano

ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma

inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi,

per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel

sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia

avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero

voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa

così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la

guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad

attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita

anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città

quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa

savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli

Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in

sabbato.

Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè

quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di

morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno

muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e

circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera

militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri,

sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel

comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i

vent’anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e

raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei

consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò

caldamente i suoi seguaci a resistere contro l’empietà dei figliuoli

della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio.

Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda

cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con

rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un regno ed una fama

immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi

padri.

Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all’entusiasmo

religioso che lo animava, univa l’attività e il vigore di una gioventù

bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè

imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede

consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il

sopranome di Macabeo _macabì_ (martello). All’ardimento di Giuda era

troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o

ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa

sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre

tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì

città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di

appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi

compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò

coraggiosamente l’un dopo l’altro due generali di Antioco: li battè, li

ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse

ovunque il terrore del suo nome.

Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da

disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza

di danaro, un’insurrezione nell’Armenia e la fede vacillante dei

Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito.

Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con

quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei

tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l’esercito onde

comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che

ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender

seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto

gli Ebrei, e di vendere all’incanto quanti fossero risparmiati dalla

spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche,

senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma

erano uomini d’animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la

patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi

convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le

purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed

efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto

Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di

recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che

gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in

Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le

mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più

debole, lo sbaragliò; e l’altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro

per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle

colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di

tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso

avvenimento; si smarrirono anch’essi d’animo, volsero le spalle e si

dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli

Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri

correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci

comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più

fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a

Betsura fortezza che era l’antimurale di Gerusalemme ai suoi confini

coll’Idumea.

A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d’Antioco

Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci

dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei

e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un

altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia

Eupatore.

Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a

Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme.

Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento

profanazioni, l’altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe

e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si

lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio,

rifece a nuovo l’altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo

ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e

fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni

e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale

e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai

posteri la memoria di questo avvenimento.

Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta

_hhanuchà_ (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll’accensione

di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.

Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera

degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da

Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da

Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare

i loro atti pubblici e a coniare monete.

Archeologia.

_Pesi e Misure._

Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato

nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè

in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo

pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle

diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare

nel corso di questo nostro lavoro.

La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un

semplice scambio d’oggetti. Uno dava altrui quell’oggetto che per sè era

inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli

necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che

presso l’uno non si trovasse quello di cui l’altro difettava, ed in

mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a

quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le

permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le

quali per via d’un valore arbitrario, ma convenuto, potessero

rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo

comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i

metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni

clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte

alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a

conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si _pesavano_⁹⁰

e che non fu che più tardi che essi s’improntarono di una figura

pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.

I mesi dell'anno ebraico · 第 14 / 19 段