I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d’oro e d’avorio,

con sale particolari per festini e con appartamenti distinti per

l’estate e per l’inverno.

È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi, infiammò il

petto dei veggenti d’Israele che lo biasimavano con veementi ed irose

invettive ritenendolo, e non a torto, lo strumento che doveva portare la

intiera rovina della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere

specialmente gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe

riscontrare nel capitolo terzo d’Isaia, e dovrebbe conchiudere che nè

pel numero (che è ventidue), nè per la qualità, nè per galanteria

stavano al disotto di quanti ne offra la teletta di una ricca ed

elegante signora dei nostri tempi.

A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo a presentarsi

è il _nézem_ (orecchino o pendente dell’orecchio) il quale si componeva

di diverse parti quali: _aghil_ (rotondo) _netifód_ (goccie o perle).

Viene in seguito una seconda specie di _nézem_, che era un pendente del

naso. Anche oggi giorno le donne orientali portano quest’ornamento

sospeso ad una della pinne del naso, che a quest’effetto si bucava come

si bucano ora le orecchie⁸⁴; il _revid_ collana o catena sospesa attorno

al collo e cadente sul seno, e alla quale venivano attaccati altri

ornamenti detti _saaronim_, o _lehhascim_ (amuleti), o la _boat anéfesc_

(vasetti di odore); il _zamid_ o _esadà_ (braccialetto), il _tabàad_

(anello); il _realà_ (velo); la _hhagorà_ (cintura) e i _hharittim_

(borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi campanelli che porsero

occasione allo stesso profeta di rimproverare le figlie di Sionne «di

essersi fatte altere, di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare

cigolare i fermagli coi piedi».

⁸⁴ Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di

ripugnanza che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato

ornare una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma

priva di senno, a un _nézem_ d’oro pendente dal naso di un maiale.

La composizione degli olii odoriferi, degli unguenti e dei profumi sia

per uso profano come pel servizio religioso; esigeva un’arte particolare

che noi troviamo già ben conosciuta e coltivata ai tempi di Mosè.

L’artista portava il nome di _rokeahh_.

L’olio santo che Mosè insegnò a preparare e col quale si consacrarono

Aronne e i suoi figli, tutti gli oggetti del Tabernacolo, e che doveva

servire di sacra unzione per tutti i secoli; si componeva di quattro

specie d’aromi, aggiunti all’olio d’oliva fino, che doveva venire

preparato appositamente dal sacerdote. Questi aromi erano i seguenti: 1º

_morderór_ mirra semplice, ovverosia quella che colava spontaneamente

senza bisogno d’incisione; 2º _kinamón_ cinamomo o canella odorosa; 3º

_canè boscem_ canna odorosa; 4º _kidá_ cassia aromatica.

Il profumo per le fumigazioni del santuario si componeva altresì di

quattro sostanze aromatiche. La prima era il _natáf_ gomma; la seconda

lo _scehhéled_ storace liquida; la terza la _hhelbonà_ galbanum; la

quarta la _levonà zacà_ incenso puro.

In questo articolo dovrebbero trovare posto, alcune nozioni sulle

scienze coltivate dagli antichi ebrei, sulla lor lingua e poesia; ma sia

che l’indole del nostro lavoro non ci permette di diffonderci in questo

studio quanto sarebbe necessario e sia perchè esso potrebbe riescire

poco dilettevole per quei lettori ai quali è specialmente destinato il

nostro lavoro, preferiamo a non parlarne.

Abbiamo già accennato che gli ebrei erano assai appassionati per la

musica colla quale rallegravano i loro festini e accompagnavano i sacri

canti. Aggiungeremo ora che i Rabbini vogliono che tali strumenti allora

conosciuti fossero in numero di trentaquattro. D. Calmet nella sua

dissertazione sugli strumenti di musica, ammette bensì che gli strumenti

musicali erano presso gli ebrei in numero assai maggiore che presso

qualunque altro popolo antico, ma non ne accetta oltre a venti; intanto

che il Ben Zeeb, nella sua prefazione al libro dei Salmi commentato dal

Nahhmanide, ne enumera ventuno quali tipi primitivi dai quali ne fa

originare altri nove. Da qualunque parte stia la ragione a noi poco

importa. Ci basta notare che i padri nostri avevano avanzato anche in

questa nobilissima fra le arti belle, tutti i popoli antichi. Gli

strumenti musicali da loro usati erano di tre specie:

1ª Gli strumenti _a corda_ compresi sotto il nome generico di _neghinód_

i cui principali erano: il _nébel_ nabbo; il _assór_ decacordo e il

_chinór_ chitarra.

2ª Gli strumenti _a fiato_ quali: il _ugáv_ organo; lo _sciofar_ del

quale abbiamo parlato lungamente nei mesi precedenti; _aghil_ flauto; la

_hhazozerà_ tromba.

3ª Gli strumenti _a percossione_ quali il _tof_; il _menanhém_; il

_scialissím_ e il _selselim_ cembalo. Di questo strumento ne esistevano

sicuramente due specie: una detta _silselè sámah_, e l’altra _silselè

teruà_.

Come la musica e la poesia, anche la danza è un divertimento naturale

all’uomo. Tutti gli scrittori ne attestano la sua antichità e

universalità fin fra i popoli più barbari, presso i quali era anzi una

ceremonia importantissima dello strano e sconcio loro culto.

Ammettendo che il vocabolo _mahhól_ abbia il significato che gli si

attribuisce generalmente, si deve credere che la danza fosse praticata

presso gli ebrei specialmente in occasione di pubblica esultanza: stante

però le rare volte a cui vi si accenna, la poca sua consonanza colla

gravità dei loro costumi e alla serietà del loro carattere, e alla

massima facilità colla quale potevasi prestare alla leggerezza e

all’incontinenza, ci è lecito supporre che fosse assai poco in uso.

CHISLEV (_Novembre-Dicembre_).

Due fatti della più alta importanza registra la nostra storia in questo

mese. Il primo d’essi si rapporta ad una decisione presa da Esdra, e che

per quanto la si debba giudicare crudele e dolorosa verso gli

interessati, che erano in numero grandissimo, tuttavia era

imperiosamente richiesta tanto dalla religione quanto dalla politica;

poichè si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava

senza via di scampo sino dalle radici l’esistenza religiosa e politica

della nazione intiera. Questa misura consisteva nell’ottenere la

separazione degli Ebrei da tutte le donne idolatre sposate

nell’intervallo che passò tra la partenza della prima e della seconda

colonia giudaica da Babilonia, per la loro antica patria.

Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da un uomo che si

acquistò tanti titoli alla benemerenza di Israele, che i Talmudisti lo

paragonarono a Mosè. La prima colonia dei reduci da Babilonia era

contornata da Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e

da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o dialetti affini,

quindi era impossibile ad evitarsi il contatto colle medesime. Si

contrassero matrimonii scambievoli; gli Ebrei diedero le loro figlie

agli stranieri, e presero mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che

formarono una razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per

una conseguenza tutt’affatto naturale, partecipava più della madre,

dalla quale riceveva col latte le prime nozioni religiose. Quella parte

della nazione che era tuttavia attaccata sinceramente alla religione

avita, vedeva con dolore questa contravvenzione al più necessario e

reciso ordine di Mosè: ben a ragione temeva l’avveramento delle funeste

conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè tale rilassatezza

aveva preso proporzioni estese intaccando a guisa di contagio tutte le

classi dei cittadini.

Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero da

Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina e gravità di

costumi. Egli discendeva da Zadoc, e perciò apparteneva alla casta dei

Pontefici: era stimato il più profondo nella cognizione delle patrie

leggi, e gli veniva dato il sopranome di _sofér maír_ (scriba perito),

con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello scrivere, ma

eziandio la singolare sua perizia nel leggere e spiegare le sacre

Scritture⁸⁵.

⁸⁵ A quest’uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi,

si attribuisce la fondazione della _Chenesced Aghedolà_ (la grande

Accademia o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale

egli fu il primo Presidente e Simone il Giusto l’ultimo, i quali

dovevano conservare e spiegare la legge e tramandarsi di uno in

altro le tradizioni orali che la completavano. (Come diremo più

estesamente altrove, queste tradizioni e spiegazioni furono poi

raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato _akadoss_ (il santo) nella

_Misnà_, e dai due Dottori Ravà e Rav-Assè nel _Talmud_ o

_Ghemarà_).

A lui si attribuisce l’invenzione dei punti vocali, degli accenti e

della _màsora_ o critica filologica del testo biblico; a lui si

attribuisce la compilazione delle orazioni quotidiane, e oltre al

libro che porta il suo nome e che si crede scritto da lui, gli sono

attribuiti anco i due libri de’ Paralipòmeni. Vuolsi pure che il

libro di Malachia (l’ultimo dei profeti canonici) appartenga

altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero nome sotto questo,

che vale _angelo_ o _messo_.

Esdra dunque venne a Gerusalemme l’anno primo di Artaserse Longimano,

munito di un favorevole rescritto di questo principe che gli attribuiva

tutti i poteri di un governatore: gli regalò eziandio cento talenti di

argento e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale pei

bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse dalla pietà

degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta talenti

d’argento, cento d’oro, e molto vasellame di argento e d’oro; parte

avuto in dono e parte di quello che trasportato da Gerusalemme non era

ancora stato restituito e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si

aggiunsero più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo, fra i

quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei⁸⁶. La carovana partì

verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme nel mese d’Ab. Esdra

dopochè fu bene informato dello stato delle cose se nè mostrò

scontentissimo, si stracciò le vesti, ed assunse tutti gli altri

contrassegni del dolore e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua

autorità, promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto fare.

Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli della campagna si

trovassero fra tre giorni, che veniva appunto ad essere il venti del

mese di Chislev, a Gerusalemme. L’assemblea ebbe luogo infatti al giorno

stabilito, e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema

importanza delle decisioni che si dovevano prendere, sulla piazza che

trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il motivo era seriissimo, poichè,

come già dicemmo, si trattava di giudicare tutti quelli che avevano

menato mogli straniere, e fors’anco costringerli a separarsi da esse e

dai figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano pochi; vi erano

sacerdoti, leviti e persone di alto e di basso stato; e si poteva

presumere che non tutti sarebbero stati disposti ad accondiscendere al

volere altrui in un negozio in cui erano interessate le affezioni più

delicate del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che

l’interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio cotanto

grave e penoso.

⁸⁶ _Natinei_ vale _dati_, _votati_, e probabilmente erano prigionieri

di guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo

il libro d’Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al

servizio dei leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei

Gabaoniti. Non crediamo fuori di luogo di raccontare questo brano

di storia sulla conquista della Palestina, che servirà pure a

ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato in modo

sfavorevole al popolo nostro.

Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso

il Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti.

Pervenuta la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città

importantissima munita di alte mura e forti torri, della

espugnazione di Ai alle orecchie dei Gabaoniti; questi nella

speranza di stornare dal loro capo la sorte esiziale da cui erano

minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti tra loro parecchi

individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero di indumenti

vecchi e logori, di pane ammuffato, d’otri di vino secchi è

screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli

Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti

da paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a

domandare la loro alleanza e ad implorarne l’amicizia, in causa

dell’onnipotenza dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli

operati in loro favore in Egitto e nel deserto. A conferma delle

loro asserzioni presentarono il pane muffato e che assicurarono

essersi preso dietro appena tolto dal forno; mostrarono gli abiti

indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel lungo cammino.

Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto

menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro

l’invocata alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la

verità. Il popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione

dei principi. Ma il fatto non potevasi oramai revocare, l’alleanza

era stata giurata nel nome dell’Eterno e non si poteva violare;

quindi Giosuè volendo dare soddisfazione al popolo e nello stesso

tempo mantenere la fede giurata, destinò i cittadini di Gabaon ai

grossi servizii del Tempio.

Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l’assedio

di città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei

loro peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come

Davide e Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli

senza distruggerli; l’esistenza stessa dei Natinei è una prova

convincente che Mosè non aveva imposto agli Ebrei di sterminare

senza pietà tutti i popoli della Palestina, come erroneamente o

maliziosamente pretesero parecchi scrittori. La totale distruzione

era stata decretata solamente per sette popoli o tribù le cui opere

erano talmente nefande «che la terra, dice Mosè con una figura

espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal suo seno». Anzi i

nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla conquista della

Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami così

concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà

accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all’eccidio esca volontariamente

dalla Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra».

I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si

uniformò al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.

Sembra quindi che l’assemblea sia stata tumultuosa, e che l’unione di

tutta quella gente lungi dal contribuire al buon effetto della

combinazione desiderata, lo contrariasse. Colta dunque l’opportunità che

pioveva a dirotto, e che il popolo si trovava assai a disagio,

l’assemblea fu congedata; e si credette più acconcia l’instituzione di

un tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei loro casati

designati per nome, onde giudicare i refrattarii citandoli ad uno ad

uno. Questo spediente riescì: la commissione lavorò tre mesi ad indurre

colle buone o colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii

dichiarati illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le mogli

e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi alle rispettive

nazioni a cui appartenevano; e questo affronto accrebbe contro gli ebrei

il numero e l’odio dei nemici.

Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata generale: molti

eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone più potenti, ricusarono di

sottomettersi alla decisione di Esdra, e diedero origine ad una fazione

contraria ai rigoristi (farisei)⁸⁷, ed unita d’interesse cogli stranieri

e specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani, che

risiedevano a Samaria.

⁸⁷ L’epiteto _fariseo_ passò quale sinonimo di falso religioso, di

vilissimo ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre

assolutamente esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di

trascrivere le seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle

quali ci viene spiegata l’origine del fariseismo e il significato

di tale denominazione.

«A Esdra tenne dietro gran numero di _soferim_. Dei più antichi non

si conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del

Rabbinismo, gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi

_divrè soferim_, o parole degli scribi (il nome _sofer_ significò

poscia anche maestro di scuola ed anche scrivano, copista). Col

lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli scribi ipocriti,

come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i falsi

profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno _farisei_,

_astinenti_, _austeri_; e quando la tendenza liberale e grecizzante

formò un partito sotto il nome di _Sadducei_, l’epiteto di farisei

fu da questi dato indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati

alle istituzioni degli antichi scribi, sia che fossero veramente

ipocriti, sia che fossero uomini d’una sincera pietà».

Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese fu di tale

importanza e segna una pagina cotanto gloriosa nella nostra storia, che

noi crediamo necessario fare una eccezione alla linea di condotta che ci

siamo imposti, e svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima

fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra d’insurrezione

contro i Greci, sino alla totale liberazione dello suolo nazionale per

opera di Giuda Macabeo.

I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati da capi ebrei

nominati ordinariamente dai re di Persia; ma tale dipendenza si faceva

sentire così poco da potere quasi dire che la Giudea formasse una specie

di repubblica sotto l’alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi

fu Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo figliuolo e

poscia Esdra e Neemia. Dopo quest’ultimo, pare che il governo inferiore

sia passato nelle mani dei sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa

quanto per la civile e politica; e ch’essi siano divenuti i soli

intermediarii tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii.

Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli propensioni del

popolo per la casa di Davide, si introdusse l’uso di nominare un Nassì

(principe) tra i membri di quella casa; quantunque peraltro non gli si

lasciasse esercitare veruna autorità di fatto.

Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re di Persia perchè

non fu portata per essi veruna sensibile alterazione nei loro rapporti

con gli ebrei, se si escludono i mali che questi ultimi patirono per le

guerre che ebbero luogo tra la Persia e l’Egitto: e verremo a parlare

degli avvenimenti successi all’epoca in cui Alessandro il Macedone colle

sue vittorie minacciava di prossima rovina l’impero di Dario. Trovandosi

all’assedio di Tiro, Alessandro inviò una lettera a Iaddo sommo

pontefice degli ebrei, che i nostri Dottori per uno strano equivoco

confondono con Simeone il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi

avvenimenti; invitandolo a spedirgli soccorso d’uomini e di provvigioni,

e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato pagato a Dario.

Iaddo per non mancare al giuramento fatto al suo alleato si rifiutò di

aderire a queste richieste, osando sfidare la collera del Macedone il

quale giurò di trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro

mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un’eroica resistenza, ma in

capo a cinque mesi essa cadde in potere degli assedianti, e subì un

trattamento feroce. Diecimila uomini vennero trucidati; e il resto della

popolazione, uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una

sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo poteva solo

salvare la città santa: e questo miracolo ben meritato dai suoi abitanti

in premio del coraggio e della devozione di cui diedero prova nel

serbare la fede giurata, fu operato da Dio.

Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi

ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a

questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli

altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse

parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore.

Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il

pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo

amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per

tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che

trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d’uomo vestito come quel

pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere

nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani.

Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e

vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò

agli ebrei l’esenzione dei tributi nell’anno sabbatico e la libertà di

vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa

a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue

bandiere, fece sì che molti ebrei s’iscrissero nelle file del suo

esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall’Egitto volendo

compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò

loro una parte del territorio Samaritano⁸⁸.

⁸⁸ A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti

morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle

principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori,

Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d’Oriente e le risposte date

dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria

avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca,

e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio

agli orrori di guerre funestissime.

Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l’Oriente

dall’occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi:

chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore

dall’Oriente all’Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle

due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il

cielo».—«Fu creata prima la luce o l’oscurità?». Questa

interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono

altri sapienti non gli si rispose «l’oscurità», poichè

effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l’abisso?

A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per

parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull’eternità

di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso

prendendo a pretesto l’insufficiente capacità di poter soddisfarne

il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente

sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa

vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è

contento del proprio stato».

Ed ecco ora l’apologo:

Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di

regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i

monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da

impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi

monti, giunse fino agli estremi confini dell’Asia, e si trovò

presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al

Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece

degli uomini. Queste gli mandarono un’ambasciata di parecchie loro

compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se

mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci,

quale gloria d’avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale

disonore d’essere vinto da donne?»

I mesi dell'anno ebraico · 第 13 / 19 段