del re perdette la propria flessibilità per cui non gli fu più possibile
il piegarlo, se non in seguito alle intercessioni fatte a Dio per lui
dallo stesso profeta. Impressionato da questo avvenimento, il re
sollecitava il profeta ad accettare ospitalità in casa sua. Ma questi vi
si rifiutò affermando: «che Dio gli aveva formalmente imposto di non
fermarsi in tale luogo, di non mangiarvi pane nè bevervi acqua; e appena
compiuta la sua missione se ne tornasse indietro per un via diversa da
quella tenuta nel venirvi». E difatti senza frapporvi verun indugio egli
se ne partì per una direzione opposta a quella presa primamente.
Ora conviene sapere che viveva allora in Betel un vecchio profeta⁸⁰, che
informato dai figli di quanto era successo si affrettò a farsi preparare
la sua moritura, e corse dietro al profeta. Raggiuntolo, mentre riposava
all’ombra di una quercia, gli si presentò quale collega in profetismo; e
fingendosi inviato a lui espressamente da Dio, lo persuase a
ritornarsene indietro per rifocillarsi in casa sua. Erano tuttavia
seduti a tavola, quando una voce divina predisse all’orecchio del
vecchio profeta che in punizione di avere trasgredito l’ordine ricevuto
da Dio, il suo commensale non avrebbe avuto il supremo conforto di
essere sepolto presso i suoi padri. Finito il pasto, il profeta
forestiero si accomiatò dal suo ospite e si diresse verso il suo paese
natale.
⁸⁰ Il vocabolo _navì_ in ebraico non corrisponde sempre all’idea che
esprime la parola _profeta_ (ossia colui che predice l’avvenire)
con cui viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla
radice _niv_ che vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo
per cui il titolo di _navì_ veniva applicato indifferentemente
tanto ai _profeti_ decisamente tali nello stretto senso della
parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina
preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai
pubblici parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato
indifferentemente tanto a quegli animi eletti per dottrina e per
pietà, e che o inspirati direttamente da Dio, o da un ardente
patriottismo non aspiravano che al bene della patria; quanto a quei
tristi che adoperavano la loro facilità di eloquio e le loro doti
intellettuali ad adulare i principi, e a corrompere sempre più il
popolo, trascinando e questi e quelli nell’idolatria e nella
schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva.
Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di
iniziati, di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di
patriotti intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza
diretta di un profeta di grido venivano ammaestrati nella scienza
religiosa, nella letteratura e nella eloquenza; onde col fascino
della facilità di eloquio, colle doti della mente e più cogli
esempi di una vita virtuosa, s’incaricassero di fare trionfare in
Israele la giustizia, la carità e l’amore. Per poco che si sia
studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso apologo di
Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria; la predizione
di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco assassinio
commesso con ipocrito zelo religioso sull’infelice Naboth; le
apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli
rimprovera i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più
dal letto in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi
esempi basteranno a convincerci che nessuna considerazione
personale, nessun timore era accessibile al cuore adamantino di
quegli uomini egregi, che accettavano il grave, uggioso e
pericoloso compito di proclamare la verità, di patrocinare la causa
del debole, di difendere l’oppresso.
Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e
Radak, si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta
nello storico episodio sopraddetto, e costantemente designato col
nome di _anavi azaken_ (il vecchio profeta), fosse un profeta falso
malgrado la divina inspirazione ch’egli ebbe sedendo a mensa.
Ma erasi di poco dilungato dalla città, allorchè un leone scagliatoglisi
addosso lo uccise. E per provare chiaramente come tale fatto non fosse
un azzardo, ma punizione che gli attirò la disobbedienza sua; non solo
il leone si astenne di guastare minimamente il suo cadavere, e di
uccidere l’asino, ma stette lì fermo in loro custodia fino a che
avvisato dell’accaduto il vecchio profeta, causa unica di tanta iattura,
fu sollecito di andare a togliere il cadavere dalla pubblica strada e a
dargli onorata sepoltura. Probabilmente la morte di quell’uomo virtuoso
fu, se non calcolata, almeno sperata da quel vecchio profeta, il quale
negli ultimi suoi momenti raccomandò ai suoi figliuoli di seppellirlo
nella fossa di quell’uomo divino, onde le sue ossa fossero risparmiate
il giorno in cui Giosia, il zelante re profetizzato, farebbe abbrucciare
le ossa dei profeti falsi.
Archeologia.
Continuando i nostri studi d’archeologia biblica, noi esamineremo in
questo mese quali arti venissero maggiormente coltivate dagli antichi
ebrei, e colla solita brevità che ci siamo imposti, ne seguiremo il loro
sviluppo e il loro progresso.
Giustamente osserva Goguet, lodato autore dell’origine delle leggi,
delle arti e delle scienze, che, come il bisogno fu il maestro e il
precettore dell’uomo insegnandogli a valersi delle mani ricevute dalla
Provvidenza e del dono della favella di cui lo volle fregiato a
preferenza d’ogni altra creatura; così le prime scoperte, frutto per la
maggior parte del caso, non sarebbersi recate a certo perfezionamento
senza la riunione delle famiglie, e lo stabilimento delle leggi che
consolidarono le società.
E che questo giudizio sia pienamente conforme alla storia dell’umanità,
la quale nelle sue invenzioni cominciò dalle cose più necessarie alla
vita, per arrivare a poco a poco a quelle che dovevano procurare
l’agiatezza, la comodità e il lusso; noi ne saremo pienamente persuasi
risalendo ai primordi della creazione colla scorta della Bibbia, unico
documento che esista di quelle epoche vetuste. La nudità di Adamo ed Eva
vengono coperte da Dio stesso con tuniche di pelli, e scacciatolo dal
paradiso terrestre Dio impose all’uomo di guadagnarsi il pane col
lavoro. Una rozza capanna ove riparare dalle intemperie, alcune rozze
armi per difendersi dalle belve feroci furono certo le prime invenzioni.
Ma un bisogno naturale dimostrò presto agli uomini il vantaggio di
riunirsi in società, poichè Caino stesso si occupò a edificare una
città, che dal nome del figlio intitolò _Anóch_. Questa città non
consisteva probabilmente che in un gruppo più o meno grande di capanne o
di tende; ma a questo primo passo tenne dietro un periodo di sviluppo
artistico pronunciatissimo, poichè certo Tubal-Caino già conosce l’arte
di lavorare i metalli e segnatamente di ferro, e certo Iuval inventa o
perfeziona la cetera e l’organo. Ai tempi di Noè le arti dovevano già
avere raggiunto uno sviluppo non indifferente, poichè la costruzione
dell’arca coi suoi tre piani e scompartimenti, ci attesta la cognizione
d’un grandissimo numero d’arti. Il diluvio ha certamente portato un
colpo terribile all’umana industria, facendola indietreggiare di
parecchi secoli; ciò non pertanto, noi possiamo convincerci che non
tutte le cognizioni acquistate dai primi uomini, andarono perdute:
poichè appena i figli di Noè si furono moltiplicati, concepirono e in
parte incarnarono il colpevole divisamento, di costruire una città con
un forte castello la cui cima giungesse sino al cielo⁸¹.
⁸¹ G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo
profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col
fuoco o coll’acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto
parecchie scienze, fra cui l’astrologia, alzarono due altissime
colonne, una di mattoni e l’altra di pietra e scrissero in amendue
le nozioni delle scienze imparate e le scoperte da essi fatte:
coll’intendimento che, ove la colonna di mattoni fosse atterrata
dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra per
indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e
nelle scienze.
Al tempo dei patriarchi le arti erano pervenute già a un certo grado di
perfezionamento presso i Cananei e i Fenicii, posciachè troviamo fatta
menzione di pietanze degne della tavola d’un re; di veli per donne; di
vestimenti di distinzione; di braccialetti e pendenti d’oro per
ornamento donnesco; della fabbricazione d’idoli; della incisione e della
tintura di stoffe in colore cremisi. Si parla di carovane che venendo
dall’est del Giordano percorrevano il paese per andare a fare il
commercio in Egitto; si parla di pezzi d’argento che avevano corso tra
mercanti e che se non erano coniati, erano sicuramente segnati con
qualche incisione particolare; e finalmente nelle benedizioni che
Giacobbe diede ai suoi figliuoli vediamo pure menzionati i porti di mare
e le navi⁸².
⁸² Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di
vele, di gomene e di remi.
È cosa indubitabile che all’epoca di Mosè si conosceva pure la scrittura
alfabetica. Appoggiano quest’opinione: i nomi delle 12 tribù incise
nelle due gemme dell’_Efod_; il _santo di Dio_ sulla tiara del
Pontefice; le tavole del Decalogo; le numerazioni delle tribù; lo
scritto della donna sospetta che doveva poi essere cancellato nelle
acque amare; il libello di disdetta da consegnarsi alla donna ripudiata
ecc. Nel libro di Giosuè si fa menzione di una città chiamata allora
_Debir_, ma che innanzi portava il nome di _Kiriad-sefer_, ossia la
città dei libri, e forse rinomata pei suoi scrittori o per essere in
essa conservati gli archivii.
In Egitto poi le arti fiorirono sin dalla più remota antichità, e gli
ebrei che vi soggiornarono lungo tempo, e che senza dubbio ebbero gran
parte nella erezione di quelle maravigliose piramidi, che se per un lato
attestano il grado di schiavitù a cui un popolo può essere assoggettato
dai suoi despoti, per l’altro lato attestano una sorprendente abilità
artistica; ebbero campo ad esercitarvisi e a perfezionarvisi.
A questo punto, ci sentiamo in dovere di dedicare alcune parole, a
dissipare un errore ingenerato da una inesatta interpretazione di una
prescrizione Mosaica.
Nel corso di questo lavoro noi abbiamo potuto convincerci più volte,
quanto fosse vivo e sviscerato l’amore di Mosè per quel popolo che
liberò dalle ritorte egiziane; a cui fece attraversare «un deserto
grande e terribile, covo di serpenti e di scorpioni avvelenati e di
siccità dove non era acqua»; che condusse «sul suo seno come un aio
conduce un adorato pargoletto» ai confini di quella «terra colante latte
e miele promessa ai suoi padri». Ora non potendo dissimularsi la
tendenza di questo popolo verso l’idolatria, e temendone a ragione le
fatali conseguenze che ne sarebbero immancabilmente risultate, perchè
avrebbe rotto il patto conchiuso con Dio e atterrato quel maraviglioso
edificio che doveva dimostrare alle universe genti «la sua alta sapienza
ed intelligenza»; e che sfidando i secoli doveva durare «come i giorni
del cielo sulla terra»; non lasciò occasione veruna di fare le
raccomandazioni le più calde ed amorevoli e di minacciare i castighi più
terribili e spaventevoli per tenerli lontani. «Perocchè, diceva esso
negli ultimi istanti del viver suo, conosco la tua contumacia e la dura
tua cervice. Se essend’io ancor vivo presso di voi foste ribelli al
Signore, quanto più (lo sarete) dopo la mia morte! Perciocchè so che
dopo la mia morte commetterete gravi colpe, e vi scosterete dalla via
che vi prescrissi e vi avverranno i mali nei tempi lontani facendo voi
ciò che spiace al Signore irritandolo coll’ (adorar l’) opera delle
vostre mani».
Ora quale maraviglia può destare la proibizione fatta al suo popolo, di
fare scoltura o figura di cosa che (sia) nel cielo disopra, nella terra
disotto, e nelle acque disotto la terra; di non inchinarsi ad esse nè
adorarle; perchè l’Eterno è Dio geloso che non lascierebbe impunita una
tale colpa?
Concediamo che questa inibizione, non era un incoraggiamento alle arti,
poichè è indubitabile che la rappresentazione della divinità sotto forme
sensibili, sia un potente incentivo agli slanci entusiastici del genio
che produce nobilissime creazioni quali sono quelle tramandateci dalla
Grecia antica. Ma oltrecchè, in ogni peggior caso, vale meglio per una
nazione essere priva di capi lavori artistici, piuttosto che esporsi a
irreparabile rovina; non v’ha dubbio che tra il non incoraggiare un’arte
qualunque e il proibire assolutamente di esercitarla, come erroneamente
si pretende da molti scrittori, corra un divario grandissimo.
E che l’intenzione di Mosè fosse precisamente quella di allontanare il
suo popolo dalle seduzioni dell’idolatria e non la semplice
rappresentazione degli oggetti, noi possiamo argomentarlo dai seguenti
versetti del Deuteronomio ove il concetto di questa proibizione viene
ampiamente sviluppata: «Guardatevi dunque bene, quanto v’è cara la
vita—posciachè non avete veduta alcuna figura nel giorno che il Signore
vi parlò in Oreb di mezzo al fuoco—di non commettere una grave colpa, e
farvi alcun simulacro, della figura di qualsiasi idolo di forma maschile
o femminile; della forma d’alcun animale ch’è in terra; della forma
d’alcun uccello alato che vola nel cielo; della forma d’alcun (essere)
strisciante sul suolo, o della forma d’alcun pesce ch’è nelle acque al
disotto della terra. Bada bene che non avvenga che alzando gli occhi al
cielo, e vedendo (ed ammirando) il sole e la luna e le stelle, tutta
(insomma) la schiera celeste, _tu travii_, e ti _prostri_ loro, e
_presti_ loro culto......».
E a convincere meglio i nostri lettori aggiungeremo che
l’interpretazione data a questo precetto dai nostri Dottori più
ortodossi concorda perfettamente colla nostra opinione. Il sapientissimo
Maimonide nel trattato _avodà zarà_ dice: essere affatto permesse le
figure di animali e di piante anche in rilievo; e Raban Gamaliel teneva
raffigurata la luna in tutte le sue fasi nel suo studio, e alle
osservazioni che una fiata gli vennero mosse, rispose: «essere puramente
proibita la rappresentazione dei corpi celesti fatta nell’intento di
adorarli».
E se così non fosse, lo stesso operato di Mosè sarebbe in aperta
contraddizione colla sua prescrizione, poichè in una invasione di
serpenti avvelenati mandati da Dio per punire la maldicenza e la
ribellione del popolo, e che portarono nell’accampamento ebreo
desolazione e lutto; Mosè fece costrurre un serpente di rame, e
fissatolo sopra un alto palo lo espose alla vista del popolo. Questo
serpente durò sino al tempo del re Ezechia che lo fece sminuzzare perchè
gli Ebrei se ne erano fatto un idolo.
Ma v’ha dippiù. Nel Tabernacolo stesso egli fece porre due Cherubini
che, come dicemmo altrove, coprivano l’Arca Santa colle loro ali: e noi
sappiamo che nel Tempio di Salomone, oltre ai Cherubini, vi era il
grande bacino che poggiava sopra dodici buoi; e nei piedestalli degli
altri bacini si trovavano figure di buoi, di leoni, di fiori ecc. Nè si
supponga che ciò possa essere stata un’infrazione alla legge, posciachè
Salomone si attenne con tanto scrupolo alle prescrizioni mosaiche da non
permettere che si adoperasse nè chiodo, nè martello, nè altro istrumento
di ferro nell’interno dell’edificio stesso⁸³, perchè Mosè avea
raccomandato di non frammischiare ferro nella fabbricazione dell’altare.
⁸³ Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori
inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a
questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l’allusione
delli «versi strani»:
Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso
incarico di fabbricare la Casa Sacra, turbato dall’ordine divino
che il Sacro tempio non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare
modo di compire la grande impresa. Come infrangere enormi massi di
marmo e fare a pezzi durissimi legni senza aiuto di ferro?
Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo
turbamento, uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L’ultimo
giorno della creazione in sull’imbrunire il Creatore, diede la vita
ad un vermicello chiamato _shamir_, il quale possiede la singolare
virtù di tagliare i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo
vermicello annidi non seppe mai mente umana».
Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su
tutti gli spiriti, chiamò a sè due _scedim_ (spiriti, che avevano
molta affinità cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva
che come questi si nutrissero, vestissero abiti e si propagassero
ecc.) ed impose loro di indicargli il luogo ove il _shamir_ si
nascondeva. Questi tremanti dichiararono che quel segreto era
solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati ove quel principe
avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla vetta di un monte di
qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato una profonda
pozza che ha riempito d’acqua, e che chiuse con un gran masso
attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e ogni
mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi,
esamina attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò
gli spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse
una catena con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran
numero di fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai.
Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio
arrivò al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso
ove fece scorrere tutta l’acqua della pozza, e poscia ne scavò un
altro più sopra e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino.
Nel cadere della notte Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla
pozza, ne esaminò il suggello e lo trovò intatto, sollevò il masso
e vi sprofondò dentro. S’accorse del cambiamento e temendo di
qualche insidia si propose di non bere, ma straziato da ardente
sete tracannò ingordamente una quantità di vino e venne colto da
profondo sonno.
Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul
dormiente e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si
svegliò e accortosi della catena che lo serrava si dibattè
disperatamente e mandò urli spaventevoli; ma poscia accorgendosi
dell’inutilità d’ogni suo tentativo si acquetò e seguì Benajà.
Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo
desiderio ed Asmedai così gli rispose: Il _shamir_ fu confidato al
re del mare; e questi l’ha confidato al gallo selvatico, e col più
terribile dei giuramenti l’ha stretto a conservarlo inviolato e
sempre. E il gallo selvatico ha posto il suo nido in un alto monte
nudo e deserto e mai se ne diparte che non porti seco il suo
deposito.
Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla
scoperta del gallo selvatico. Il prode guerriero s’avviò al
disimpegno del suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di
scoprire il nido del gallo selvatico. Attese che il gallo vi
uscisse, chiuse il nido con una campana di vetro e poscia si
nascose e aspettò.
Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare
l’imbeccata ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra;
girò intorno, sparnazzò colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I
pulcini intanto chiamavano e piangevano. Finalmente ricorse al
prezioso deposito per infrangere il vetro; trasse di sotto le ali
il _shamir_ e l’accostò.... Ma in quel punto Benajà uscì dal suo
nascondiglio e mandò un grido terribile: il _shamir_ cadde a terra,
e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì.
Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si
diede la morte.
Non paia strana questa raccomandazione. Chi studia con amore e con
riflessione le istituzioni mosaiche deve restare convinto che, tranne
pochissime il cui senso ci è ora impenetrabile per la grande distanza
dei tempi ed enorme differenza dei costumi, tutte le altre sono
inspirate da due fini ch’egli si prefisse di ottenere: 1º La salute del
corpo, mercè assennatissime disposizioni sui cibi e sulla pulitezza, e
mercè la moderazione nei piaceri; 2º il miglioramento dell’anima, mercè
la pratica d’ogni virtù domestica e sociale. «Santi siate, raccomanda
egli al suo popolo, che santo sono io, l’Eterno Dio vostro». Ecco ora
l’interpretazione che danno i nostri Dottori di questo precetto:
«L’altare, dicono essi, è ministro di pace tra l’uomo e Dio e tra l’uomo
e l’uomo; e viceversa il ferro è ministro di morte. Ora l’istrumento di
morte non può nè deve confondersi coll’istrumento di pace, di concordia
e di amore».
Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d’archeologia che
abbiamo interrotto.
I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri posteriori,
dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai tempi, l’industria e le arti
presso gli Ebrei non erano in uno stato inferiore a quello degli altri
popoli. Si sapevano filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone
e di bisso (stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie
particolare di lino più fino e di una bianchezza più splendente del lino
ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone); si sapeva
tingere in diversi colori quali il turchino, il cremisi, la porpora e il
giallo.
Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare offerte pel
tabernacolo che intendeva erigere onde «Dio abitasse in mezzo a loro»;
le donne industriose furono assai sollecite di filare lino finissimo e
lana di capre, che nelle mani d’uomini abili furono trasformati in
tappeti. Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire di
una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia perchè ci obbligherebbe
ad allungarci oltre al limite che ci siamo prefissi, sia perchè chi ne
avesse vaghezza ne troverebbe la descrizione nell’Esodo capitolo 19 e
seguenti. Diremo però che fu un’opera felicemente ideata ed eseguita con
legno di _scithim_ (specie di acaccia); con pelli di montone e di tasso;
con tappeti coperti o guerniti d’oro. I direttori di quei lavori, che
erano certi _Bessalél_ figlio di Urì della tribù di Giuda, e _Aholiáb_
figlio di Ahhissamach della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè
«uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno e in sapere;
abili nel fare disegni da lavorare in oro, in argento e in rame, e
nell’arte di pietre da legare ed in quella di lavorare in legno».
Compiuto il lavoro e presentato a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni
singola parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò eseguito
secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione a tutti quanti
vi ebbero parte. Si noti che Mosè, il quale passò tutta la sua gioventù
in mezzo alle grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe
certo potuto dichiararsi soddisfatto d’un lavoro dozzinale e grossolano.
Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la maggiore grandezza e
prosperità del regno d’Israele, che era allora il più esteso, il più
ricco e il più potente dell’Asia; si trovarono operai tanto abili ed
intelligenti da costrurre quelle maraviglie dell’arte che furono il
Tempio; il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio; alcune
città e fortezze fra cui la celebre _Tadmór_ (Palmira); il trono di
Salomone tutto d’avorio incrostato d’oro, che la storia afferma «non
essersene fabbricato l’eguale in nissun regno»; e che vi si arrivava per
sei gradini ognuno dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.
È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che prima
d’intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò un messaggio al Re
di Tiro, col quale ricordandogli l’antica amicizia che lo legava a
Davide ed annunziandogli la sua intenzione di fabbricare un Tempio al
Signore; lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal
Libano, perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei Sidonii tagliare
e fare viaggiare legnami da costruzione; ma conviene considerare che
questo fatto non menoma per nissun modo l’importanza degli operai ebrei,
perchè non riguardava che un ramo particolare d’industria dei Sidonii.
La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram chiamato, come
avemmo a dire altrove, a Gerusalemme a dirigere i lavori in rame.
A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò mercè le
relazioni commerciali contratte colle nazioni straniere, sparì bensì con
essa la primitiva semplicità dei costumi, ma le arti e i mestieri ebbero
largo campo ad esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della
caduta del regno fra dieci mila capi di famiglia _mille_ erano capi di
officine.