consacrazione di Aronne a pontefice fu uguale a quella dei suoi
figliuoli. Ecco come tale funzione fu compiuta da Mosè. Lavati e vestiti
degli abiti sacri, si collocarono davanti l’altare dove eravi un toro
giovine, due montoni, pani azzimi, ed una paniera contenente due specie
di schiacciate. Eglino imposero le mani sul capo del toro, che venne
immolato pei loro peccati. Poscia Mosè segnò di sangue i quattro angoli
dell’altare, ne sparse il resto sulla predella, e dispose sull’altare le
partì pel sacrifizio. Tutto il rimanente delle carni venne tolto e
bruciato fuori del campo. Aronne e i suoi figli misero pure le mani
sulla testa d’un montone che Mosè immolò in olocausto, e di cui versò il
sangue in terra e bruciò le carni sull’altare dopo averle spezzate.
Avendo i sacerdoti messo le mani sul secondo montone, Mosè scannollo
ancora, quale sacrifizio di consacrazione. Col sangue della vittima
tinse l’orecchia destra, il pollice del piede e della mano destra di
Aronne e dei di lui figli, e ne sparse il rimanente attorno l’Ara.
Raccolse quindi un po’ di sangue allora versato, lo mescolò con olio
santo e ne unse gli abiti dei sacerdoti, inoltre versò l’olio santo
sulla testa del pontefice, per cui fu chiamato: _acoén amasciahh_
(l’unto). In seguito diede in mano ai sacerdoti le parti del sacrifizio,
cioè il grasso che cuopre gli intestini, la coda, le reni ed il grasso
che le circonda, il piccolo lobo del fegato, la spalla sinistra, un pane
azzimo ed una schiacciata perchè offrissero il tutto a Dio.
Questa ceremonia è espressa colle parole: _empiere le mani_, che hanno
lo stesso significato di esercitare, consacrare. Dopochè i sacerdoti
ebbero fatto offerta di tutte le cose sopradette, esse vennero arse
sull’Ara. Mosè offrì a Dio in proprio nome il petto della vittima. I
sacerdoti mangiarono nel tabernacolo il residuo delle carni che si erano
cucinate, come pure i pani azzimi e le schiacciate, e alla dimane si
arsero i rilievi. Queste cerimonie continuate per otto giorni
consecutivi, segregarono perpetuamente i sacerdoti dal resto del popolo
e dai leviti medesimi.
Al tempo di Davide i Sacerdoti erano divenuti tanto numerosi, che furono
ordinati in ventiquattro classi, le quali succedevansi ogni settimana
nelle funzioni sacre.
Sin dopo la schiavitù Babilonese il titolo di pontefice fu ereditario
nella famiglia di Eleazzaro. Antioco Epifane cominciò a vendere tale
dignità al migliore offerente. In seguito alle splendide vittorie dei
Macabei, uno di quei fratelli, Simeone, fu investito dagli ebrei della
doppia dignità di principe e di pontefice: dignità che si perpetuarono
nei suoi discendenti sino ad Erode. D’origine straniera, costui dopo di
aver usurpato l’autorità sovrana, e lordatosi le mani del sangue
dell’ultimo rampollo maschio⁷⁵ di quella illustre famiglia, riserbò per
sè la nomina del pontefice. Quest’abuso, che serviva a fare versare
l’oro a piene mani nel tesoro dello Stato e nelle borse dei suoi
proconsoli, fu seguito dai Romani; per cui quella dignità non fu più
circondata dalla venerazione popolare come per lo innanzi.
⁷⁵ Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti,
grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo
il pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era
esecrato Erode. E fu appunto l’ammirazione e l’entusiasmo ch’egli
destò nel popolo nella prima grande solennità nella quale
pontificò, che fu causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal
favore popolare che si ridestava veemente pel discendente di tanti
eroi, Erode ricorse al delitto, e lo fece affogare in un lago che
abbelliva il parco del reale palazzo di Gerico.
L’indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita
agitatissima di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi
disegni di potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e
che se fece molto male compì opere grandiose e fu per natura o per
calcolo, munificentissimo; aggiungeremo qui solamente ch’egli fece
perire, a 22 anni, l’infelice Marianna sua moglie sorella del
suddetto Aristobolo, donna celebrata per venustà di forme, per
religione e pudicizia e da lui idolatrata. Questi due fatti ci
spiegano l’odio invincibile che trovò sempremai nel popolo malgrado
le sue larghezze, le città rifabbricate o abbellite, e la sontuosa
riedificazione del Tempio.
La consacrazione dei Leviti seguì in questo modo: 1º Dopo che s’era loro
lavato il corpo e raso in tutte le sue parti, essi dovevano prendere
farina, olio e due tori. Uno di questi tori doveva essere offerto in
olocausto, e l’altro in sacrifizio espiatorio; 2º Mosè doveva aspergerli
di acqua lustrale; 3º I capi di famiglia imponevano loro le mani sulla
testa, come si faceva per le vittime, e li consacravano al Signore in
proprio luogo ed invece dei loro primogeniti; 4º I leviti assistiti dai
sacerdoti si prosternavano davanti al Signore od al tabernacolo per
consecrargli le loro proprie persone; 5º Finalmente imponevano le mani
sui tori offerti e li immolavano.
Questa cerimonia li consacrava al ministero santo e li dichiarava
appartenenti a Dio e ai sacerdoti. Pare che la legge non assegnasse loro
alcun particolare vestimento; solamente ai tempi di Davide e di Salomone
i cantori, i musici e quei che portavano l’arca dell’alleanza, erano
distinti dagli altri, da una specie di rocchetto o cotta di fino lino,
che indossavano solamente nell’esercizio delle loro funzioni.
Gli uffizi dei leviti erano i seguenti: servire i sacerdoti; fare da
guardiani al Tabernacolo e poscia al Tempio; portare le varie parti del
Tabernacolo cogli accessori nella marcia del deserto; mantenere la
pulizia del Tempio; amministrarne le entrate e i tesori, e finalmente
sotto Davide e dopo questo principe addestrarsi nella musica e nel
canto. Dovevano inoltre studiare le sacre scritture e coadiuvare i
sacerdoti nello istruire il popolo nei suoi doveri religiosi e morali.
I leviti erano divisi in tre grandi famiglie secondo il nome dei tre
figliuoli di Levi Kead, Gheresson, e Meravi. Davide divise in quattro
classi i trent’otto mila leviti che allora si trovavano adulti,
ventiquattro mila furano addetti al servizio dei sacerdoti; quattro mila
vennero fatti guardiani o portinai, altrettanti nominati musici, e sei
mila giudici e genealogisti nelle città inferiori. I musici furono alla
loro volta divisi in ventiquattro classi, il cui servizio era
alternativo e durava una settimana. I guardiani si mutavano pure ogni
settimana nel giorno di sabbato e facevano sentinella a sei, a quattro,
a due. Tutti gli ordini e tutte le classi avevano capi particolari.
Archeologia.
Riprenderemo ora gli studii incominciati nel mese antecedente sulla
Società civile degli antichi ebrei, e parleremo delle diverse specie di
malattie cui andavano soggetti; della immortalità dell’anima; degli usi
che hanno rapporto alla morte e alla sepoltura dei cadaveri; ed infine
degli ufficii dei medici e della loro importanza.
§ 1—_Malattie._
Gli uomini delle prime età, alieni dalle grandi passioni, e conducenti
una vita semplice ed uniforme, non dovettero essere soggetti che a
piccolo numero d’infermità; motivo per cui nella Scrittura si parla
molto raramente di malattie propriamente dette. Oltre a questa ragione
generale a tutti i popoli antichi, due altre cause dovevano, a parere
nostro, contribuire principalmente a rendere rare le infermità presso
gli ebrei, cioè l’aria salubre del clima da loro abitato, e le savie
leggi igieniche di Mosè.
Generalmente parlando pare che gli ebrei avessero la persuasione che le
malattie e la morte altro non fossero che castighi mandati da Dio a
colpire il peccatore. Adamo ed Eva peccano e tosto Dio li condanna alla
morte; Faraone rapisce Sara e Abimelecco rapisce Rebecca, e Dio affligge
di terribile malore l’uno e l’altro colle loro famiglie; Marianna
sorella di Mosè non sì tosto mormora del fratello, viene colpita dalla
lebbra; i figli d’Aronne sono colpiti da morte per avere brucciato
intempestivamente l’incenso dinanzi a Dio; e i Filistei, i Betsaniti,
Ozia re di Giuda, Oza, il re Gioram si fanno colpevoli verso Dio, e la
mano di lui pesa immediatamente sul loro capo. Davide seduce Betsabea, e
Dio colpisce di malattia letale il frutto dell’adulterio; lo stesso re
commette un atto di superbia e Dio che già era adirato contro Israele
(per peccati che non specifica), manda una epidemia terribile che in
meno d’un giorno, spegne ottantamila persone. Ghehhazì si rende
colpevole d’indelicatezza verso Eliseo e tosto è colpito dalla lebbra;
Saulle trasgredisce gli ordini di Samuele ed è invaso da uno spirito
maligno che lo tormenta; Giobbe è oppresso da grandi sciagure e gli
amici che erano accorsi a confortarlo, lo suppongono reo di qualche
misfatto perchè Dio non colpisce se non i peccatori. I nostri Dottori ci
lasciarono il seguente adagio: «Non si dà morte senza peccato, nè si
danno dolori senza colpe».
Le principali e più terribili malattie di cui ci parli la Scrittura,
sono la pestilenza e la lebbra tutte e due endemiche dell’Egitto.
La pestilenza è malattia abbastanza conosciuta da esimerci di parlarne.
La lebbra non è solo una malattia cutanea, ma attacca eziandio il
tessuto cellulare, le ossa, la midolla, tutte le articolazioni; corrode
le estremità delle membra, a poco a poco stendesi per tutto il corpo e
finalmente lo mutila riducendolo allo stato più schifoso.
Fra gli ebrei i sintomi di questa malattia erano benigni: i primi non
erano altro che piccoli punti quasi impercettibili, che presto
diventavano croste o scaglie dapprincipio bianche poi nericcie e
circondate da aureola rossigna: ma questi punti prima radunati attorno
gli occhi od alle narici, stendevansi gradatamente su tutto il corpo
fino a che non vi restava più brandello di cute; gli stessi capegli o
peli tutti infetti da questo orribile morbo, cadevano affatto. Il peggio
si era, che questa malattia si perpetuava fino alla terza e quarta
generazione; e che il semplice contatto, l’alito, la vicinanza,
bastavano sovente a comunicare il veleno. Ciò ci rende, ragione della
severità delle disposizioni Mosaiche per separare i lebbrosi dalla
società comune, e dell’obbligo imposto al lebbroso, di portarsi fuori
dell’abitato gridando _thamè, thamè_ (immondo, immondo), per allontanare
da lui tutti i passanti. I sacerdoti erano incaricati della visita dei
lebbrosi, e dovevano vigilare sull’esecuzione delle leggi a loro
relative.
Giudicando da quanto fece Davide nella malattia del figlio ch’eragli
nato da Betsabea, dobbiamo conghietturare che quando la malattia si
aggravava i parenti più prossimi gettavano lugubre grida, si rotolavano
per terra, si stracciavano gli abiti, si mettevano polvere o cenere sul
capo e digiunavano.
§ 2.—_Immortalità dell’anima._
Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti di volerci astenere
da qualsivoglia disquisizione filosofica o filologica, perchè le
riteniamo inopportune pei giovani ai quali sono particolarmente dedicati
questi nostri studi, pure, trattandosi di un soggetto d’alta importanza,
ci teniamo obbligati di farvi un’eccezione. La ragione che ci induce a
derogare dalla nostra linea di condotta, è quella di provare che la
teoria dell’immortalità dell’anima non era sconosciuta a Mosè,
contrariamente all’opinione di molti scrittori che con troppa leggerezza
sostennero non trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.
Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano che gli Ebrei
credevano nell’immortalità dell’anima, è cosa certa che questa credenza
formava un dogma pubblico della religione degli Egiziani. Ora si
potrebbe supporre con fondamento che gli ebrei, se anche l’avessero
ignorata prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza che
se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro sofferenze presenti
colla speranza di una vita migliore, ove il Dio della giustizia li
avrebbe compensati con gioie immortali, e avrebbe fatto aspra vendetta
dei loro oppressori? Anzi l’essersi Mosè astenuto di parlarne
chiaramente non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che il
popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D’altronde contentandoci
di appena accennare la risurrezione di Ezechiello; lo spirito di Samuele
fatto evocare da Saulle e che dimostra ad evidenza una fede nella
immortalità dell’anima, poichè non si evoca cosa che non si creda
esistere fermamente; il versetto che troviamo nell’Ecclesiaste così
concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo) alla terra come fu; e lo
spirito (l’anima) ritornerà al Dio che la diede», e tenendoci ai soli
libri mosaici diciamo essere indubitabile che in essi vi si allude in
più luoghi con tanta chiarezza, da renderne impossibile la
contestazione.
Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda vivamente agli
ebrei di mai mettere in dubbio l’assoluta spiritualità di Dio, e di non
obliare mai che nel grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma
non videro immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che l’uomo è
fatto ad _immagine_ e _somiglianza_ di Dio, in che poteva fare
consistere questa _immagine_ e _somiglianza_ se non nello _spirito_
ovverossia nell’_anima_?
Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come accertò nella
estrema sua cantica, che Dio ha la potenza di ferire e di risanare, di
fare _morire_ e di fare _rivivere_? E le espressioni di cui esso si
serve per indicare la morte, non sono una conferma a questa nostra
opinione? Le parole di _andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto
dai suoi padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare in
pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie genti_ suscitano forse
nell’animo nostro la sconsolante e desolata immagine del nulla? Mosè
voleva indicare il ritrovo delle fredde ceneri degli avi e delle proprie
genti che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere riuniti a
quei nostri diletti che ci precedettero nella vita eterna del cielo? E
l’espressione di _gherim_ (pellegrini) con cui si qualificano i
patriarchi, non serve forse a dimostrare chiaramente che questa vita non
era considerata che un passaggio verso la vera patria che è il cielo?⁷⁶.
⁷⁶ Gli ebrei dividevano l’universo in tre parti: 1º _samáim_ (cielo)
abitazione di Dio; 2º _érez_ (terra) abitazione dei viventi; 3º
_sceól_ dimora dei morti.
§ 3.—_Sepoltura._
Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli chiudevano gli occhi;
ed era per loro un pietoso dovere il darsi ai preparativi pei funerali.
La maniera di seppellire i morti variava secondo le diverse condizioni
del defunto. Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne il
cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo: ma
trattandosi di una persona ragguardevole, pare cosa assai probabile, che
a imitazione degli Egiziani anch’essi lo avviluppassero in molte fasce o
lenzuoli, lo esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso di
fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra e d’aloe, e che
vi praticassero l’imbalsamazione.
Quest’operazione, che gli ebrei impararono in Egitto, consisteva nello
estrarre i visceri per un’incisione fatta al fianco sinistro, ed il
cervello per le narici con uno strumento ricurvo e poscia ne riempivano
le cavità di bitume, di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla
fasciatura, e tutti i membri erano avviluppati l’un dopo l’altro in
lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per quest’operazione
s’impiegavano quaranta giorni. Il corpo imbalsamato era posto in una
bara di sicomoro, rappresentante al di fuori la forma umana.
Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare i corpi
insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci. Il corteggio
funebre era composto dei congiunti e degli amici dei defunti; ma
volendolo rendere più pomposo, si prezzolavano piagnone e musici che
eseguivano arie lugubri e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud
troviamo infatti essere obbligo d’ogni israelita di onorare la propria
moglie, provvedendo pei suoi funerali due _hhalilín_ (tamburri) ed una
piagnona.
Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno cinquanta cubiti
dalle città o dai borghi, e l’essere sotterrato di nascosto senza
corteggio e lutto era il massimo dei disonori; e si diceva _kevurád
hhamór_ (sepoltura dell’asino). Le fosse erano talvolta scavate nel
sasso vivo o costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che
ora sono dette _mearà_, ora _scihhà_ o _sciuhhà_, ora _bor_ ed ora
_kéver_. Quest’ultima denominazione era però adoperata ad indicare
qualunque sorta di sepolcri.
Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una semplice fossa in
cimiteri comuni: ma le famiglie agiate avevano tombe particolari, ed il
sito a preferenza d’ogni altro, era scelto nei giardini e nei luoghi
ombrosi.
In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal patriarca
Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima Rachele, che perde
immaturamente nel suo ritorno in patria; vediamo fatto menzione di
_massevoth_ o tumuli, che erano fatte d’un sol sasso grande e scolpito,
come se ne incontrano tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta
antichità.
Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni di dolore
a cui si abbandonano in Oriente i parenti dei defunti. Noi abbiamo già
accennato che quelle che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze
non erano meno intense. Aggiungeremo qui, che fra i molti segni di lutto
consacrati presso di loro, è principalmente da notarsi quello di
squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di camminare a piedi e capo
nudo, e di tenere barba e cappelli arruffati. Era pure proibito l’uso
dei profumi e degli olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni
astenevansi pure dal vino e digiunavano.
La legge però proibiva severamente di strapparsi le sopracciglia, di
graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.
§ 4.—_Medici._
S’ignora affatto in che consistesse la medicina presso gli uomini
primitivi; ma si può bene affermare che non era tale certamente da
meritarsi il nome di scienza. Strabone ed Erodoto ci dicono che presso i
Babilonesi e gli Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico
affinchè i già colpiti e sanati dalle stesse infermità, aiutassero di
consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema che aveva il vantaggio
di fare profittare a ciascuno delle scoperte particolari fu
probabilmente accettato da altri popoli.
La prima volta che nella scrittura si parla di medici _rofeím_, è in un
versetto del Genesi ove è detto che essendo morto Giacobbe, «Giuseppe
ordinò ai suoi servitori i _rofeim_ d’imbalsamare suo padre». Ma convien
notare due cose: La prima che non è detto che Giuseppe abbia mandato
medici a visitarlo malato; la seconda che in tutta la Genesi, non v’ha
altra parola riguardante i medici e le medicine; quantunque si parli
bene spesso di malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco,
Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi. A proposito
anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa assai indisposta in una
certa epoca di sua vita, e non sapendo come spiegarsi i patimenti che
soffriva andò a consultare _Adonai_ (Iddio), dizione che i commentatori
intendono per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o Abramo.
In due luoghi però Mosè accenna a medici e medicine. Primieramente
quando parlando di due abbarruffatori, l’uno dei quali fosse stato così
malconcio da dovere mettersi a letto, ma non per ferita mortale
statuisce che: «il feritore sia assolto; ma indennizzi il ferito
dell’interruzione del lavoro, e della spesa voluta per la compiuta
guarigione». L’altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne
distingue le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi, e
descrive persino gli indizii d’una lebbra incominciata, inveterata,
guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di ulceri, di fratture, di
contusioni e dei rimedii che venivano impiegati per la loro guarigione,
e che consistevano principalmente nel balsamo, nella resina, nelle
fasciature e nell’olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte dei
malori nominati si riferiscono alle parti esterne del corpo, noi siamo
portati ad inferirne che presso gli Ebrei come presso gli altri popoli
antichi, le discipline mediche consistessero per la massima parte nelle
nozioni chirurgiche⁷⁷; e che presso d’essi come presso gli Egiziani, la
medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti. Sono
essi infatti che dichiarano la comparsa della lebbra negli uomini, nelle
stoffe e nei muri delle case⁷⁸; sono essi che ne curano gli affetti e ne
attestano la guarigione.
⁷⁷ Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse
alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici,
dissero: che sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di
avvicinarsi alla morte per indebolimento delle sue forze naturali;
che sino al patriarca Giacobbe nissun uomo si ammalò prima di
morire; e che sino al profeta Eliseo, nissun uomo guarì di una
malattia precedente a quella a cui dovette soccombere.
⁷⁸ Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère)
racconta i seguenti fatti: «l’anno 791 e i seguenti, i vermi che
attaccano le stoffe di lana si moltiplicarono d’una maniera
prodigiosa a qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi
assicurò che quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa.
Meravigliato di un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la
mia abitudine, tutte le precauzioni possibili per assicurarmi della
verità; e riconobbi coi miei proprii occhi che i danni causati da
quei vermi non erano stati esagerati».... «Nell’anno 821 essi
attaccarono i muri delle case e rosero talmente i travicelli che
formavano i pavimenti, che essi rimasero assolutamente vuoti. I
proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii che i vermi
avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu quasi distrutto
intieramente».
Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè,
relativamente alla comparsa delle così dette da lui piaghe di
lebbra nei muri delle case.
————
MERHHASVAN (_Ottobre-Novembre_).
Due soli avvenimenti degni di nota successero in questo mese. Il primo è
quello che segna il termine dei lavori del Tempio eretto da Salomone; il
secondo è quello che segna la data della festa ideata ed instituita da
Roboamo in onore del Baal, onde sostituire nell’opinione del popolo la
festa che si era solennizzata in Gerusalemme il quindici del mese
precedente (Sucoth). Questo malaugurato pensiero gli fu suggerito dalla
stessa causa che già gli aveva consigliato l’erezione dei due vitelli
d’oro, alle due estremità del regno. Ci pare degno d’essere raccontato
per intiero l’incidente successo allo stesso re, nel momento preciso in
cui stava per bruciare l’incenso sull’altare. Conviene sapere che nello
stesso modo che egli aveva consacrato a sacerdoti individui che non
appartenevano neanche alla tribù di Levi, così si creò da se stesso
Pontefice del nuovo culto introdotto in Israello. Un profeta⁷⁹ arrivato
allora dal paese di Giuda, con accento sdegnoso e profondamente
convinto, rivolgendosi all’altare così prese ad apostrofarlo: «Oh
altare, oh altare ascolta la parola di Dio. Verrà tempo in cui nascerà
un figlio nella famiglia di Davide che si chiamerà Giosia; il quale farà
dissotterrare le ossa dei sacerdoti del Baal, e li farà abbrucciare su
te. Ed in prova che questa mia predizione non sarà per fallire, tu, o
altare, ti spaccherai immantinenti atterrando tutto quanto ti sta
sopra». Il segnale dato stava per verificarsi, quando il re sdegnato di
tanta audacia, allungò il braccio, e segnando il profeta gridò agli
astanti: «prendetelo, prendetelo».
⁷⁹ G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma
probabilmente egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel
secondo libro delle Cronache.