Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di

Ellul, si suonano quattro sole _techiód_ di _sciofar_; in ognuno di

questi due giorni se ne suonano _cento_: cioè trenta tra le due orazioni

di _tefilà e mussaf_ (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi

mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest’ultima

preghiera, e quaranta alla fine d’essa. Le prime trenta vengono dette

_techiód miiossév_ (da _iassav_ stare, sedere); le seconde trenta

vengono dette _techiód meoméd_ (da _amad_ alzarsi, sorgere) perchè si

suonano mentre si dice la _amidà_. Un chiarissimo Dottore esaminando

quali cause avevano potuto motivare l’obbligo imposto di suonare lo

_sciofar_ in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo

soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In

commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui

narrazione è detto: «la voce dello _sciofar_ era fortissima»; 2ª In

commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia

annunziando agli Ebrei l’avvicinarsi del nemico, predisse le funeste

conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla

seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io

tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso:

imperocchè il suono dello _sciofar_ udì l’anima mia, il clangor di

battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d’Isacco, fatto che

segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia

potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre

preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a

titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro

ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l’amore di Dio

sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di

un politico ristabilimento indipendente d’Israele, avvenimento che verrà

anunziato, dice un profeta, «collo suono di _grande sciofar_».

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a

questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in

cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la

lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che

secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche

l’_aftarà_⁶⁹, che si recita nel primo giorno, ci espone l’avvenimento

della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide

pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi

sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano

Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili

titoli di benemerenza verso il popolo d’Israele.

⁶⁹ L’instituzione dell’_aftarà_ (che consiste in un capitolo dei

Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia

colla _parassà_), si crede tragga origine da una fiera persecuzione

sofferta dagli Ebrei sotto l’Imperatore Adriano. Come vedemmo nel

mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di

morte, l’esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio

religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri

che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore

Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l’altro lato di

esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente

dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni

precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica

del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei

Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia.

Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la

lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli

che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla

loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro

costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.

Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele

trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu

causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e

pontefice Eli; della perdita dell’Arca santa e di parecchie belle

provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano

deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l’amore e la fiducia d’Israele, ne

risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto

mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i

confini del regno; ed ebbe l’insigne merito di riunire in un corpo di

nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù

d’Israele.

Racconteremo l’ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso

risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il

suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed

incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass

l’Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo

d’Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l’occhio destro a

tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il

popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per

dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo

dell’invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora

ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e

canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi

dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me

davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho

preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho

accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per

lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò».

Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai

tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi,

contro voi, il Signore, ed è testimonio l’unto suo, che non avete

trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di

rigoroso digiuno. Vien detto _iom achipurím_, giorno delle espiazioni, e

lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.

Era quello l’unico giorno dell’anno in cui il sommo sacerdote era

obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano

principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio,

erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra

le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all’altare il vitello

che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua

famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei

peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e

quale mandare libero al deserto. Dopo d’avere purificato il santuario,

il tabernacolo e l’altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da

mandarsi all’_azazél_ al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti

i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente

lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo

destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati

immolati, l’uno pei misfatti del pontefice, l’altro pei misfatti del

popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi:

tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all’altro

capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai

loro traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell’anno, che il Sommo sacerdote entrava

nel _Debìr_ o santo dei santi a bruciare l’incenso innanzi all’Arca

santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva

prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio,

dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non

cessi di sedere sul trono d’Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa

che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per

annona) l’uno dall’altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare

le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non

piova).

Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade

d’anni si annunziava l’anno del giubileo, facendo passare lo suono dello

_sciofar_ in tutto il paese.

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava

circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi

seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e

pericolosa⁷⁰; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione

dando una festa.

⁷⁰ La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato

trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da

essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed

importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne

estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si

legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si

constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che

ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era

divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al

migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati

e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati

uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant’anni, tutti

gli altri non compirono l’anno nell’altissimo ufficio.

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di _sucoth_ o dei

tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri

nell’Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro

vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è

gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare

dall’ardore del sole.

Questa festa viene pure chiamata _hhag aassif_ (festa del raccolto)

perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente,

come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi

delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per

sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto

quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel

primo giorno di questa solennità del frutto d’una pianta che la legge

denomina _ess-adar_, e che la tradizione definisce pel _cedro_; dei rami

di palme _lulav_; e dei salici di riviera _aravà_; e portarli

processionalmente nel Tempio per sette giorni⁷¹.

⁷¹ Alla sera nell’atrio delle donne si faceva una gran luminaria che

tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi

gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le

persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed

intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale

oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci

in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di

singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e

Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in

mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure

una.

Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi

coll’umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri

Dottori. Secondo essi, indica l’unione fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e

l’ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome

particolare di _sceminì asséred_ (ottavo giorno di festa), e il giorno

aggiunto per la causa già detta porta il nome di _simhhad torà_ (letizia

della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche

del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel

quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con

maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare

sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome

speciale di _ossaanà rabbà_, probabilmente perchè si recita la _ossaanà_

più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli

altri giorni di _hhol amoéd_ (mezze feste), pure l’orazione mattutina

viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da

Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie⁷²; ed oltre al

_lulav_ ogni fedele si provvede di una così detta _aravà_ (alcuni gambi

di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale _mussaf_.

Quest’uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la

quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel

giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che

ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.

⁷² Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel

Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella

Palestina cominciavano d’ordinario col susseguente mese di

Merhhasvan.

Questa festa è l’ultima delle tre così dette _saloss regalím_ in cui

tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove

offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle

frutta⁷³. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui

partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a

Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.

⁷³ Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano

da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri

riconosciuta ed ammirata la sapienza politica che l’ha inspirata.

Per essa tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a

conoscersi, ad affratellarsi nella comune capitale; per essa si

stringevano quei vincoli di amore e di fedeltà che necessariamente

debbono legare ogni singolo cittadino al suo governo, alla sua

religione e alla sua patria; per essa ogni cittadino veniva tre

volte l’anno a fare atto di ossequio al suo Dio e al suo re, e

nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della

concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere

di concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e

all’indipendenza della patria.

Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che

Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e

coi segni della maggiore letizia, l’anno 480, dopo l’uscita d’Israele

dall’Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad

offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già

accennammo, non furono più interrotti sino all’entrata dei Romani in

Gerusalemme.

Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di

un fatto luttuoso successo il giorno terzo che fu giudicata, e fu

realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero

commemorato con pubblico digiuno.

Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata

Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i

figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia

acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto

deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò

alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un

certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di

radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei

che al tempo dell’assedio e della presa della città, avevano riparato in

Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere

ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza.

In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l’inarrivabile

cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato

consigliatore di un’alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le

generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra

dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo

ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida

larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un

principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all’indipendenza

primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che

molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli

Ebrei, gli fece concepire l’infame progetto di fare morire Godolia col

triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli

totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di

Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di

Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia,

rese quest’ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro

la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di uccidere quell’uomo

infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile

assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di

Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di

calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla

intraprendere contro quell’uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto

agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all’improvviso,

venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto

di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell’eccidio temendo più che

mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di

Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del

profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse

totalmente disertato il sacro suolo nazionale.

Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione.

Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi

Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla

tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa;

e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.

Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per

prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta

degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni

dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia

nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel

fatto e maledicendo «all’ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per

la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero

sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».

Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente

disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di

Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.

Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime

incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di

questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui

e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso

dell’altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi

parenti, colse l’istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro

di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi

sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui

e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi

di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende,

colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi

un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una

verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le

disponesse tutte innanzi all’Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe

manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire

la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione

toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di

mandorle⁷⁴. Per ordine di Dio, questa verga ed un’ampolla di manna si

conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti

che rappresentavano.

⁷⁴ Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande

importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè _fu il

più umile_ di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente

_disinteressato_. Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva

redento e nol volle, poteva lasciare il principato ai suoi

figliuoli ed invece scelse a suo successore un estraneo alla sua

casa e alla sua tribù. Non toccò la terra promessa; e dopo che Dio

miracolosamente gliela fece vedere dal vertice del Nebo, fu

contento di spirare alla vista di quel fertile paese, ove quel

popolo che amò d’un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi grande

delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù; avrebbe

dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la

giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita

tranquilla e felice mantenendo il suo patto.

«L’esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua

Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s’egli non

fosse inspirato».

Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la

fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a

tutti i «_sapienti di cuore_», perchè confezionassero gli abiti di

Aronne e quelli dei suoi figli.

Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell’offrire le oblazioni e le

vittime; bruciare l’incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume

santo innanzi all’altare; compire la purificazione delle persone e delle

cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando

dovevano presentarsi all’altare era loro severamente proibito l’uso del

vino e dei liquori.

Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una

cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in

una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto

spesso.

Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più ampia alla quale si

trovava attaccato l’_Efod_, specie di veste di un ricco tessuto, in

ciascuna delle cui spalle era incastrata una grossa pietra preziosa coi

nomi di sei tribù. Il lembo estremo di questa seconda tunica era

alternativamente guernito di una granata fatta di lino ritorto di

diversi colori, e di un campanellino d’oro il cui suono annunziava la

entrata di lui nel santo dei santi. La sua tiara assai più elevata che

la mitra degli altri sacerdoti, aveva innanzi una piastra d’oro,

attaccata con un cordone di porpora sulla quale si leggevano le parole:

_kodesc l’adonai_ (Santo all’Eterno).

Un tessuto doppio di lana variata, detto _hhoscen_, di lino e di fili

d’oro, si trovava fissato sul suo petto con delle catenelle, di cui le

une si affibbiavano alle spallette dell’_Efod_, le altre al cinturino.

Dodici pietre preziose incastrate su quattro ordini, portavano inciso

ciascuna il nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea

rappresentante la confederazione delle dodici tribù in un popolo unito,

e la loro perfetta uguaglianza al cospetto di Dio padre e Signore di

tutti!

I mesi dell'anno ebraico · 第 10 / 19 段