Ellul, si suonano quattro sole _techiód_ di _sciofar_; in ognuno di
questi due giorni se ne suonano _cento_: cioè trenta tra le due orazioni
di _tefilà e mussaf_ (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi
mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest’ultima
preghiera, e quaranta alla fine d’essa. Le prime trenta vengono dette
_techiód miiossév_ (da _iassav_ stare, sedere); le seconde trenta
vengono dette _techiód meoméd_ (da _amad_ alzarsi, sorgere) perchè si
suonano mentre si dice la _amidà_. Un chiarissimo Dottore esaminando
quali cause avevano potuto motivare l’obbligo imposto di suonare lo
_sciofar_ in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo
soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In
commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui
narrazione è detto: «la voce dello _sciofar_ era fortissima»; 2ª In
commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia
annunziando agli Ebrei l’avvicinarsi del nemico, predisse le funeste
conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla
seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io
tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso:
imperocchè il suono dello _sciofar_ udì l’anima mia, il clangor di
battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d’Isacco, fatto che
segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia
potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre
preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a
titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro
ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l’amore di Dio
sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di
un politico ristabilimento indipendente d’Israele, avvenimento che verrà
anunziato, dice un profeta, «collo suono di _grande sciofar_».
Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a
questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in
cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la
lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che
secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche
l’_aftarà_⁶⁹, che si recita nel primo giorno, ci espone l’avvenimento
della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide
pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi
sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano
Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili
titoli di benemerenza verso il popolo d’Israele.
⁶⁹ L’instituzione dell’_aftarà_ (che consiste in un capitolo dei
Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia
colla _parassà_), si crede tragga origine da una fiera persecuzione
sofferta dagli Ebrei sotto l’Imperatore Adriano. Come vedemmo nel
mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di
morte, l’esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio
religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri
che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore
Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l’altro lato di
esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente
dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni
precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica
del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei
Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia.
Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la
lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli
che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla
loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro
costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.
Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele
trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu
causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e
pontefice Eli; della perdita dell’Arca santa e di parecchie belle
provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano
deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.
Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l’amore e la fiducia d’Israele, ne
risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto
mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i
confini del regno; ed ebbe l’insigne merito di riunire in un corpo di
nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù
d’Israele.
Racconteremo l’ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso
risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il
suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed
incorrotta.
Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass
l’Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo
d’Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l’occhio destro a
tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il
popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per
dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo
dell’invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora
ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e
canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi
dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me
davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho
preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho
accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per
lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò».
Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai
tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi,
contro voi, il Signore, ed è testimonio l’unto suo, che non avete
trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».
Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di
rigoroso digiuno. Vien detto _iom achipurím_, giorno delle espiazioni, e
lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.
Era quello l’unico giorno dell’anno in cui il sommo sacerdote era
obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano
principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio,
erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra
le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all’altare il vitello
che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua
famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei
peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e
quale mandare libero al deserto. Dopo d’avere purificato il santuario,
il tabernacolo e l’altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da
mandarsi all’_azazél_ al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti
i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente
lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo
destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati
immolati, l’uno pei misfatti del pontefice, l’altro pei misfatti del
popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi:
tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all’altro
capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai
loro traviamenti.
Era pure in tale giorno, unico nell’anno, che il Sommo sacerdote entrava
nel _Debìr_ o santo dei santi a bruciare l’incenso innanzi all’Arca
santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva
prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio,
dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non
cessi di sedere sul trono d’Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa
che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per
annona) l’uno dall’altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare
le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non
piova).
Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade
d’anni si annunziava l’anno del giubileo, facendo passare lo suono dello
_sciofar_ in tutto il paese.
Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava
circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi
seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e
pericolosa⁷⁰; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione
dando una festa.
⁷⁰ La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato
trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da
essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed
importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne
estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si
legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si
constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che
ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era
divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al
migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati
e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati
uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant’anni, tutti
gli altri non compirono l’anno nell’altissimo ufficio.
Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di _sucoth_ o dei
tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri
nell’Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro
vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è
gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare
dall’ardore del sole.
Questa festa viene pure chiamata _hhag aassif_ (festa del raccolto)
perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente,
come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi
delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per
sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto
quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel
primo giorno di questa solennità del frutto d’una pianta che la legge
denomina _ess-adar_, e che la tradizione definisce pel _cedro_; dei rami
di palme _lulav_; e dei salici di riviera _aravà_; e portarli
processionalmente nel Tempio per sette giorni⁷¹.
⁷¹ Alla sera nell’atrio delle donne si faceva una gran luminaria che
tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi
gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le
persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed
intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale
oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci
in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di
singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e
Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in
mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure
una.
Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi
coll’umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri
Dottori. Secondo essi, indica l’unione fraterna di tutti gli uomini.
La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e
l’ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome
particolare di _sceminì asséred_ (ottavo giorno di festa), e il giorno
aggiunto per la causa già detta porta il nome di _simhhad torà_ (letizia
della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche
del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel
quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con
maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare
sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome
speciale di _ossaanà rabbà_, probabilmente perchè si recita la _ossaanà_
più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli
altri giorni di _hhol amoéd_ (mezze feste), pure l’orazione mattutina
viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da
Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie⁷²; ed oltre al
_lulav_ ogni fedele si provvede di una così detta _aravà_ (alcuni gambi
di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale _mussaf_.
Quest’uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la
quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel
giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che
ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.
⁷² Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel
Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella
Palestina cominciavano d’ordinario col susseguente mese di
Merhhasvan.
Questa festa è l’ultima delle tre così dette _saloss regalím_ in cui
tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove
offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle
frutta⁷³. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui
partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a
Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.
⁷³ Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano
da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri
riconosciuta ed ammirata la sapienza politica che l’ha inspirata.
Per essa tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a
conoscersi, ad affratellarsi nella comune capitale; per essa si
stringevano quei vincoli di amore e di fedeltà che necessariamente
debbono legare ogni singolo cittadino al suo governo, alla sua
religione e alla sua patria; per essa ogni cittadino veniva tre
volte l’anno a fare atto di ossequio al suo Dio e al suo re, e
nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della
concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere
di concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e
all’indipendenza della patria.
Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che
Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e
coi segni della maggiore letizia, l’anno 480, dopo l’uscita d’Israele
dall’Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad
offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già
accennammo, non furono più interrotti sino all’entrata dei Romani in
Gerusalemme.
Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di
un fatto luttuoso successo il giorno terzo che fu giudicata, e fu
realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero
commemorato con pubblico digiuno.
Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata
Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i
figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia
acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto
deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò
alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un
certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di
radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei
che al tempo dell’assedio e della presa della città, avevano riparato in
Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere
ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza.
In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l’inarrivabile
cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato
consigliatore di un’alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le
generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra
dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo
ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida
larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un
principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all’indipendenza
primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che
molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli
Ebrei, gli fece concepire l’infame progetto di fare morire Godolia col
triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli
totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di
Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di
Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia,
rese quest’ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro
la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di uccidere quell’uomo
infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile
assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di
Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di
calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla
intraprendere contro quell’uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto
agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all’improvviso,
venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto
di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell’eccidio temendo più che
mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di
Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del
profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse
totalmente disertato il sacro suolo nazionale.
Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione.
Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi
Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla
tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa;
e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.
Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per
prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta
degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni
dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia
nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel
fatto e maledicendo «all’ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per
la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero
sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».
Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente
disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di
Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.
Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime
incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di
questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui
e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso
dell’altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi
parenti, colse l’istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro
di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi
sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui
e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi
di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende,
colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi
un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una
verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le
disponesse tutte innanzi all’Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe
manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire
la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione
toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di
mandorle⁷⁴. Per ordine di Dio, questa verga ed un’ampolla di manna si
conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti
che rappresentavano.
⁷⁴ Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande
importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè _fu il
più umile_ di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente
_disinteressato_. Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva
redento e nol volle, poteva lasciare il principato ai suoi
figliuoli ed invece scelse a suo successore un estraneo alla sua
casa e alla sua tribù. Non toccò la terra promessa; e dopo che Dio
miracolosamente gliela fece vedere dal vertice del Nebo, fu
contento di spirare alla vista di quel fertile paese, ove quel
popolo che amò d’un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi grande
delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù; avrebbe
dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la
giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita
tranquilla e felice mantenendo il suo patto.
«L’esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua
Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s’egli non
fosse inspirato».
Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la
fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a
tutti i «_sapienti di cuore_», perchè confezionassero gli abiti di
Aronne e quelli dei suoi figli.
Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell’offrire le oblazioni e le
vittime; bruciare l’incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume
santo innanzi all’altare; compire la purificazione delle persone e delle
cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando
dovevano presentarsi all’altare era loro severamente proibito l’uso del
vino e dei liquori.
Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una
cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in
una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto
spesso.
Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più ampia alla quale si
trovava attaccato l’_Efod_, specie di veste di un ricco tessuto, in
ciascuna delle cui spalle era incastrata una grossa pietra preziosa coi
nomi di sei tribù. Il lembo estremo di questa seconda tunica era
alternativamente guernito di una granata fatta di lino ritorto di
diversi colori, e di un campanellino d’oro il cui suono annunziava la
entrata di lui nel santo dei santi. La sua tiara assai più elevata che
la mitra degli altri sacerdoti, aveva innanzi una piastra d’oro,
attaccata con un cordone di porpora sulla quale si leggevano le parole:
_kodesc l’adonai_ (Santo all’Eterno).
Un tessuto doppio di lana variata, detto _hhoscen_, di lino e di fili
d’oro, si trovava fissato sul suo petto con delle catenelle, di cui le
une si affibbiavano alle spallette dell’_Efod_, le altre al cinturino.
Dodici pietre preziose incastrate su quattro ordini, portavano inciso
ciascuna il nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea
rappresentante la confederazione delle dodici tribù in un popolo unito,
e la loro perfetta uguaglianza al cospetto di Dio padre e Signore di
tutti!