Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle

spalle, e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta

della greggia.

Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal

cielo suonò in queste parole:

«Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini,

meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»

L’atto più comune di urbanità essendo il saluto che viene scambiato tra

amici e conoscenti; è perciò naturale che si presenti primo al nostro

esame.

Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto, conteneva una

benedizione. Il saluto più ordinario era infatti: _Dio_ (sia) _con te_:

al quale veniva risposto: _benedica te Iddio_. Si usavano però altre

formule quali sarebbero: _Dio ti sia benigno_: _la benedizione di Dio_

(sia) _sopra di te_; _io ti benedico nel nome di Dio_. Volendo

informarsi del benessere dell’amico, gli si indirizzava la seguente

interrogazione: _aschalom lach?_ a cui ordinariamente veniva risposto:

_schalom_. Gli amici, i parenti e quelli che erano di un rango eguale

per lo più facevano seguire un abbraccio al saluto e specialmente poi

quando non si erano visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi

da persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza, che la

Bibbia esprime colle parole: _si prosternò colla faccia a terra_.

Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco e da quello di

Abigaille verso Davide, si può conghietturare, che l’inferiore si

affrettava a scendere dalla sua montura, quando vedeva arrivare l’uomo

di distinzione al quale voleva presentare i proprii omaggi.

Nel corso della conversazione, l’inferiore dava al superiore il titolo

di _signore_, e a se stesso si attribuiva quello di _servitore_, senza

però lasciare di parlargli direttamente in persona seconda, formula che

si usava quasi esclusivamente. Anche le donne parlando a uomini a loro

superiori davano a se stesse l’epiteto di _serventi_. Pare che gli

uomini non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all’incontro

queste si mostrassero molto sollecite ad usare verso gli uomini

quest’atto d’urbanità. Tale uso si conserva ancora oggi giorno tra gli

Arabi.

Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore⁶³ sugli Orientali, i

quali, dice esso, «conservano talmente le usanze antiche menzionate

nella Storia Sacra e profana, che salvo la religione, si può dire che è

ancora lo stesso popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a

conghietturare che quando si andava a fare visita a un grande

personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo invece entrare in

una casa ordinaria si bussava alla porta, e si attendeva che sortisse il

padrone per esservi introdotto. Partendo dalia stessa supposizione si ha

fondamento a ritenere che, come si usa attualmente dagli Orientali, si

usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore degli ospiti e

di complimentarli con rinfreschi che consistevano allora in vino

mescolato d’aromi, in sciroppo di melagranate, ecc.

⁶³ Shaw t. 1 p. 390.

Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il padrone di casa

gli diceva: _lech leschalom_ (va in pace) augurio questo che si

adoperava anche pel viaggiatore.

Fra gli scambievoli atti d’urbanità a cui ci obbliga la vita socievole,

dopo il saluto e la visita vengono i regali, e di essi la Bibbia ci

offre pure molti esempi. È quasi superfluo dire che i regali, i quali

sono forse ancora più che il saluto e la visita una manifestazione d’una

reciprocanza non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano

necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela e di amicizia

che legavano tra loro chi li offriva e colui a cui venivano offerti, e a

seconda della differenza della loro condizione sociale⁶⁴. Essi

consistevano in armi, in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali

devesi particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele.

Naturalmente non v’era epoca fissa per tale scambio di regali, poichè

gli amici se ne scambiavano nei giorni di allegria per qualsivoglia

festività domestica; e in tali giorni, come pure nelle ricorrenze delle

solennità religiose, se ne distribuivano generosamente al levita, al

forestiero, all’orfano e alla vedova: onde anch’essi, secondo il detto

Mosaico «potessero partecipare alla comune letizia».

⁶⁴ Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali,

inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i

chiaroveggenti e pervertiscono le parole dei pii». Questa

raccomandazione non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri

Dottori rivestiti della qualità di giudici, ma troviamo anzi che

parecchi d’essi ne spinsero la pratica esecuzione ad una

scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo dimostrano ben

chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo ai nostri

lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto: Rabì

Samuele tragittava un’acqua sur una barchetta. Giunto alla riva un

uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso uomo gli

presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo

avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo

giudice perchè ho ricevuto da te un servigio».

Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi

ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta

questi gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per

qual cagione hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone.

«Signore! rispose il gastaldo, ho una causa qui in città, e

dovendomivi recare, ho pensato profittare del viaggio per portarvi

dei vostri frutti. Di grazia! ecco il tenore della mia causa:

spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde il Dottore, tu mi hai

fatto una cortesia, io non posso più essere tuo giudice»: e delegò

due savii a fare le sue veci.

Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando

gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine

smarrite dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo,

parrebbe che i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con

regali di danaro o di qualche genere alimentario; però dalle prove

di disinteresse date da questi due profeti, e particolarmente dal

primo d’essi, del quale parleremo in seguito, e che furono gli

unici dei quali si faccia menzione sotto questo rapporto, noi

abbiamo fondati motivi a credere che quei regali quando venivano da

essi accettati, lo erano a solo titolo di atti di beneficenza verso

i loro alunni poveri.

Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi acquistare la

protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano ai loro inferiori,

locchè veniva stimato un segno di favore e di protezione. Anche ai re si

offrivano regali, ma probabilmente altro non erano se non un’imposta

mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che anche i re dal

canto loro si dimostravano liberali verso quei loro sudditi che

ritenevano degni di particolare distinzione, e che nei tempi di pubblica

esultanza facevano distribuire viveri al popolo radunato.

Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso

allora. Si davano pranzi per festeggiare l’arrivo di qualche parente od

amico che non s’era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore;

alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni;

presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni

loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola

_misthè_, che letteralmente significa _tempo di bere_, probabilmente per

la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla

scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o

anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s’imbandiscono

attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di _lehhem_

che vale _pane_, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante

alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse

preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.

Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno

sull’intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che

anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti

separati come si usava in tutto l’Oriente; quantunque dall’importanza

che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio

che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che

tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di

gioia.

Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello

degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si

parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche,

disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro

parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni

erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai

malfattori e ai reprobi.

Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune

osservazioni giudiziose e spassionate dell’abate Fleury, nel suo

pregiato lavoro _Mœurs des Israélites_: «Essi, gli ebrei, usavano

volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro

linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio:

«L’acqua dei piedi» per sott’intendere l’orina: «Coprire i piedi» per

soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si

coprivano dei loro mantelli dopo d’avere scavato la terra..... D’altra

parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure

quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano

senza riguardo certe infermità segrete dell’uno e dell’altro sesso, ciò

avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»

Sull’argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La

loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva

inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non

avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano

imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva

cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi

riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due

summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi

due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a

volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare

perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il

diletto. L’ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita

dell’uomo, all’effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato

nell’oro. Per godere il fresco e l’aria libera, essi mangiavano

volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.

Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi

nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo

affermare che nella Bibbia non se ne ha traccia veruna. Solo nella legge

tradizionale si parla di giuochi d’azzardo e non solo vengono dichiarati

proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano

deporre come testimoni innanzi ai tribunali.

Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle

occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della

Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle

bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo

stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande.

Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato

«cacciatore forte al cospetto dell’Eterno»; e che la selvaggina tornava

tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior

tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.

Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in

selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola

restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se

per la via s’affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un

nido d’uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui

pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via

la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e

vivrai lungamente⁶⁵».

⁶⁵ Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto

una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il senso

che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha lo stesso

valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel

latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque

azione che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro

cuore un’influenza meno che pietosa; e per altra parte include un

delicato pensiero di misericordia, che è il carattere speciale

della Legislazione mosaica, verso quella povera madre che dovrebbe

assistere alla morte dei suoi figli e allo sperdimento delle sue

uova: inquantochè anche gli animali irragionevoli soffrano

immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non dipendendo

l’amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla

immaginazione e dall’istinto pari nell’uomo, come in tutte le altre

creature.

I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente

dell’arco, delle freccie, del _romahh_ (picca o lancia), dell’_hhanid_

(asta o lancia) e dell’_hherev_ (spada). Le bestie feroci e specialmente

i leoni si prendevano nella _sciuhhà_ (fosso), col _mochesc_ (trappola)

e col _pahh_ (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi.

Finita l’escavazione, se ne copriva l’orifizio di canne o ramoscelli

d’alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si

attaccava un agnello vivo. I belati dell’agnello attiravano la bestia

feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi

della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella

fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare

l’immagine d’imboscate e di pericoli.

Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica e sociale

degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati a consacrare alcune parole

sul trattamento che trovavano presso di loro i poveri ed i forestieri.

Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse eccellenti le

disposizioni da lui prese, e da noi in parte esaminate, onde tutti i

componenti della repubblica da lui fondata potessero vivere in

condizione agiata ed indipendente; tuttavia non poteva illudersi, come

veramente non si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i

vizii degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in un

tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio sociale da lui

stabilito. Ecco con quali parole dimostra questa possibilità ed ordina

di venire in soccorso ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un

paese qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri la tua mano

al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo paese».

La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa classe di

diseredati: 1º _Evion_, derivante dal verbo _avà_, che significa

desiderare, volere; 2º _anì_, da _óni_, afflizione, miseria; 3º _dal_,

che deriva dal verbo _dalal_, e che vale impoverire, mancare,

scarseggiare. Questo vocabolo viene usato indistintamente tanto rapporto

alla salute fisica e allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai

beni di fortuna e alla condizione sociale.

Se portati dall’argomento noi dovemmo occuparci di questa classe

sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati di allungarci a

dimostrare con quanta premura ed amorevolezza venisse essa raccomandata

alla pietà dei ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri

Dottori poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni delicate e

previdenti da quasi rasentare l’esagerazione. A degno complemento dei

loro ammaestramenti definirono il popolo d’Israele per _rahhamaním benè

rahhamaním_, misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè,

conchiusero essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha

misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente di

Abramo⁶⁶.

⁶⁶ Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non

possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed

un esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità

Israelitica. Non isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri

lettori l’alta importanza della prima Sentenza per la tolleranza

religiosa di cui ci dà bella prova.

«È legge di pace l’obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi

nazione in un coi poveri d’Israello, di assisterne gli infermi, di

seppellirne i morti».

«L’infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi

dolori a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso:

«Non sono anch’io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da

me a quel ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che

è sua, ed io giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice

letto ed io sul nudo terreno. L’uomo benefico, colla sua carità,

calma il fremito del povero e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio

dice a quest’uomo benefico: «Colla tua carità tu riconcilii quel

poveretto con me; tu ci metti in pace».

«Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio

principesco, ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di

cadere dalla sua grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che

s’addiceva al suo nome ed alla sua famiglia.

L’infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli

si raccomandava. Fra le solite pompe di costui era questa la più

costante, di percorrere le vie della città montato sur un superbo

cavallo, e preceduto da uno schiavo che gli correva davanti.

Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello

schiavo.

Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare

tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse

davanti al cavallo per ben tre miglia».

Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi raccomandazioni

verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri che noi notiamo, che presso

tutti i popoli antichi i forestieri venivano tenuti quali altrettanti

nemici. Ma quale diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di

autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri le spighe

cadute al mietitore, i grappoli d’uva, le olive che il proprietario

doveva lasciare non raccolte, e quasi dimenticate, in un angolo del

campo e della vigna; la produzione spontanea degli anni sabbatici; in

faccia alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini.

Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce questo loro

diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato) il forestiero che

verrà a stanziare tra voi; voi lo amerete come voi stessi, inquantochè

voi conoscete _l’anima_ (le sofferenze morali) del forestiero, che

forestieri voi foste nella terra d’Egitto». Ed altrove fissando le norme

per cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità, equità e

fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero: «Una sola

giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia pel cittadino quanto pel

forestiero».

E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli animi, e che è a

cento doppi maggiore di quella dei freddi precetti; dimostrò tradotti in

pratica questi generosi e nobili sentimenti cogli esempi di ospitalità

dati da Abramo e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma

d’uomini; dall’esempio di Batuele verso Eliezer; da quello di Labano

verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna; dell’ospitalità da lui

stesso ricevuta in Madian da Ietro, e che a sua volta gli restituì nel

deserto, nell’occasione che gli accompagnò colà la moglie e i figli.

————

TISRI (_Settembre-Ottobre_).

Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di _ierahh aedanim_ (mese

dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare il mese sacro del

popolo ebreo; sia perchè in esso ricorrono le sue feste principali, e

sia perchè i dieci primi giorni d’esso sono intieramente consacrati alla

penitenza; Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una

festa che chiamò _iom teruà_ (giorno di strepitazione). Ora tale festa,

appellata _ross’assanà_ (capo d’anno), si celebra per due giorni

consecutivi in tutto il mondo Israelitico; e per insegnamento

tradizionale i nostri Dottori la dichiararono festa anniversaria della

creazione del mondo motivo per cui l’appellarono: _iom azícarón_ (giorno

di commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei così detti

_asséred iemè tessuvà_ (i dieci giorni penitenziali), oltre allo suonare

lo _sciofar_, gli uffizi religiosi sono assai più prolissi che in

qualunque altro giorno festivo: e sbandito dal rituale ogni canto

giulivo, le preghiere s’informano tutte a una certa malinconia che

commuove il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale che

in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni degli uomini, e

segna il destino di ciascuno d’essi per l’anno che incomincia. In

questi, meglio che in qualunque altro giorno dell’anno, sottoponendo a

scrupoloso esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il

dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo le nostre

anime immortali; e grati a Dio, che nella sua misericordia per la nostra

debolezza ci suggerì un mezzo onde purificarle, siamo in dovere di

adoperarci a riparare quei mali che volontariamente od involontariamente

causammo al nostro prossimo⁶⁷.

⁶⁷ I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono il

perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di

persone: La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a

fidanza coll’indulgenza di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo

pure senza ritegno nè timore: Verrà il giorno di Chipur e noi

otterremo egualmente il perdono».

La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti

pei peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di

ottenere il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di

risarcirne, possibilmente, il danno arrecato.

Su quest’argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che

lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi

Rabbini: «Ove l’offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere

il perdono al suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali,

se ve ne sono, agli eredi, il colpevole è obbligato di farne

pubblica ammenda sul suo sepolcro, pronunziando le parole seguenti

alla presenza di dieci testimonii, la vigilia del giorno di Chipur:

Io fui colpevole verso il Dio d’Israele, e verso costui».

È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia

agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul

nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di

vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento

maggiore che in qualunque altra epoca dell’anno, noi facciamo serio

proponimento di opporre per l’avvenire una valida resistenza alle

tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro

proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d’Israele, e pel

bene della umanità intiera⁶⁸; lo supplichiamo a non permettere che la

carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la

desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini

un patto inalterato d’amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno

in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso,

piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu annunciato dal

profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la

parola di Dio da Gerusalemme».

⁶⁸ Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte

in numero _plurale_. Idea sublime! che ci rappresenta

incessantemente il nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini,

e per conseguenza il dovere di amare e di cercare con sincerità ed

efficacia il bene di tutti, implorando per tutti, come per noi, la

protezione divina.

I mesi dell'anno ebraico · 第 9 / 19 段