esistenza al pensiero di commemorare la seconda ascensione sul Sinai
fatta da Mosè per prendere le seconde tavole della legge:
importantissimo avvenimento che si vuole successo appunto il primo
giorno del mese di _Ellul_. Forse non si ignora che le prime tavole
della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere immediatamente
dopo la proclamazione dei 10 comandamenti, furono da lui stesso spezzate
in un istante di giustissima ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso
dal monte vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d’oro
fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di assentarsi di
nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla esperienza della leggerezza
ed incostanza del popolo abbia voluto rendernelo avvisato facendo
suonare lo _sciofar_, e ridisceso il dieci di _Tisrì_, abbia consacrato
quel giorno alla penitenza e al perdono, chiamandolo _ìom achipurim_
(giorno dell’espiazione o del perdono). Secondo questa credenza la
_tekià_, o le _tekiód_, secondo l’usanza delle Comunioni, che chiudono
quel santo giorno, sarebbero state stabilite in memoria appunto del
suono dello _sciofar_, che Mosè fece ripassare nell’accampamento quello
stesso giorno per annunziare al popolo il suo ritorno.
Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei il canto e la
musica: diremo qui che lo _sciofar_ tradotto dalla Vulgata in _buccina_,
nella Bibbia viene pure appellato _keren aiovèl_ espressione che a detta
dei Rabbini significa _corno di montone_, locchè ci può fare convinti
che questo istrumento era fatto effettivamente con un corno di montone,
o ne aveva almeno la forma.
Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento musicale, che si
adoperava specialmente nelle guerre e per annunziare pubblicamente
l’anno dell’_iovel_ (Giubileo). È cosa probabilissima che la
denominazione data a quell’anno abbia avuto origine dall’istrumento che
era adoperato per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza
dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino invece che la parola
_iovel_ derivi dalla radice _iaval_ che significa _apportare_; perchè
tale anno apportava ad ogni cittadino la gioia di rientrare in possesso
dei beni forzatamente alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa.
Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare tale anno alla
nazione e sulle importanti specialità che lo distinguevano: «Numererai
poi sette ebdòmade di anni (cioè) sette anni sette volte; e quando il
corso delle sette ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel
mese settimo ai dieci del mese suonerai _buccina_ clamorosa; nel giorno
dell’espiazione suonerete la _buccina_ in tutta la vostra terra.
Consacrerete l’anno cinquantesimo e proclamerete franchigia nel paese a
tutti i suoi abitanti. Quello sarà per voi _giubileo_ (_iovél_), e
ciascheduno di voi farà ritorno alla sua possessione, e ciascuno tornerà
alla propria famiglia».
I principali motivi che inspirarono le due istituzioni dell’anno
sabbatico e dell’anno del giubileo furono i seguenti: 1º Il progresso
dell’agricoltura; 2º l’inalienabilità dei possedimenti prediali; 3º la
libertà degli schiavi. Quantunque le disposizioni di cui noi parliamo
non si accordino guari colle idee perdominanti ai giorni nostri sia sul
commercio, quanto sulla proprietà e sulla agricoltura; pure non furono
solo possibili allora, ma altamente commendevoli. E la prova si è che
non fu solo Mosè che concepì l’idea della parità di averi per ogni
cittadino, e per conseguenza della inalienabilità delle terre. Però è
per noi gradito dovere quello di potere asserire colla testimonianza
della storia, che fra quanti antichi Legislatori tentarono d’incarnare
tale concetto, nessuno seppe concepire un piano tanto semplice, e di
così facile attuazione quanto quello ideato dal Legislatore ebreo.
Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità delle nazioni
dipende dalla bontà delle istituzioni che la reggono, dall’abbondanza
d’annona e dal forte vincolo che lega il cittadino al patrio suolo, più
che da estese relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione
col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e dalle
micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di luce viva ed
abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e d’una utilità piuttosto
apparente che reale; dopo di avere dati al suo popolo un codice di leggi
«giuste e rette», cercò d’inspirare nei loro animi il massimo amore per
le due innocenti ed utilissime professioni dell’agricoltura e della
pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli esempi dei
patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo che esso non era il
vero proprietario della terra, ma niente più di un semplice vassallo e
coltivatore a cui Dio assegnò una parte del suo terreno affinchè la
custodisse e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore,
e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi non siete con me se non
forestieri ed abitanti».
Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che i componenti la
sua repubblica erano tutti eguali al cospetto del Signore, perchè tutti
«suoi figli e suoi servi che trasse dalla schiavitù d’Egitto», doveva
naturalmente conseguire un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di
partecipare nella stessa misura al suolo da conquistarsi⁵⁸. Ma oltre
alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti i cittadini in faccia
alla legge, è fuor di dubbio che tale disposizione, serviva mirabilmente
ad inspirare in ciascuno d’essi un fortissimo amore di coltivare bene, e
di difendere strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati da
tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come formarono il
patrimonio dei loro padri, così dovevano venire tramandati ai loro
figli; com’è fuor di dubbio che la parte toccata in eredità a ciascun
cittadino, doveva bastare ad assicurare un vitto abbondante alla propria
famiglia. «Quando voi sarete in possesso della terra che Dio promise ai
padri vostri, dice il Legislatore, voi la dividerete col mezzo della
sorte, per famiglia e per tribù, per modo che ciascuno abbia la sua
parte conveniente; dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù
o famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione più piccola a
quelle che saranno in numero minore».
⁵⁸ Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni
materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo
ammaestramento del popolo a cui fu consacrata.
Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente col
prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei
privati.
Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide vittorie,
Giosuè invitò l’assemblea del popolo raccolta in Silo, a scegliere tre
uomini abili per ciascuna tribù, di dare loro l’incarico di percorrere
il paese in tutti i sensi, tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.
E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare rimarcare il
seguente fatto degno di nota. Ammettendo anche inesatta l’opera di
quegli uomini, non ci deve recare meno stupore la considerazione che
3500 anni fa, al loro ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano
già potuto avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non molti
anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano cioè del loro paese,
il cadasto della proprietà pubblica.
Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare
l’agricoltura⁵⁹, non valevano tuttavia ad assicurarne una fertilità
duratura; inquantochè la terra possa isterilirsi tanto per l’indolenza e
l’incuria del proprietario, quanto per la sua insaziabile ingordigia.
Prevenuto il primo di questi due pericoli conveniva pensare a
scongiurare il secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni:
ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva bene di
praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per motivi che qui non occorre
cercare, Mosè proibì la simultanea mescolanza dei vegetabili nello
stesso campo. Occorreva dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente
trovato coll’istituzione dell’anno _sabbatico_, che era un anno intiero
di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo:
«Sei anni coltiverai il tuo campo, e sei anni poterai la tua vigna, e ne
ritirerai il prodotto. Ma nell’anno settimo la terra avrà sabbato di
riposo, sabbato ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai, e la
tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà spontanea (dai grani
caduti), non mieterai; e l’uva delle tue viti incolte non vendemmierai:
egli sarà per la terra un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato
della terra sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e
della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio,
dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed alle fiere esistenti nel
tuo paese, sarà lasciato mangiare ogni suo prodotto».
⁵⁹ E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè,
noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa
fertilità della terra promessa, che come dicemmo viene messa in
dubbio da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel
paese ci danno gli scrittori moderni senza por mente agli
sconvolgimenti cui andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si
trova nella Scrittura e in Giuseppe Flavio onde non si creda che in
noi parla la passione, ma bensì la testimonianza di scrittori
pagani.
Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non
solamente della Giudea, ma dell’intiero Oriente»; dopo ch’ebbe dato
descrizioni favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in
generale; dopo ch’ebbe vantato la flessibilità del legno del
terebinto, la sua lunga durata e il suo colore di un nero
splendissimo; dopo ch’ebbe fatto notare l’importanza della resina e
del miele d’olivo (specie questo di una manna che si raccoglieva
sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente sulle
palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali
possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella
produzione: «Il balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva
anche Flavio: Ora però cresce in Arabia) e il liquido che se ne
estrae, e che viene preferito a qualunque altro profumo, la Giudea
è il solo paese del mondo al quale la natura lo abbia accordato.
Gli Imperatori Vespasiano e Tito furono i primi che mostrarono in
Roma ed abbiano portato nel loro trionfo questo prezioso
arboscello, divenuto tributario del nostro impero, come la nazione
che il coltivava».
Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante
all’Oriente coll’Arabia, al mezzodì coll’Egitto, a ponente colla
Fenicia e col mare; dal Nord si estende in lontanza verso la Siria.
Gli uomini sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile;
esso dà le stesse produzioni del nostro paese, colla stessa
abbondanza, e in dippiù il balsamo e le palme: le palme, alberi
alti e belli; il balsamo, arboscello il di cui succo s’impiega
utilmente nella medicina».
Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse
lodare meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile
nostra patria, dando la preferenza alla prima?
Alle testimonianze di questi due scrittori tutt’altro che parziali
pel popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di
medaglie fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni
delle loro vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro
intenzione di fare cosa gradita ai vinti lusingandone l’amore
patrio. Queste medaglie rappresentano tutte la fertilità del paese,
poichè in certune d’esse la Giudea viene rappresentata gemente
all’ombra di una palma; in altre offre i suoi olivi e il suo
balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra vedonsi tre
spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati
pampini d’uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di
frutti.
E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore ebreo non
siasi lasciato sfuggire neanche questa occasione onde disporre il cuore
del suo popolo alla bontà e alla misericordia. L’avvicinarsi dell’anno
settimo poteva impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del
necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene in loro
soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo che i
prodotti spontanei di quell’anno fossero lasciati a loro favore. Solenne
prova di un cuore nobilissimo e di un sentimento squisitamente gentile!
La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno riparava alle sue
forze stremate pei sei ricolti consecutivi: e le numerose mandre che
ricondotte dal deserto vi pascolavano in libertà, ne aumentavano d’assai
la fertilità.
E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche difficoltà
nell’animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere ragione che uno
stato possa seriamente rinunciare all’intiero raccolto di un’annata, e
particolarmente poi in quei tempi che presentavano tanti ostacoli a
provvedersene altrove per la difficoltà di comunicazione; noi
rapporteremo le parole colle quali Mosè rassicurava il suo popolo a
questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa mangeremo noi nell’anno
settimo, se non faremo seminagioni, e non potremo perciò raccogliere
verun prodotto?»—«Io comanderò su voi la mia benedizione nell’anno
sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole per tre anni». Ma senza
pregiudicare minimamente questa divina promessa, subordinata alla
osservanza delle sue leggi; non v’ha dubbio che questa instituzione
serviva altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento della
previdenza e dell’economia. Le terribili carestie dei tempi d’Abramo e
di Isacco ci fanno fede che i mezzi di conservare i generi alimentarii
erano affatto sconosciuti o assai negletti. Invece per questa legge gli
Ebrei erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare diversi
mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e l’olio; e ad
abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con queste lodevolissime
precauzioni essi venivano a premunirsi contro il flagello delle carestie
che in quei tempi erano tutt’altro che rare, e che ancora più che dalla
inclemenza delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime
allora e di carattere selvaggio.
Ma i benefici effetti dell’anno sabbatico si estendevano pure alla
derelitta classe degli schiavi. Parlando della costituzione della
famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione di constatare le sollecitudini
di Mosè per quelle infelici creature, che la sventura o il bisogno
assoggettava ai loro simili.
Nessun’anima gentile potrà non convenire con noi che al dissopra della
triste condizione in cui lo schiavo gemeva giornalmente, era senza
dubbio straziante il pensiero che gli fosse tolto definitivamente ogni
speranza che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà, che
valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di cittadino. La
schiavitù non gli presentava che un immenso ed indefinito orizzonte di
sofferenze e di dolori che faceva capo alla tomba. Togliere questo
strazio inesprimibile dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle
prerogative dell’anno sabbatico. «Quando tu acquisterai uno schiavo
ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo se ne sortirà
liberamente⁶⁰. Questa legge ammetteva però un’eccezione concessa per un
lodevole sentimento di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio
padrone, verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come si esprime
la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo dirà: Io amo il mio
padrone, mia moglie e i miei figli e non voglio andarmene libero»;
allora il padrone lo farà presentare ai giudici, e questi lo faranno
avvicinare ad un battente, o allo stipite della porta della città
(luogo, come vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i
tribunali composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove per
conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente la giustizia) e
colà, lo stesso padrone, gli buccherà il lobo dell’orecchio..... e lo
schiavo lo servirà _leolàm_, vale a dire sino all’anno del _Giubileo_,
come intendono, tutti i commentatori.
⁶⁰ Per dare una prova dell’alta importanza che attaccavano i Profeti a
questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti
prerogative di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la
legge sanciva allo schiavo liberato la immediata restituzione dei
diritti civili e politici; noi trascriveremo qui alcuni versetti
che coll’animo traboccante di indegnazione, Geremia ne apostrofava
i trasgressori: «Dice così il Signore, Dio d’Israele: Io imposi
l’obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla terra d’Egitto,
dov’erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete
ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto, ed
avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i
vostri padri non m’ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste,
e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l’uno all’altro
libertà; e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma
poi, pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno
il proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate
rimandati in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o
schiave. Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di
proclamare l’uno all’altro libertà; ecco ch’io sono per proclamare
contro di voi libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e
alla fame; e renderovvi oggetto d’orrore a tutti i regni della
terra. E darò quegli uomini che contravvennero alla fattami
promessa....... in mano dei loro nemici e di quelli che cercano
d’impossessarsi delle loro persone».
I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra strano: «Per
quale motivo la legge ordina di offendere l’orecchio a preferenza di
qualunque altro membro?—Disse Dio: «Quell’orecchio che intese la mia
voce sul Sinai, quando proclamai: che tutti i componenti l’Assemblea di
Giacobbe sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d’Egitto, e
ciò non pertanto si sottomise volontariamente al giogo d’altro schiavo,
porti esso il marchio dell’ignominia e del disonore».
L’anno del _giubileo_ differenziava dall’anno sabbatico per la
prescrizione d’una libertà intiera, assoluta ed inesorabile per la terra
e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè, nella guisa istessa che
nell’anno sabbatico s’era fatta un’eccezione alla legge relativa agli
schiavi, così se ne ammise una riguardo alla legge sulla proprietà
permettendone l’alienazione in dati casi. Ma questa concessione non era
che temporanea anch’essa: inquantochè oltre al permettere al possessore
stesso di ricuperare in qualunque momento la possessione alienata; oltre
al raccomandare questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti,
facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già sua
possessione; statuì che in qualunque caso all’anno del giubileo, egli
ritornasse di pien diritto al possesso dei suoi beni. I debiti di
qualunque specie essi fossero venivano pure rimessi⁶¹.
⁶¹ Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione che
Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un
nobilissimo pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un
malvagio pensiero, cioè: «S’avvicina l’anno settimo, l’anno della
remissione—e tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e
non gli dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al
Signore, e tu incorreresti in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il
cuore nel dare a lui; poichè in premio di questa cosa il Signore,
Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui
porrai mano».
Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell’ordine primitivo: lo
stato ricuperava i membri per lui perduti nella schiavitù; e questi
miserabili resi alla patria e ristabiliti nei loro fondi, riprendendo il
titolo di cittadino si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e
di sopportarne i carichi.
NOZIONI DI ARCHEOLOGIA
Antichità civili.
Dopo d’avere parlato nei mesi precedenti sulla società domestica degli
antichi Ebrei, comincieremo in questo la descrizione dei loro usi
sociali, facendovi precedere alcune considerazioni sul loro carattere in
generale.
È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi teneva alcun che
di singolare, e distinguevasi da quello degli altri popoli per virtù e
vizi proprii. Se è vero che essi non erano affatto scevri dei vizi
propri degli Asiatici quali: l’arroganza, l’indocilità, la caparbietà,
la mollezza, l’amore del lusso e delle pompe; se è vero ch’essi ebbero
una tendenza invincibile verso l’idolatria fino all’epoca del primo
esiglio; non è men vero che in parecchi periodi della loro storia noi li
riscontriamo sobrii e semplici nei costumi, modesti nelle glorie,
attribuendone maggior merito alla protezione di Dio che al loro proprio
valore; li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato
amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle promesse, chiari per
umanità, giustizia ed affabilità.
Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte passione per
l’agricoltura e per la pastorizia non furono vani, perchè essi vi si
mostrarono cotanto propensi e vi si dedicavano con tanto amore, che la
massima prosperità della nazione veniva figurativamente espressa dai
profeti colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto la sua
vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia minimamente impedito
che ogni qualvolta la loro patria reclamava l’aiuto dei suoi figli,
questo popolo non abbia saputo cangiare con prestezza ammirabile e con
uno slancio insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.
Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in pratica nelle
diverse congiunture della vita.
Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco, per sapere quanto
già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè il suo autore si studiò di
ingentilire l’animo del suo popolo, e di insinuare nei loro cuori
urbanità e delicatezza⁶². E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere
asserire senza, tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si
uniformarono sì bene all’intenzione del loro Legislatore, che lasciarono
una prova indubbia della più alta civiltà.
⁶² Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in
rassegna tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre
quello di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di
amore e di gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi
nostri studi ci dimostrerà in modo indubitabile che il terreno,
cioè il popolo, era veramente adattato a ricevere e a fare crescere
rigogliosi quei nobili semi. Ci contentiamo pertanto a segnalarne
alcuni: La raccomandazione di alzarsi al cospetto d’un vecchio; di
non cibarsi del sangue degli animali; di non fare cuocere il
capretto nel latte della madre; di non uccidere il bue o l’agnello
nello stesso giorno in cui si uccide il loro figlio; di non mettere
la musoliera al bue quando batte il frumento; di non serbare
rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue offese; di non
restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo; di non
maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc.
Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani
lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori
vollero appunto dipingere l’indole gentile e pietosa del nostro
Legislatore.
«Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che
trovavasi verso l’Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l’occhio
attorno vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s’allontana
dalle compagne. Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta
il corso, e scorre per vaste pianure finchè si arresta presso ad
uno zampillo d’acqua.
Mosè la raggiunge, s’arresta anch’esso, la guarda mestamente e
dice: «Mia buon’amica! era dunque la sete che ti spingeva a
lasciarmi e sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come
devi essere stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue
compagne?»