«Consumato l’eccidio della sacra città, che più non presentava

all’occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti

rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave

che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina

dell’Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore

dacchè quella nave solcava le onde dell’Oceano allorchè il cielo si

oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo

imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio

generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di

scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di

costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle

vendicarsi di Faraone e ne sommerse l’oste nel mare Rosso; volle

vendicarsi di Sissera e ne traboccò l’esercito nel torrente

Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di

farci inghiottire dall’Oceano. Venga in terra a provare la sua

forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O

empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo

fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma,

io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature,

così imparerai o stolto fin dove s’estenda il mio dominio». Il mare

si acquietò immantinenti come per incanto».

Con un monumento che sussiste ancora (l’arco di Tito); con medaglie

su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di

una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti

straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima

importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si

prepara a ricevere il vincitore della Giudea.

Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della

moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della

spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e

su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi

vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite.

Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un

giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello

su di un’incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde

ripetesse quell’esercizio. Se l’operaio era pagano riceveva una

mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva:

«Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».

«Tito, scrive un autore cristiano⁵⁵, la _delizia del genere umano_, la

cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell’occidente, è

singolare modello di bontà e di clemenza nell’assedio e presa di

Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null’altro

colpevoli che di cercare intorno alla città un po’ d’erba per ammorzare

la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò

a _far tagliare le mani_ alle povere genti rimandate nella città!....

Questi Romani che Mitridate denominava il _flagello dell’universo_, eran

pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere

atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».

⁵⁵ Poujoulat, _Histoire de Jerusalem_.

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso

morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso

diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a

biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione

invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o

sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di

commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva

una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma

anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura

la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le

voci con colpevoli adulazioni. L’eloquenza dei fatti, prova che la

verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell’uomo

_Titóss Arassanh_ (l’empio Tito), poichè non si troverà sicuramente

anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di

chi ordinava tali inutili macelli. In questo caso poi il nostro animo è

doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio

testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle

con quell’indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride

ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al

disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto

da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un

tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini

nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e

viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di

avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo

una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali

servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri

antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d’indipendenza e

quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi

osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro

patria al potente impero che l’aveva soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un

mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a

stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile

tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che

potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra

devastatrice.

I romani conoscendo che l’indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si

piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul

monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a

giusta ragione, ch’essa ridiventasse per loro un centro di riunione.

L’imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto

gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch’egli desse ordine di scoprire

tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e

colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita

per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più

fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano

li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti

dell’Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto,

all’infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei

e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada;

nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora

rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e

morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro

innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse

nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.

Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde

effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli

prescrizioni dell’imperatore Adriano. Quantunque si creda che in

principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto

i suoi predecessori, pure è un fatto ch’egli richiamò in vigore un

decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la

circoncisione; d’osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque

studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di

rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani

e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una

ristorazione politica.

Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per

esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto

dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro

patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano

in tutti i modi. Tra l’apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio

che gli ebrei non scegliessero la morte. L’insurrezione fu generale in

Giudea.

Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della

menzogna)⁵⁶ si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l’aspettato

Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e

profittando dell’assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si

impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte;

debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo:

si condusse da re e fece coniare moneta.

⁵⁶ Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi

per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa;

però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove

quest’uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo

partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a

fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando

essere esso precisamente _la stella_ vista da Balaamo, che doveva

fare trionfare la causa d’Israele.

Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale

movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio

Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui

non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i

rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni

e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad

una prese tutte le città fortificate.

Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre

anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere

del nemico ai 9 del mese d’Ab l’anno 136 dell’E. V.; e si videro

rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse

nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella

mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere

dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza

umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno

ripetendo il verso: «Ascolta Israele l’Eterno Dio nostro, l’Eterno è

unico!».

Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella,

che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei

fece alzare un tempio a Giove Capitolino.

Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o

solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo

tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e

santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d’oro il

permesso di entrare una volta l’anno, il giorno anniversario della sua

caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la

perdita e baciarne la sacra polvere.

Descrizione di Gerusalemme.

A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in

questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve

descrizione della Gerusalemme antica ed un’altra del Tempio di Salomone,

in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel

mese venturo.

Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo

visibile la legge divina, così ell’era eziandio la metropoli di tutti

gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba

e di alberi, a guisa di un edificio aereo s’innalzava 3,000 piedi sul

livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti

o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città

alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di

Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A

scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio,

congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.

La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l’Acra a tramontana del

Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più

lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli

Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una profonda fossa

artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.

A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso

mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov’erano

case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si

entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi

sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da

nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui

il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta

era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più

forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città

nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di

mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne

garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio,

accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante

presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle

fortificazioni interiori della città.

Ecateo, due secoli prima dell’Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii

di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l’assedio vi

fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier

crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di

fuori, che in quell’occasione si affollarono a Gerusalemme.

Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea

soltanto, ma di tutto l’Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in

gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era

stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo

reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un

gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano

le torri d’Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da

Erode.

Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti

e nella sua qualità di santa, non doveva contenere niente d’impuro. Era

pertanto vietato l’introdurvi animali che la legge dichiarava immondi;

erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano

persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case

o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di

notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi

perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano

essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però

lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.

Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse

il nome di _Gerusalemme_ (abitazione o eredità della pace), che si trova

per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l’antica _Salem_ (la

pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo _Melchisedecco_ il

sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la

capitale del regno.

Descrizione del Tempio.

Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire

anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta:

inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono

somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e

non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e

di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in

Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio

di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci

studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.

Tutto l’edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto

erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in

proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e

di due cortili.

Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto di legno di

cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti

di altezza. Innanzi all’entrata del Tempio, all’Est, si trovava un

portico detto _ulam_, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza

dell’edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame

vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l’altezza di 18 cubiti

con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita.

La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di _Iachin_, e quella

che guardava il Nord portava il nome di _Booz_. Queste due colonne

unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la

direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da

Tiro, e che era figlio d’un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di

Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio.

Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e

ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra

loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle

provviste del Tempio.

Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome

di _Hechal_ (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di _Debir_

(Tempio) o _Kodesc akodascim_ (santo dei santi). Quest’ultima parte di

forma cubica situata all’occidente, misurava la terza parte dello spazio

compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni,

non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel §

delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario

all’edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L’intonaco di

legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di

palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure

fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di

cipresso. Tanto l’intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano

coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d’occidente,

la quale separava il luogo santo dal santo dei santi, vi era un

ornamento d’oro fatto a catena. L’intonaco, gli ornamenti e le

indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell’Hechal

tranne nel pavimento che era in legno di cedro.

L’entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti e fatta di

legno d’olivo selvaggio, scolpita ed indorata come l’intonaco dei muri.

Una porta uguale chiudeva l’entrata dell’Hechal però in questa i soli

battenti erano di legno d’olivo: le tavole erano di legno di cipresso e

ciascuna banda era formata di due pezzi che si ripiegavano e si

volgevano sopra arpioni d’oro massiccio.

Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione del portico.

Abbiamo detto che il Tempio era circondato da due cortili o atrii.

Quello interno, il solo menzionato nel primo libro dei Re, era

circondato d’un muro di tre piani di pietre d’intaglio sormontate da una

balustra di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono note:

probabilmente era una specie di rettangolo che circondava tutto il

Tempio; ma che era assai più inclinato verso l’Ovest che all’Est.

La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima, per poter

contenere gli oggetti che in esso si trovavano deposti. Nel secondo

libro delle Cronache viene chiamato l’_atrio dei sacerdoti_, appunto

perchè i sacerdoti vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si

menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno che circondava

l’atrio interno. L’entrata dei due atrii era chiusa da porte coperte di

rame. In questo stesso atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in

diverse direzioni, e un gran numero d’appartamenti destinati al tesoro,

ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di queste porte e di

questi appartamenti rimontavano indubbiamente alla costruzione primitiva

di Salomone; specialmente poi un portico verso l’Oriente chiamato più

tardi: _il portico di Salomone_.

In mezzo all’atrio interno vi era il grande altare di rame. Il bacino

che si trovava al S. O. dell’altare in grazia della sua immensa

grandezza, fu chiamato il _mare di rame_, e riposava sopra dodici buoi

egualmente di rame. I fianchi del bacino erano lavorati a forma di

calice di fiori di giglio e ai suoi orli correvano due ordini di

coloquintida.

Oltre a questo bacino immenso, ve n’erano dieci altri di dimensioni

minori che dovevano servire a lavare le differenti parti dei sacrifici,

ed erano posati sopra piedistalli di rame ornati di figure di leoni, di

buoi e di cherubini.

Nell’Hechal innanzi all’entrata del santo dei santi si trovava l’altare

degli incensi, in legno di cedro coperto di lamine d’oro. Il _candelabro

a sette bracci_, e la tavola dei _pani di proposizione_ occupavano il

posto identico a quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla

differenza che qui si avevano per ciascun lato cinque altri candelabri e

cinque altre tavole parimenti d’oro, con sopravi gran numero di tazze,

di molle, di pallette, di vasi e di varie altre suppellettili tutti

d’oro massiccio.

Entro al Debir non v’era altra cosa all’infuori dell’_Arca santa_, che

probabilmente poggiava sovra un piedistallo, e nella quale stavano

racchiuse le tavole della Legge. Due cherubini di legno d’olivo

selvaggio coperti d’oro, venivano a congiungersi nel mezzo dell’Arca

partendo dalle due sue estremità. Ciascuno d’essi aveva dieci cubiti di

altezza, e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir e

coprivano l’Arca santa. Questa veniva così nascosta a tutti gli sguardi,

ed anche quando veniva aperta la porta del Debir non potevasi discernere

veruna delle sue parti tranne le estremità delle sbarre che servivano a

trasportare l’Arca, e la cui lunghezza superava l’ampiezza della tenda.

————

ELLUL (_Agosto-Settembre_).

Nulla di veramente importante registra la nostra storia in questo mese,

se si esclude il fatto del compimento delle mura che dovevano cingere

Gerusalemme attuato dai reduci della cattività babilonese. Com’ebbimo a

dire nel mese scorso per l’erezione del Tempio, il cui lavoro fu più

volte interrotto per l’opposizione dei popoli circostanti che lo

avversavano accanitamente, considerandolo, come lo era infatti, un primo

passo verso il riacquisto della primitiva indipendenza; lo stesso

dobbiamo ripetere ora relativamente all’erezione della muraglia di

cinta. Ma grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza degli

stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione del principe

Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo mese. Non passeremo sotto

silenzio che anche in questa occasione tornò indispensabile la

validissima cooperazione prestata dal profeta Nehhemia, il quale per

l’instancabile operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d’ogni

genere di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria

benemerenza.

————

Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata ai nostri giovani

lettori, alla continuazione degli studii di Archeologia biblica, noi

facciamo precedere alcuni schiarimenti sull’uso che tuttavia si segue in

questo mese di suonare lo _sciofar_, e poichè ci troviamo sull’argomento

aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono a Mosè le

due notevolissime instituzioni dell’_anno sabbatico_ e dell’_anno del

Giubileo_; per la cui solenne e pubblica annunciazione si faceva appunto

uso di quello strumento musicale.

Lo _sciofar_ si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i giorni di

questo mese tranne i sabbati, dopo l’orazione mattutina, _tefilà_, e in

certe località anche dopo l’orazione antivespertina, _minhhà_. Tale

suono viene limitato a quattro sole voci (_tekiód_) distinte colla

parola _tasrad_⁵⁷.

⁵⁷ Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro

parole: _tekià_, _scevarim_, _teruà_, _tekià_, e che significano

quattro diverse modulazioni di voci.

I mesi dell'anno ebraico · 第 7 / 19 段