Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa

pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di

circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che

tutta l’empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e

distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati

i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a

Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra

i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i

suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono

messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall’Eufrate, e

dispersi nelle provincie dell’impero babilonese. Tutte le altre città

del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che

pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non

rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi

ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero

resto di un popolo già numeroso e potente. Ma come vedremo in altro mese

(Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si

fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando

di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta

Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi,

disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si

fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi

trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati

schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco

l’Egitto.

Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio.

Cinquant’anni dopo l’eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu

soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo

regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella

loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte

dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle

spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni,

da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall’Eufrate nella prima

invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata

nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni

dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi

esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro

giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella

Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano

impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero

provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una

felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera,

derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la

casa, quale il podere dei loro avi.

Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze promesse da Ciro,

pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a

cinquanta mila individui d’ogni età, sesso e condizione. La terra che

ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non

squallore e rovine. Le città erano distrutte, l’ellera e il muschio ne

coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano

inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare

il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi

pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate;

bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l’odio

di nemici accaniti. Ma la religione e l’amore di patria infusero

coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente

costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì

cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la

solennità dei Tabernacoli.

Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano.

Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono

nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi

cercavano di attraversarne l’esecuzione. Parecchie volte si dovette

sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti

dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai

dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere

i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un

proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti

gli ostacoli, e novant’anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da

Babilonia, l’opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta

Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti

da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte

d’Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere

imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate

disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una

grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a calde lagrime

confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e

maestà del primo.

Distruzione del secondo Tempio.

Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo,

e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e

che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua

distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua

distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di

meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che

appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a

quell’infausto avvenimento.

Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani

compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda

Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto

tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare

l’amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora

tributario dei Romani. L’ambasceria fu accolta con favore, e ottenne

l’intento desiderato.

Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo

principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo

figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza

potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse

quasi tutto l’antico regno d’Israele e di Giuda, assunse il titolo di

re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza

conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e

con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la

corta durata di ottant’anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo

tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva

destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell’ambizione dei

potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura,

cambiò ad Ircano il titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che

tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo

straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie.

Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe

giammai supposto, che l’alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e

ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà

della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo

relativamente breve e per l’opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù

e dispersione.

Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè

Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei,

titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne

anch’esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci

tramandò col titolo di grande _rabbà_⁴⁷ seppe bensì con manovre astute,

con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune

afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e

renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d’allora;

fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza

che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del

mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l’amor del

popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli

ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di

origine straniera.

⁴⁷ C’è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare il

maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per

distinguerlo dall’altro Erode venuto dopo di lui e detto _zeerà_

(il minore).

E una solenne prova di questa invincibile antipatia l’abbiamo nel fatto

che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si

dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne

da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo

della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta questa a

provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere

essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e

cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre

in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette

di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose

Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un

procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della

potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a

Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi

privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli

Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la

causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.

Pare però che sino d’allora si trovassero cittadini giudiziosi e

previdenti che pronosticarono l’esito esiziale di quell’imprudente

passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la

seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L’aiuto che

speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un

popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo

che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l’estrema nostra

catastrofe».

Non tardarono infatti a scoppiare torbidi⁴⁸. Le iniquità che commetteva

Albino per estorcere danaro dai poveri suoi amministrati, e quelle

ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di

giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che

non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a

scoppiare. Nè l’occasione si fece attendere lungamente.

⁴⁸ Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime

ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani.

Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che

portava il nome di _Camzà_, e un acerbo nemico che portava il nome

di _Barcamzà_ (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede

un giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi

più ragguardevoli della città. Nell’accennare al famiglio i nomi di

quelli che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo

amico Camzà. Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare

Barcamzà.

Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con

voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di

riflettere quanto sia grande la viltà di recargli così grave e

pubblico insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del

pranzo che farebbe in casa sua: l’inesorabile rivale, non

ascoltando che il suo odio, gli intima di nuovo di uscire. Allora

costui a cui cuoceva un tale atto, si dispose di pagare la spesa

della metà del banchetto, e finalmente di tutto il banchetto: ma

non ottenne che ripulse.

L’insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e

giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti

ragguardevoli personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di

quella triste scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente,

e vile quanto scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella

sua privata vendetta.

Si portò dall’Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per

lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla

ribellione e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per

fare esperimento delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una

vittima ad offrire nel loro tempio.

L’Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine

vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi

famigli. Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che

gli Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia

difettosa, ferì leggermente in un occhio il povero vitello.

I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore,

pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l’Imperatore

e sia per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente

consiglio, sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di

Anchilas. Qualcuno propose allora di ammazzare Barcamzà e

l’animale, ma anche contro questa proposta sorse con impeto

Zaccaria.

I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero

rifiutare il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose

pel popolo d’Israele.

Correva l’anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i Greci di Cesarea

s’impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore

di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far

loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un

sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire

assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica:

guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno

d’uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo

dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non

ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel

compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse

permesso la guerra civile⁴⁹. L’indole del nostro lavoro non ci permette

di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni,

sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci

limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.

⁴⁹ Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che

serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri

Dottori sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per

iscongiurare la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse

decretata irrevocabilmente la caduta del Tempio.

«Il generale che fu preposto all’esercito invadente la Giudea, nel

secreta della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la

sacra fede di quel popolo contro cui si portava a combattere. Prima

pertanto di intraprendere qualunque atto ostile ricorse a una delle

solite superstizioni pagane per prendere augurio dell’avvenire e

pronosticare l’esito della sua spedizione.

Scoccò nell’alto una freccia e questa cadendo si volse contro

Gerusalemme. Il generale si volge dall’altro lato, e scocca

un’altra freccia: ed anche questa va a cadere in faccia alla santa

città. Ripetè tale esperimento da tutte le parti del mondo, e

sempre una forza misteriosa torceva la freccia verso Gerusalemme.

Il generale rimase attonito di questo fatto e conchiuse tra sè che

Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme».

L’aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece

ebreo, e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre

Dottore Meir.

Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli

Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in

pericolo l’impero dei Romani nell’intiero Oriente.

Viene dopo l’assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei

con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni

speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle

mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono

la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che

dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno

presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la

spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo

uffizio anco i dieci si uccisero.

Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori

con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è

innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò

in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l’abbandono

dell’Oriente, una costanza, un’abnegazione ed un eroismo a tutta prova.

La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai

più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte

non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e

ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene

pesata e ponderata. L’entusiasmo che inspira una causa santissima;

l’odio legittimo verso chi non offeso traversa l’oceano per rapirvi o

contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell’anima per libidine

d’impero e per sete d’oro, era temperato e guidato dalla calma più

fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei

Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da

parte degli Ebrei.

Ma a lottare contro il destino l’uomo non vale, per quanto s’impieghi la

più ferrea ed imperturbata costanza, l’eroismo il più sublime, i

sacrifizii i più penosi.

Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi⁵⁰ che, se per un

lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d’infamia, dall’altro

giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era

pari in essi, l’amore di patria e l’indomito valore. La prima funesta

conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l’incendio di molti

granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua

orridezza⁵¹. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che

mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli

strenui difensori dell’ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad

accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe

Flavio già governatore di Iossafat⁵², e poscia storico illustre delle

guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano

parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i

fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi

l’ammirazione degli stessi nemici.

⁵⁰ Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di

Gìscala che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di

Simone il quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città

superiore.

⁵¹ Per dare un’idea della miseria estrema a cui giunse quella città,

che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra

le provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre,

certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di

Betezob nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il

bambino lattante, lo fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte

la serbava onde pascersi il giorno seguente, ma altri affamati

sopravvennero allettati dal leppo di quell’iniquo arrosto, e

minacciando scannarla se non dava fuori quanta cibaria ella si

aveva annicchiato;—la donna delirante tra l’amore della vita e il

terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto gli

occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che

inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.

⁵² Per l’esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di

pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi

unicamente all’uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire

a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo

ritenevano traditore della patria, perchè certamente non

difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un

vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte

infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a

trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con

tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d’una

completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che

almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però

dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo

cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali

accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la

estimassero disperata, e la difesero con tutto l’ardore di cui

erano capaci i loro cuori nobilissimi.

Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di

Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.

Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al

tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi,

ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri

si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la

casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l’orgoglio

dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu

distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato

incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La

città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che

essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza

ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li

rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo

uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di

questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della

nazione ebrea di cui l’eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto

l’Oriente, umiliò l’orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica

forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più

spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo.

Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai

nella sua magnificenza. I fieri romani dovettero ammirare il coraggio

invincibile degli ebrei, e quell’ardente amore della patria che faceva

loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal

suolo paterno».

Il numero delle vittime dell’assedio e della presa di Gerusalemme fu

immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a

novantasette mila prigionieri⁵³. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così

enorme, che l’oro perdette in Siria la metà del suo valore.

⁵³ Per persuaderci della possibilità di quest’asserzione, dobbiamo

fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali,

Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un

numero di popolazione stragrande; 2º Che coll’avanzarsi del nemico

una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne

la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del

nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.

Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme

senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise

in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in

Cesarea a dare grandi feste per celebrare l’anniversario di suo fratello

Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o

da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore

del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell’Asia

Minore, ove gli ebrei trascinati d’uno in un altro luogo, nudriti come

animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a

vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo

facevano le veci dei nostri fuochi d’artificio. Le loro membra

palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo

trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si

decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a

modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la

plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli

venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai posteri

fregiato col sublime epiteto di: «_delizia e bellezza del genere

umano_⁵⁴».

⁵⁴ Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero

constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua

Casa, e dipingere l’orgoglio satanico di quell’uomo che colla più

abbietta ipocrisia, o per la sua morte _a tempo_ (immaturamente)

come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo

tutt’altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all’età di 42

anni dopo due soli di regno.

I mesi dell'anno ebraico · 第 6 / 19 段