Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In esse non

esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la religione sancivano la

perfetta eguaglianza dei due sessi, poichè dalle stesse prime pagine del

loro libro venerato risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva

instituito il matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la

donna inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un nome a

tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile a lui; quando gli

fu presentata la donna da Dio stesso, egli esclamò: «Questa è

finalmente, osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa deve

chiamarsi Hiscà (donna) poichè dall’Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile

insegnamento! La donna non è la schiava dell’uomo, ma la sua compagna,

un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente e per

conseguenza precedute spesso dall’amore, o almeno da una reciproca stima

e simpatia che facevano sperare armonia e concordia. I soavi pensieri,

le dolci cure di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei

legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali furono sicuramente

finchè il popolo si mantenne fedele alla parola di Dio.

Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il fatto, che nello

stato e nella famiglia, i diritti della donna per quanto potevano

conciliarsi coi riguardi dovuti alla sua maggiore sensibilità, alle sue

domestiche occupazioni, agli altri doveri speciali al suo sesso, erano

pareggiati a quelli dell’uomo.

Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna a capo delle

donne intuona l’inno della vittoria sulle sponde del mar Rosso; e alla

caduta di Golia son le donne che colle loro patriottiche laudi al

guerriero vincitore, feriscono al vivo l’invido cuore di Saulle.

Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele allo sposo

coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse di offendere la

suscettibilità della donna indigena, descrivendone i liberi costumi e i

colpevoli inganni verso l’inesperta gioventù; dice valere meglio di

qualunque cosa una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa,

distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura che egli

fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare di stupendo

nel suo genere. È un modello della donna libera, laboriosa e sapiente;

l’affermazione della fiducia sconfinata che colle sue nobili doti seppe

acquistare dal marito e dell’immenso e meritato ascendente che ha sulla

famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa tristissima che

voi fate e per la quale Iddio non si rivolge ai vostri presenti perchè

il suo altare è coperto di sospiri e di lagrime. Ma perchè dite

voi?—Perchè voi tradite iniquamente la donna alla quale vi lega un patto

solenne».

Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le donne

assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne dovevano

trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva di tenere in capo ad

ogni settimo anno nella festa dei Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la

legge all’udienza del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù

babilonica prestarono il loro giuramento d’adesione al nuovo ordine di

cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti alla riverenza dei figli.

«Onora tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel

Decalogo. Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di voi

abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice suo padre o sua

madre sarà fatto morire». «L’occhio che si fissa irriverentemente torvo

sul padre o sulla madre, dice l’Ecclesiaste, merita di essere acciecato

dai corvi». Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono

così definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi

ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i loro discorsi

con irriverenza o impazienza; averne ogni cura nella loro vecchiaia, e

fare quanto può loro tornare utile o gradevole.

L’unico dovere imposto al padre⁴⁵ era quello d’addottrinare il figlio

nella religione e nella morale: parlandogliene, come dicemmo, nel suo

stare in casa, nel suo andare per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo

alzarsi.

⁴⁵ In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto

perchè rafforzando i sentimenti naturali l’amore vi regnasse

sovrano, qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre

quelli del rispetto e timore dei secondi verso i primi? Su questo

tema Salomon Fiorentino, valente poeta nostro correligionario,

dettava un magnifico sonetto col quale, ricordando il fatto di

Davide che piange amaramente il tristo figlio che tento di rapirgli

e regno e vita, termina colla seguente terzina che ci piace di

rapportare:

«Oh del figlio inuman se un padre ha cura

La legge parli minacciosa al figlio

Che dolce al genitor parlò natura».

Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni sulla famiglia

Israelitica, colla ferma convinzione, che per quanto poco noi abbiamo

detto su tal soggetto, pure debbano risultarne le due seguenti verità:

1º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna

la somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e regolate

per modo che non avendo esse altro limite oltre quello segnato dal

pudore e dalla sua speciale costituzione, non servissero ad arma di

licenza e venissero a menomare quelle soavi prerogative che fanno di lei

l’angelo tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione

Mosaica la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le sue naturali e

vere basi: moralità, stima ed affetto.

AB (Luglio-Agosto).

Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese infausto del popolo

d’Israele; inquantochè in esso abbiano avuto compimento i terribili

castighi già minacciati da Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo

invano, dai profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti

i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo e del secondo Tempio

di Gerusalemme.

Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne, avvenuta sopra

il monte Hor nell’anno quarantesimo dell’uscita d’Israele dall’Egitto, e

123° della sua età.

La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il ritorno degli

esploratori spediti da Mosè nel paese di Canaan.

Ci fermeremo a narrare diffusamente quest’avvenimento anch’esso luttuoso

per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii

di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente

importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la

cessazione della indipendenza politica d’Israele, ma il principio di

quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che

se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l’Europa civile, e delle

quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere

distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge

divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza

verificarono alla lettera l’espressione di Davide: «Tutto questo

soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto»,

dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni

durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e

della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi

penetrare i suoi raggi benefici.

Correva il secondo anno dall’uscita d’Egitto, e il popolo d’Israele, che

toccava oramai i confini dell’Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo

richiese di mandare «innanzi a sè alcuni uomini ad esplorare il paese

che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva

andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo

desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo

stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il

possesso immancabile di un «paese di frumento e d’orzo, di viti, fichi e

melagrani; paese d’olivi (abbondanti) d’olio e di miele. Paese, ove

senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna;

paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti

ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa

gli piacque»; e scelti a quest’uffizio dodici uomini, il capo di

ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere

tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta

giorni nel loro viaggio d’esplorazione, ed arrivarono all’accampamento

ebreo il giorno 8 del mese di Ab.

Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava

dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue

dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che

presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro

osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo,

come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d’aver

magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono

assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca,

e superiore all’ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le

città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il

clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi

con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false

notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali

dimenticarono tutto d’un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro

favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente

di avere prestato fede alle lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè;

dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore

di vedersi destinati a morire di stenti in quell’inospitale deserto, o

di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili

nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb,

valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con

questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi

arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente

la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e

intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la

via dell’Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre

volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto

d’ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere

l’espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre

nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente

mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di

farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni

di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La

divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva

permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò

riluttante alla voce dell’Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa,

vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch’essa non aveva

dissodati e di quelle case piene d’ogni bene ch’essa non aveva

fabbricate».

I dieci esploratori causa dell’enorme peccato morirono di morte

improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i

vent’anni di età il giorno dell’uscita dall’Egitto, e che pertanto non

avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva

fatto a suo pro’ tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata

a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo

ingresso della nuova generazione nella terra promessa. Due uomini soli

furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo

«adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne

avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell’anno quarantesimo,

fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette

_me merivà_ (acque della contesa).⁴⁶

⁴⁶ Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che per

la sua imponenza merita di essere da noi raccontato:

Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire

nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all’ingresso

del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un

certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d’acqua.

Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne,

accusandoli di averlo tratto d’Egitto per condurlo a morire in un

«luogo cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di

viti, di melagrani e persino d’acqua». La maestà del Signore si

rivelò a Mosè e gli ordinò di munirsi della verga che stava nel

Tabernacolo, e accompagnato da Aronne «_parlare_ al sasso in

presenza di tutto il popolo, poichè da quel sasso sarebbero

scaturite acque in tale abbondanza da dissetare il popolo e il suo

bestiame». Mosè fece adunare immediatamente il popolo attorno al

sasso indicato, e apostrofando il primo con poche ma dure parole,

che lasciano chiaramente indovinare non essere esse che il

principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel modo

indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in qualche

momentaneo bisogno, _battè_ due volte il sasso colla sua verga e le

acque sgorgarono in gran copia. Ma l’Eterno disse a Mosè ed Aronne:

«Giacchè _non avete avuta fede_ in me _per santificarmi_ alla

presenza dei figli d’Israele, perciò non condurrete questo popolo

nella terra che ho loro donato.

Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere,

come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da

Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per

avere _battuto_ il sasso invece di _parlargli_. Ma oltrecchè non si

può ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso

«servo fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale

differenza può farsi tra il _parlare_ o il _battere_ trattandosi di

un corpo inanimato? Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua

importanza nel servirsi d’un mezzo piuttostochè dell’altro? E poi a

quale scopo Dio avrebbe ordinato a Mosè di munirsi della verga se

non avesse dovuto adoperarla?

Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto,

noi riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo Mosè a-Coen

Tedesco e sviluppata da l’Illustre I. S. Reggio. Dice egli in

sostanza: «che Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta

e delle incessanti mormorazioni contro Dio per parte di un popolo

tanto visibilmente da Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse

aspramente come fece altre volte pel fatto degli esploratori, per

la sollevazione di Cora, per l’adorazione prestata a Baal-Peor

ecc.; quando si trovò presso al sasso si lasciò vincere dalla

collera e cominciò ad apostrofare il popolo con tale veemenza che

la commozione interna gli troncò la parola in gola; per modo che

dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover

credere che questo _miracolo_ dovesse attribuirsi precisamente a

lui stesso e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si

accorda benissimo colle parole che denotano il motivo del castigo

quello cioè «di non avere essi _santificato_ Iddio».

E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo

inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch’essa sia

uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun

motivo. Ebbene! sin d’ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei

vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione

di queste parole di colore oscuro.

Caduta del regno d’Israele.

Se pressochè in ogni caso la parola _divisione_ è sinonimo di

_indebolimento_, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed

immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le

quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo

d’interesse o di dominio.

Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato

la grandezza e la prosperità d’Israele ad un punto non mai raggiunto

allora da nessun popolo dell’Asia, ciò malgrado uno scontento

grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese

causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti del regno,

e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone

dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e

sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo

templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo

scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una

favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur

troppo, non si fece attendere lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del

di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare

sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai

troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del

padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si

rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro

prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante

colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo

popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone

parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo

savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse

temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta,

venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo

prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l’infausta

inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi

nutriti cogli stessi sentimenti d’alterigia, risposero colle seguenti

insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti

parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo

allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi

di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci

aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò

con flagelli a punture».

Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto

brutale la sua domanda, che riteneva e fors’anche era, opportuna e

ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per

conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia

Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù

si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già

servo di Salomone, e ritornato da poco dall’Egitto ove erasi rifuggiato

per sottrarsi all’ira del suo Signore, apparentemente informato del

colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva

promesso sino d’allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.

Quantunque per opera d’un profeta, siasi per allora scongiurata la

guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni

d’Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina

d’Israele, essendo stata causa di fare iniziare l’idolatria a religione

dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell’intento d’impedire ai suoi

sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell’anno, temendo

che l’uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso

scettro di Davide quelle tribù che se n’erano distaccate; Geroboamo fece

innalzare due vitelli d’oro alle due città estreme del regno, Dan e

Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in

Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla

terra d’Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare

facilmente all’idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta

propensione; e d’allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù

dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la

divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro

governo nel terribile modo ch’ora noi andremo a dire.

Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno

d’Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre

tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch’esso fece

innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi

sottentrò una sconcia e ributtante licenza; si allentarono i legami

domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita;

per cui sino dal quinto anno del regno di quest’ultimo troviamo già che

un certo Sissac re d’Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le

cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che

tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una

quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d’un

popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal

cammino della virtù s’indebolirono a vicenda, e necessariamente

divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s’ingrandivano a loro

spese.

Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d’Israele, e i cui peccati

più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da

Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere

da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli

l’esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i

parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori

del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente

l’idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d’oro innalzati da

Geroboamo e ne tollerò l’adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che

Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d’Israele,

e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse

talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche

migliaia d’armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio

impietositosi dell’angustia in cui versava il suo popolo, gli fece

poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas

figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per

la licenza dei costumi ingenerata dall’idolatria che non venne mai

abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse

politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere

prossima la totale rovina della nazione.

E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea figlio di Elà.

Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre

anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel

paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli

furono obbligati ad emigrare di là dell’Eufrate; e vennero dispersi in

varie provincie dell’Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla

loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant’anni, finchè

Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una

colonia di Cutei.

Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni.

Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al

trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il

regno che per soli sei mesi.

Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio.

I mesi dell'anno ebraico · 第 5 / 19 段